Intervista ad Andrea Nardinocchi – Supereroe

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La settimana scorsa è uscito Supereroe, il secondo album di Andrea Nardinocchi. È un disco bello ed è un disco anomalo nel panorama italiano – almeno quanto il suo autore. Ci siamo fatti una lunga chiacchierata con lui per capire cosa vuole dire fare pop in Italia, se di pop possiamo parlare.

 

Partiamo da Sanremo 2013, perché bene o male è cominciato tutto da lì. Cosa ricordi?
Mi hai visto com’ero: gettato in una vasca di acqua ghiacciata. Era la prima volta che facevo una cosa simile, e avere a che fare coi media quella settimana è stato un po’ traumatico.
Però fa parte del mestiere, no?
È un’arte che va imparata e che ho capito di non avere guardando altri colleghi. Antonio Maggio, per esempio, era perfetto, una macchina guerra: non riuscivo a capire come riuscisse a essere sempre così sereno e sul pezzo. Vedi, uno vuole fare la musica, non fare l’artista. In quel periodo mi ero detto: “Ok, provo a fare l’artista”, era uscito “Un posto per me” e poi subito Sanremo. Sapevo di non essere pronto per quel contesto, ma non avrei mai potuto guardarmi allo specchio sapendo di avere rinunciato all’opportunità di presentare la mia musica a milioni di persone. L’album era stato accolto anche bene, ma a me non tornava: perché? Non capivo quella spinta.
Pensavi che l’entusiasmo degli addetti ai lavori fosse finto? 
No, il fatto è che era genuino!
Allora sei umile, è questo il problema.
No, realista: la mia sensazione è che ci fossero delle aspettative sballate. Io esistevo da tre mesi, ero al mio secondo singolo. Un po’ pensavo di non meritarlo: c’è gente che fa dischi per dieci anni e non riceve questo tipo di attenzione. Io sono stato fortunato, ma è stata un’arma a doppio taglio. Io cercavo di restare coi piedi per terra, ma poi mi arrendevo: “Oh, se lo dicono loro…”
E ora esiste un secondo album, quindi ti è stata data altra fiducia. Non succede a tutti.
Infatti ha sorpreso anche me. Con tutta la severità di questo mercato… La fiducia è stata basata su una stima e un affetto che sento davvero. Infatti nei ringraziamenti del disco ho scritto:

A VOLTE HO LA SENSAZIONE DI ESSERE JIM CARREY NEL TRUMAN SHOW. NEL MIO CASO, TUTTI I PERSONAGGI DELLA MIA VITA STANNO CERCANDO DI AIUTARMI A FARE L’UNICA SEMPLICE COSA CHE VOGLIO: LA MUSICA.

Quindi “L’unica semplice” parla di musica?
Esatto. È una dedica un po’ nascosta dentro quella che sembra una canzone d’amore. Oltretutto è l’unica che ho scritto con qualcun altro: un amico autore di Bologna, Emme Stefani.
Parlare di musica mentre stai facendo musica è una cosa che ti capita spesso. In quasi tutte le canzoni c’è: la genesi della canzone stessa, la sua dichiarazione d’intenti e un’ipotesi su come verrà recepita. È una riflessione meta costante.
È una cosa che fanno spesso i rapper e forse sono un po’ rapper, in questo senso. È perché non sono in grado di mettermi lì e dire: “Ah, adesso scrivo una bella canzone!”.
Quello non lo sa fare nessuno, secondo me.
Ti sbagli: ho fatto esperienze e conosciuto persone e contesti… Ho visto come vengono scritte le canzoni di quelli che non se le scrivono.
Mi stai dicendo che hai fatto un writing camp? Per quale artista?
Esatto. Per nessuno in particolare, non è come negli Stati Uniti dove magari organizzano queste cose per Rihanna… In Italia lo fanno i conglomerati editoriali. Io ho provato a partecipare, ho tirato fuori un po’ di pezzi e ne è stato pubblicato uno (“Imparando a volare” di Syria, prodotto da Fish).
E per il tuo disco da lì non è uscito niente?
No. Era un periodo in cui provavo diversi approcci perché mi ero convinto che non sarei riuscito a fare un disco da capo tutto da solo. Ho provato con diversi produttori, ma non ho trovato l’intesa con nessuno. L’ultimo è stato Vernetti. Poi c’è stato uno degli incontri della vita: un duo chiamato Mamakass, che un paio d’anni fa aveva remixato la mia “Persi insieme”. Ci siamo trovati in sintonia.
Ma perché dovresti avere bisogno di un produttore? Il tuo selling point dovrebbe essere proprio il fatto che sei in grado di fare tutto da te, da “cantaproduttore”.
Sai, queste sono etichette che arrivano come conseguenze. Anche il mio suonare con computer e loop station è stato fare di necessità virtù perché è difficile mettere su una band.

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E che ruolo ha avuto Elisa? Ufficialmente cos’è, consigliera?
È difficile da definire. Tutto è nato con Twitter. Ha iniziato a seguirmi e io sono stato contentissimo di poterle esprimere la mia stima perché è uno dei pochi artisti italiani nella storia che apprezzo. Poi ci siamo sentiti al telefono: io mi ero promesso di non chiederle niente, ma è stata lei a invitarmi a suonare e a volere ascoltare i miei pezzi. Mi ha dato duecento chili di fiducia che avevo perso e consigli senza prezzo. Mi sono ripigliato psicologicamente grazie a lei.
Visto che lei duetta con qualsiasi cosa, poteva anche metterci la voce, no?
Non c’è stata la possibilità perché i pezzi erano già pronti e avremmo dovuto trovare uno spazio. Poi lei stava per iniziare Amici e anche dal punto di vista burocratico è difficile. C’era la volontà di fare qualcosa insieme e c’è tuttora: spero che succederà.
E quand’è che il disco ha iniziato a prendere le sonorità Anni ’70 e ’80?
L’illuminazione mi è venuta con “Goodbye paranoia”. È venuta fuori la rullata à la Phil Collins che apre il ritornello. Tu-tu tu-tu tu-tu tu-tum. Era un po’ che ascoltavo cose di quel periodo – molto Battisti, per esempio, che un giorno vorrei riarrangiare, e poi ero fissato con “Bette Davis Eyes”, che suona ancora potentissima e contemporanea. Considerato il guazzabuglio di suoni e influenze del primo album, ero contento di aver trovato una direzione perché mi sento tuttora nel vuoto totale per quel che riguarda i generi.
La parola c’è: pop.
Non sono d’accordo, “pop” è ciò che popolare.
Si è pop anche per ambizione.
Appunto, io non posso nemmeno ambire a essere popolare perché, non appartenendo a nessuna categoria, per gli standard di diffusione odierni non posso arrivare a tutti. Esistono solo nicchie, grandi e piccole.
Ma tu ti senti così distante da un Tiziano Ferro, per esempio?
Onestamente sì. A chi piace Tiziano Ferro posso anche piacere io e viceversa, però lui appartiene ancora al mondo pre-web ed è, come tutti in Italia, un cantautore associabile a un universo musicale. Io no. Sono in un buco nero, incollocabile, né sconosciuto né conosciuto, né tra cantautori né tra rapper.
Eppure nell’album secondo me c’è un pezzo che avrebbe un forte potenziale radiofonico: “Coretti a palla”. Certo, sei riuscito a renderlo anche non-radiofonico nominando i Modà e infilandoci un “cazzo”.
Ma io non volevo arrivare alle radio! Ho fatto solo il disco che volevo fare e che mi hanno lasciato fare.
E si sente, che hai avuto tanta libertà. È una cosa bella e rara.
Me la sono presa coi denti. Del resto, si fa musica per esprimersi, sentirsi accettati e arrivare a qualcuno per non sentirsi soli. Il supereroe è proprio la rappresentazione del coraggio di fare quello che si vuole fare ed essere ciò che si è, al di là di ogni etichetta.
Tornando a “Coretti a palla”. Canti: “Ma perché non va più di moda il funky?”. Ho una notizia per te: “Uptown Funk”.
L’ho scritta molto prima che uscisse. Ora che mi ci fai pensare è del tutto assurdo quel pezzo. Porca miseria.

Intervista a Stromae

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Prima che uscisse Racine carrée, Stromae fu filmato da un fan mentre mangiava un taboulé nella sua macchina. La cosa ebbe un’eco mediatica inspiegabile: i telegiornali belgi titolavano “Stromae aggredito da un fan”. Lui non capì le ragioni di questo interesse morboso, ma decise di interpretarlo come una richiesta del pubblico. Nel video di “Formidable” si presentò quindi ubriaco in strada per testare la reazione dei passanti reali e virtuali, a metà tra candid camera ed esperimento antropologico. E sabato sera riproporrà la performance all’Ariston, fingendosi sbronzo sul palco. Nel frattempo, l’ho incontrato per parlare del suo pop bastardo e dell’album più venduto in Francia nel 2013.

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Non sembri uno a cui interessano le classifiche, ma a me sì. E la tua “Alors on danse” è l’ultima canzone in lingua francese che negli ultimi dieci anni ha raggiunto la vetta della classifica italiana. È indicativo del fatto che c’è poco scambio musicale tra paesi così vicini. Non lo trovi strano?
Prima di tutto, le classifiche mi interessano – faccio musica per essere felice e perché è l’unica cosa che so fare, ma i risultati mi interessano! Non ho mai pensato che avrei avuto il sostegno di paesi non francofoni, ma se sono qui è la dimostrazione che può funzionare. In fondo, noi – inteso come non anglofoni – siamo abituati ad ascoltare musica di cui non capiamo le parole, ma possiamo ballarla e comprenderne le emozioni. Mi chiedo perché non possiamo continuare a cantare nella nostra lingua madre, che è il modo più onesto e istintivo di esprimersi. E non voglio sentire che l’inglese è più internazionale: il fiammingo è internazionale, il lingala è internazionale, l’italiano è internazionale. Dobbiamo provarci, dobbiamo credere nelle nostre culture. Forse, dopo dieci o vent’anni di studio, mi sentirò di esprimermi in inglese, ma io sono di Bruxelles: credo che gli ascoltatori non vogliano l’imitazione di un americano o un inglese, ma un ritratto di Bruxelles.
C’è chi per definire la tua musica ha parlato di “dance impegnata” – a me non piace molto, perché suona un po’ come “carota e bastone”: musica facile per fare passare messaggi difficili. Ti ci ritrovi, in questa definizione? È una scelta voluta?
No, questo è il solo modo di esprimermi che conosco. Mi esprimo digitando su una tastiera, come tutta la mia generazione, e la musica elettronica ne è un riflesso. Anche perché è difficile trovare i soldi per incidere un album, e produrre tutto al computer ha anche senso dal punto di vista economico. E poi non si può rinchiudere tutto in generi e famiglie. Queste definizioni finiscono con l’intellettualizzare troppo ciò che faccio.
Nel tuo caso, in effetti, parlare di generi musicali è diventato quasi superfluo. Il tuo album è davvero vario e gli stili musicali spesso si associano ai contenuti (come la morna per l’ode a Cesaria Evora).
Diciamo che ci sono dei codici – hip hop, trap, coladeira, eccetera – che aiutano a classificare le cose, ma la musica viene prima degli stili. E lo snobismo genera clan. Già quando facevo hip hop, faticavo a sentirmi parte di una famiglia, di una corrente. Questo mi ha aiutato a staccarmi.
Come ti ponevi davanti ai cliché dell’hip hop? Mi sembri lontanissimo dalle macchine di lusso.
È una cosa che criticavo quando facevo rap, poi ho pensato: “Ma se non ti piace, perché non fai dell’altro anziché lamentarti?” È il paradosso di qualcuno che decide di portare avanti una battaglia quando non c’è nulla contro cui combattere veramente. L’hip hop è una cultura molto varia e c’è pieno di cose da scoprire: ho preso ciò che m’interessava e ho iniziato a guardare altrove.
È un po’ quello di cui parli in “Bâtard”?
Più o meno. “Bâtard” è soprattutto la riflessione di una persona diplomatica come me. Mi sono chiesto: “Sei meglio di un estremista, o anzi, di un istintivo?” No, non sei meglio, hai solo più paura di esporti.
È un approccio molto maturo…
Non so, cerco di rimettermi al mio posto da solo.
…e anche umile. Parliamo di marketing, perché ogni tuo singolo è stato associato a un’idea visiva molto forte, che riproponi anche dal vivo. Continuerai così anche coi prossimi singoli, se ce ne saranno?
L’idea è continuare così e associare idee visive precise e personaggi diversi a ogni canzone. Ci sono molti modi di esprimersi e m’interessano tutti – dai vestiti, ai video, alla recitazione. Tutto ciò che gravita attorno alla musica ha una grandissima importanza. Sono uno che fa le 5 di mattina con gli stilisti e i grafici per trovare la fantasia giusta, ed è questo ciò che mi appassiona. Non demonizzo il marketing, ma nel mio caso lo scopo non sono i soldi ma la soddisfazione del prodotto finale.

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La recensione di Racine carrée

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Sanremo 2014: intervista ai Perturbazione

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Questa sera, dopo anni di tentativi, i Perturbazione faranno il loro esordio al Festival di Sanremo. Visto il meccanismo della doppia canzone, c’è già un dilemma: “L’Italia vista dal bar” è il miglior testo di questa edizione, mentre “L’unica”, per citarli, “muoio già dalla voglia di ricordar[la] a memoria”. A poche ore dalla prima serata, ho incontrato 2/6 della band (Tommaso e Alex) e il loro direttore d’orchestra Andrea Mirò.

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Vi ho visto ieri in prova, eravate il ritratto della gioia.
Tommaso: Ci hai sgamato in pieno! Non hai idea di come ci sentissimo.
Era la prima volta all’Ariston?
T: No, avevamo già provato, ma era la prima volta con un pubblico.
E finalmente. Sappiamo che avete provato ad accedere al festival sei volte, ma con quali canzoni?
T: Nel 2003, senza una canzone precisa, provammo a entrare nei Giovani. Nel 2005, “Se fosse adesso”, un pezzo bellino ma non forte come altri del nostro repertorio. Nel 2007, con la EMI, “Battiti per minuto”, che secondo noi ci poteva stare, e infatti ci arrivammo vicino. Nel 2011, con un inedito che poi non è finito in Musica X.
E poi, nel 2012, dovevate partecipare con Arisa.
T: Sì, come ospiti nella serata dei duetti, ma non ci vollero. Provammo anche l’anno scorso con “I baci vietati” e “La vita davanti”, ma forse non venivano fuori bene perché il disco era ancora in produzione. Alla fine, Musica X è piaciuto molto alla direzione artistica attuale ed è forse per quello che siamo qui. Corsi e ricorsi.
Sembra che al festival ci voglia sempre almeno un gruppo di provenienza indie. Penso a Bluvertigo, Subsonica, Afterhours… (Per coincidenza cito tutti gruppi che, come voi, hanno fatto parte della storia della Mescal.) Sembra che si debba per forza mettere quella spunta nel listone dei Big.
T: La quota indie! Che parola orribile, “quota”. Abbattiamola. Noi veniamo da quel mondo e ci ha aiutato a crescere, ma non lo percepiamo come una gabbia.
Mi viene in mente una frase che la vostra Elena ha detto a Sorrisi: “Anche le mamme italiane hanno il diritto di cantare le canzoni dei Perturbazione”.
Andrea Mirò: Anche i padri!
[Nel frattempo è arrivata Andrea Mirò.]
Con “L’Italia vista dal bar” siete riusciti a fare una canzone nazional-popolare ma non paracula. Forse succederà una cosa molto meta: domani nei bar d’Italia si parlerà di una canzone sui bar d’Italia.
T: Speriamo! Ma teniamo molto anche a “L’unica”. Non ne abbiamo fatto una loffia per far passare l’altra. Sappiamo che una potrebbe fare più centro, ma le canzoni “abitano” le persone: è tutto imprevedibile. L’anno scorso siamo rimasti sorpresi delle scelte del pubblico.

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Com’è arrivata Andrea Mirò?
T: Ci siamo conosciuti durante Le città viste dal basso, spettacoli in cui raccontavamo le città attraverso i brani dei grandi cantautori. In una serata potevi trovare Nada come Pezzali, Toffolo come Bianconi. Anche in quell’occasione non c’è mai stata l’idea di avere una “quota indie”, ma di fare esperimenti continui e vedere cosa ne usciva fuori. Una sera, abbiamo invitato Andrea ed è nato un rapporto di stima reciproca.
A: Negli ultimi anni ci siamo cercati, ma non riuscivamo mai a vederci. Quando ho saputo della promozione dei Perturbazione, ho chiamato Gigi per dirgli: “Ci vedremo là”. [Andrea lavora con Zibba, della sezione Nuove proposte] Loro non avevano ancora scelto un direttore d’orchestra e Gigi mi ha detto: “Senti, ma già che sei lì…”
Non è la prima volta che dirigi l’orchestra, no? L’anno scorso eri con Nardinocchi.
A. Sì, e ancora prima con Nina Zilli e mio marito.
Per non parlare delle tue partecipazioni in gara. Ormai sei di casa.
A. La prima volta che sono venuta non avevo ancora compiuto 18 anni! Ho visto tutti i cambiamenti, dagli anni in cui la carta stampata era assoluta regina ai nuovi media, dalle carrozze ai razzi sulla luna.
Secondo me è meglio adesso, almeno dal punto di vista artistico.
A: Oggi è più bello perché l’artista è davvero protagonista. La Rai è sempre la Rai, il carrozzone è sempre lo stesso, ma è cambiato l’approccio e sono stati sdognati tantissimi generi musicali.
T: Per noi non esistono i festival cattivi e i festival buoni, in senso morale. Esistono solo canzoni brutte e canzoni belle.

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Intervista a Sam Smith

 
 
 
 

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Quando Sam Smith mi accoglie parlando del suo amore per l’Italia, ho il timore di trovarmi davanti a una popstar che ha già subito troppo media training. Ma mi ricredo subito perché, al contrario, l’onestà che Sam Smith mette nelle sue parole e la sua musica ha dell’incredibile. Il suo primo album, in uscita a maggio, chiude una fase di fortunate collaborazioni (Naughty Boy, Disclosure) e dimostra che d’ora in poi ce la farà da solo – in tutti i sensi.

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Intervista a Emilíana Torrini – Tookah

 
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Sono già passati quindici anni dall’esordio internazionale di Emilíana Torrini, cinque dal suo ultimo album Me & Armini, e quattro dal giorno in cui un supervisore musicale di Germany’s Next Top Model scelse “Jungle Drum” come colonna sonora di una sfilata. La canzone diventò un successo in mezza Europa e trascorse l’intera estate del 2009 alla numero uno in Germania.

La cantante italo-islandese torna la settimana prossima con un nuovo album di inediti: Tookah. Ho digitato il prefisso +354 e me lo sono fatto raccontare da lei.

 

Ti saresti mai aspettata il successo mainstream dopo tutti questi anni?
“Jungle Drum” è diventata una cosa a parte, ha fatto tutto da sé. La promozione dell’album era finita e diventò un successo gigantesco. Sono andata all’Oktoberfest e c’era una banda che suonava “Jungle Drum” con la tuba e tutti la cantavano e ballavano coi loro bicchieri di birra enormi. È stato incredibile perché nessuno sapeva chi fossi, è stato come trovarsi in un film molto surreale.
È la dimostrazione che è un pezzo fortissimo.
Sì, ma per me non è cambiato molto, continuo a fare quello che facevo prima, ho la carriera che ho sempre voluto. Non ho mai avuto l’obiettivo di arrivare prima in classifica.
La canzone è stata anche usata in un video promozionale per rilanciare il turismo islandese. Ti sei sentita parte di questa rinascita?
No, come tutti, ho aiutato come potevo. Dopo l’eruzione del vulcano si è fermato tutto e i telegiornali – non puoi davvero fidarti perché fanno sembrare tutto più drammatico: alla CNN e BBC sembrava che fossimo intrappolati tra le fiamme! Ma gli islandesi hanno reagito: “Stronzate, rimbocchiamoci le maniche e facciamo qualcosa”. È un atteggiamento degli islandesi che amo molto, abbiamo combattuto in modo positivo.
E hanno scelto la tua canzone, che è allegra e positiva – non che ci siano molte canzoni allegre e positive di origine islandese…
[Ride] Non saprei…
Il nuovo album non suona affatto come il prodotto di qualcuno che sta cercando di cavalcare il successo di “Jungle Drum”, è molto diverso. Non c’è nessuna canzone pop tradizionale, è più oscuro.
Me & Armini era un disco per divertirsi e lasciarsi andare. Non volevo prendermi troppo sul serio. Questo disco è più elaborato e ne sono molto soddisfatta.

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Partiamo dal titolo: Tookah.
La canzone che dà il titolo all’album è nata improvvisando. Ed è uscita fuori questa parola, con cui ho subito sentito un forte legame. Mi ha fatto pensare a quel “nucleo” [in inglese dice “core”] che ci portiamo dentro dalla nascita e che è sempre con noi, nonostante le difficoltà della vita. A volte ci allontaniamo da esso, ma è sempre lì, ed è bello ritrovarlo perché rende la vita più magica. Ho pensato che il mio “nucleo” mi stesse suggerendo che il suo nome è Tookah.
Forse sai che c’è una canzone italiana chiamata “Tuca tuca”…
No!
Cercala su Youtube!
E cosa significa?
[Le spiego cos’è il “Tuca tuca”]
Fico!
Chiedi alla metà italiana della tua famiglia, la conoscono di sicuro.
Mmm. Comunque è curioso: qualcuno è andato su Urban Dictionary e mi ha detto che che tookah significa fumare un sacco d’erba e stare male, ma quello è hookah! E poi che è un dispregiativo per persone obese… Un altro è venuto a dirmi che significa “vagina” e ho risposto: ‘Be’, se significa “vagina” è un posto niente male, quindi va bene’.
Allora è quello il “nucleo”!

[Ridiamo molto, mi scuso, ci ricomponiamo.]

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Qual è la canzone più rappresentativa di Tookah?
“Blood Red”. È costituita da due parti, una più alta e una più bassa, che parlano e interagiscono tra di loro.
Questo mi fa pensare alla copertina dell’album.
Sì, la copertina rappresenta proprio questa dualità. Tanti anni fa ho subito uno sdoppiamento a causa di un trauma. Ero come divisa in due, ma poi quel “nucleo”, il tookah, ha unito nuovamente il tutto. E “Blood Red” è il momento in questo album in cui le due metà parlano tra di loro nel modo più evidente.
Per concludere – scusa, ma devo chiedertelo – su internet si trova “Io e te”, un tuo vecchio brano, credo una b-side, in italiano…
Sì, ma non l’ho scritta io. C’era un ragazzo che ogni sabato sera si esibiva al ristorante di mio padre [il padre di Emilíana ha un famoso ristorante italiano a Reykjavík]. Mi diede questo testo e io lo cantai! Poi lui è diventato famoso in Islanda cantando in italiano con le più grandi star nazionali! Si chiama Leone Tinganelli.
E canteresti ancora in italiano?
Certo! Non è mai arrivata un’altra opportunità, ma lo farei.

Tookah esce il 10 settembre

 

Intervista ad Alison Goldfrapp – Tales of Us

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Il mio contatto alla Mute mi informa che l’intervista con Alison Goldfrapp è slittata di dieci minuti perché l’artista è ancora occupata con la telefonata precedente. “Si vede che oggi è chatty,” dice, “meglio così!” “Chiacchierona” è un aggettivo che non avrei mai pensato di associare alla voce dei Goldfrapp, ma è vero: ha voglia di spiegare nei dettagli un nuovo album a cui è già molto legata. Ci tiene al punto che, quando le chiedo di parlarmi della sua traccia preferita o di quella che ritiene più interessante, si rifiuta di scegliere. “Sono tutte le mie preferite e sono tutte interessanti!” Allora scelgo io: “Annabel”. Il secondo brano di Tales of Us è ispirato a un libro di Kathleen Winter sulla famiglia di un bambino intersessuale in un villaggio canadese. “È una storia affascinante che mi ha commosso ed è raccontata in modo sincero e profondo.”

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Ma è leggendo un altro libro, Carol di Patricia Highsmith, che Alison ha trovato il concept per l’album: la centralità della protagonista nel romanzo l’ha spinta a seguire lo stesso metodo per la scrittura delle canzoni. “Ho iniziato a costruire storie attorno a dei personaggi di fantasia: mi piaceva l’idea di una collezione di testi guidati da un elemento narrativo.” Come “Annabel”, otto delle dieci tracce dell’album narrano di personaggi presi in prestito da altri autori, ma a fare la differenza è la prospettiva di Alison perché “quando racconti la storia di qualcun altro, racconti anche qualcosa di te”.

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Le chiedo quindi se si sia ispirata anche al cinema, dato che il video del primo singolo, “Drew”, ricorda vagamente The Dreamers di Bertolucci. Non conosce il film (“Sei la seconda persona che me lo fa notare oggi!”), ma il cinema d’autore europeo è un’ispirazione costante: ogni canzone è come un corto e l’aspetto visivo del progetto, in bianco e nero, “esalta la narrativa con una forza e una semplicità che non si può ottenere col colore”. È di certo un’estetica molto lontana da quella di altri capitoli della discografia del duo, ma ci siamo abituati: dagli esordi morriconiani di Felt Mountain (2000) all’electropop avanguardistico di Black Cherry (2003) e Supernature (2005), dall’intimità acustica di Seventh Tree (2008) alle incursioni anni ’80 di Head First (2010), i Goldfrapp hanno addestrato i fan a cambiamenti radicali di immagine e suono. Un giorno, Alison canta di una serata in discoteca; quello dopo, di un ricovero al pronto soccorso per attacchi di panico (“E sono esperienze molto legate tra loro!” scherza).

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Avanzo l’ipotesi che ogni sua metamorfosi sia paragonabile all’adozione di alter ego o stage persona diversi, ma la cantante risponde con molta naturalezza di volere solo provare qualcosa di nuovo. “Ci sono due mondi: quello aggressivo ed elettronico di Supernature e Head First, e quello pastorale, bucolico e orchestrale di Seventh Tree e Tales of Us. Sento che quest’ultimo mi appartenga sempre di più, che sia quello più vicino a me.”

Le faccio notare che, in effetti, nella campagna promozionale di Head First non sembrasse particolarmente a suo agio. E, con un po’ di timore, le confesso come questa nuova veste corrisponda molto di più alla mia idea di Goldfrapp. Non vuole parlare di Head First, ma aggiunge di non avere mai fatto nulla per seguire una moda o assecondare pressioni esterne sin dal primo disco. “Tutti erano molto confusi quando abbiamo pubblicato Felt Mountain, e li abbiamo confusi ancora di più con Black Cherry perché quel genere di elettronica non era affatto in voga, allora. Ma i nostri fan, quelli veri, sono sempre aperti alle novità. In fondo, se guardi la collezione di dischi o le playlist delle persone che conosci, non troverai nessuno che ascolta solo un tipo di musica. E noi non possiamo accontentare tutti.” Suggerisco che, però, considerando la loro carriera nel complesso, il voler fare sempre di testa loro ha dato ottimi frutti. “E questa è la cosa più importante.”

Tales of Us esce il 9 settembre

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