Primavera Sound 2017: giorno 3

L’ultimo giorno di Primavera è un giorno di sorprese. La prima sono gli Swet Shop Boys, che si esibiscono nel luogo dove è più solito fare scoperte musicali: il palco Pitchfork. Il gruppo hip hop è formato da un americano di origini indiane (Heems) e un inglese di origini pachistane (Riz MC, ovvero l’attore Riz Ahmed, ovvero il padre del figlio di Hannah Horvath). Ad accomunarli, c’è la voglia di parlare della rappresentazione dell’Asia meridionale nei media, scherzando sugli stereotipi o distruggendoli. Fanno un lavoro simile a quello di Aziz Ansari in Master of None da prima che esistesse Master of None, ma con più rabbia. Uno dei momenti più significativi è la parentesi solista di Riz Ahmed in “Sour Times”, brano del 2011 sulla demonizzazione dell’Islam che, nel giorno di un ennesimo attacco terroristico nella sua città, risulta ancora più attuale. Si ritrova un po’ di leggerezza quando Heems se la prende con Katy Perry, che avrebbe rubato un suo verso di anni fa (“Swish swish, bish”).

Do un’occhiata a Angel Olsen per constatare se la trovo ancora noisina (sì) e ai Metronomy per constatare se li trovo ancora convincenti malgrado il frontman (sì) ed è finalmente il turno di Grace Jones. La cantante, più che una sorpresa, è un miracolo della natura. Arriva praticamente nuda, coperta solo da bodypaint e un teschio dorato sul volto. Sul finale di ogni canzone, va dietro le quinte a microfono aperto, continuando a dialogare con pubblico e assistenti, e regalando momenti di vera comicità. Ne esce fuori ogni volta con un accessorio diverso (una bombetta argentata per la sua cover di “Love Is The Drug”; un’ampia gonna nera per “Williams’ Blood”, uno strap-on per “My Jamaican Guy”). Va in processione nel pubblico, fa la lap-dance, esegue l’intera “Slave to the Rhythm” con un hula-hoop che non smette di girare nemmeno quando sale e scende dai piedistalli: è inarrestabile. La ferma solo un gran vento, ed è costretta a tagliare qualche minuto di show. La folla, mai così variegata per genere ed età, urla: “La vie en rose! La vie en rose!” sperando in un bis.  Grace Jones ha 69 anni.

Senza nulla togliere agli Arcade Fire, Régine non potrà mai competere con la regina che ho appena visto, e inizio a prepararmi per l’ultima sorpresa del festival: le Haim. Ieri, dopo i live taggati come #UnexpectedPrimavera di Arcade Fire e Mogwai, fantasticavo su una comparsata proprio delle tre sorelle californiane, visto che non avevano concerti in agenda e stanno per pubblicare il loro secondo album. Il desiderio viene esaudito alle 2:55 al palco Ray-Ban, dopo ore di indizi e ipotesi. Aprono e chiudono con due nuovi brani (“Want You Back” e “Right Now”) e ne suonano uno ancora inedito (“A Little of Your Love”). Nel mezzo, c’è un repertorio già ricchissimo per una band con solo un LP alle spalle. E sarà l’atmosfera di un festival che amano molto o il sollievo per avere fatto il pieno di fan anche senza essere apparse in cartellone, ma sembrano tornate ancora più affiatate e forti di prima. E se Danielle ed Este ricoprono i soliti ruoli (la leader saggia; l’eccentrica dotata di molte facce strane), Alana, ora 25enne, ha tutta un’altra sicurezza sul palco: ammicca, si diverte e gioca di più. Le Haim sono la degna conclusione per un’altra annata di successo (200.000 spettatori e il consueto spinoff di Porto pronto a partire la settimana prossima) in cui gli organizzatori hanno scommesso su headliner usciti dagli Anni Zero e sorprese vere.

Frank Ocean, non ci sei mancato per niente.

Primavera Sound 2017: giorno 2

ll mio secondo giorno di Primavera inizia nel pomeriggio con Mitski, e inizia male. Fin dalle prime note del set c’è un problema di volumi al palco Pitchfork e la voce non si sente. E quando si sente, va pure peggio. Dopo qualche tentativo di risolvere il problema, anche la cantante sembra arrendersi, e io con lei. Me vado spazientito senza nemmeno sentire uno dei miei brani preferiti dell’anno scorso, “Your Best American Girl”. Spero che lo sentirò in un’altra occasione, con Mitski più in forma e suoni più curati.

Tutt’altro discorso per Sampha, che ha la fortuna di esibirsi al sempre splendido palco Ray-Ban al tramonto. Inizio a guardarlo seduto dalle gradinate, aspettandomi un concerto rilassato, intimo e attorno a un piano. Sbaglio: Sampha e la sua band fanno subito capire che ci si muoverà parecchio: tutti i brani di Process vengono rinforzati nella parte ritmica e anche “Plastic 100°” si trasforma in un banger molto ballabile. Il pubblico impazzisce (statistiche di setlist.fm alla mano, scopro che non aveva mai suonato in Spagna, e questo forse aggiunge altro entusiasmo all’occasione). Scendo nella folla per i due momenti più significativi: una coinvolgente “Blood on Me” e un’incantevole “(No One Knows Me) Like the Piano”, rovinata purtroppo dal chiacchiericcio. Tutti i grandi artisti (Drake, Kanye, Solange) che hanno fatto a gara ad averlo nei loro album prima ancora che uscisse il suo LP di debutto ci avevano visto giusto. L’hype era giustificato e strameritato.

Nel frattempo si scopre che i Mogwai, che non erano in lineup, stanno facendo un concerto per presentare un nuovo album per intero. Dopo il live a sorpresa degli Arcade Fire ieri pomeriggio (anche quello con materiale inedito), sembra che quest’anno il Primavera punti molto sulle esclusive di questo tipo. Non basta il centinaio di artisti in cartellone: ci vogliono occasioni irripetibili, segrete, pressoché inaccessibili se non si è già nei dintorni, con un cellulare per ricevere le soffiate e un programma flessibile. Quindi, da un lato oggi mi piacerebbe vivere una di queste sorprese (in cima alla mia lista dei desideri: Haim e Phoenix), e dall’altro non saprei dove trovare il tempo senza fare rinunce.

A proposito di rinunce: Frank Ocean. Il cantante ha cancellato all’ultimo minuto la sua apparizione al festival (ci tengo a dire che l’avevo previsto a novembre) citando “ritardi di produzione”. Ieri però si scopre tramite un suo post su Tumblr che gli è morto il cane (RIP Everest), quindi forse ha avuto una ragione vera per non presentarsi. A ogni modo, tra le cose più fotografabili di ieri: la gente nel Parc con magliette a tema (“Frank Ocean is not coming”, faccina triste).

The xx. Sono lontani i tempi in cui il trio inglese sembrava vivere male ogni apparizione pubblica. Ieri sera erano esattamente dove dovevano essere, emozionati ma sicuri e aperti, come le tracce del loro ultimo album. Lo stage design riflette questa nuova era: non più nero su nero, ma specchi roteanti, trasparenze, riflessi e addirittura arcobaleni quando parte “Loud Places”, dal disco di Jamie xx. Oliver indossa una camicia oro e, prima di “Dangerous”, dice di volerla dedicare non alle coppie, che hanno già abbastanza fortuna e sostegno reciproco, ma ai single come lui. La sicurezza, o la maturità, ha anche portato sia a lui che Romy maggiore precisione nel canto: “Say Something Loving” e “On Hold”, all’inizio e alla fine del set, arrivano dritte, col pubblico che le urla a memoria. Ci vorrà un po’ perché si tolgano di dosso l’immagine cupa che loro stessi hanno coltivato fin dall’esordio, ma i fan già sanno quanta luce c’è nei nuovi The xx e ieri sera si sono fatti abbagliare da un concerto perfetto.

Primavera Sound 2017: giorno 1

L’anno scorso, alla chiusura del festival, scrivevo: “dopo i Radiohead non si torna più indietro”. A parlare era un po’ la delusione per non essere riuscito a godermi il loro set a causa di un pubblico distratto, rumoroso e maleducato – il pubblico generico di un grande festival mainstream, insomma. Che non si torni più indietro è tuttora vero (e l’iper-brandizzizazione di ogni angolo del Parc e i dieci minuti di pubblicità sui megaschermi prima dei concerti sono lì a ricordarcelo), ma ieri sera si respirava l’atmosfera di qualche anno fa, almeno sotto il palco dei tre artisti che ho seguito con maggiore attenzione. Davanti a Miguel e Solange si percepiva l’eccitazione di vedere artisti che raramente si esibiscono nell’Europa continentale; davanti a Bon Iver c’era un pubblico emozionato e non una folla di curiosi.

Miguel, a sorpresa, sarà forse il concerto più rock che vedrò in questa edizione. Coi suoi backdrop psichedelici, gli assoli di chitarra e una band ridotta a tre elementi (e tutti in camicie hawaiane), il livello di testosterone è a livelli di guardia. Lui è consapevole della sua carica erotica e flirta spudoratamente cantando di sesso e droghe e sesso attraverso le droghe. Il paragone ovvio è The Weeknd, ma per Miguel si tratta solo di divertirsi: l’alienazione e lo squallore di Tesfaye (che lui spesso confonde con trasgressione) sono lontani. Ed è lontano anche il Miguel pop/R&B delle collaborazioni con Mariah Carey, Janelle Monáe e Dua Lipa: questo è un concerto rock, e ben riuscito.

Si passa al palco Mango, dove un telo bianco con un cerchio sospeso lasciano intendere che il set di Solange avrà un alto potenziale concettuale. E sì, si rivelerà uno spettacolo interamente coreografato e calcolatissimo, ma per fortuna è anche leggero e godibile. Innanzitutto i colori: le nove persone sul palco sono tutte vestite di rosso, così come le luci proiettate sullo sfondo. Questo rende il tutto non fotografabile e forse non è un caso. Nel 2013, quando cantò sul palco Pitchfork davanti a pochi lungimiranti eletti (ciao!), ricordo che Solange chiese, durante “Losing You”, di mettere via i telefoni e godersi il momento: che ora abbia trovato una soluzione più elegante per concentrare la nostra attenzione su di lei anziché sui nostri touchscreen? Di cose ne sono cambiate da quello slot pomeridiano al Primavera di quattro anni fa: ha litigato col musicista che l’aiutò a trovare nuovi suoni (Dev Hynes), buttando forse ore di musica che non sentiremo mai; è diventata suo malgrado famosa per avere picchiato il marito di sua sorella in un ascensore; ha avuto un album al primo posto della Billboard. Sembra avere fatto pace con gli insuccessi della sua prima carriera, tant’è che ne ripropone qualcuno dal vivo e si dilunga in ringraziamenti per i collaboratori che la seguono fin dall’inizio. Lei viene presentata come “creator” dello spettacolo e si assiste davvero alla creazione di un’artista al suo picco creativo, che vuole trasmettere serenità (e riesce a farlo dispensando pillole di saggezza senza banalità, come in “Cranes in the Sky”) e calore (si butta nel pubblico durante l’inno di empowerment “F.U.B.U”, accolta con più sorrisi che isteria). Resterei fino alla fine, proprio per risentire quella “Losing You” che mi conquistò quattro anni fa, ma è tempo di spostarsi per l’headliner della serata.

A Seat at the Table battè 22, A Million l’ottobre scorso, ma è un album altrettanto importante. Bon Iver lo suona per intero, circondato dai misteriosi simboli della sua copertina. Non era facile tradurre dal vivo un’opera così intima, col suo collage di campionamenti e distorsioni, ma la resa è notevole. Vernon rende l’auto-tune umano nel brano a cappella “715 – CR∑∑KS” e il frammento di Mahalia Jackson in “22 (OVER S∞∞N)” ha tutta l’intensità della versione studio. Si sposta poi in quelle che chiama “country jam”, continuando a commuovere, fino al finale solitario di “Skinny Love”. La regia dei megaschermi non esita a proiettare immagini di maschi bianchi etero che piangono nel pubblico, e che vengono salutati da applausi spontanei. È un concerto purissimo, accolto col trasporto e il rispetto che merita, e che va a completare un trio perfetto di artisti statunitensi visti oggi. Miguel, di origini messicane e africane, che parla di amore universale tra una canzone e l’altra; Solange, che scrive un nuovo capitolo nella musica nera con un album e uno spettacolo serenamente politici; Bon Iver, che invita i presenti a informarsi sulla sua campagna (2 A Billion) per porre fine alla disuguaglianza di genere. Se non fosse così tardi, direi di avere assistito a tre espressioni della resistenza anti-Trump.

Primavera Sound 2016 – giorno 3

 

L’ultimo giorno di Primavera inizia con la conferenza stampa conclusiva e gli organizzatori confermano la sensazione generale: il festival è ancora un successo ed è in crescita costante. 200.000 accessi durante la settimana (eventi paralleli in città inclusi), e il tutto esaurito anche per la sezione PrimaveraPro per i professionisti dell’industria musicale. Quest’anno, grazie ai (o per colpa dei) Radiohead, non si torna più indietro: il Primavera Sound è un festival a tutti gli effetti mainstream che viaggia verso la perfezione (la scelta di artisti è ampia ma non impossibile da gestire; non c’è il fango e non è in un deserto; quest’anno si mangiava pure bene). E a proposito di Radiohead, un giornalista chiede la ragione dei volumi così bassi durante il loro concerto e gli organizzatori rispondono che i tecnici della band hanno agito in totale libertà.

Il primo live del giorno è il più quando-ti-ricapita ma anche il più WTF del festival. La norvegese JENNY HVAL sembra la somma dei The Knife, Maddie Ziegler nei video di Sia e i Monologhi della vagina. Più che un concerto, è una pièce di performance art femminista in cui Jenny fa riflessioni politiche e sociali intervallate da canzoni elettroniche astratte, ma eseguite con un grande talento vocale. Proprio come i The Knife, non si sa bene dove sia il confine tra ironia e serietà, e nel dubbio l’abbandono per recarmi dalla regina indiscussa di questa edizione.

PJ HARVEY sale sul palco suonando il sassofono (Carly Rae Jepsen’s impact) e accompagnata da una band, o meglio, una banda di otto elementi, tra cui l’italiano Enrico Gabrielli. La prima parte della scaletta è interamente dedicata a brani tratti dagli ultimi due album – quelli, per così dire, documentaristici. The Hope Six Demolition Project qualche mese fa aveva sollevato perplessità sui suoi metodi di ricerca e l’accusa di poverty tourism sembrava fondata. Eppure, per quanto possa sembrare sciocco, vedere quei brani interpretati dal vivo mi fa davvero credere che le intenzioni siano sincere e il backlash esagerato. Nei brani in questione, PJ è trasparente, appassionata e diretta, e la resa live è di gran lunga superiore a quella in studio. Sono pressoché marce militari che fanno battere mani e piedi a tempo, e la direttrice d’orchestra trova subito una sintonia col pubblico rara. Mi trovo addirittura a non rimpiangere affatto i vecchi lavori e a rivalutare la discografia recente (un’enorme “The Ministry of Defence” è l’esempio più eclatante, ma anche l’asettica “When Under Ether” trova una nuova veste di grande impatto). Decido che è il mio concerto preferito del Primavera 2016 ancora prima che esegua pezzi degli anni ’90 – e quando questi arrivano, com’era prevedibile, non ce n’è più per nessuno. Ne bastano tre: “50 ft Queenie”, “Down By the Water”, “To Bring You My Love”. Qualcuno urla “YASS QUEEN”. Ci sta.

Gli altri headliner, subito dopo, sono i SIGUR RÓS, che hanno alle spalle quasi vent’anni di carriera di cui dieci senza un’idea nuova o rilevante, ma dal vivo restano una macchina da guerra. Si ripete l’esperienza dei Radiohead: troppi passanti e troppi ascoltatori casuali in vena di chiacchiere e goliardia rovinano l’ascolto (che non deve essere un rituale religioso, per carità, ma cosa avranno mai da raccontarsi tutte ‘ste persone durante quel pugnale di “Vaka”?) Più forti di me nello zittire i chiacchieroni, solo quelli che si sono fatti una canna apposta per ascoltare Jónsi e non se la stanno godendo. La scaletta accontenta anche i nostalgici, ma in due ore non ci si può aspettare di sentire tutti i brani preferiti visto che hanno una durata media di 8 minuti (abbiamo avuto “Glósóli” e “Starálfur”, ma non abbiamo fatto “tjuuuú” su “Svefn-g-englar” né saltato nelle pozzanghere con “Hoppipolla”).

Si ritorna all’Heineken stage per i MODERAT, che per me si rivelano una grande sorpresa dal vivo. La loro caratteristica migliore è la varietà: passano da momenti ambient all’house più ballabile, al quasi-pop di brani come “Bad Kingdom” che il pubblico canta a memoria. Il trio tedesco è nella posizione invidiabile di chi continua a rinnovarsi guadagnando nuovi ascoltatori a ogni passo ma senza mai perdere credibilità, e Apparat, chi l’avrebbe mai detto, sembra proprio a suo agio nel ruolo di frontman e cantante. A completare un set senza difetti, luci e visual tra i migliori visti di recente. Da un lato, è la chiusura perfetta di un festival che si è aperto a nuovi generi mantenendo la propria identità (i Moderat come metafora del Primavera Sound: l’ho fatto); dall’altro, si vorrebbero avere più energie residue per goderne appieno.
Sto infatti per abbandonare quando saluto altri primaveristi ballanti al Pitchfork stage con ROOSEVELT e poi, perché tanto sono solo le quattro, li seguo al palco accanto per ISLAM CHIPSY & EEK. Avrei dovuto chiudere il report coi Moderat come metafora del Primavera Sound perché, per la musica egiziana contaminata dall’elettronica che ho sentito dopo, mi mancano le figure retoriche.

Foto PJ Harvey: Eric Pamies; foto Sigur Rós: Marc Heimendinger