#MetaMoro: come vola via una bolla

di Federico Pucci 

Alla fine Claudio Baglioni è riuscito davvero a mettere la musica al centro del Festival di Sanremo. A tenere banco, infatti, è stata la storia che ha coinvolto “Non mi avete fatto niente”, il brano portato in gara da Ermal Meta e Fabrizio Moro. La sapete già fino alla nausea: nessuno pronuncerà qui la parola con la P, e per riprendere le tappe di questa storia partita da uno scoop di Giulio Pasqui su AltroSpettacolo rimando a un mio thread su Twitter.

La canzone, alla fine, è stata riammessa nella competizione dopo una sospensione durata un giorno. A seguito di un’analisi tecnica – compiuta non si sa esattamente da chi: il comunicato non menziona né la Commissione Musicale che ha assistito Baglioni nello scegliere i brani, né il Comitato di Controllo del Festival – la Rai ha spiegato che il requisito di novità della canzone non veniva meno: “[…] i due brani hanno stesure, durata, testi e melodie diverse – dice la nota – Inoltre nel brano “Non mi avete fatto niente” la somma degli stralci utilizzati non supera i 1’03” secondi su una durata totale del brano stesso di 3’24” e pertanto è inferiore al terzo dell’intero brano”.

Così, nella puntata di ieri i due cantautori sono tornati a esibirsi, di nuovo favoriti in una competizione non facile. La questione, insomma, è chiusa. Però stamani, su Repubblica, il maestro Vince Tempera mi ha fatto pensare di nuovo alla storia. “Gli altri concorrenti cosa dicono? Nessuno ha ancora reagito? Contro una decisione di questo tipo chi ricorre ha ottime probabilità di vincere”, dice, mentre spiega il pericolo di una decisione come quella presa dalla Rai. “Così ogni anno chiunque può presentarsi rifacendo pezzi già editi”.

E allora mi è venuto da ricontrollare quei conti, usando la versione in studio per comodità: davvero la somma degli stralci utilizzati è inferiore a un terzo del brano? E un terzo misura cosa: la durata? Il numero di parole e note riciclate?

Cominciamo dal tempo: su un totale 208 secondi, stando molto stretti con il cronometro, i ritornelli (le parti evidentemente riadattate a partire da “Silenzio”) occupano circa 80 secondi, ai quali bisogna aggiungere i 6 secondi finali dove Fabrizio Moro intona le stesse parole e lo stesso inciso melodico che Ambra Calvani cantava in un’altra sezione della canzone: “Sono consapevole che tutto più non torna, la felicità volava come vola via una bolla” (un segmento che raramente è stato preso in considerazione). Siamo insomma sicuramente sopra gli 80 secondi. Ottanta per tre fa duecentoquaranta secondi: la somma degli stralci riutilizzati arriva ben oltre i 63 secondi citati dalla Rai, che non si capisce bene come abbia fatto i conti, probabilmente con lo stesso orologio con il quale annuciarono il Capodanno 2016 con più di un minuto di anticipo!

Ma il regolamento di Sanremo parla anche solo di “parte musicale” o “testo letterario”, in merito all’originalità di una canzone: bene, le liriche di “Non mi avete fatto niente” rispettano la regola del terzo? No. Usando i capoversi del testo per come è riportato dal sito di TV Sorrisi e Canzoni si contano 30 versi su 67 riciclati, cioè poco meno della metà. Ma se non ci fidiamo dei capoversi, c’è sempre il conteggio delle parole: su 381 parole cantate con intensità, 156 sono prese in prestito dalla canzone “Silenzio”. Molte più di un terzo, insomma.

Ok, ma melodia e parole non sono tutto: per caso “Non mi avete fatto niente” ricalca in qualche altro modo la sua canzone genitrice? A mio parere, sì. Basta guardare le dinamiche dell’arrangiamento, cioè l’equilibrio tra i volumi, tra gli strumenti usati o meno, tra le intenzioni, che si misura accostando la prima e la seconda parte delle due canzoni. Entrambe le canzoni partono con strofa + ritornello senza base ritmica e proseguono con strofa + ritornello ritmato, secondo un pattern che tiene il tempo in quarti con la cassa in levare e il rullante in battere (è quello stile che ad alcuni sembra patchanka, ad altri Mumford & Sons). In termini di linee generali dell’arrangiamento musicale, di veramente originale c’è il bridge, con la voce sospesa su poche note di accompagnamento: il bridge dura 11 di 208 secondi.

Certo, anche la melodia delle strofe è un altro elemento completamente originale: pure Meta e Moro, come Calvani e De Pascali, cantano frasi che si protraggono lungo diverse battute, come fossero lunghi pensieri enunciati in un solo respiro, ma l’andamento ritmico di “Non mi avete fatto niente” è scandito in modo peculiare, con successioni di sedicesimi che si fermano e ripartono. Tuttavia, la gabbia armonica in cui si muovono queste note è la stessa, perché in entrambi i casi la progressione di accordi ruota intorno alle tonalità relative (un espediente comunissimo, peraltro, nel pop): nel caso di “Non mi avete fatto niente” si tratta di Mi diesis minore e Sol diesis maggiore; nel caso di “Silenzio” sono Sol minore e Si bemolle maggiore.

Allora, mentre i due cantautori si accingono a uscire trionfatori del Festival (se non nella gara, nel cuore del pubblico: il loro brano è popolarissimo, anche lontano dalla Sala Stampa di Sanremo) ripensiamo alle parole del maestro Tempera. Ha senso lasciare aperti questi spiragli di dubbio e interpretazione arbitraria in un concorso che per tradizione ha come unica regola la “novità” della canzone? Vero, i tempi cambiano, fino al 2013 anche la Recording Academy (quella dei Grammy) non ha voluto riconoscere premi per la miglior canzone dell’anno a brani che contenessero interpolazioni o campionamenti, regola assente solo per la categoria del rap e dell’hip-hop. Ma nessuno ha chiesto a Kanye West di presentarsi all’Ariston, e le regole che valgono per la musica in generale non sempre si applicano alla kermesse, nemmeno quando la musica è “al centro”.

 

Infografica: i talent al Festival di Sanremo

Alla 65esima edizione del Festival di Sanremo parteciperanno nove ex concorrenti di talent show (sei nei Big e tre nelle Nuove proposte). È il numero più alto di sempre, quindi vediamo come ci siamo arrivati. Sembra un grafico “Democratici contro Repubblicani” e invece è la storia sanremese dei talenti di Amici e X Factor (con qualche intruso).
*Accanto ai nomi ci sono i piazzamenti in classifica;
F/NF = Finalista/Non finalista; NP = Nuove proposte

sanremo-Talent4

Le prime furono le Lollipop da Popstars nel 2002, seguite da Maria Pia Pizzolla & Superzoo (la cantante aveva partecipato ad Amici, ma per accedere ai Giovani dovette comunque passare le selezioni di un altro talent ideato da Baudo: Destinazione Sanremo). Prima della vittoria di Marco Carta nel 2009, altri due ex concorrenti di Amici andarono all’Ariston nel 2007: Piero Napolano e Pietro Romitelli, insieme come Pquadro.
Per quel che riguarda gli altri talent: Linda veniva da PopstarsAlessandro Casillo da Io canto, Irene Ghiotto e Chanty da Star Academy, Veronica De Simone da The Voice, Il Volo da Ti lascio una canzone. Emma ha anche partecipato alla seconda edizione di Popstars (vincendola), Moreno a MTV Spit e Giovanni Caccamo (quest’anno nelle Nuove proposte) provò a entrare a X Factor 4 col nome di Joe, ma venne eliminato al televoto perdendo l’accesso alla squadra della Maionchi.

 

Infografica: i concorrenti del Festival di Sanremo 2015 in numeri

Tre grafici sui concorrenti della 65esima edizione del Festival di Sanremo. Nell’ordine: le loro partecipazioni ai Festival precedenti, le vendite dei loro dischi dal 2010 e i loro numeri sui social.

Partecipazioni-Sanremo1

Sui 20 concorrenti del 2015, 12 hanno già partecipato in edizioni precedenti. Il primo fu Raf nell’88. Marco Masini e Anna Tatangelo sono quelli che hanno accumulato il maggior numero di presenze (6). Marco Masini è l’unico ad avere già vinto un Festival, nel 2004 con “L’uomo volante”. Tuttavia Raf è tra gli autori di “Si può dare di più” di Morandi, Ruggeri e Tozzi, che vinse nell’87.
8 cantanti hanno esordito nella sezione Nuove proposte: Alex Britti ha vinto in quella categoria nel ’99 con “Oggi sono io”, Anna Tatangelo nel 2002 con “Doppiamente fragili”.
2 cantanti hanno già partecipato allo Eurovision Song Contest: Raf (in coppia con Umberto Tozzi) si classificò terzo con “Gente di mare” nell’87; Nina Zilli si classificò nona con “L’amore è femmina (Out of Love)” nel 2012.

Vendite-Sanremo

Moreno è il concorrente che ha venduto più copie negli ultimi cinque anni. È anche quello ad avere l’album di maggiore successo: i suoi 3 dischi di platino sono tutti per Stecca del 2013. Gli unici altri artisti ad avere un album multiplatino sono i Dear Jack (2 per Domani è un altro film del 2014).
Malika Ayane ha accumulato 5 dischi di platino per altrettante canzoni, ma Chiara e Lorenzo Fragola sono gli unici ad avere inciso una canzone multiplatino (rispettivamente “Due respiri” del 2012 e “The Reason Why” del 2014). Entrambi raggiunsero il traguardo in meno di due mesi dopo la vittoria a X Factor.
Tra le certificazioni, figurano alcuni brani delle passate edizioni: tutti i brani portati a Sanremo da Malika Ayane sono diventati disco di platino: “Come foglie” (2009), “Ricomincio da qui” (2010), “E se poi” (2013); Nina Zilli ha un platino per “Per sempre” (2012) e un oro per “L’uomo che amava le donne” (2010); Irene Grandi un oro per “La cometa di Halley” (2010); Alex Britti un oro per “Oggi sono io” (1999).
“Oggi sono io” di Alex Britti (1999) e “La paura che ho di perderti” di Bianca Atzei (2013) sono diventati disco d’oro nell’ultima settimana del 2014.
Inoltre, Nek ha guadagnato un disco platino con la sua apparizione nel singolo di L’aura “Eclissi del cuore” (2011); Chiara è apparsa nel singolo di Mika “Stardust” (2012), che è recentemente arrivato al quarto disco di platino.
*I dati delle certificazioni FIMI sono disponibili solo a partire dal 2010. Secondo alcune stime non ufficiali, Britti, Grandi, Grignani, Masini, Nek e Raf nel corso delle loro carriere avrebbero venduto oltre 5 milioni di album.

Sanremo-Social

La concorrente più amata sui social è Anna Tatangelo, con più di 870mila fan su Facebook e 383mila follower su Twitter. È anche la più seguita in assoluto su Twitter, ma è superata su Facebook da Nesli, con oltre 937mila fan.
*I numeri degli account di Grazia Di Michele e Platinette sono stati sommati; per Biggio e Mandelli sono state usate la pagina Twitter di Mandelli e la pagina Facebook de I soliti idioti. Dati raccolti a fine gennaio 2015.

Leggere le classifiche di iTunes

Li fanno tutti. Basta seguire l’account di un musicista con un disco in uscita e li vedrete: gli screenshot delle classifiche di iTunes. Dalle popstar globali ai rapper di periferia, chiunque abbia qualcosa da venderti sul negozio musicale di Apple è ansioso di immortalare la posizione raggiunta dal suo prodotto. A volte non è nemmeno l’artista a dover premere ⌘+⇧+4: ci pensano i fan ed è sufficiente ritwittarli.

E che c’è di male, in fondo stanno celebrando un successo e ne forniscono le prove – chiare e in versione png. Perché non dovrebbero farlo? La risposta breve è: perché nessuno sa come funzioni la classifica di iTunes tranne iTunes.

Cercate una pagina in cui Apple spieghi la metodologia: non la troverete. C’è invece un sito non autorizzato che archivia le classifiche di iTunes, ma i suoi gestori, nella pagina delle FAQ, ammettono di non conoscere i criteri con cui vengono stilate. Per comodità, hanno scelto di pubblicare le top 100 nazionali come appaiono ogni sera alle 22.00, ricordando che gli update giornalieri – e nessuno sa quando e ogni quanto avvengano – non saranno inclusi.

Finora non è stata prodotta molta letteratura sulla classifica di iTunes, ma possiamo cercare indizi in quella (altrettanto segreta) delle applicazioni. Proprio la settimana scorsa un data scientist ha pubblicato i risultati di uno studio nato dall’osservazione dell’App Store per quasi un anno. Ha notato fenomeni curiosi.

Apple usa un algoritmo [che] è a tutti gli effetti una scatola nera. Non sappiamo come funzioni esattamente, ma molti sono giunti alla conclusione che il fattore dominante nel determinare il piazzamento in classifica è il numero di download in un breve periodo.

Qualcuno ha capito come trarne vantaggio e alcune aziende di marketing offrono servizi di boosting per fare salire il ranking delle applicazioni. Tutto sommato, non è molto diverso dall’usare la SEO per promuovere un sito o piazzare un hashtag sponsorizzato in cima ai trending topic. E per un’app, entrare in classifica è la migliore pubblicità (nonché l’unica che conti davvero, in un mercato saturo di iconcine intercambiabili).

È probabile che le classifiche musicali usino un algoritmo simile. Lasciando da parte i complotti, se un artista con un discreto numero di follower posta il link di un album appena pubblicato o disponibile in pre-order, ci sarà un boost proporzionale. Di nuovo, nulla di male, se non fosse che la variazione lo porterebbe a superare altri album che stanno vendendo di più ma stabilmente. E a questo si aggiunge il problema di non sapere a quale arco di tempo faccia riferimento la classifica che stiamo leggendo, che non è né real-time né cumulativa. Troppo tardi: l’artista e i suoi fan hanno già twittato lo screenshot e la casa discografica ha mandato un trionfante comunicato stampa. Poi, qualche giorno dopo, arriva la classifica vera (quella di Billboard, della BPI, della FIMI…) e il successo di molti artisti va ridimensionato perché – e almeno di questo ne siamo certi – siamo di fronte alle vendite di una settimana intera.

(Qui bisognerebbe aprire una parentesi sulla FIMI che, oltre a circa 3.500 punti vendita, tiene conto dei negozi digitali, ma quanti e quali non si sa. A contrario delle classifiche britanniche, non abbiamo dati precisi: ci forniscono dei numeri solo quando un album/singolo raggiunge il disco d’oro/platino/diamante. Ci dobbiamo fidare, ma almeno ne conosciamo la metodologia e sappiamo che arriva ogni giovedì.)

Se la classifica dell’App Store è stata osservata con più attenzione e contestata con più fervore è forse solo perché chi si occupa di applicazioni ha più dimestichezza con gli algoritmi rispetto a chi vende o incide musica. O forse perché Apple ha inventato un sistema perfetto per l’industria discografica: tutti possono ambire alla top 10 con qualche accorgimento, che è più una vetrina che una classifica. Tuttavia, da consumatori o addetti ai lavori, smettiamo di trattare la classifica di iTunes come un parametro affidabile.

Sui Big di Sanremo 2015

festival2015Domenica, durante L’arena di Giletti, Carlo Conti ha presentato i 20 Big in gara al Festival di Sanremo 2015. Innanzitutto, le buone notizie: la lista non contiene i residui di Tale e quale show che ci si poteva aspettare (anche se Scanu meritava la riabilitazione). Sono tutti nomi noti (e Bianca Atzei) e sono nomi che hanno ancora una dignità artistica o che, nel peggiore dei casi, hanno comunque senso di esistere nel 2014/5 (e Bianca Atzei).

Tuttavia, è una lista con poche novità, divisa tra concorrenti storici dei ’90 (Britti, Di Michele, Grandi, Grignani, Masini, Nek, Raf) o che hanno accumulato molte partecipazioni negli ultimi anni (Ayane, Zilli e Tatangelo alla sua SETTIMA partecipazione dal 2002). Coruzzi l’avevamo già visto in duetto coi Matia Bazar nel 2012. Sei vengono dai talent: tre Amici, due X Factor, un Ti lascio una canzone, zero The Voice. (Ah, tutti i membri de Il Volo sono già maggiorenni, quindi possiamo tirare avanti fino alle tre di mattina.) E poi ci sono quattro piccole eccezioni: Nesli era dato per certo nel 2013 e poi non è entrato tra i finalisti; Bianca Atzei è stata rimbalzata tre volte e adesso si ritrova big; Lara Fabian, a cui bisogna riconoscere l’effettivo status di artista che vende dischi in patria e non di “prestigiosa artista internazionale prestigiosa solo in Italia”, è la tanto attesa straniera; Biggio & Mandelli ricoprono il ruolo di novelty act. Per essere un festival così attento alle Nuove proposte, il nome più recente nato a Sanremo è Nina Zilli (annata 2010).

Partendo dall’inutile e scontata nozione che il festival perfetto non esisterà mai e che in Italia ci sono 60 milioni di opinioni su come dovrebbe essere, questo è un cast noioso. A Sanremo si parla spesso, e in senso dispregiativo, di “quote”. Eppure le quote sono il modo migliore di costruire un festival rappresentativo della musica italiana. Inserire la quota talent, la quota cantautorale, la quota dialetto, la quota indie e la quota evergreen assicura un festival eterogeneo e quindi più interessante. Questo è un cast che ignora il panorama indipendente italiano, che concepisce il rap solo nella sua accezione più pop e il pop solo nella sua accezione più RTL 102.5. Sono considerazioni incomplete senza avere ascoltato una nota, ma sulla carta è un festival mono-genere in cui è anche difficile sperare nella deriva trash di certe annate televisivamente fantastiche e musicalmente imbarazzanti.

Abbiamo preso in giro Fazio per la sua ossessione per la Qualità, ma nel 2014 e soprattutto nel 2013 aveva messo insieme due gruppi di grandissimo equilibrio. C’erano sì molti veterani del festival, ma anche novità selezionate con cura, perché 14 cantanti è un cast artistico, 20 è pesca a strascico. E quando la novità più grande sono I soliti idioti, c’è un problema.

Le buone modifiche che aveva apportato Fazio sono state annullate da una nuova gestione che sembra solo intenzionata a fare l’esatto opposto per accontentare il popolo – quando il popolo, tutto sommato, la musica degli ultimi due festival l’ha gradita e l’ha perfino comprata.

Il problema degli inediti di X Factor 8

inediti-victoriaGiovedì scorso, Cattelan ha aperto la semifinale di X Factor 8 annunciando che quest’anno gli inediti sono stati scritti dai concorrenti. Ha anche aggiunto che non era quindi più possibile criticare questo aspetto del talent show – come a intendere che finora avevamo solo visto dei cantanti, mentre da adesso in poi, signore e signori, degli artisti veri.

Abbiamo sentito questi sei inediti. Due, a dire il vero, erano già noti perché Lorenzo e Mario li avevano proposti ai provini. I pezzi sono stati ovviamente riarrangiati in modo professionale e resi più radiofonici, ma resta da capire una cosa: se uno tra Lorenzo e Mario dovesse vincere l’edizione, a cosa sarà servito il suo percorso? Non si potrà nemmeno chiamare tale perché il percorso, in teoria, è una serie di tentativi del giudice per trovare la maionchiana collocazione discografica del concorrente (nonché una scusa di Tommassini per divertirsi a cambiare vestiti e acconciature). Se qui era già tutto pronto dall’inizio, se erano cantautori con un prodotto più o meno finito, qual è stata l’utilità di dieci settimane di cover?

E poi c’erano altri quattro inediti di concorrenti che si sono improvvisamente rivelati positivi al virus della cantautoralità. Quindi gli autori (televisivi) hanno dovuto spiegarci questa novità come meglio potevano, costruendoci attorno un po’ di mitologia nel tempo di un RVM. C’è Madh che è “a man in a struggle”, c’è Emma con una storia personale difficile e poi c’è Ilaria, che aveva questa canzone nel cassetto da quando aveva 15 anni. Victoria s’è addirittura premurata di mostrarci il foglio originale col testo. Guardate! L’ha scritta lei! In inglese!

Possiamo crederci o fare i complottisti, ma il punto è un altro: gli inediti potevano essere migliori. Se li hanno scritti i concorrenti, si sente l’inesperienza; se no, avrebbero meritato ghostwriter migliori.

All’X Factor britannico, l’inedito non esiste. C’è la cosiddetta winner’s song, che è una cover abbastanza prevedibile di una grande ballata. È l’unica canzone che va in commercio dopo la finale perché Simon Cowell preferisce un numero uno a cinque o sei singoli sparpagliati nella top 40. La winner’s song non ha nulla a che vedere con la direzione artistica che prenderà il cantante: è un’eccezione studiata per sbancare sul mercato natalizio degli ascoltatori occasionali. Dopo X Factor, il vincitore e i più fortunati finiscono in development e tornano, con calma, sei mesi dopo, trasformati in un prodotto discografico vero. Non è una scienza esatta, ma ha più possibilità di funzionare rispetto a questo strano metodo di X Factor Italia, che non nega un inedito a nessuno e costringe a scrivere e incidere un pezzo in una settimana (e girare un videoclip di fretta e furia quella successiva).

Non si capisce perché X Factor quest’anno abbia deciso di difendersi da critiche inesistenti, sottolineando l’importanza della firma di una canzone. Altri concorrenti, in passato, hanno scritto i loro inediti senza tanta pubblicità (è una cosa che fanno perfino ad Amici da chissà quante edizioni) e non hanno avuto più o meno successo degli interpreti-e-basta. X Factor è un concorso per interpreti: non è una scuola, non è un posto dove si scelgono i cantanti al buio facendo girare una poltrona, non è Must Be the Music, il talent di Sky UK che cercava solo artisti “veri” (e ha chiuso dopo una sola edizione). Se Elisa, Ferro, Pezzali o Ramazzotti non avevano nessun demo da passare, trasformare tutti i concorrenti in cantautori non ha arginato il problema: ci ha solo dato canzoni meno belle. E chi se ne frega di chi le ha scritte.

 

L’album è morto?

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Una recente dichiarazione di George Ergatoudis ha aperto un dibattito sullo stato di salute del formato dell’album nell’industria discografica contemporanea. Secondo il responsabile musicale di Radio 1, le playlist sostituiranno l’LP come metodo di fruizione perché presto gli ascoltatori preferiranno l’abbonamento ai servizi di streaming all’acquisto tradizionale. The Music Industry Blog aggiunge dati che supportano in parte la tesi di Ergatoudis: negli anni ’50 e ’60, il singolo era il formato principe ed è stato lentamente sostituito dall’album nel corso dei decenni seguenti, fino alla popolarizzazione del CD nei ’90. I 74 minuti ininterrotti a disposizione dell’artista hanno creato il formato che conosciamo oggi e che starebbe tornando in crisi col declino del settore.

Dando un’occhiata alle classifiche del Regno Unito, emergono tendenze interessanti: sempre più spesso, alla numero uno dei singoli, troviamo produttori dance esordienti che nessuno saprebbe riconoscere per strada. Il modello di Calvin Harris, di Example e poi dei Disclosure ha reso possibile il successo virale e istantaneo di tanti artisti che spesso sono poco più di un logo e che si appoggiano a vocalist a loro volta in attesa del successo solista. È il caso, solo nel 2014, di Route 94, DVBBS & Borgeous, Duke Dumont, Sigma, Mr Probz, SecondCity, Oliver Heldens: numeri uno che quasi sempre abbandonano la vetta dopo una settimana e che difficilmente diventeranno inni da ricordare. Gli one-hit wonder sono sempre esistiti, così come gli album artist e i single artist, ma la distinzione tra le due categorie potrebbe diventare ancora più marcata.
Tinie Tempah è stato il primo a fare eco a Ergatoudis, dicendo che in futuro potrebbe decidere di abbandonare il formato dell’album e fare solo playlist. Ma Tinie Tempah ha dimenticato di notare che lui non è mai diventato un album artist, e che se il suo ultimo lavoro ha venduto meno delle aspettative, la colpa non è certo del formato in sé.

thexxCi sono molti artisti che, per loro natura, potrebbero già evitare il fastidio dell’album (per non parlare del CD). Skrillex vive di visualizzazioni su YouTube e live; i Disclosure e i loro nuovi eredi sono già compilation viventi; rapper di alto profilo come Eminem e Jay-Z, pur godendo di ottime vendite, si fanno ormai notare solo tramite mega-collaborazioni con popstar, e i fan che vogliono i loro deep cuts potrebbero fruirne in maniera diversa; la schizofrenica Rihanna esiste solo nel formato del singolo (Talk That Talk era già una scusa per “We Found Love”, non viceversa); Britney Spears non aveva certo bisogno di dieci tracce nuove, perlopiù mediocri, per sostenere la sua residency a Las Vegas; Robyn l’ultima volta ha tirato fuori tre EP colossali in un anno e nessuno ha protestato.
Non è nemmeno una questione generazionale: Justin Bieber ha provato a fare uscire una serie di singoli al ritmo di uno alla settimana per due mesi e ha toppato, mentre gli One Direction restano saggiamente ben ancorati all’album cycle (il VP of strategy della Sony, Fred Bolza, rivela che si sono ispirati a marchi come Abercrombie & Fitch e Jack Wills, concependo le campagne promozionali degli 1D come fossero collezioni stagionali di moda).
Ci sono poi artisti più concettuali (o che semplicemente amano darsi un tono) per i quali l’album è ancora un rischio necessario nonché il mezzo di espressione più adeguato: Daft Punk, Lana Del Rey, Lady Gaga e Kanye West appartengono a questa categoria. Per Beyoncé, l’album è perfino riduttivo, e se il suo prossimo lavoro fosse un boxset di dieci DVD o un hard drive da un terabyte, non ci stupiremmo.
Infine, ci sono album che mandano avanti il mercato perché costituiscono il raro acquisto dell’ascoltatore occasionale. Sono la scelta middle-of-the-road per eccellenza; sono il regalo di Natale, di compleanno, della festa della mamma. Adele, Coldplay, Ed Sheeran, Emeli Sandé e il recente debutto di Sam Smith finiscono in questo gruppo.

ed-sheeran-xCi vorrà del tempo per ribaltare il modello e lo si deduce osservando le strategie adottate da molti esordienti per i quali l’album arriva solo dopo una lunga serie di EP, mixtape e collaborazioni. Se una volta l’album era il biglietto da visita di un nuovo artista, oggi è un punto d’arrivo che richiede molti mesi, se non addirittura anni, di preparazione. E mentre vediamo la potenza dei talent affievolirsi insieme all’attenzione del pubblico, l’LP sarà una meta per i pochi nomi in cima alla lista delle priorità delle case discografiche. I risultati potrebbero essere album di maggiore qualità e confezionati con grande cura oppure prodotti che, dovendo rappresentare investimenti sicuri, oseranno e sperimenteranno di meno. Ma l’album, per l’artista che sa sfruttare le potenzialità del formato, continuerà a esistere. E prima di annunciarne la morte, forse bisognerebbe preoccuparsi di incidere e pubblicare 74 minuti di musica convincente, perché il pubblico non ha più pazienza né soldi da spendere per album di 16 tracce con tre pezzi forti e 13 filler. Proprio come – toh, che combinazione – l’ultimo di Tinie Tempah.

Dieci proposte per un nome collettivo dei fan dei Modà

C’è l’Esercito di Marco Mengoni e la Big Family di Alessandra Amoroso, ci sono le Bestie (già Marroncini) di Emma e i Gianni di Fedez, ma qual è il nome collettivo dei fan dei Modà? In un’era in cui le fanbase si uniscono in plotoni compatti in adorazione e in difesa dei loro idoli, il gruppo italiano più popolare ha bisogno di un nome ufficiale per i suoi seguaci. Ecco alcune proposte suggerite dal popolo della rete. Kekko, pensaci.


MODELLI
"Modelli", per quanto lusinghiero, entra in contrasto con l'immaginario turbo-nazionalpopolare dei Modà.

Voto: kekko

MODESTI
Questa è un'ottima proposta. È forse poco in linea con la personalità del cantante del gruppo, ma nell'accezione di "privo di lusso, di sfarzo, di grandiosità" si avvicina al motto very normal people della radio che è tanto familiare ai quei fan. Da considerare anche la variante "Modici".

Voto: kekkokekkokekko

MODERNI
Non scherziamo: questo marchio è già preso da un'altra nota band italiana. (A quando i Moderni a San Siro, eh?)

Voto: kekko

KEKKOS
La centralità del ruolo di Kekko è nota, e "Kekkos" (o "Kekko's") potrebbe essere già adesso il nome non ufficiale del gruppo. Tuttavia, un vero fan deve amare tutti e cinque (o sei) (quanti sono?).

Voto: kekko

MADÒ
Molti considerano i Modà una religione, ma potranno rivelarsi così iconoclasti?

Voto: kekko

MODANNATI
Qui siamo a un livello molto (troppo?) alto. "Modannati" rende bene l'idea della devozione, ma anche della consapevolezza di avere sviluppato una distruttiva dipendenza in ambito musicale.

Voto: kekkokekko

MODÀIOLI
Un gioco di parole accessibile a tutti: semplice, deciso, efficace. Funziona bene sulla carta e, se pronunciato ad alta voce, è spiacevole al suono. Promosso.

Voto: kekkokekkokekko

Emma alla finale dello Eurovision Song Contest 2014: cosa funziona

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Emma è un’ottima scelta per rappresentare l’Italia allo Eurovision Song Contest. Se lo scopo principale è fare sì che gli italiani tornino a interessarsi dell’evento, Emma e Mengoni erano tra i nomi migliori possibili. È un caso unico all’interno della manifestazione e lo confermano i dati dei social: Emma ha più del doppio dei fan di tutti gli altri concorrenti messi insieme. E sebbene questi numeri non ci dicano chi è il più popolare in assoluto bensì il più popolare nella nazione di provenienza, l’Italia può vantare artisti all’apice della loro carriera e discograficamente rilevanti. In questo senso, l’operazione è più che riuscita.

emma-social

È un peccato notare come Sanremo, negli ultimi due anni, abbia scansato o solo sopportato l’affiliazione con lo ESC (non dimentichiamoci che il format europeo è stato creato a immagine e somiglianza del nostro festival). Tuttavia, l’indipendenza da Sanremo (o da un talent show) aumenta le probabilità di poterci presentare con grossi nomi.

Emma dal vivo è fortissima (e su questo si trovano d’accordo anche tutti i suoi detrattori), ma “La mia città” è un brano difficile. È apprezzabile che sia interamente in italiano perché le canzoni bilingui sono sempre un compromesso fastidioso oltreché poco artistico, e creano uno strano effetto di cerchio/botte. Tuttavia, facendo un ragionamento strategico, “La mia città” non usa parole che lo straniero medio potrebbe riconoscere e subito memorizzare e canticchiare. La presenza di un “amore” nel titolo e nel ritornello, per esempio, faciliterebbe le cose.

Non è vero che l’inglese suona sempre meglio dell’italiano. Per esempio, “tombini invadenti” è meglio di “intrusive manholes” e “amo parcheggiare distratta” è meglio di “I love parking inattentively”. (Traduzioni dal sito ufficiale)

Canzoni di Emma che, sebbene non eleggibili per il 2014 perché incise troppo tempo fa, sarebbero state più adatte per lo Eurovision:
– “Amami”
– “Cercavo amore”
– “Dimentico tutto”
– “L’amore non mi basta”

Canzoni italiane incise nell’ultimo anno che sarebbero state adatte per lo Eurovision:
– “L’anima vola” di Elisa (con questa si vinceva)
– “Liberi o no” di Raphael Gualazzi e Bloody Beetroots (tutti gli elementi al posto giusto: canzone perfetta per l’evento; un interprete abbastanza riconoscibile agli eurofan dopo il suo secondo posto nel 2011 e un personaggio di forte impatto con credibilità internazionale)
– “La mia stanza” di Giorgia
– “Logico #1” di Cesare Cremonini
– “Odiare” di Syria
– “Bagnati dal sole” di Noemi
– “L’amore possiede il bene” di Giusy Ferreri
– “Dimmi che non passa” di Violetta

Un artista allo ESC si gioca tutto in tre minuti di diretta e deve essere subito memorabile. Per essere memorabile, deve essere facile da incasellare e riassumere in poche parole. L’obiettivo si raggiunge in tre modi:
Gimmick (es.: l’Islanda ha i pazzi con le tute colorate, l’Austria ha la drag queen barbuta, la Polonia ha le burraie tettone in costume tradizionale)
Scelte musicali-stilistiche (es.: l’Ungheria ha il pezzo impegnato, i Paesi Bassi sono country, il Belgio ha un tenore da incubo)
Fattori esterni (es.: la Russia, l’Ucraina)
Emma non può contare su nessuno di questi elementi e potrebbe rappresentare uno svantaggio. Per spiegare Emma ai non italiani, si possono tirare in ballo Jessie J per la personalità e Pink per la musica (tuttavia, il pop/rock di stampo anglosassone di Emma al momento trova pochi punti di riferimento internazionali). Spiegarla ai tedeschi è più facile perché hanno già familiarità con Gianna Nannini.

Il videoclip de “La mia città”, in cui molti europei l’hanno vista per la prima volta, disorienta. Per quanto faccia piacere vedere Emma più divertita dal suo ruolo di popstar, è un video che sfida il marchio da promuovere perché racconta una storia diversa dal solito: l’anti-diva è diventata diva eccentrica. Allo stesso modo, la pomposa esibizione di sabato, in cui Emma si presenterà vestita da imperatrice con mantello bianco e foglie d’alloro, non ha un legame immediato né col brano né col personaggio (e nemmeno con la cartolina/ident in cui Emma compone la bandiera italiana con una caprese).

Il piazzamento in classifica di Emma (per ora 17° secondo le agenzie) susciterà sicuramente teorie del complotto tra i suoi fan sui social, come accadde l’anno scorso con Mengoni. I fan potranno dire ciò che vogliono, ma il timore è che vengano assecondati dall’artista. Lo spirito dello Eurovision è tutt’altro, e speriamo che si sappia. emma-tweet

Certo che però fare peggio di San Marino sarebbe doloroso.

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Suor Cristina da The Voice: sister novelty act

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Dev’essere un bel sollievo, per quelli di The Voice, averne azzeccata una. Il programma è stato un successo televisivo negli Stati Uniti e si sta risollevando nel Regno Unito, ma in entrambi i territori non ha ancora prodotto una star internazionale (e se allarghiamo il discorso agli altri 48 paesi che trasmettono il format, peggioriamo solo le statistiche). Ma non è necessariamente colpa di The Voice se americani e inglesi, una volta spento il televisore, “si dimenticano” di comprare gli album: da tempo, American Idol non dà garanzie maggiori (e gli artisti più fortunati sono spesso cantanti country impossibili da esportare), mentre X Factor UK deve fare, prima di tutto, un grande lavoro di manutenzione sugli artisti già lanciati negli ultimi dieci anni su un mercato saturo. Perché non ci sarà posto per i nuovi One Direction finché gli One Direction non mostreranno segni di cedimento, e se mostreranno segni di cedimento, sarà percepito in parte come un fallimento del format e <signora mia> del meccanismo usa-e-getta di questo sporco mondo dello showbiz </signora mia>.

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Quelli di The Voice, dicevamo, ne hanno finalmente azzeccata una – e in Italia, per giunta! Breve riassunto: Cristina Scuccia, una suora di 25 anni, si presenta alle blind auditions cantando “No One” di Alicia Keys, i quattro giudici si voltano, lei sceglie J-Ax, la clip diventa virale. E per virale non s’intende “cinque amici l’hanno messa in bacheca su Facebook” ma: Buzzfeed, HuffPo, Guardian, Mashable, Time, Today Show, un retweet di Whoopi Goldberg e uno di Alicia Keys. Tre giorni dopo, il video è arrivato a 13 milioni di visualizzazioni (quello più visto dell’ultima edizione americana, per intenderci, non ha ancora toccato i tre milioni).

Fattori che possono avere aiutato questo successo: ultimamente non è uscito nessun video musicale controverso o di grande impatto, è finito il SXSW, è finita la stagione dei premi (chissà se anche Suor Cristina conosce i nomi di tutti gli animali e attira i fenicotteri sulle terrazze). Chi si occupa delle pagine di intrattenimento ha accolto la suora canterina sgranando i clic come le perle di un rosario (non vi preoccupate, dopo faccio altre battute a sfondo religioso, forse faranno ridere). E poi, inutile negarlo, il video con le amiche suore che esultano dietro le quinte e J-Ax che piange è irresistibile.

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Il Time chiede: “È la nuova Susan Boyle?”. Non è un paragone azzardato perché era dal 2009 che un talent non sfornava un fenomeno simile, trasformando da un giorno all’altro la gattara scozzese di Britain’s Got Talent in una star internazionale con una commovente storia di riscatto e 20 milioni di copie vendute. J-Ax, The Voice, Rai e soprattutto Universal sono seduti su una miniera d’oro delle stesse proporzioni, ma qui arrivano i problemi. Innanzitutto, per com’è strutturato il programma, non sentiremo cantare Suor Cristina fino alle battles della sesta puntata, presumibilmente in onda il 16 aprile: un’eternità. Se hanno già registrato l’episodio, c’è da sperare che non l’abbiano fatta fuori e che sia passata alla parrocchia di Raffaella Carrà col meccanismo dello steal (un giudice elimina un concorrente, un altro giudice gioca un jolly e lo porta nella sua squadra). Perché, per quanto possa essere folcloristico vedere il rapper tatuato e la suora che cantano “Ohi Maria” (Dio, dacci questo duetto), vuoi mettere un giro promozionale agli UnoMattina di tutto il mondo con accanto la Carrà? Si sa esprimere in inglese e nei paesi ispanofoni è già una divinità di suo: le due sarebbero inarrestabili. Il secondo problema è cosa farle cantare: The Voice prevede un inedito, ma per sostenere l’interesse virale e conquistare il target di riferimento ci vogliono cover azzeccate, duetti di prestigio, e in generale un livello di produzione superiore a quello concesso a Elhaida Dani. E infine, serve il coinvolgimento del Papa. Non una telefonata, ché all’estero mica lo sanno quanto Bergoglio ami alzare la cornetta per salutare gli sconosciuti: ci vuole un endorsement serio via Twitter e una foto insieme.

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Con le mosse giuste, sì, Suor Cristina potrebbe diventare la nuova Susan Boyle, che però aveva alle spalle un uomo molto più potente del Papa: Simon Cowell. Nel 2009, il discografico inglese era in stato di grazia: ancora ringalluzzito dai risultati planetari di Leona Lewis, non esitò a mungere la sua nuova mucca fino a farla impazzire (non è un’esagerazione). Suor Cristina, per fortuna, sembra una donna equilibrata e abituata al contatto con le persone, ma riuscirà a sostenere certi ritmi solo con l’energia di Cristo? È un successo già sproporzionato rispetto al suo contenitore, e anche il novelty act più clamoroso, se gestito non come una proposta discografica seria ma, appunto, come un novelty act, rischia di fare una brutta fine: un’ospitata, ogni anno, a Natale in Vaticano.

Il Signore dà, il Signore toglie. E il Signore, per il momento, basta che risollevi quel 9% di share per farci credere nei miracoli.

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Lady Gaga, nella sua testa e nella realtà

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, rispondendo a una domanda sulle vendite di ARTPOP durante il suo keynote al SXSW, sbotta: “What the fuck-all I have to do with Katy Perry?”. Perché è vero che lei è molto più vicina ai suoi numi tutelari David Bowie e Freddie Mercury o, per fare un nome più recente che come lei scosse e sconvolse il mainstream, Marilyn Manson. Nella sua testa, Gaga non ha nulla in comune con le tante interpreti che si limitano a dedicare mezz’ora del loro tempo per cantare su basi precotte di produttori scandinavi. E, sempre nella sua testa, Gaga sta ancora facendo del suo meglio, sta incidendo musica interessante, sta salvando ragazzini sull’orlo del suicidio, sta diffondendo l’arte ogni volta che esce di casa. Ma nella realtà, Gaga è una donna americana bianca nata a metà degli anni ’80 che fa canzoni pop come Katy Perry. Le due si scontrano nelle stesse classifiche, sono presenti sulle stesse piattaforme che conteggiano visualizzazioni e stream, ambiscono a entrare in rotazione sulle stesse radio e, quando il montatore di StudioAperto cercherà il sottofondo adatto al servizio di costume, dovrà scegliere tra “Roar” e “Applause”. E poi ci sono i fan, che fomentano gli scontri, usano numeri a caso per dimostrare la vittoria di una o dell’altra e sono convinti di avere un peso quando, invece, queste battaglie si giocano soprattutto sugli ascoltatori occasionali. Cos’ha quindi in comune Lady Gaga con Katy Perry? Per il 99% della popolazione, tutto.

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, in un’esibizione di pochi giorni fa sempre ad Austin, urla: “Fuck pop music, this is artpop”. Perché è in sella a un toro meccanico che ha una tastiera all’estremità e la sta letteralmente suonando coi piedi, ed è ancora zuppa del liquido verde fosforescente che un’artista le ha vomitato addosso. Nella sua testa, è un’installazione vivente contro lo stupro. Nella realtà, ha solo servito su un piatto d’argento qualche battuta per Twitter e ha fatto incazzare Demi Lovato e le persone bulimiche.

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando dice che non ha voglia di suonare “Applause” al SXSW. Nella sua testa, è una canzone che non c’entra niente con uno spettacolo preparato apposta per un contesto diverso dal solito e in scaletta proprio non ci dovrebbe stare. Nella realtà, c’è una marca di patatine che ha speso due milioni e mezzo di dollari per averla e un executive che dichiara a Billboard che, per quella cifra, sperava almeno di sentire “Alejandro”.

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, sempre nel keynote/intervista d’ursiana suggerisce ai giovani musicisti di non cercare “una cazzo di casa discografica” perché non ne hanno bisogno. Nella sua testa, si sta ribellando a un sistema che fa fatica a comprenderla e spera che ogni sfigato con una chitarra e una collezione di parrucche possa esprimersi in libertà senza diventare schiavo delle classifiche su iTunes. Nella realtà, qualcuno della Interscope dovrebbe dirle che il prossimo album allora potrebbe farselo da indipendente, e poi vediamo se riesce a permettersi di fare mostre al Louvre, fabbricare vestiti volanti e suonare nello spazio. Perché anche se, nella migliore delle ipotesi, Lady Gaga un giorno potesse ambire a un modello à la In Rainbows, sarebbe comunque grazie allo status raggiunto col sostegno di una casa discografica che per anni ha incoraggiato e poi tollerato le sue stranezze. Finché le stranezze hanno sotterrato la musica.