Eurovision Song Contest 2017: perché l’Italia non ha vinto?

Francesco Gabbani era dato come il super favorito per la vittoria dello Eurovision Song Contest. Dal momento in cui ha vinto Sanremo fino alla mattina della finale di sabato è sempre stato primo su tutti i siti di scommesse. Diversi fattori influenzavano le proiezioni: il record di visualizzazioni su YouTube, i dati streaming, le vendite su iTunes in alcuni paesi europei. Oltre ai numeri, c’era l’entusiasmo da parte della stampa e dei fan club (che conoscono Sanremo e lo seguono) e la sensazione che, dopo 27 anni, fosse la volta buona per uno dei “soci fondatori” dell’evento. E non servono algoritmi per capire che “Occidentali’s Karma” è una canzone pop irresistibile.

Durante la fase delle semifinali, alle quali l’Italia non ha bisogno di partecipare, si sono finalmente presentati due avversari: la Bulgaria, perché in un anno senza la Russia alcuni voti si sarebbero concentrati su un paese del blocco ex sovietico, e il Portogallo, perché l’originalità dell’interpretazione e del brano avevano sorpreso tutti. Le giurie nazionali hanno votato venerdì sera, guardando in una diretta privata la Jury Final (ovvero una prova generale della finalissima, uguale in tutto e per tutto a quello che l’Europa vede il giorno dopo). Le giurie sono composte da cinque persone per paese, e sono addetti ai lavori (giornalisti, DJ, artisti, discografici, ecc.). Il loro voto vale metà del totale e, a contrario del televoto di spettatori più o meno casuali, è ragionato e studiato. A influenzarlo, ci sono appunto i numeri degli scommettitori, che possono diventare una profezia auto-avverante o una disgrazia. Chi vuole votare strategicamente ha gli elementi per farlo, e assegnare pochi punti al super favorito. Oppure fa un ragionamento senza cattiveria: “Il super favorito vincerà comunque e, anche se mi piace, voglio aiutare qualcuno di più debole”.

Le giurie e il pubblico votano a un giorno di distanza. Ci sono almeno una quindicina d’ore in cui i voti, conteggiati ed elaborati, sono fermi ad aspettare in un’agenzia. E ci sono quasi 24 ore in cui i giurati di 42 paesi possono spifferare per chi hanno votato (e spifferano, è normale). L’idea che queste informazioni, nel 2017, possano rimanere segrete per così tanto tempo è irreale. Al di là dei complottismi, è chiaro che il sabato mattina inizino ad arrivare indiscrezioni agli scommettitori: col passare delle ore le loro previsioni si fanno sempre più precise. A quel punto, in modo ufficioso, hanno quasi tutti i tasselli del puzzle: i dati parziali del televoto delle due semifinali e i voti delle giurie. L’unica vera incognita è il televoto per big five e paese ospitante, perché non è stato ancora sondato in alcun modo. Ed ecco che Gabbani, proprio come Il Volo nel 2015, sabato mattina ha iniziato a scendere nelle quotazioni. Se l’Italia avesse preso tantissimi punti al televoto, avrebbe ancora potuto vincere, ma a quel punto si calcolano le probabilità: se Portogallo e Bulgaria avevano sbancato nelle rispettive semifinali, ed erano prima e seconda secondo le giurie mentre l’Italia era settima, quante speranze poteva avere? E infatti al televoto puro non ha fatto tanto meglio: sesta.

Insomma, negli ultimi quattro anni abbiamo potuto notare un trend: nelle semifinali spunta una sorpresa e continua a crescere fino alla finale scalzando il super favorito, che verrà penalizzato dalle giurie. Può essere il personaggio (Conchita Wurst), l’esibizione (Måns Zelmerlow), la storia (Jamala) o una combinazione di tutti questi elementi come Salvador Sobral. Conosciamo bene questo meccanismo: è lo stesso che ha portato Gabbani alla vittoria contro Fiorella Mannoia a Sanremo 2017. (Ci sarebbero anche diversi paragoni con la politica, ma è meglio restare sulle canzonette.) Forse fare parte delle big five e accedere direttamente alla finale non è un vantaggio, visto che da quando la regola esiste (2000), solo una delle big five è riuscita vincere: la Germania nel 2010. Ma lamentarsi è altrettanto scorretto, e questo sistema resta il migliore possibile.

Torniamo a casa con la consapevolezza di non avere sbagliato nulla e di avere presentato il meglio. Non c’è nessun “se”: avevamo tutti gli elementi per vincere e a Kiev Francesco Gabbani è stato un portabandiera perfetto nonché protagonista assoluto (in sala stampa, dove ha vinto il premio assegnato dagli accreditati, come in arena, dove arrivavano fan di tutte le nazionalità dotati di scimmie e conoscendo testo e coreografia). Tralasciando discorsi poco eleganti sull’impatto che può avere avuto la salute di Sobral sulla psicologia dei votanti, ha vinto un’altra bella canzone. L’interprete si è distinto per la sua sobrietà ed è curioso perché, nel contesto dell’evento, è lui il novelty act, non chi arriva coi balletti. Guarda caso, ritirando il premio, ha detto che “la musica non è fatta di fuochi d’artificio, ma di sentimenti”. È una frase snob e sopratutto stupida che ha rovinato una vittoria meritata. Una ballata d’amore jazzata non è automaticamente superiore a quella che Sobral ha chiamato “musica usa e getta”, lanciando una frecciata ai colleghi che, poveri scemi, fanno pop divertente. Il tema era Celebrate Diversity e l’Europa ha seguito il consiglio – speriamo che non diventi un ricatto perché i soliti fuochi d’artificio ci piacciono ancora parecchio.

Eurovision Song Contest 2017: la guida alle canzoni

Benvenuti alla consueta guida alle canzoni in gara allo Eurovision Song Contest, ovvero la guida più letta ma meno citata dai commentatori Rai!

Riepilogando:

  • Le semifinali si tengono martedì 9 e giovedì 11 maggio. Sono trasmesse da Rai4 e Radio2 col commento di Andrea Delogu;
  • la finale di sabato 13 va in onda su Rai1 commentata da Federico Russo e Flavio Insinna;
  • l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e vota nella prima semifinale;
  • di Gabbani/Ilaqua/Chiaravalli, “Occidentali’s karma”, canta Francesco Gabbani.

Dentro queste tabelle trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmakers alla mia preveggenza). Accanto al nome della nazione, la semifinale a cui parteciperà e una stellina per le canzoni che meritano la vostra attenzione.

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Eurovision Song Contest 2016: la guida alle canzoni

È quel periodo dell’anno e vi ho fatto la consueta guida alle canzoni in gara allo Eurovision Song Contest, che si tiene a Stoccolma dal 10 al 14 maggio. Cos’altro c’è da sapere?

  • Le semifinali si tengono martedì 10 e giovedì 12 maggio. Verranno trasmesse da Rai4 e Radio2 col commento di Solibello e Ardemagni;
  • la finale di sabato 14 andrà in onda su Rai1 commentata da Federico Russo e Flavio Insinna;
  • l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e voterà nella seconda semifinale;
  • di Michielin/Abbate/Cheope/Martine, “No Degree of Separation”, canta Francesca Michielin.

Dentro queste tabelle trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmakers alla mia preveggenza). Accanto al nome della nazione, la semifinale a cui parteciperà e una stellina per le canzoni che meritano la vostra attenzione.

Aggiornamento: le nazioni contrassegnate con una F si esibiscono durante la finale di sabato sera. Continue reading

Eurovision Song Contest 2015: la guida alle canzoni

Anche quest’anno vi ho fatto la guida alle canzoni in gara allo Eurovision Song Contest, che si tiene a Vienna dal 19 al 23 maggio. Le basi:
• le semifinali si tengono martedì 19 e giovedì 21 maggio. Verranno trasmesse da Rai4 e Radio2 col commento di Solibello e Ardemagni, ma la prima semifinale andrà in onda in differita mercoledì perché dovete guardare The Voice;
• la finale di sabato 23 andrà in onda su Rai2 commentata da Federico Russo e Valentina Correani;
• l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e voterà nella seconda semifinale;
• di Boccia/Esposito, “Grande amore”, canta Il Volo;
• tenete d’occhio la mia pagina su Medium, che aggiornerò con reportage di altissimo livello direttamente dalla sala stampa viennese.

Dentro questo agile menù a fisarmonica trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmarkers alla mia preveggenza); un riassuntino per capire come se l’è cavata ogni nazione negli ultimi cinque anni.

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Emma alla finale dello Eurovision Song Contest 2014: cosa funziona

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Emma è un’ottima scelta per rappresentare l’Italia allo Eurovision Song Contest. Se lo scopo principale è fare sì che gli italiani tornino a interessarsi dell’evento, Emma e Mengoni erano tra i nomi migliori possibili. È un caso unico all’interno della manifestazione e lo confermano i dati dei social: Emma ha più del doppio dei fan di tutti gli altri concorrenti messi insieme. E sebbene questi numeri non ci dicano chi è il più popolare in assoluto bensì il più popolare nella nazione di provenienza, l’Italia può vantare artisti all’apice della loro carriera e discograficamente rilevanti. In questo senso, l’operazione è più che riuscita.

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È un peccato notare come Sanremo, negli ultimi due anni, abbia scansato o solo sopportato l’affiliazione con lo ESC (non dimentichiamoci che il format europeo è stato creato a immagine e somiglianza del nostro festival). Tuttavia, l’indipendenza da Sanremo (o da un talent show) aumenta le probabilità di poterci presentare con grossi nomi.

Emma dal vivo è fortissima (e su questo si trovano d’accordo anche tutti i suoi detrattori), ma “La mia città” è un brano difficile. È apprezzabile che sia interamente in italiano perché le canzoni bilingui sono sempre un compromesso fastidioso oltreché poco artistico, e creano uno strano effetto di cerchio/botte. Tuttavia, facendo un ragionamento strategico, “La mia città” non usa parole che lo straniero medio potrebbe riconoscere e subito memorizzare e canticchiare. La presenza di un “amore” nel titolo e nel ritornello, per esempio, faciliterebbe le cose.

Non è vero che l’inglese suona sempre meglio dell’italiano. Per esempio, “tombini invadenti” è meglio di “intrusive manholes” e “amo parcheggiare distratta” è meglio di “I love parking inattentively”. (Traduzioni dal sito ufficiale)

Canzoni di Emma che, sebbene non eleggibili per il 2014 perché incise troppo tempo fa, sarebbero state più adatte per lo Eurovision:
– “Amami”
– “Cercavo amore”
– “Dimentico tutto”
– “L’amore non mi basta”

Canzoni italiane incise nell’ultimo anno che sarebbero state adatte per lo Eurovision:
– “L’anima vola” di Elisa (con questa si vinceva)
– “Liberi o no” di Raphael Gualazzi e Bloody Beetroots (tutti gli elementi al posto giusto: canzone perfetta per l’evento; un interprete abbastanza riconoscibile agli eurofan dopo il suo secondo posto nel 2011 e un personaggio di forte impatto con credibilità internazionale)
– “La mia stanza” di Giorgia
– “Logico #1” di Cesare Cremonini
– “Odiare” di Syria
– “Bagnati dal sole” di Noemi
– “L’amore possiede il bene” di Giusy Ferreri
– “Dimmi che non passa” di Violetta

Un artista allo ESC si gioca tutto in tre minuti di diretta e deve essere subito memorabile. Per essere memorabile, deve essere facile da incasellare e riassumere in poche parole. L’obiettivo si raggiunge in tre modi:
Gimmick (es.: l’Islanda ha i pazzi con le tute colorate, l’Austria ha la drag queen barbuta, la Polonia ha le burraie tettone in costume tradizionale)
Scelte musicali-stilistiche (es.: l’Ungheria ha il pezzo impegnato, i Paesi Bassi sono country, il Belgio ha un tenore da incubo)
Fattori esterni (es.: la Russia, l’Ucraina)
Emma non può contare su nessuno di questi elementi e potrebbe rappresentare uno svantaggio. Per spiegare Emma ai non italiani, si possono tirare in ballo Jessie J per la personalità e Pink per la musica (tuttavia, il pop/rock di stampo anglosassone di Emma al momento trova pochi punti di riferimento internazionali). Spiegarla ai tedeschi è più facile perché hanno già familiarità con Gianna Nannini.

Il videoclip de “La mia città”, in cui molti europei l’hanno vista per la prima volta, disorienta. Per quanto faccia piacere vedere Emma più divertita dal suo ruolo di popstar, è un video che sfida il marchio da promuovere perché racconta una storia diversa dal solito: l’anti-diva è diventata diva eccentrica. Allo stesso modo, la pomposa esibizione di sabato, in cui Emma si presenterà vestita da imperatrice con mantello bianco e foglie d’alloro, non ha un legame immediato né col brano né col personaggio (e nemmeno con la cartolina/ident in cui Emma compone la bandiera italiana con una caprese).

Il piazzamento in classifica di Emma (per ora 17° secondo le agenzie) susciterà sicuramente teorie del complotto tra i suoi fan sui social, come accadde l’anno scorso con Mengoni. I fan potranno dire ciò che vogliono, ma il timore è che vengano assecondati dall’artista. Lo spirito dello Eurovision è tutt’altro, e speriamo che si sappia. emma-tweet

Certo che però fare peggio di San Marino sarebbe doloroso.

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Eurovision Song Contest 2014: la guida alle canzoni

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Anche quest’anno vi ho fatto la guida alle canzoni in gara allo Eurovision Song Contest, che si tiene a Copenhagen dal 6 al 10 maggio. Qualche informazione utile per fare felice gli dei della SEO:
• le semifinali di martedì 6 e giovedì 8 andranno in onda su Rai4;
• la finale di sabato 10 andrà in onda su Rai2 commentata da Linus e Nicola Savino;
• l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e voterà nella prima semifinale;
• di Marrone/Marrone, “La mia città”, canta Emma.

Dentro questo agile menù a fisarmonica trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmarkers alla mia preveggenza); un riassunto del tutto inutile con un emoji (perché noi millennials ci esprimiamo così) (#giornalismo).

Albania


Hersi ha vinto il Sanremo albanese e con questa canzone avrebbe anche potuto gareggiare nel Sanremo italiano di una ventina di anni fa. Studia all’Accademia di Santa Cecilia e cita tra le sue influenze musicali Lady Gaga, Céline Dion, Rihanna, Björk e gli Abba. Non ha chiaramente mai ascoltato nessuno di questi artisti, ma ha invece rubato l’ugola a Shakira. Siamo solo al primo concorrente e mi sembra già di farvi perdere tempo. Amici albanesi, sarà per un’altra volta.

Armenia


Lui si chiama Aram MP3. Il nome d’arte è tremendo, ma vi consolerà sapere che gli è stato affibbiato dal pubblico ai tempi in cui faceva il comico (sai che risate). “Not Alone” è una ballatona al piano serissima e intensa che cresce con archi à la Craig Armstrong e un delirio post-dubstep del tutto ingiustificato. Tuttavia, tocca le corde giuste, è più moderna del previsto ed è già data come super-favorita. Il video copia un po’ “Non me lo so spiegare” di Tiziano Ferro.

Austria

Tom Neuwirth è un uomo che ha deciso di essere una donna e chiamarsi Conchita Wurst. Non se ne accorgerebbe nessuno (nemmeno dalla voce) se non fosse che: BARBA. La barba crea un corto circuito che rende questa drag queen a dir poco ipnotica. Non si parlerà d’altro e il personaggio probabilmente oscurerà la bella ballata da colonna sonora di James Bond con cui gareggia. Al di là del piazzamento in classifica, sarà la protagonista dell’edizione.

Azerbaijan

Niente locura per gli azeri: Dilara Kazimova porta una ballata classica di grande stile. Purtroppo, il brano perde l’occasione di rendersi più interessante dal secondo verso in poi e rischia di risultare un po’ monotono (per non dire soporifero). La messa in scena influirà molto e potrebbe aggiungere quella scintilla che per ora manca alla versione in studio.

Belgio

Non lasciatevi ingannare da quel miracolo di Stromae: il Belgio sa ancora fare musica tremenda e Axel Hirsoux ne è la prova! Il cantante ha una voce che farebbe dire ai giudici di The Voice: “Ma sei un uomo?”. E una voce con così tanto potenziale non è mai stata usata per fini così biechi: una canzone sulle mamme. LE MAMME. “Son tutte belle le mamme del mondo (2014 edit)”. Gli scommettitori lo mettono addirittura tra i primi dieci, ma se passa in finale, io cambio continente.

Bielorussia

Lui è Teo, il Robin Thicke bielorusso. Non si capisce se quel modo di fare sia ironico o se creda veramente nel suo potere di squagliare le mutande di ogni donna che passa. Nel dubbio, e credo che ne converrete, possiamo dire che ha una gran faccia da schiaffi (#giornalismo). “Cheesecake” è una canzoncina scema ma innocua a metà tra novelty e quello che, appunto, potrebbe cantare Robin Thicke. No.

Danimarca

Se pensate di twittare: “Questo sembra Bruno Mars!”, sappiate che l’hanno già fatto tutti. La sera in cui Basim ha vinto le selezioni nazionali, infatti, “Bruno Mars” era nei trending topic danesi. Scubidubidà. Il pezzo si basa sui cliché della canzone d’amore e, furbescamente, gli autori lo ammettono a partire dal titolo. La musica è altrettanto furba e, se lo ESC non fosse già in Danimarca, avrebbe serie possibilità di vincere.

Estonia

Una popstar che perde subito un migliaio di punti presentandosi scalza. E che, a seconda delle inquadrature, ricorda una giovane Tori Amos. Non lasciatevi trarre in inganno dal titolo: “Amazing” non è amazing. Forse, con una produzione un po’ più curata, potrebbe funzionare. Così com’è, è una canzone da ESC che rischia di perdersi tra decine di cose simili, ma fatte meglio.

Finlandia

Anche quest’anno non poteva mancare la band munita di chitarre che non c’entra granché con la manifestazione. Tuttavia, questi Softengine sono meglio di tanti dei loro predecessori: l’incontro tra il pop-rock anglosassone e l’arguzia scandinava della produzione genera un brano incisivo, radiofonico e molto paraculo. Il loro primo album uscirà con la Sony: vuoi vedere che eccetera.

Francia

Eh, Francia, cos’è tutta questa ironia? Non ti riconosco più. La pagina di presentazione dei Twin Twin dice che rappresentano la YOLO generation, che evidentemente ora è una cosa che esiste. Cantano di come si può essere infelici pur avendo tutto ciò che si desidera fuorché i baffi e sotto sotto faccio il tifo per loro. Potrebbero essere la versione aggiornata del mitico Philippe Katerine e, come lui, potrebbero fare poca strada fuori dall’Esagono.

Georgia

Un gruppo che unisce folk e jazz in un video che risponde alla domanda: “Come sarebbe Treme se fosse ambientato in Georgia?”. Tre minuti di canzone di cui uno interamente dedicato a fare yodel. Vorrei tanto potere guardare tutto ciò attraverso un monocolo hipster e promuovere – almeno ironicamente – questa roba, ma non ci riesco.

Germania

Attenzione ai tedeschi perché la loro proposta ha tutti gli ingredienti per andare molto bene: una cantante figlia di una polacca e un ucraino che gareggia per la Germania, una voce femminile particolare ma gradevole, influenze folk e spirito indie, un testo in inglese semplice su una melodia un po’ strascicata che ti si pianta in testa e – giuro – non se ne va più. Gli scommettitori per ora posizionano Elaiza a metà classifica e secondo me si sbagliano di grosso.

Grecia

La Grecia quest’anno fa sul serio. Un rapper (l’unico in gara), un vocalist e un dj con un pezzo che si colloca a metà tra “We No Speak Americano” e “Mr. Saxobeat”. Una truzzeria unica che funziona alla grande e risulta ballabile e subito memorabile. Non fatela sentire a will.i.am perché è il pezzo che cerca di fare da anni.

Irlanda

Al di là del video improponibile e girato con la cura di un prediciottesimo, questa canzone ha il suo perché, almeno in quell’introduzione tesa e incalzante. Ahinoi, il ritornello rovina tutto con la sempreverde pratica dello smarmellamento e l’arrivo degli strumenti tradizionali (siete irlandesi, l’abbiamo capito). È un buon tentativo di imitare la ricetta di Emmelie de Forest, ma non avrà la stessa fortuna.

Islanda

Ma sì, Islanda, continua a fare finta di non avere musicisti validi in tutta l’isola. Non volete vincere? Almeno non fatevi sgamare così, mandando a Copenhagen questo gruppetto adolescenziale pop-punk che ci distrae coi vestiti colorati (in difesa dei Pollapönk, il loro obiettivo dichiarato è fare musica semi-educativa che possano ascoltare anche i bambini). L’Islanda si guadagna inoltre il grande “CHECCOSA?” di questa edizione: il testo è stato tradotto in inglese con la consulenza di JOHN GRANT. Appunto, CHECCOSA?

Israele

Un BANGER, finalmente. Mei Finegold canta col vocione un pezzo influenzato dall’EDM contemporanea che parte fortissimo ma si perde un po’ nel ritornello. E, per quanto ci piaccia credere in un mondo senza barriere linguistiche, “Same Heart” è penalizzata da una lunga parte centrale in ebraico. Però, un BANGER, finalmente.

Italia

È un discorso che merita più di cinque righe e lo affronterò in un post a parte.

Lettonia

Ma per piacere, Lettonia, non stupitevi se siete ultimi per i bookmakers. La torta? Dovete fare la torta. E ci cantate la ricetta. È una metafora o avete fatto scrivere questo testo da bambini in età prescolare? Peraltro, quella è l’unica fascia di pubblico che potrebbe volervi ascoltare. E poi in gara c’è già la cheesecake del bielorusso.

Lituania

Cara Vilija, avevi la mia curosità, ma ora hai la mia attenzione. Te la sei guadagnata aprendo la canzone con: “ATTENTION!”. L’arrangiamento è uno dei più interessanti di questa edizione, così come l’interpretazione. Tuttavia, il testo è ai limiti del ridicolo e non si capisce perché l’esibizione comprenda un inutile balletto con tutù. Peccato.

Macedonia

Questa è la Emma macedone! Tuttavia, ha un brano molto più facile di quello di Emma e avrei scommesso di vederla molto più in alto nelle quotazioni. È eurodance da manuale e il video cerca di accontentare tutti con lei che si struscia e una squadra di operai seminudi (doppio specchietto per le allodole), ma per i bookmakers è terzultima. Insomma, spacciata ancora prima di poterci provare.

Malta

 I Mumford & Sons si sono sciolti, ma a Malta non è ancora arrivata la notizia. Come dite? Non si sono sciolti alla fine? E allora cosa ce ne facciamo della loro versione maltese? Tornando “seri”, i Firelight hanno un video dedicato ai caduti della prima guerra mondiale (…) e fanno un folk-pop molto gradevole e pericolosamente contagioso. Metto due stelline subito perché se l’ascolto ancora ho paura di dargliene tre o quattro.

Moldavia

Ora vi spiego cosa faccio quando mi trovo davanti a una canzone scialba ma passabile come “Wild Soul” e non ho alcuna opinione originale in proposito: guardo com’è messa la nazione nella graduatoria delle scommesse. Sta molto in fondo, quindi risparmiamo tempo prezioso e andiamo avanti sperando che non diventi la vincitrice.

Montenegro

Io sono ancora furibondo per l’eliminazione del Montenegro nel 2013, quindi speravo che la canzone di quest’anno fosse all’altezza di “Igranka” e potesse vendicare gli Who See. Ebbene, no. Ci è capitato il Kekko Silvestre montenegrino nonché uno dei brani peggiori dell’edizione.

Norvegia

Il Bon Iver norvegese ha vinto le selezioni nazionali contro un sopravvissuto alla strage di Utoya che era dato come favoritissimo. Questo per dare un’idea della potenza di “Silent Storm”: è una lagna, ma una lagna epica che potrebbe commuovere mezza Europa. Nulla di più lontano dal pop apocalittico della meravigliosa Margaret Berger, ma anche quest’anno la Norvegia è in zona podio – e se lo merita.

Paesi Bassi

I Common Linnets sono due cantanti di successo (a casa loro) che hanno deciso di unire le forze per lo Eurovision. E con lo Eurovision non c’entrano proprio niente, questi due olandesi con la testa a Nashville. Eppure il loro pacatissimo brano country convince (presentarsi in gara con una canzone vera è già un bonus, in questo contesto) e potrebbe dare più soddisfazioni di Anouk.

Polonia

Donatan è un produttore tamarro, Cleo è una cantante tamarra. È colpo di fulmine pieno di locura. Portano un brano che potrebbero cantare le Little Mix o una girlband coreana ma, dove di solito troviamo un breakdown dubstep, loro inseriscono un intermezzo di musica tradizionale. È la risposta polacca a “Girls (Who Run the World)”: un inno di girl power che celebra le bellezze dell’est e si fa aiutare da un video pecoreccio (ciao Jezebel) ma ironico. Non vinceranno mai, ma almeno ci faranno divertire.

Portogallo

Dopo la pausa di un anno dettata da ragioni economiche, il Portogallo torna in grande stile NOT. Suzy, con un costume rubato a Ballando con le stelle e una banda di percussionisti, porta un pezzo dance con fisarmoniche e influenze brasiliane. È la concorrente in quota Alpitour di quest’anno e non potrà fare molto per migliorare la lunga serie di insuccessi del Portogallo allo ESC.

Regno Unito

Dice che quest’anno si sono impegnati, che “Children of the Universe” è la loro migliore proposta dopo tanti anni di mediocrità. Sarà. Il brano parla del potere della Gente, dell’amore e dell’unione su un arrangiamento ricco, vario e con un beat contemporaneo. È stato scritto apposta per l’occasione, si sente che è stato pensato per un’arena e gli scommettitori gli stanno dando fiducia. Tuttavia, considerando che il Regno Unito è l’unica nazione che potrebbe vincere a occhi chiusi, questa Molly sembra l’ennesimo ripiego. Vabbè, dominate l’industria discografica 364 giorni all’anno: per una serata lasciate giocare il resto dell’Europa.

Romania

La Romania fa il suo bel compitino europop con un duettone tra un cantante dalla voce un po’ anonima e un’urlatrice in vena di key-change. In compenso, fanno un’esibizione futuristica come non ne vedremo mai a Sanremo. Le intenzioni sono buone, ma il risultato e la performance hanno scarso impatto. 

Russia

La Russia arruola due gemelle di 17 anni che fanno musica che nessun loro coetaneo si sognerebbe mai di ascoltare. O forse no, visto che in patria sono delle piccole star con alle spalle una vittoria al Junior Eurovision Song Contest. La canzone è così generica e scadente da farci rimpiangere le nonnine panettiere. (PS: come stanno le nonnine? L’hanno poi costruita quella chiesa? Ancora tutte vive?)

San Marino

La Vale! La ragazza sta diventando il Daniele Piombi dello Eurovision. Pensate: ha passato gli ultimi dodici mesi a fare l’autostop da Malmö a Copenhagen sebbene distino solo pochi chilometri l’una dall’altra. E ce la ritroviamo per il terzo anno consecutivo in gara. I fasti di “Facebook Oh Oh Oh” sono lontani.

Slovenia

Dio, che fatica. Quante nazioni mancano? Forza. Allora, lei è Tinkara, canta un po’ in sloveno e un po’ in inglese e il suo selling point, ci fanno sapere, è il flauto traverso. Ah be’, allora siete tutte Emmelie de Forest. Il pezzo non è nemmeno così malvagio, ma se lo scopo di questa guida è dirvi cosa dovete tenere d’occhio, tranquilli, potete saltare la Slovenia senza rimpianti.

Spagna

Ruth Lorenzo è una cantante spagnola trasferitasi in Inghilterra. Lì è diventata “famosa” con X Factor nel 2008. Io quella stagione l’ho pure vista (vinse Alexandra Burke), ma non avevo nessun ricordo di questa Ruth. Eppure arrivò all’ottava puntata! La canzone è rimasta anch’essa al 2008 perché sembra quello che avrebbe potuto scrivere Ryan Tedder per una popstar a quei tempi. Si urla, si fanno le facce intense, si è già in finale, non si vince.

Svezia

Al Melodifestivalen io tifavo per la più divertente “Busy Doing Nothin'” di Ace Wilder, ma bisogna riconoscere che Sanna Nielsen fa il suo dovere alla grande. “Undo” è una ballatona incalzante e intensa prodotta in modo impeccabile. Perché questo sanno fare gli svedesi ed è inutile provare a batterli nel loro sport nazionale.

Svizzera

Sebalter in realtà si chiama Sebastiano e vive nel Ticino. C’ha la faccia simpatica e una canzone simpatica in territorio Rubino-spiritoso incontra Antonio Maggio. C’è un punto in cui canta: “I am so wet, I am dirty”, evidenziando una certa goffaggine con l’inglese. Cliccate con prudenza perché la parte fischiettata non si stacca più dal cervello.

Ucraina

L’Ucraina è tra le super-favorite, peccato solo che Mariya Yaremchuck non porti una canzone bella quanto lei. Il titolo viene da Ke$ha, il testo viene da un generatore automatico di parole d’amore, la musica è un po’ datata (ma nel mondo post-“Get Lucky” potrebbe essere abbastanza datata da sembrare contemporanea). Sarebbe una vittoria che mette d’accordo tutti, e quindi una vittoria un po’ noiosa.

Ungheria

András Kállay-Saunders ha la voce e l’aspetto di una popstar e porta una canzone che avrebbe più chance nelle radio e nelle classifiche britanniche della canzone che portano i britannici. Sembra davvero pensata per la playlist di Radio One, quindi bravi ungheresi. “Running” affronta il tema della violenza domestica e il video è pesantissimo (pure la danza interpretativa no, dai), quindi il cantante si trova nella difficile posizione di portare roba triste a un concorso spensierato. Il suo successo a Copenhagen dipende da come saprà gestire questo equilibrio.

Eurovision Song Contest 2013: la guida alle canzoni (seconda parte)

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Bentornati, amici europeisti, per la seconda infornata di concorrenti, dalla L di Lettonia alla U di Ungheria. Troverete le canzoni valutate in base a qualità, locura e possibilità di vittoria dopo il salto. Ma prima, due doverose parole su Marco Mengoni.

Quando ho sentito “L’essenziale” al festival, la mia reazione iniziale è stata riassumibile con “meh”. Dato che commentavo in diretta, è tutto nero su pixel a dimostrare quanto mi sbagliassi: dopo cinque giorni, la cantavo in macchina facendo le facce intense; dopo qualche mese, mi sembra una delle canzoni d’amore sanremesi più belle dai tempi di Massimo Ranieri. Non è un pezzo da primo ascolto, può non conquistare immediatamente.

Allo Eurovision Song Contest, ci si gioca tutto in tre minuti: quasi nessuno sa chi sei e il 90% degli spettatori ti sta ascoltando per la prima volta. È sempre interessante scoprire le reazioni degli stranieri a qualcosa che conosciamo molto bene ed è divertentissimo leggere cosa twittano dall’estero durante l’esibizione del nostro concorrente. Come andrà con Mengoni, non lo sappiamo con certezza, ma i commenti a questo video possono fornire qualche indizio.

YouTube Preview Image

L’esibizione è tratta da un evento di presentazione dello Eurovision tenutosi ad Amsterdam a fine aprile. Alcuni commentatori di YouTube si complimentano per la canzone, molti altri si chiedono se sia drogato, ubriaco o cosa. Non c’è poi tanta differenza coi numerosi italiani che, durante una sua splendida interpretazione di “Ciao amore ciao” al festival, hanno preferito twittare che aveva un po’ di bava ai lati della bocca. Ma è normale: soprattutto nel commentare il frammento di una diretta, si nota una cosa.

Quando Nina Zilli si esibì a Baku l’anno scorso, aveva una canzone di gran lunga superiore alla media, ma salì sul palco con la storica acconciatura di Amy Winehouse. Il pubblico estero su Twitter notò quello e basta. Si sprecavano le battute su come la cantante inglese fosse risorta in Italia e qualcuno dotato di un’eccezionale dono della sintesi scrisse “Amatriciana Winehouse”. Sarei pronto a scommettere che Zilli, pettinata in modo diverso – qualsiasi altro modo, pure calva, pure con un pappagallo parlante in testa – avrebbe guadagnato una posizione molto più alta.

Mengoni sarà un ragazzo mediterraneo vestito con un elegante doppiopetto che canta una canzone d’amore bella ma non immediata. Superando l’ostacolo di una lingua che nessuno parla (a contrario de “L’amore è femmina/Out of Love” di Nina Zilli e “Follia d’amore/Madness of Love” di Gualazzi, non contiene parole italiane di facile comprensione o inserti in inglese), resta comunque il suo modo di stare sul palco. Con uno dei suoi sguardi di sbieco o un tic facciale di troppo, “L’essenziale” passerà in secondo piano. E sarebbe un peccato perché, dopo aver ascoltato le altre 38 proposte, è evidente che Mengoni è tra i migliori in gara – se non il migliore.

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Eurovision Song Contest 2013: la guida alle canzoni (prima parte)

eurovision2013_malmo_bidÈ quasi tempo di Eurovision Song Contest, i Giochi senza frontiere della musica. L’evento si terrà a Malmö, Svezia il 18 maggio e sarà preceduto dalle qualificazioni il 14 e 16 – ma questo non ci interessa troppo perché l’Italia e altre quattro nazioni più evolute di altre (questo è lo spirito!) vanno direttamente in finale. Le canzoni in gara sono 39, le ho ascoltate tutte e le ho giudicate in base agli unici criteri possibili: la qualità, la locura, le possibilità di vittoria (calcolate consultando qualche sito di scommesse e il mio pessimo intuito). In questa prima parte, affrontiamo le nazioni dalla A di Albania alla I di Israele, mentre la seconda parte arriverà la settimana prossima. Fate partire l’Inno alla gioia e leggete lo spataffione (poi stoppate l’Inno alla gioia per sentire i brani, se no che senso ha).

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San Marino allo Eurovision Song Contest: chi sta trollando chi?

A contrario dell’Italia, che fa parte delle “Big Five” e si qualifica direttamente alle finali dello Eurovision Song Contest con la nostra stronzologa di riferimento, la Repubblica di San Marino deve ancora superare lo scoglio delle eliminatorie del 24 maggio per accedere all’evento principale. Il pezzo scelto si chiama “Facebook Uh Oh Oh”, è composto da Ralph Siegel (un produttore che nel suo curriculum ha praticamente solo canzoni dello Eurovision) ed è interpretato da Valentina Monetta. La cantante è sammarinese, ha 37 anni e chiamate il signor Getty perché, se le va male con la musica, ha un futuro roseo nel mondo delle immagini di stock. È stata selezionata per rappresentare lo stato autonomo da Carmen Lasorella, che dal 2008 è Direttore Generale ed Editoriale di San Marino RTV. Ora che sappiamo tutto quello che c’è da sapere, guardiamo il video.

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Ho molte domande dopo la visione di questa clip, ma l’unico modo per avere delle risposte è partire dalle basi e valutare tutte le opzioni. Propongo quattro scenari possibili:

1. Valentina Monetta è un troll, è una Rebecca Black studiata a tavolino. Il video è stato girato per sembrare un’opera con intenzioni professionali e risultato amatoriale. Il trash è voluto, l’obiettivo è creare un fenomeno virale.

2. Il compositore Ralph Siegel e gli autori Timothy Touchton e José Santana Rodriguez (buona fortuna a scovare questi due su Google) sono dei troll. Hanno scritto e composto questa canzone per ridere, ma l’hanno proposta ai sammarinesi con la faccia seria, e questi ci sono cascati. Insomma, è uno scherzo andato troppo lontano di cui la Repubblica non si è ancora accorta di essere vittima.

3. Carmen Lasorella è un troll e si è infiltrata nella TV sammarinese col compito di distruggerla dall’interno. Ha inoltre preso dei soldi da Nina Zilli per non offrire rivali valide.

4. Non c’è nessun troll. Qualcuno crede veramente che Valentina Monetta e il suo video siano un’offerta moderna, colorata, fresca, orecchiabile, internazionale. Ai giovani piace Facebook! Facciamo un pezzo su Facebook: sarà un successo! È, insomma, una scelta incompetente fatta da incompetenti.

Il quarto scenario è di gran lunga il più inquietante e, per quanto fantascientifico, scommetterei che è quello più vicino alla realtà. La prova è questo video della presentazione ufficiale.

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Tralasciando il suo motto “se non canto invecchio” (coi lobi a penzoloni anche lei?), se qualcuno sta prendendo in giro qualcuno, è tutto molto, troppo elaborato. Sono tutti serissimi, ma nel modo sbagliato. Perché lo Eurovision è una cosa seria, o almeno dovrebbe esserlo per chi lavora con la musica in Europa. Mi rivolgo a voi, discografici d’Italia, e ve la metto giù facile facile: con lo Eurovision si possono fare i soldi. Dovreste fare a gara per guadagnarvi un posto a una manifestazione vista da centinaia di milioni di persone. Dovreste andare a occupare San Marino supplicandoli di darvi quell’opportunità. Dovreste prendervi a botte anche solo per apparire con un embed nel sito dello Eurovision (il video di Valentina Monetta in un giorno ha guadagnato 20,000 visite e ogni volta che faccio refresh salgono vertiginosamente). Senza scomodare i cantanti che vendono già, avete i cassetti pieni di canzoni e interpreti, ex talent o vecchie glorie che non aspettano altro di salire su un palco che fa più telespettatori di un SuperBowl. Mal che vada, vi portate a casa qualche download dalla compilation ufficiale e qualcosa da scrivere sui comunicati stampa.

E invece no. “Facebook Uh Oh Oh.” Abbiamo qui un progetto da due lire ideato e confezionato male, un progetto talmente tragico da far sperare si tratti di uno scherzo.

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Eurovision Song Contest 2011: cosa ci siamo persi negli ultimi 13 anni

Dato che nessuno ha avuto la malaugurata idea di spedirmi a Düsseldorf a fare da kermesse police, l’Eurovision Song Contest l’ho seguito dal grande divano dei social network. E sai che c’è? Mi sono divertito. Quindi, pur avendo snobbato la manifestazione per settimane, il resoconto è d’obbligo.

“Pronto Raphael?”

Mentre tutti i paesi civili hanno trasmesso la diretta con un commento in stile radiofonico, l’Italia ha organizzato una serata ad hoc condotta da Raffaella Carrà. Che la Carrà non sapesse tenere in piedi una diretta, già si sapeva (e Sanremo 2001 ne fu una pietosa conferma), ma di certo non ci aspettavamo una completa e totale anarchia televisiva di queste dimensioni. Toglile i balletti, i fagioli e le lacrime – toglile la struttura canonica dei programmi che ha condotto per decenni – e la Carrà diventa una soubrette alle prime armi. Meglio così, per noi che vogliamo i lulz.

La scelta di mettere su uno show per seguire lo show nasce dalla (supposta) incapacità del pubblico italiano di digerire una diretta commentata con voiceover e che ci sia bisogno dello Studio Con Le Poltrone di Japino per non scioccare troppo la casalinga. Tuttavia, se la lingua e le facce sconosciute dei presentatori in Germania erano un tale spauracchio, non si spiega la presenza di un ospite/opinionista francese che parla francese per tutta la serata. E che ospite. E che opinionista. Bob Sinclar.

Mai si era visto dare tanto spazio a una figura così sgradevole e fuori luogo per puri fini commerciali: la ripetuta e spudorata promozione del singolo “A far la morte comincia tu”. Tre ore ininterrotte di marchetta impreziosita da opinioni non richieste su “cosa ascoltano i giovani”, il download illegale e la solita fuffa sulle emozioni nella musica. Stizzito, Sinclar ha accusato i concorrenti di essere “finti” e “troppo commerciali”. Lui, che ricicla campionamenti da quando è nato e che anziché dare da mangiare a Kelly Rowland come tutti i DJ del pianeta, sceglie la Carrà.

“I am THE WORST.”

La selezione musicale è stata sorprendentemente variegata, segno che l’Eurovision non è più solo scarti di magazzino europop. Oltre alle inevitabili categorie Urlatrici, Nonni Folk e Bocellame sparso, ci sono stati tentativi di nu metal, jazz e Motown. Il tutto confezionato in pacchettini molto radiofonici, ma è più di quello che si possa dire di una tipica annata sanremese.
Persiste, tuttavia, un certo snobismo da parte dell’industria. Se all’Eurovision si andasse per vincere, a rigor di logica l’Islanda manderebbe Björk, la Francia Mylène Farmer, l’Italia la Pausini e il Regno Unito avrebbe centinaia di proposte più allettanti dei Blue (che erano comunque gli unici concorrenti in gara con un minimo di risonanza internazionale). Oppure possiamo riciclare la storia del “trampolino di lancio”, che in effetti l’anno scorso ha funzionato per la vincitrice Lena e sta già funzionando per quella macchina da guerra pop che è Eric Saade.

I CANI

Gualazzi è arrivato secondo ed è ancora difficile crederci. Sebbene l’unica cosa interessante del cantautore sia lo spelling col “ph” del suo nome, questa sera ha fatto centro (e non è stato solo merito degli amuleti e i pentacoli della Caselli). Il meccanismo della gara non permette al paese di votare il suo rappresentante, ma le nazioni confinanti tradizionalmente si danno una mano (ne consegue il successo dei blocchi jugoslavi, scandinavi, ecc.). E mentre erano tutti impegnati ad assegnare i voti più alti ai propri cugini, Gualazzi ha racimolato un piccolo bottino di voti bassi e qualche 12 (da Albania, Spagna, San Marino e Lettonia). Insomma, non ha polarizzato le opinioni ma è stato moderatamente gradito da tutti: questo ha decretato il suo successo.

Fidatevi, è meglio che non abbia vinto perché, se la leggenda del sabotaggio che mi hanno raccontato i Jalisse è ancora valida dopo 13 anni, la Rai non avrebbe fatto i salti di gioia all’idea di organizzare l’Eurovision 2012 in Italia (così spetta al vincitore). Toccherà invece all’Azerbaijan [inserire qui battuta sulla povertà di infrastrutture del paese] che ha sbancato con la formula “Vattene amore”: duetto uomo/donna sentimentale costruito a tavolino. E quanto mi piace dire che io, in tempi non sospetti, l’avevo previsto: