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L’album è morto?

justice

Una recente dichiarazione di George Ergatoudis ha aperto un dibattito sullo stato di salute del formato dell’album nell’industria discografica contemporanea. Secondo il responsabile musicale di Radio 1, le playlist sostituiranno l’LP come metodo di fruizione perché presto gli ascoltatori preferiranno l’abbonamento ai servizi di streaming all’acquisto tradizionale. The Music Industry Blog aggiunge dati che supportano in parte la tesi di Ergatoudis: negli anni ’50 e ’60, il singolo era il formato principe ed è stato lentamente sostituito dall’album nel corso dei decenni seguenti, fino alla popolarizzazione del CD nei ’90. I 74 minuti ininterrotti a disposizione dell’artista hanno creato il formato che conosciamo oggi e che starebbe tornando in crisi col declino del settore.

Dando un’occhiata alle classifiche del Regno Unito, emergono tendenze interessanti: sempre più spesso, alla numero uno dei singoli, troviamo produttori dance esordienti che nessuno saprebbe riconoscere per strada. Il modello di Calvin Harris, di Example e poi dei Disclosure ha reso possibile il successo virale e istantaneo di tanti artisti che spesso sono poco più di un logo e che si appoggiano a vocalist a loro volta in attesa del successo solista. È il caso, solo nel 2014, di Route 94, DVBBS & Borgeous, Duke Dumont, Sigma, Mr Probz, SecondCity, Oliver Heldens: numeri uno che quasi sempre abbandonano la vetta dopo una settimana e che difficilmente diventeranno inni da ricordare. Gli one-hit wonder sono sempre esistiti, così come gli album artist e i single artist, ma la distinzione tra le due categorie potrebbe diventare ancora più marcata.
Tinie Tempah è stato il primo a fare eco a Ergatoudis, dicendo che in futuro potrebbe decidere di abbandonare il formato dell’album e fare solo playlist. Ma Tinie Tempah ha dimenticato di notare che lui non è mai diventato un album artist, e che se il suo ultimo lavoro ha venduto meno delle aspettative, la colpa non è certo del formato in sé.

thexxCi sono molti artisti che, per loro natura, potrebbero già evitare il fastidio dell’album (per non parlare del CD). Skrillex vive di visualizzazioni su YouTube e live; i Disclosure e i loro nuovi eredi sono già compilation viventi; rapper di alto profilo come Eminem e Jay-Z, pur godendo di ottime vendite, si fanno ormai notare solo tramite mega-collaborazioni con popstar, e i fan che vogliono i loro deep cuts potrebbero fruirne in maniera diversa; la schizofrenica Rihanna esiste solo nel formato del singolo (Talk That Talk era già una scusa per “We Found Love”, non viceversa); Britney Spears non aveva certo bisogno di dieci tracce nuove, perlopiù mediocri, per sostenere la sua residency a Las Vegas; Robyn l’ultima volta ha tirato fuori tre EP colossali in un anno e nessuno ha protestato.
Non è nemmeno una questione generazionale: Justin Bieber ha provato a fare uscire una serie di singoli al ritmo di uno alla settimana per due mesi e ha toppato, mentre gli One Direction restano saggiamente ben ancorati all’album cycle (il VP of strategy della Sony, Fred Bolza, rivela che si sono ispirati a marchi come Abercrombie & Fitch e Jack Wills, concependo le campagne promozionali degli 1D come fossero collezioni stagionali di moda).
Ci sono poi artisti più concettuali (o che semplicemente amano darsi un tono) per i quali l’album è ancora un rischio necessario nonché il mezzo di espressione più adeguato: Daft Punk, Lana Del Rey, Lady Gaga e Kanye West appartengono a questa categoria. Per Beyoncé, l’album è perfino riduttivo, e se il suo prossimo lavoro fosse un boxset di dieci DVD o un hard drive da un terabyte, non ci stupiremmo.
Infine, ci sono album che mandano avanti il mercato perché costituiscono il raro acquisto dell’ascoltatore occasionale. Sono la scelta middle-of-the-road per eccellenza; sono il regalo di Natale, di compleanno, della festa della mamma. Adele, Coldplay, Ed Sheeran, Emeli Sandé e il recente debutto di Sam Smith finiscono in questo gruppo.

ed-sheeran-xCi vorrà del tempo per ribaltare il modello e lo si deduce osservando le strategie adottate da molti esordienti per i quali l’album arriva solo dopo una lunga serie di EP, mixtape e collaborazioni. Se una volta l’album era il biglietto da visita di un nuovo artista, oggi è un punto d’arrivo che richiede molti mesi, se non addirittura anni, di preparazione. E mentre vediamo la potenza dei talent affievolirsi insieme all’attenzione del pubblico, l’LP sarà una meta per i pochi nomi in cima alla lista delle priorità delle case discografiche. I risultati potrebbero essere album di maggiore qualità e confezionati con grande cura oppure prodotti che, dovendo rappresentare investimenti sicuri, oseranno e sperimenteranno di meno. Ma l’album, per l’artista che sa sfruttare le potenzialità del formato, continuerà a esistere. E prima di annunciarne la morte, forse bisognerebbe preoccuparsi di incidere e pubblicare 74 minuti di musica convincente, perché il pubblico non ha più pazienza né soldi da spendere per album di 16 tracce con tre pezzi forti e 13 filler. Proprio come – toh, che combinazione – l’ultimo di Tinie Tempah.

Dieci proposte per un nome collettivo dei fan dei Modà

C’è l’Esercito di Marco Mengoni e la Big Family di Alessandra Amoroso, ci sono le Bestie (già Marroncini) di Emma e i Gianni di Fedez, ma qual è il nome collettivo dei fan dei Modà? In un’era in cui le fanbase si uniscono in plotoni compatti in adorazione e in difesa dei loro idoli, il gruppo italiano più popolare ha bisogno di un nome ufficiale per i suoi seguaci. Ecco dieci proposte suggerite dal popolo della rete. Kekko, pensaci.


MODELLI
"Modelli", per quanto lusinghiero, entra in contrasto con l'immaginario turbo-nazionalpopolare dei Modà (nonché con i Modà stessi).

Voto:
kekko


MODESTI
Questa è un'ottima proposta. È forse poco in linea con la personalità del cantante del gruppo, ma nell'accezione di "privo di lusso, di sfarzo, di grandiosità" si avvicina al motto very normal people della radio che è tanto familiare ai quei fan. Da considerare anche la variante "Modici".

Voto:
kekkokekkokekko


MODERNI
Non scherziamo: questo marchio è già preso da un'altra nota band italiana. (A quando i Moderni a San Siro, eh?)

Voto:
kekko


KEKKOS
La centralità del ruolo di Kekko è nota, e "Kekkos" (o "Kekko's") potrebbe essere già adesso il nome non ufficiale del gruppo. Tuttavia, un vero fan deve amare tutti e cinque (o sei) (quanti sono?).

Voto:
kekko


KEKKAZZOSCRIVI
Potrebbe valere come legittima domanda da parte di un incredulo ascoltatore casuale o come esortazione da parte di chi esige sempre nuovi brani dal suo idolo ("Kekkazzo, scrivi!"). Questa ambiguità la rende una proposta versatile e pratica.

Voto:
kekkokekko


MADÒ
Molti considerano i Modà una religione, ma potranno rivelarsi così iconoclasti nei confronti di quell'altra religione?

Voto:
kekko


MODANNATI
Qui siamo a un livello molto (troppo?) alto. "Modannati" rende bene l'idea della devozione, ma anche della consapevolezza di avere sviluppato una tragica e autodistruttiva dipendenza in ambito musicale.

Voto:
kekkokekko


MODÀIOLI
Un gioco di parole accessibile a tutti: semplice, deciso, efficace. Funziona bene sulla carta ma, se pronunciato ad alta voce, è spiacevole al suono proprio come i Modà. Promosso.

Voto:
kekkokekkokekko


SCEMI
È statisticamente probabile che tra i tanti fan dei Modà vi siano anche degli scemi. Tuttavia, non possiamo procedere per sineddoche e discriminare i fan intelligenti dei Modà che, si presume, esistano e vivano nell'ombra.

Voto:
kekko


SORDI
Ok, doveva succedere.

Voto:
kekko

One Direction e Martin Scorsese: anatomia di una bufala (e molte altre)

Da domenica, gira la notizia che gli One Direction sarebbero pronti a filmare a Venezia il video per la colonna sonora del prossimo lavoro di Scorsese. L’annuncio viene dall’ANSA, che cita come fonte Focus Features, e aggiunge che il film sarà ispirato alla vita dell’uomo d’affari italiano Alessandro Proto. Nel cast, Channing Tatum, Alessandra Ambrosio, Martina Stoessel (ovvero la Violetta del telefilm Disney) e George Clooney. L’abbinamento One Direction/Scorsese sorprende, ma in fondo il regista, come si vede in This Is Us, ha incontrato i ragazzi durante il loro tour e a gennaio alcuni siti riportavano il pettegolezzo (preso con le pinze anche da Grantland) di una possibile collaborazione per un documentario.

Il lancio delll’ANSA (che peraltro decide di accompagnare l’articolo con una foto della boyband di cera al Madame Tussaud’s) è stato subito ripreso da molti siti italiani, tra cui RaiNews, Vanity Fair, Internazionale, l’edizione veneta del Corriere e ovviamente tutti i fansite per directioner. È una grande notizia, si direbbe un’esclusiva, visto che sulla stampa estera non ve n’è traccia. Si parla della più grande boyband al mondo e del più grande regista vivente al mondo: perché ne parlano solo i media italiani? Non sarà mica come quella volta che hanno fatto credere a Vecchioni di essere in lizza per il Nobel?

Partiamo dal film in questione: Il manipolatore. Consultando iMdB, non figura tra i progetti a breve termine di Scorsese, nonostante RaiNews puntualizzi che sarà nelle sale già il prossimo anno. RaiNews ha anche la fortuna di avere a portata di mano Alessandro Proto, il soggetto del biopic!

“Ci sono stati dei contatti con alcuni produttori di Hollywood ma non mi interessa mettere in pubblico la mia privata e i miei affari. Se vogliono fare un film che lo facciano ma non ci sarà alcuna collaborazione da parte mia. Per questo motivo non conosco i dettagli e men che meno gli One Direction”

Una notizia simile era già apparsa a fine giugno sul portale italiano Excite e la reazione di Proto era stata la stessa: pussa via, Hollywood. Povero Martin, dovrà davvero lottare per questo film. Ma cos’è che renderebbe così urgente una trasposizione cinematografica della vita di Proto?

A inizio 2012, il Sole 24 Ore ricostruisce la sua storia: Proto nasce come venditore di enciclopedie Garzanti, si evolve in agente immobiliare per vip e poi esplode. Basta leggere i titoli in sequenza degli articoli che lo riguardano sul Sole (nell’ultimo – spoiler – viene arrestato) o un profilo di aprile sul Fatto quotidiano. Anni fa, Proto inizia a far girare comunicati stampa in cui dice di avere venduto ville di lusso alle celebrità, i giornali ci cascano e lui ci prende gusto. Inizia quindi a fare lo stesso gioco in campo finanziario, annunciando di avere comprato o essere sul punto di comprare percentuali delle maggiori aziende italiane, finché:

“Una mattina – racconta Proto – arrivo nel mio ufficio e lancio una sfida ai miei collaboratori: io scommetto 10 mila euro contro 3 mila messi da ciascuno di voi. Facciamo un comunicato che dice che mi candido alla presidenza di Unicredit. Volete vedere che lo pubblicano?”. Lo pubblicano. Proto vince la scommessa.

Certo, però, che noia la finanza. “E se dicessi che 50 sfumature di grigio è ispirato a me?” Proto narra di avere incontrato l’autrice del libro (nato come fanfiction di Twilight, ricordiamolo) e riferisce al NY Daily News che le coincidenze sono troppe: anche lui guida un’Audi R8, ha un ufficio all’ottavo piano e “Grey Enterprise Holding” assomiglia tantissimo a “Proto Organization Holding”. Però non gli piace il sadomaso, ché se no il libro rischiava di essere troppo fedele alla realtà. Nella realtà, nel frattempo, lui ha una liaison con Elisabetta Canalis, che prontamente smentisce, e allora smentisce anche lui dandole della vecchia.

Capirete che, nella carriera di questo genio del comunicato stampa, la notizia degli ultimi giorni riportata dall’ANSA è poca cosa. La più grande boyband al mondo collabora col più grande regista vivente al mondo in un biopic inesistente, ma che a questo punto vorremmo tanto vedere. Magari Umberto Tozzi è ancora disponibile per la colonna sonora.

Primavera Sound 2014: giorno 3

PrimaveraLogo
È l’ultimo giorno di festival ed è anche quello col programma più impegnativo perché pieno di sovrapposizioni. Si comincia presto, alle 19, con Teho Teardo e Blixa Bargeld all’Auditori Rockdeluxe: un posto al chiuso, con le sedie, asciutto, civilizzato e senza odore di churros. Il compositore italiano (unico connazionale in cartellone escludendo quelli promossi da Sfera Cubica) e il cantante/attore tedesco portano qui la loro strana collaborazione, aiutati dapprima solo da un violoncello e poi, nella seconda metà, da un giovane ottetto d’archi locale. Ma a rubare la scena (e ad animare un concerto bello ma potenzialmente noioso) è la piccolissima figlia di Bargeld, che invade il palco, abbraccia la gamba del padre, si siede ai suoi piedi e non vuole più andarsene – il tutto con un tempismo così perfetto da far sospettare fosse una scena studiata (non lo era: la madre al lato del palco non sapeva più come trascinarla giù). Teardo e Bargeld eseguono gran parte di Still Smiling e gli highlight sono l’incredibile “Mi scusi” (quella in cui “le gambe mi fanno giacomo giacomo giacomo”) e “Come Up and See Me” (quella in cui elencano tutti i canali della tv italiana da Raiuno a TGcom). Sul finale, trovano il tempo per una cover di Caetano Veloso, una maledizione che mi perseguiterà anche fuori dall’Auditori dove vado a raggiungere altri primaveristi. L’artista brasiliano, dopo anni di corteggiamenti da parte dell’organizzazione, si esibisce finalmente al festival in un’apoteosi di fabiofazismo spinto. È troppo: mi sposto al palco Pitchfork per vedere l’effetto che fa Earl Sweatshirt.

Earl Sweatshirt

…e non mi fa un grande effetto. È un personaggio affascinante e con una storia incredibile, ma se non si ha la pazienza di entrare nella sua narrazione, si trova solo un rapper virtuoso con basi pesanti e rime da far allertare le senonoraquandiste (chiede al pubblico di urlare: “I’mma fuck the freckles off your face, bitch”). La folla risponde con entusiasmo, anche troppo, e questo ci porta al primo momento di LOL, white people della giornata: l’uomo bianco che a un “su le mani” risponde sollevando due stampelle.

Kendrick

Kendrick Lamar rappresenta l’apertura maggiore al mainstream americano del festival (e forse non era così mainstream quando gli è stato chiesto di parteciparvi) (di certo non aveva ancora collaborato con gli Imagine Dragons ai Grammy, ecco). Il suo successo è però meritatissimo e ce ne accorgiamo dopo pochi secondi e soprattutto nella parte centrale di “Swimming Pools”, quando cambia registro e si trasforma nella voce della sua coscienza. L’artista mi fa inoltre un grandissimo favore: comprimere all’inizio del set la già citata “Swimming Pools”, “Bitch Don’t Kill My Vibe” e “Backseat Freestyle” così posso poi trasferirmi sereno verso altri palchi. Momento LOL white people numero 2 della giornata: il pubblico bianco che canta un ritornello che inizia con la parola nig*a (e io che invece ci metto un asterisco non sono certo meno derisibile).

Al palco Pitchfork ritrovo tutti gli amici dispersi a causa di un’assenza di rete che mette tutti in difficoltà, e ci ritrovo anche Dev Hynes. L’artista torna sul luogo delitto: è proprio qui che suonò con Solange nel 2013. Nell’ultimo anno gli è successo di tutto: gli è andata a fuoco la casa, gli è morto il cane e ha litigato con la Knowles minore (compromettendo un album insieme che forse non vedrà mai la luce). La mancanza di Solange si sente tutta e viene compensata con una sosia e la fidanzata Samantha Urbani, più cotonata che intonata. Il momento LOL, white people numero 3 della giornata è proprio lei: la sua voce e il suo look non c’entrano nulla con lo spettacolo di Blood Orange, che sopravviverebbe e, anzi, migliorerebbe senza la sua presenza. (Ragazzi, che brutta bestia è l’amore.) Il concerto alterna canzoni indistinguibili l’una dall’altra e cose ballabilissime a patto che non si voglia competere con chi le sta ballando sul palco. Ma non mi diverto come vorrei perché ho troppa ansia di correre verso l’altra parte del Parc per capire se i Nine Inch Nails, nell’anno del Signore 2014, hanno un senso.

Sono passati 14 (quattordici) anni dall’ultima volta che ho visto i NIN. Era mezza vita fa, era il mio primo festival ed era durante il tour di The Fragile, il loro capolavoro indiscusso nonché un picco che ha reso inutili le loro fatiche successive. Ma, negli anni, Reznor ha anche aggiunto al curriculum altri progetti paralleli (How to destroy angels_ e ovviamente le colonne sonore di Fincher), ravvivando non solo il suo status (più percepito che reale) di pioniere, ma anche quello della band. Se sono al Primavera, vuol dire che i NIN sono ancora vivi – e vantano la fanbase più nutrita del festival, a giudicare dalle magliette del pubblico. La scaletta esce qualche ora prima ed è un sollievo perché ci si può regolare e farsi vivi verso la metà, su “Closer”. Ma “Closer” non arriva nel punto previsto perché la scaletta è sbagliata. PIÙ CLOSER E MENO FILLER, per cortesia. Trent fa infatti un concerto per fan accaniti, recuperando album tracks, singoli che non hanno venduto e pezzi che suonano simili ma inferiori a quelli storici. Sapevo non sarebbe stato un concerto di 100% grandi successi perché si chiamano NIN e non RDS, ma questo è troppo. Lo spettacolo è tecnicamente impeccabile e il palco Sony si conferma l’eccellenza, ma un concerto in cui “Hand That Feeds” è un highlight, non è un concerto da ricordare.

Se non avessi lasciato le ultime energie che avevo su “Head Like a Hole”, il concerto dei Chromeo entrerebbe nella mia top 5. I due sono una macchina da guerra: sono catchy, sono kitsch, sono il modo migliore per chiudere (volendo fare finta che i Cut Copy non esistano perché esistono alle 4 di mattina). Ma l’evento finisce davvero solo quando si appoggia il culo sui sedili della metro (sì, ancora aperta e funzionante a quell’ora) e si finisce a fare il totoPrimavera 2015. Questo è l’effetto che ci fa il festival e che ti fa venire voglia di dare ragione a Bradford Cox.

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