Infografica: i talent al Festival di Sanremo

Alla 65esima edizione del Festival di Sanremo parteciperanno nove ex concorrenti di talent show (sei nei Big e tre nelle Nuove proposte). È il numero più alto di sempre, quindi vediamo come ci siamo arrivati. Sembra un grafico “Democratici contro Repubblicani” e invece è la storia sanremese dei talenti di Amici e X Factor (con qualche intruso).
*Accanto ai nomi ci sono i piazzamenti in classifica;
F/NF = Finalista/Non finalista; NP = Nuove proposte

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Le prime furono le Lollipop da Popstars nel 2002, seguite da Maria Pia Pizzolla & Superzoo (la cantante aveva partecipato ad Amici, ma per accedere ai Giovani dovette comunque passare le selezioni di un altro talent ideato da Baudo: Destinazione Sanremo). Prima della vittoria di Marco Carta nel 2009, altri due ex concorrenti di Amici andarono all’Ariston nel 2007: Piero Napolano e Pietro Romitelli, insieme come Pquadro.
Per quel che riguarda gli altri talent: Linda veniva da PopstarsAlessandro Casillo da Io canto, Irene Ghiotto e Chanty da Star Academy, Veronica De Simone da The Voice, Il Volo da Ti lascio una canzone. Emma ha anche partecipato alla seconda edizione di Popstars (vincendola), Moreno a MTV Spit e Giovanni Caccamo (quest’anno nelle Nuove proposte) provò a entrare a X Factor 4 col nome di Joe, ma venne eliminato al televoto perdendo l’accesso alla squadra della Maionchi.

 

Infografica: i concorrenti del Festival di Sanremo 2015 in numeri

Tre grafici sui concorrenti della 65esima edizione del Festival di Sanremo. Nell’ordine: le loro partecipazioni ai Festival precedenti, le vendite dei loro dischi dal 2010 e i loro numeri sui social.

Partecipazioni-Sanremo1

Sui 20 concorrenti del 2015, 12 hanno già partecipato in edizioni precedenti. Il primo fu Raf nell’88. Marco Masini e Anna Tatangelo sono quelli che hanno accumulato il maggior numero di presenze (6). Marco Masini è l’unico ad avere già vinto un Festival, nel 2004 con “L’uomo volante”. Tuttavia Raf è tra gli autori di “Si può dare di più” di Morandi, Ruggeri e Tozzi, che vinse nell’87.
8 cantanti hanno esordito nella sezione Nuove proposte: Alex Britti ha vinto in quella categoria nel ’99 con “Oggi sono io”, Anna Tatangelo nel 2002 con “Doppiamente fragili”.
2 cantanti hanno già partecipato allo Eurovision Song Contest: Raf (in coppia con Umberto Tozzi) si classificò terzo con “Gente di mare” nell’87; Nina Zilli si classificò nona con “L’amore è femmina (Out of Love)” nel 2012.

Vendite-Sanremo

Moreno è il concorrente che ha venduto più copie negli ultimi cinque anni. È anche quello ad avere l’album di maggiore successo: i suoi 3 dischi di platino sono tutti per Stecca del 2013. Gli unici altri artisti ad avere un album multiplatino sono i Dear Jack (2 per Domani è un altro film del 2014).
Malika Ayane ha accumulato 5 dischi di platino per altrettante canzoni, ma Chiara e Lorenzo Fragola sono gli unici ad avere inciso una canzone multiplatino (rispettivamente “Due respiri” del 2012 e “The Reason Why” del 2014). Entrambi raggiunsero il traguardo in meno di due mesi dopo la vittoria a X Factor.
Tra le certificazioni, figurano alcuni brani delle passate edizioni: tutti i brani portati a Sanremo da Malika Ayane sono diventati disco di platino: “Come foglie” (2009), “Ricomincio da qui” (2010), “E se poi” (2013); Nina Zilli ha un platino per “Per sempre” (2012) e un oro per “L’uomo che amava le donne” (2010); Irene Grandi un oro per “La cometa di Halley” (2010); Alex Britti un oro per “Oggi sono io” (1999).
“Oggi sono io” di Alex Britti (1999) e “La paura che ho di perderti” di Bianca Atzei (2013) sono diventati disco d’oro nell’ultima settimana del 2014.
Inoltre, Nek ha guadagnato un disco platino con la sua apparizione nel singolo di L’aura “Eclissi del cuore” (2011); Chiara è apparsa nel singolo di Mika “Stardust” (2012), che è recentemente arrivato al quarto disco di platino.
*I dati delle certificazioni FIMI sono disponibili solo a partire dal 2010. Secondo alcune stime non ufficiali, Britti, Grandi, Grignani, Masini, Nek e Raf nel corso delle loro carriere avrebbero venduto oltre 5 milioni di album.

Sanremo-Social

La concorrente più amata sui social è Anna Tatangelo, con più di 870mila fan su Facebook e 383mila follower su Twitter. È anche la più seguita in assoluto su Twitter, ma è superata su Facebook da Nesli, con oltre 937mila fan.
*I numeri degli account di Grazia Di Michele e Platinette sono stati sommati; per Biggio e Mandelli sono state usate la pagina Twitter di Mandelli e la pagina Facebook de I soliti idioti. Dati raccolti a fine gennaio 2015.

Perché dovete smettere di leggere le classifiche di iTunes

Li fanno tutti. Basta seguire l’account di un musicista con un disco in uscita e li vedrete: gli screenshot delle classifiche di iTunes. Dalle popstar globali ai rapper di periferia, chiunque abbia qualcosa da venderti sul negozio musicale di Apple è ansioso di immortalare la posizione raggiunta dal suo prodotto. A volte non è nemmeno l’artista a dover premere ⌘+⇧+4: ci pensano i fan ed è sufficiente ritwittarli.

E che c’è di male, in fondo stanno celebrando un successo e ne forniscono le prove – chiare e in versione png. Perché non dovrebbero farlo? La risposta breve è: perché nessuno sa come funzioni la classifica di iTunes tranne iTunes.

Cercate una pagina in cui Apple spieghi la metodologia: non la troverete. C’è invece un sito non autorizzato che archivia le classifiche di iTunes, ma i suoi gestori, nella pagina delle FAQ, ammettono di non conoscere i criteri con cui vengono stilate. Per comodità, hanno scelto di pubblicare le top 100 nazionali come appaiono ogni sera alle 22.00, ricordando che gli update giornalieri – e nessuno sa quando e ogni quanto avvengano – non saranno inclusi.

Finora non è stata prodotta molta letteratura sulla classifica di iTunes, ma possiamo cercare indizi in quella (altrettanto segreta) delle applicazioni. Proprio la settimana scorsa un data scientist ha pubblicato i risultati di uno studio nato dall’osservazione dell’App Store per quasi un anno. Ha notato fenomeni curiosi.

Apple usa un algoritmo [che] è a tutti gli effetti una scatola nera. Non sappiamo come funzioni esattamente, ma molti sono giunti alla conclusione che il fattore dominante nel determinare il piazzamento in classifica è il numero di download in un breve periodo.

Qualcuno ha capito come trarne vantaggio e alcune aziende di marketing offrono servizi di boosting per fare salire il ranking delle applicazioni. Tutto sommato, non è molto diverso dall’usare la SEO per promuovere un sito o piazzare un hashtag sponsorizzato in cima ai trending topic. E per un’app, entrare in classifica è la migliore pubblicità (nonché l’unica che conti davvero, in un mercato saturo di iconcine intercambiabili).

È probabile che le classifiche musicali usino un algoritmo simile. Lasciando da parte i complotti, se un artista con un discreto numero di follower posta il link di un album appena pubblicato o disponibile in pre-order, ci sarà un boost proporzionale. Di nuovo, nulla di male, se non fosse che la variazione lo porterebbe a superare altri album che stanno vendendo di più ma stabilmente. E a questo si aggiunge il problema di non sapere a quale arco di tempo faccia riferimento la classifica che stiamo leggendo, che non è né real-time né cumulativa. Troppo tardi: l’artista e i suoi fan hanno già twittato lo screenshot e la casa discografica ha mandato un trionfante comunicato stampa. Poi, qualche giorno dopo, arriva la classifica vera (quella di Billboard, della BPI, della FIMI…) e il successo di molti artisti va ridimensionato perché – e almeno di questo ne siamo certi – siamo di fronte alle vendite di una settimana intera.

(Qui bisognerebbe aprire una parentesi sulla FIMI che, oltre a circa 3.500 punti vendita, tiene conto dei negozi digitali, ma quanti e quali non si sa. A contrario delle classifiche britanniche, non abbiamo dati precisi: ci forniscono dei numeri solo quando un album/singolo raggiunge il disco d’oro/platino/diamante. Ci dobbiamo fidare, ma almeno ne conosciamo la metodologia e sappiamo che arriva ogni giovedì.)

Tra tutti i dati raccolti nell’articolo già citato, il più interessante riguarda la parabola dell’applicazione di Beats Music, che ha subito un’impennata sospetta proprio prima che Apple acquisisse l’azienda. Sappiamo quanto possano essere spudorati a Cupertino: la mossa degli U2 ne è la prova più estrema, ma siamo certi che, oltre a scegliere cosa mettere in vetrina, non usino anche la top 10 come vetrina? Se per esempio un artista concede un prodotto in esclusiva ad Apple, non è nell’interesse dell’azienda vederlo tra le posizioni più alte? Non possiamo accusarli di manomettere le classifiche secondo le loro decisioni editoriali, ma non possiamo nemmeno escludere che lo facciano.

Se la classifica dell’App Store è stata osservata con più attenzione e contestata con più fervore è forse solo perché chi si occupa di applicazioni ha più dimestichezza con gli algoritmi rispetto a chi vende o incide musica. O forse perché Apple ha inventato un sistema perfetto per l’industria discografica: tutti possono ambire alla top 10 con qualche accorgimento. Tuttavia, da consumatori o addetti ai lavori, smettiamo di trattare la classifica di iTunes come un parametro affidabile.

Sui Big di Sanremo 2015

festival2015Domenica, durante L’arena di Giletti, Carlo Conti ha presentato i 20 Big in gara al Festival di Sanremo 2015. Innanzitutto, le buone notizie: la lista non contiene i residui di Tale e quale show che ci si poteva aspettare (anche se Scanu meritava la riabilitazione). Sono tutti nomi noti (e Bianca Atzei) e sono nomi che hanno ancora una dignità artistica o che, nel peggiore dei casi, hanno comunque senso di esistere nel 2014/5 (e Bianca Atzei).

Tuttavia, è una lista con poche novità, divisa tra concorrenti storici dei ’90 (Britti, Di Michele, Grandi, Grignani, Masini, Nek, Raf) o che hanno accumulato molte partecipazioni negli ultimi anni (Ayane, Zilli e Tatangelo alla sua SETTIMA partecipazione dal 2002). Coruzzi l’avevamo già visto in duetto coi Matia Bazar nel 2012. Sei vengono dai talent: tre Amici, due X Factor, un Ti lascio una canzone, zero The Voice. (Ah, tutti i membri de Il Volo sono già maggiorenni, quindi possiamo tirare avanti fino alle tre di mattina.) E poi ci sono quattro piccole eccezioni: Nesli era dato per certo nel 2013 e poi non è entrato tra i finalisti; Bianca Atzei è stata rimbalzata tre volte e adesso si ritrova big; Lara Fabian, a cui bisogna riconoscere l’effettivo status di artista che vende dischi in patria e non di “prestigiosa artista internazionale prestigiosa solo in Italia”, è la tanto attesa straniera; Biggio & Mandelli ricoprono il ruolo di novelty act. Per essere un festival così attento alle Nuove proposte, il nome più recente nato a Sanremo è Nina Zilli (annata 2010).

Partendo dall’inutile e scontata nozione che il festival perfetto non esisterà mai e che in Italia ci sono 60 milioni di opinioni su come dovrebbe essere, questo è un cast noioso. A Sanremo si parla spesso, e in senso dispregiativo, di “quote”. Eppure le quote sono il modo migliore di costruire un festival rappresentativo della musica italiana. Inserire la quota talent, la quota cantautorale, la quota dialetto, la quota indie e la quota evergreen assicura un festival eterogeneo e quindi più interessante. Questo è un cast che ignora il panorama indipendente italiano, che concepisce il rap solo nella sua accezione più pop e il pop solo nella sua accezione più RTL 102.5. Sono considerazioni incomplete senza avere ascoltato una nota, ma sulla carta è un festival mono-genere in cui è anche difficile sperare nella deriva trash di certe annate televisivamente fantastiche e musicalmente imbarazzanti.

Abbiamo preso in giro Fazio per la sua ossessione per la Qualità, ma nel 2014 e soprattutto nel 2013 aveva messo insieme due gruppi di grandissimo equilibrio. C’erano sì molti veterani del festival, ma anche novità selezionate con cura, perché 14 cantanti è un cast artistico, 20 è pesca a strascico. E quando la novità più grande sono I soliti idioti, c’è un problema.

Le buone modifiche che aveva apportato Fazio sono state annullate da una nuova gestione che sembra solo intenzionata a fare l’esatto opposto per accontentare il popolo – quando il popolo, tutto sommato, la musica degli ultimi due festival l’ha gradita e l’ha perfino comprata.

Il problema degli inediti di X Factor 8

inediti-victoriaGiovedì scorso, Cattelan ha aperto la semifinale di X Factor 8 annunciando che quest’anno gli inediti sono stati scritti dai concorrenti. Ha anche aggiunto che non era quindi più possibile criticare questo aspetto del talent show – come a intendere che finora avevamo solo visto dei cantanti, mentre da adesso in poi, signore e signori, degli artisti veri.

Abbiamo sentito questi sei inediti. Due, a dire il vero, erano già noti perché Lorenzo e Mario li avevano proposti ai provini. I pezzi sono stati ovviamente riarrangiati in modo professionale e resi più radiofonici, ma resta da capire una cosa: se uno tra Lorenzo e Mario dovesse vincere l’edizione, a cosa sarà servito il suo percorso? Non si potrà nemmeno chiamare tale perché il percorso, in teoria, è una serie di tentativi del giudice per trovare la maionchiana collocazione discografica del concorrente (nonché una scusa di Tommassini per divertirsi a cambiare vestiti e acconciature). Se qui era già tutto pronto dall’inizio, se erano cantautori con un prodotto più o meno finito, qual è stata l’utilità di dieci settimane di cover?

E poi c’erano altri quattro inediti di concorrenti che si sono improvvisamente rivelati positivi al virus della cantautoralità. Quindi gli autori (televisivi) hanno dovuto spiegarci questa novità come meglio potevano, costruendoci attorno un po’ di mitologia nel tempo di un RVM. C’è Madh che è “a man in a struggle”, c’è Emma con una storia personale difficile e poi c’è Ilaria, che aveva questa canzone nel cassetto da quando aveva 15 anni. Victoria s’è addirittura premurata di mostrarci il foglio originale col testo. Guardate! L’ha scritta lei! In inglese! (Victoria è madrelingua, ci dobbiamo fidare.) (Quindi in realtà è Adele che ha plagiato Ilaria?)

Possiamo crederci o fare i complottisti, ma il punto è un altro: gli inediti potevano essere migliori. Se li hanno scritti i concorrenti, si sente l’inesperienza; se no, avrebbero meritato ghostwriter migliori.

All’X Factor britannico, l’inedito non esiste. C’è la cosiddetta winner’s song, che è una cover abbastanza prevedibile di una grande ballata. È l’unica canzone che va in commercio dopo la finale perché Simon Cowell preferisce un numero uno a cinque o sei singoli sparpagliati nella top 40. La winner’s song non ha nulla a che vedere con la direzione artistica che prenderà il cantante: è un’eccezione studiata per sbancare sul mercato natalizio degli ascoltatori occasionali. Dopo X Factor, il vincitore e i più fortunati finiscono in development e tornano, con calma, sei mesi dopo, trasformati in un prodotto discografico vero. Non è una scienza esatta, ma ha più possibilità di funzionare rispetto a questo strano metodo di X Factor Italia, che non nega un inedito a nessuno e costringe a scrivere e incidere un pezzo in una settimana (e girare un brutto videoclip quella successiva).

Non si capisce perché X Factor quest’anno abbia deciso di difendersi da critiche inesistenti, sottolineando l’importanza della firma di una canzone. Altri concorrenti, in passato, hanno scritto i loro inediti senza tanta pubblicità (è una cosa che fanno perfino ad Amici da chissà quante edizioni) e non hanno avuto più o meno successo degli interpreti-e-basta. X Factor è un concorso per interpreti: non è una scuola, non è un posto dove si scelgono i cantanti al buio facendo girare una poltrona, non è Must Be the Music, il talent di Sky UK che cercava solo artisti “veri” (e ha chiuso dopo il flop micidiale di una sola edizione). Se Elisa, Ferro, Pezzali o Ramazzotti non avevano nessun demo da passare, trasformare tutti i concorrenti in cantautori non ha arginato il problema: ci ha solo dato canzoni meno belle. E chi se ne frega di chi le ha scritte.

 

L’album è morto?

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Una recente dichiarazione di George Ergatoudis ha aperto un dibattito sullo stato di salute del formato dell’album nell’industria discografica contemporanea. Secondo il responsabile musicale di Radio 1, le playlist sostituiranno l’LP come metodo di fruizione perché presto gli ascoltatori preferiranno l’abbonamento ai servizi di streaming all’acquisto tradizionale. The Music Industry Blog aggiunge dati che supportano in parte la tesi di Ergatoudis: negli anni ’50 e ’60, il singolo era il formato principe ed è stato lentamente sostituito dall’album nel corso dei decenni seguenti, fino alla popolarizzazione del CD nei ’90. I 74 minuti ininterrotti a disposizione dell’artista hanno creato il formato che conosciamo oggi e che starebbe tornando in crisi col declino del settore.

Dando un’occhiata alle classifiche del Regno Unito, emergono tendenze interessanti: sempre più spesso, alla numero uno dei singoli, troviamo produttori dance esordienti che nessuno saprebbe riconoscere per strada. Il modello di Calvin Harris, di Example e poi dei Disclosure ha reso possibile il successo virale e istantaneo di tanti artisti che spesso sono poco più di un logo e che si appoggiano a vocalist a loro volta in attesa del successo solista. È il caso, solo nel 2014, di Route 94, DVBBS & Borgeous, Duke Dumont, Sigma, Mr Probz, SecondCity, Oliver Heldens: numeri uno che quasi sempre abbandonano la vetta dopo una settimana e che difficilmente diventeranno inni da ricordare. Gli one-hit wonder sono sempre esistiti, così come gli album artist e i single artist, ma la distinzione tra le due categorie potrebbe diventare ancora più marcata.
Tinie Tempah è stato il primo a fare eco a Ergatoudis, dicendo che in futuro potrebbe decidere di abbandonare il formato dell’album e fare solo playlist. Ma Tinie Tempah ha dimenticato di notare che lui non è mai diventato un album artist, e che se il suo ultimo lavoro ha venduto meno delle aspettative, la colpa non è certo del formato in sé.

thexxCi sono molti artisti che, per loro natura, potrebbero già evitare il fastidio dell’album (per non parlare del CD). Skrillex vive di visualizzazioni su YouTube e live; i Disclosure e i loro nuovi eredi sono già compilation viventi; rapper di alto profilo come Eminem e Jay-Z, pur godendo di ottime vendite, si fanno ormai notare solo tramite mega-collaborazioni con popstar, e i fan che vogliono i loro deep cuts potrebbero fruirne in maniera diversa; la schizofrenica Rihanna esiste solo nel formato del singolo (Talk That Talk era già una scusa per “We Found Love”, non viceversa); Britney Spears non aveva certo bisogno di dieci tracce nuove, perlopiù mediocri, per sostenere la sua residency a Las Vegas; Robyn l’ultima volta ha tirato fuori tre EP colossali in un anno e nessuno ha protestato.
Non è nemmeno una questione generazionale: Justin Bieber ha provato a fare uscire una serie di singoli al ritmo di uno alla settimana per due mesi e ha toppato, mentre gli One Direction restano saggiamente ben ancorati all’album cycle (il VP of strategy della Sony, Fred Bolza, rivela che si sono ispirati a marchi come Abercrombie & Fitch e Jack Wills, concependo le campagne promozionali degli 1D come fossero collezioni stagionali di moda).
Ci sono poi artisti più concettuali (o che semplicemente amano darsi un tono) per i quali l’album è ancora un rischio necessario nonché il mezzo di espressione più adeguato: Daft Punk, Lana Del Rey, Lady Gaga e Kanye West appartengono a questa categoria. Per Beyoncé, l’album è perfino riduttivo, e se il suo prossimo lavoro fosse un boxset di dieci DVD o un hard drive da un terabyte, non ci stupiremmo.
Infine, ci sono album che mandano avanti il mercato perché costituiscono il raro acquisto dell’ascoltatore occasionale. Sono la scelta middle-of-the-road per eccellenza; sono il regalo di Natale, di compleanno, della festa della mamma. Adele, Coldplay, Ed Sheeran, Emeli Sandé e il recente debutto di Sam Smith finiscono in questo gruppo.

ed-sheeran-xCi vorrà del tempo per ribaltare il modello e lo si deduce osservando le strategie adottate da molti esordienti per i quali l’album arriva solo dopo una lunga serie di EP, mixtape e collaborazioni. Se una volta l’album era il biglietto da visita di un nuovo artista, oggi è un punto d’arrivo che richiede molti mesi, se non addirittura anni, di preparazione. E mentre vediamo la potenza dei talent affievolirsi insieme all’attenzione del pubblico, l’LP sarà una meta per i pochi nomi in cima alla lista delle priorità delle case discografiche. I risultati potrebbero essere album di maggiore qualità e confezionati con grande cura oppure prodotti che, dovendo rappresentare investimenti sicuri, oseranno e sperimenteranno di meno. Ma l’album, per l’artista che sa sfruttare le potenzialità del formato, continuerà a esistere. E prima di annunciarne la morte, forse bisognerebbe preoccuparsi di incidere e pubblicare 74 minuti di musica convincente, perché il pubblico non ha più pazienza né soldi da spendere per album di 16 tracce con tre pezzi forti e 13 filler. Proprio come – toh, che combinazione – l’ultimo di Tinie Tempah.

Dieci proposte per un nome collettivo dei fan dei Modà

C’è l’Esercito di Marco Mengoni e la Big Family di Alessandra Amoroso, ci sono le Bestie (già Marroncini) di Emma e i Gianni di Fedez, ma qual è il nome collettivo dei fan dei Modà? In un’era in cui le fanbase si uniscono in plotoni compatti in adorazione e in difesa dei loro idoli, il gruppo italiano più popolare ha bisogno di un nome ufficiale per i suoi seguaci. Ecco dieci proposte suggerite dal popolo della rete. Kekko, pensaci.

MODELLI
"Modelli", per quanto lusinghiero, entra in contrasto con l'immaginario turbo-nazionalpopolare dei Modà (nonché con i Modà stessi).
Voto:
kekko

MODESTI
Questa è un'ottima proposta. È forse poco in linea con la personalità del cantante del gruppo, ma nell'accezione di "privo di lusso, di sfarzo, di grandiosità" si avvicina al motto very normal people della radio che è tanto familiare ai quei fan. Da considerare anche la variante "Modici".
Voto:
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MODERNI
Non scherziamo: questo marchio è già preso da un'altra nota band italiana. (A quando i Moderni a San Siro, eh?)
Voto:
kekko

KEKKOS
La centralità del ruolo di Kekko è nota, e "Kekkos" (o "Kekko's") potrebbe essere già adesso il nome non ufficiale del gruppo. Tuttavia, un vero fan deve amare tutti e cinque (o sei) (quanti sono?).
Voto:
kekko

KEKKAZZOSCRIVI
Potrebbe valere come legittima domanda da parte di un incredulo ascoltatore casuale o come esortazione da parte di chi esige sempre nuovi brani dal suo idolo ("Kekkazzo, scrivi!"). Questa ambiguità la rende una proposta versatile e pratica.
Voto:
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MADÒ
Molti considerano i Modà una religione, ma potranno rivelarsi così iconoclasti nei confronti di quell'altra religione?
Voto:
kekko

MODANNATI
Qui siamo a un livello molto (troppo?) alto. "Modannati" rende bene l'idea della devozione, ma anche della consapevolezza di avere sviluppato una tragica e autodistruttiva dipendenza in ambito musicale.
Voto:
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MODÀIOLI
Un gioco di parole accessibile a tutti: semplice, deciso, efficace. Funziona bene sulla carta ma, se pronunciato ad alta voce, è spiacevole al suono proprio come i Modà. Promosso.
Voto:
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SCEMI
È statisticamente probabile che tra i tanti fan dei Modà vi siano anche degli scemi. Tuttavia, non possiamo procedere per sineddoche e discriminare i fan intelligenti dei Modà che, si presume, esistano e vivano nell'ombra.
Voto:
kekko

SORDI
Ok, doveva succedere.
Voto:
kekko