Suor Cristina da The Voice: sister novelty act

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Dev’essere un bel sollievo, per quelli di The Voice, averne azzeccata una. Il programma è stato un successo televisivo negli Stati Uniti e si sta risollevando nel Regno Unito, ma in entrambi i territori non ha ancora prodotto una star internazionale (e se allarghiamo il discorso agli altri 48 paesi che trasmettono il format, peggioriamo solo le statistiche). Ma non è necessariamente colpa di The Voice se americani e inglesi, una volta spento il televisore, “si dimenticano” di comprare gli album: da tempo, American Idol non dà garanzie maggiori (e gli artisti più fortunati sono spesso cantanti country impossibili da esportare), mentre X Factor UK deve fare, prima di tutto, un grande lavoro di manutenzione sugli artisti già lanciati negli ultimi dieci anni su un mercato saturo. Perché non ci sarà posto per i nuovi One Direction finché gli One Direction non mostreranno segni di cedimento, e se mostreranno segni di cedimento, sarà percepito in parte come un fallimento del format e <signora mia> del meccanismo usa-e-getta di questo sporco mondo dello showbiz </signora mia>.

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Quelli di The Voice, dicevamo, ne hanno finalmente azzeccata una – e in Italia, per giunta! Breve riassunto: Cristina Scuccia, una suora di 25 anni, si presenta alle blind auditions cantando “No One” di Alicia Keys, i quattro giudici si voltano, lei sceglie J-Ax, la clip diventa virale. E per virale non s’intende “cinque amici l’hanno messa in bacheca su Facebook” ma: Buzzfeed, HuffPo, Guardian, Mashable, Time, Today Show, un retweet di Whoopi Goldberg e uno di Alicia Keys. Tre giorni dopo, il video è arrivato a 13 milioni di visualizzazioni (quello più visto dell’ultima edizione americana, per intenderci, non ha ancora toccato i tre milioni).

Fattori che possono avere aiutato questo successo: ultimamente non è uscito nessun video musicale controverso o di grande impatto, è finito il SXSW, è finita la stagione dei premi (chissà se anche Suor Cristina conosce i nomi di tutti gli animali e attira i fenicotteri sulle terrazze). Chi si occupa delle pagine di intrattenimento ha accolto la suora canterina sgranando i clic come le perle di un rosario (non vi preoccupate, dopo faccio altre battute a sfondo religioso, forse faranno ridere). E poi, inutile negarlo, il video con le amiche suore che esultano dietro le quinte e J-Ax che piange è irresistibile.

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Il Time chiede: “È la nuova Susan Boyle?”. Non è un paragone azzardato perché era dal 2009 che un talent non sfornava un fenomeno simile, trasformando da un giorno all’altro la gattara scozzese di Britain’s Got Talent in una star internazionale con una commovente storia di riscatto e 20 milioni di copie vendute. J-Ax, The Voice, Rai e soprattutto Universal sono seduti su una miniera d’oro delle stesse proporzioni, ma qui arrivano i problemi. Innanzitutto, per com’è strutturato il programma, non sentiremo cantare Suor Cristina fino alle battles della sesta puntata, presumibilmente in onda il 16 aprile: un’eternità. Se hanno già registrato l’episodio, c’è da sperare che non l’abbiano fatta fuori e che sia passata alla parrocchia di Raffaella Carrà col meccanismo dello steal (un giudice elimina un concorrente, un altro giudice gioca un jolly e lo porta nella sua squadra). Perché, per quanto possa essere folcloristico vedere il rapper tatuato e la suora che cantano “Ohi Maria” (Dio, dacci questo duetto), vuoi mettere un giro promozionale agli UnoMattina di tutto il mondo con accanto la Carrà? Si sa esprimere in inglese e nei paesi ispanofoni è già una divinità di suo: le due sarebbero inarrestabili. Il secondo problema è cosa farle cantare: The Voice prevede un inedito, ma per sostenere l’interesse virale e conquistare il target di riferimento ci vogliono cover azzeccate, duetti di prestigio, e in generale un livello di produzione superiore a quello concesso a Elhaida Dani. E infine, serve il coinvolgimento del Papa. Non una telefonata, ché all’estero mica lo sanno quanto Bergoglio ami alzare la cornetta per salutare gli sconosciuti: ci vuole un endorsement serio via Twitter e una foto insieme.

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Con le mosse giuste, sì, Suor Cristina potrebbe diventare la nuova Susan Boyle, che però aveva alle spalle un uomo molto più potente del Papa: Simon Cowell. Nel 2009, il discografico inglese era in stato di grazia: ancora ringalluzzito dai risultati planetari di Leona Lewis, non esitò a mungere la sua nuova mucca fino a farla impazzire (non è un’esagerazione). Suor Cristina, per fortuna, sembra una donna equilibrata e abituata al contatto con le persone, ma riuscirà a sostenere certi ritmi solo con l’energia di Cristo? È un successo già sproporzionato rispetto al suo contenitore, e anche il novelty act più clamoroso, se gestito non come una proposta discografica seria ma, appunto, come un novelty act, rischia di fare una brutta fine: un’ospitata, ogni anno, a Natale in Vaticano.

Il Signore dà, il Signore toglie. E il Signore, per il momento, basta che risollevi quel 9% di share per farci credere nei miracoli.

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Lady Gaga, nella sua testa e nella realtà

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, rispondendo a una domanda sulle vendite di ARTPOP durante il suo keynote al SXSW, sbotta: “What the fuck-all I have to do with Katy Perry?”. Perché è vero che lei è molto più vicina ai suoi numi tutelari David Bowie e Freddie Mercury o, per fare un nome più recente che come lei scosse e sconvolse il mainstream, Marilyn Manson. Nella sua testa, Gaga non ha nulla in comune con le tante squinzie che si limitano a dedicare mezz’ora del loro tempo per cantare su basi precotte di produttori scandinavi. E, sempre nella sua testa, Gaga sta ancora facendo del suo meglio, sta incidendo musica interessante, sta salvando ragazzini sull’orlo del suicidio, sta diffondendo l’arte ogni volta che esce di casa. Ma nella realtà, Gaga è una donna americana bianca nata a metà degli anni ’80 che fa canzoni pop come Katy Perry. Le due si scontrano nelle stesse classifiche, sono presenti sulle stesse piattaforme che conteggiano visualizzazioni e stream, ambiscono a entrare in rotazione sulle stesse radio e, quando il montatore di StudioAperto cercherà il sottofondo adatto al servizio di costume, dovrà scegliere tra “Roar” e “Applause”. E poi ci sono i fan, che fomentano gli scontri, usano numeri a caso per dimostrare la vittoria di una o dell’altra e sono convinti di avere un peso quando, invece, queste battaglie si giocano soprattutto sugli ascoltatori occasionali. Cos’ha quindi in comune Lady Gaga con Katy Perry? Per il 99% della popolazione, tutto.

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, in un’esibizione di pochi giorni fa sempre ad Austin, urla: “Fuck pop music, this is artpop”. Perché è in sella a un toro meccanico che ha una tastiera all’estremità e la sta letteralmente suonando coi piedi, ed è ancora zuppa del liquido verde fosforescente che un’artista le ha vomitato addosso. Nella sua testa, è un’installazione vivente contro lo stupro. Nella realtà, ha solo servito su un piatto d’argento qualche battuta per Twitter e ha fatto incazzare Demi Lovato e tutte le bulimiche che non avevano ancora avuto l’idea geniale di monetizzare il loro dito in gola. (E poi c’è Madonna che, ovunque si trovi, ha guardato la clip e deve avere pensato, con rassegnazione: “Uffa, nel prossimo tour mi toccherà farmi cagare addosso dai ballerini”.)

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando dice che non ha voglia di suonare “Applause” al SXSW. Nella sua testa, è una canzone che non c’entra niente con uno spettacolo preparato apposta per un contesto diverso dal solito e in scaletta proprio non ci dovrebbe stare. Nella realtà, c’è una marca di patatine che ha speso due milioni e mezzo di dollari per averla e un executive che dichiara a Billboard che, per quella cifra, sperava almeno di sentire “Alejandro”.

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, sempre nel keynote/intervista d’ursiana core a core suggerisce ai giovani musicisti di non cercare “una cazzo di casa discografica” perché non ne hanno bisogno. Nella sua testa, si sta ribellando a un sistema che fa fatica a comprenderla e spera che ogni sfigato con una chitarra e una collezione di parrucche possa esprimersi in libertà senza diventare schiavo delle classifiche su iTunes. Nella realtà, qualcuno della Interscope dovrebbe dirle: “Sai che c’è, stronza ingrata? C’è che il prossimo album te lo fai da indipendente come Renato Zero e poi vediamo se riesci a permetterti di fare mostre al Louvre, fabbricare vestiti volanti e suonare nello spazio“. Perché anche se, nella migliore delle ipotesi, Lady Gaga un giorno potesse ambire a un modello à la In Rainbows, sarebbe comunque grazie allo status raggiunto col sostegno di una casa discografica che per anni ha incoraggiato e poi tollerato le sue stranezze. Finché le stranezze hanno sotterrato la musica.

#Sanremo2015: parla col Gianka

In questi giorni di post-sbornia sanremese, Giancarlo Leone si è lanciato in un esperimento su Twitter per sondare gli umori del pubblico. È stato un Festival sfortunato in termini di ascolti, ma al direttore di rete sono venuti dubbi non sulla qualità del programma (che incide molto sugli ascolti) ma sul format e i suoi meccanismi (che non incidono granché sugli ascolti). Ha così chiesto aiuto ai follower, facendoci venire voglia di aprirgli un account su ask.fm, di lucchettarlo in una stanza di Friendfeed o di consigliargli SurveyMonkey e PollDaddy. Ma dato che mi spaventa un Festival basato su mention disordinate dirette al Gianka (e cosa tengo a fare un blog se non per partecipare a questo avvincentissimo crowdsourcing delle opinioni), ho cercato di ragionare e rispondere alle sue domande.

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Sono anni che il Festival dura cinque serate e non sono troppe. La serata del giovedì sembra sempre quella un po’ sfigata, quella per gli irriducibili, per i parenti dei cantanti e per quelli che non hanno Sky e non possono guardare Masterchef. Ma è necessaria ai fini della gara. Nel sistema attuale, l’inedito viene eseguito tre volte (quattro per i concorrenti sul podio, cinque per il vincitore), ed è un numero ragionevole. È vero che oggi la canzone può essere riascoltata online il giorno dopo ma, togliendo una serata, si rischia solo di sentire meno musica e concedere meno esposizione ai cantanti (e rendere le altre serate potenzialmente più lunghe: no grazie).

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La doppia canzone, dopo le perplessità iniziali, si è rivelata una delle novità migliori apportate dalla gestione Fazio. Perché permette al cantante di portare sul palco non un brano ma un progetto (se volete potete chiamarlo “album”). Perché è il Festival della canzone italiana ma non lo è mai stato davvero: si giudica soprattutto l’artista, e se arriva là con due opzioni, può esprimersi meglio, può scegliere di stupire (almeno al 50%) e noi ci guadagniamo in varietà. Perché il giorno dopo c’è un argomento strettamente musicale di cui parlare: è passata quella lenta o quella veloce, quella seria o quella leggera, quella paracula o quella inattesa? E poi, voi vorreste vivere in un mondo dove Mengoni porta “Bellissimo” perché è firmata dalla Nannini e lascia a casa “L’essenziale”?

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È dura sostenere che la gara delle Nuove proposte andrebbe abolita dopo un podio dei Big composto da tre artisti nati all’Ariston, ma è così. Ci sono stati nomi validi negli ultimi anni (Erica Mou, Marco Guazzone, Andrea Nardinocchi), ma sono casi isolati in una folla di zombi di cui peraltro non si è sentito più parlare. Quest’anno la commissione si è lasciata scappare Levante per inserire un’harajuku girl con un pezzo che la sua madrina di The Voice avrebbe bollato come antico negli anni ’70, AreaSanremo ha prodotto due artisti che ti fanno dire: “Ma allora vale tutto”, e di gioventù se n’è vista poca, dato che avevano quasi tutti trent’anni e fischia. Il vincitore Rocco Hunt aveva già infilato un album nella top 10 italiana (quindi vendendo molto più di tanti Campioni in concorso): sarebbe stato così difficile giustificare la sua presenza nella sezione dei grandi? Un’opzione sarebbe scegliere non otto, ma magari solo quattro Giovani già più o meno avviati (perché hanno vinto un talent, perché hanno il sostegno serio di un’etichetta, perché fanno più visualizzazioni su YouTube di Ron) e promuoverli nel girone unico.

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Partendo dal presupposto che non esisterà mai, in nessun campo, in nessun universo, un sistema di voto che mette tutti d’accordo, la giuria di qualità è sbagliata. Sta lì solo per correggere il tiro del televoto ed evitare disastri, ma se temete tanto la vittoria dei Modà o di Renga (che peraltro deve vincere tutti gli anni da dieci anni e non vince mai) perché invitate i Modà e Renga? Come fa notare Claudio Buja di Universal su Rockol, se tutti sono in grado di giudicare una canzone pop, perché i voti di un regista o di un’attrice dovrebbero pesare quanto quelli di migliaia di telespettatori?

Dovremmo invece parlare di “giuria di persone (più o meno) famose”. In questo caso sapremmo che a giudicarci sono stati giurati il cui valore è quello di chiunque altro, senza alcuna etichetta che – in presenza di una canzone – li renda più qualificati di un ascensorista o di un odontotecnico.

Le altre opzioni per bilanciare il televoto sono altrettanto opinabili: la giuria demoscopica è un gran casino inaffidabile; il voto social che tanti chiocciolano a Leone è al momento troppo facile da falsare; la sala stampa consegna già il premio della critica e, tra un selfie e l’altro, produce centinaia di pagelle che il pubblico può consultare ovunque per farsi influenzare, se proprio ci tiene.

Forse, e dico forse, un metodo democratico, lucrativo e moderno esiste:

 
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Gianka, ci sono cose più importanti del kamasutra dell’orchestra su un palco minuscolo. Boh, sullo sfondo come negli ultimi due anni va bene.

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Anche questa, Gianka, è una domanda un po’ superflua, se permetti. Nei limiti di quello che può essere ascoltabile in prima serata, tutte le sfumature del pop devono essere accolte. Anche se c’è a chi non piace parlare di “quote” (me l’hanno detto i Perturbazione), è giusto che Sanremo contenga le quote indie, le quote dialetto, le quote rap, le quote senior, le quote locura e, sì, anche le quote talent. E dato che gli ex talent, l’ultima volta che ho controllato, emettono suoni aprendo la bocca davanti a un microfono, devono essere ammessi e giudicati in base al prodotto offerto e non alla loro origine.

Le ultime due edizioni sono state un ottimo esercizio di equilibrio (mancava giusto un po’ di locura, ma non si può avere tutto) e qualitativamente il livello era altissimo. Sì, altissimo: guardate il podio, guardate quante buone canzoni c’erano, guardate gli anni di Ventura, Panariello, Bonolis, Clerici e il primo Morandi e fate un confronto. Vogliamo ridere puntando il dito al televisore o vogliamo bella musica?

ospiti

Ricordo con nostalgia il Festival di Fazio del 1999 per la vagonata di ospiti internazionali eccellenti, e ricordo anche di avere aspettato Alanis Morissette a un orario in cui sarei già dovuto essere a letto da un pezzo per poi ritrovarmela a eseguire il playback impigrito di una canzone sul suicidio. Ma quelli erano gli standard. Oggi gli artisti stranieri suonano dal vivo in Italia molto più di un tempo e, se proprio devono perdere tempo in televisione, il contenitore deve essere all’altezza.

Quest’anno ho assistito alle prove in teatro e ho visto almeno mezz’ora di “tira su il LED, tira giù il LED, no, aspetta, ritira su il LED” per preparare la scenografia di un monologo di Caroli di un minuto e mezzo. È chiaro che l’Ariston nei giorni del Festival non ha né il tempo né le attrezzature per dare a una grande popstar tre minuti di cui non si vergognerebbe riguardando la clip su YouTube il giorno dopo. Ben vengano i superospiti a X Factor, che li può accogliere in un’arena adeguata a un’esibizione di livello internazionale, ma a Sanremo ci dobbiamo abituare ad artisti che sul palco hanno bisogno al massimo di un pianoforte o una chitarra. Quando questi artisti si chiamano Antony, Rufus Wainwright, Damien Rice o Stromae (che comunque ha reso molto meglio il giorno dopo a Che tempo che fa), non ci dobbiamo proprio lamentare. E Katy Perry e gli One Direction li aspetteremo chez Tommassini.

Un’ultima cosa: l’anno prossimo, quando ci ritroveremo con Carlo Conti, Gabriele Cirilli vestito da Wanda Osiris, una gnocca straniera a caso e Luisa Corna in gara, rimpiangeremo TUTTO.

Un’ultimissima cosa sugli ascolti, di cui, non essendo un inserzionista pubblicitario della Dash o della Findus, non potrebbe fregarmi di meno, ma tant’è. Mercoledì 19, mentre noi guardavamo le gemelle Kessler, c’erano i BRIT Awards in diretta su ITV e su YouTube da una delle arene più grandi di Europa. Tra gli ospiti, c’erano Arctic Monkeys, Beyoncé, Bruno Mars, Disclosure, Ellie Goulding, Katy Perry, Lorde e Pharrell. Hanno fatto 4.2 milioni di telespettatori.

 

Intervista a Stromae

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Prima che uscisse Racine carrée, Stromae fu filmato da un fan mentre mangiava un taboulé nella sua macchina. La cosa ebbe un’eco mediatica inspiegabile: i telegiornali belgi titolavano “Stromae aggredito da un fan”. Lui non capì le ragioni di questo interesse morboso, ma decise di interpretarlo come una richiesta del pubblico. Nel video di “Formidable” si presentò quindi ubriaco in strada per testare la reazione dei passanti reali e virtuali, a metà tra candid camera ed esperimento antropologico. E sabato sera riproporrà la performance all’Ariston, fingendosi sbronzo sul palco. Nel frattempo, l’ho incontrato per parlare del suo pop bastardo e dell’album più venduto in Francia nel 2013.

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Non sembri uno a cui interessano le classifiche, ma a me sì. E la tua “Alors on danse” è l’ultima canzone in lingua francese che negli ultimi dieci anni ha raggiunto la vetta della classifica italiana. È indicativo del fatto che c’è poco scambio musicale tra paesi così vicini. Non lo trovi strano?
Prima di tutto, le classifiche mi interessano – faccio musica per essere felice e perché è l’unica cosa che so fare, ma i risultati mi interessano! Non ho mai pensato che avrei avuto il sostegno di paesi non francofoni, ma se sono qui è la dimostrazione che può funzionare. In fondo, noi – inteso come non anglofoni – siamo abituati ad ascoltare musica di cui non capiamo le parole, ma possiamo ballarla e comprenderne le emozioni. Mi chiedo perché non possiamo continuare a cantare nella nostra lingua madre, che è il modo più onesto e istintivo di esprimersi. E non voglio sentire che l’inglese è più internazionale: il fiammingo è internazionale, il lingala è internazionale, l’italiano è internazionale. Dobbiamo provarci, dobbiamo credere nelle nostre culture. Forse, dopo dieci o vent’anni di studio, mi sentirò di esprimermi in inglese, ma io sono di Bruxelles: credo che gli ascoltatori non vogliano l’imitazione di un americano o un inglese, ma un ritratto di Bruxelles.
C’è chi per definire la tua musica ha parlato di “dance impegnata” – a me non piace molto, perché suona un po’ come “carota e bastone”: musica facile per fare passare messaggi difficili. Ti ci ritrovi, in questa definizione? È una scelta voluta?
No, questo è il solo modo di esprimermi che conosco. Mi esprimo digitando su una tastiera, come tutta la mia generazione, e la musica elettronica ne è un riflesso. Anche perché è difficile trovare i soldi per incidere un album, e produrre tutto al computer ha anche senso dal punto di vista economico. E poi non si può rinchiudere tutto in generi e famiglie. Queste definizioni finiscono con l’intellettualizzare troppo ciò che faccio.
Nel tuo caso, in effetti, parlare di generi musicali è diventato quasi superfluo. Il tuo album è davvero vario e gli stili musicali spesso si associano ai contenuti (come la morna per l’ode a Cesaria Evora).
Diciamo che ci sono dei codici – hip hop, trap, coladeira, eccetera – che aiutano a classificare le cose, ma la musica viene prima degli stili. E lo snobismo genera clan. Già quando facevo hip hop, faticavo a sentirmi parte di una famiglia, di una corrente. Questo mi ha aiutato a staccarmi.
Come ti ponevi davanti ai cliché dell’hip hop? Mi sembri lontanissimo dalle macchine di lusso.
È una cosa che criticavo quando facevo rap, poi ho pensato: “Ma se non ti piace, perché non fai dell’altro anziché lamentarti?” È il paradosso di qualcuno che decide di portare avanti una battaglia quando non c’è nulla contro cui combattere veramente. L’hip hop è una cultura molto varia e c’è pieno di cose da scoprire: ho preso ciò che m’interessava e ho iniziato a guardare altrove.
È un po’ quello di cui parli in “Bâtard”?
Più o meno. “Bâtard” è soprattutto la riflessione di una persona diplomatica come me. Mi sono chiesto: “Sei meglio di un estremista, o anzi, di un istintivo?” No, non sei meglio, hai solo più paura di esporti.
È un approccio molto maturo…
Non so, cerco di rimettermi al mio posto da solo.
…e anche umile. Parliamo di marketing, perché ogni tuo singolo è stato associato a un’idea visiva molto forte, che riproponi anche dal vivo. Continuerai così anche coi prossimi singoli, se ce ne saranno?
L’idea è continuare così e associare idee visive precise e personaggi diversi a ogni canzone. Ci sono molti modi di esprimersi e m’interessano tutti – dai vestiti, ai video, alla recitazione. Tutto ciò che gravita attorno alla musica ha una grandissima importanza. Sono uno che fa le 5 di mattina con gli stilisti e i grafici per trovare la fantasia giusta, ed è questo ciò che mi appassiona. Non demonizzo il marketing, ma nel mio caso lo scopo non sono i soldi ma la soddisfazione del prodotto finale.

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La recensione di Racine carrée

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Sanremo 2014: intervista ai Perturbazione

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Questa sera, dopo anni di tentativi, i Perturbazione faranno il loro esordio al Festival di Sanremo. Visto il meccanismo della doppia canzone, c’è già un dilemma: “L’Italia vista dal bar” è il miglior testo di questa edizione, mentre “L’unica”, per citarli, “muoio già dalla voglia di ricordar[la] a memoria”. A poche ore dalla prima serata, ho incontrato 2/6 della band (Tommaso e Alex) e il loro direttore d’orchestra Andrea Mirò.

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Vi ho visto ieri in prova, eravate il ritratto della gioia.
Tommaso: Ci hai sgamato in pieno! Non hai idea di come ci sentissimo.
Era la prima volta all’Ariston?
T: No, avevamo già provato, ma era la prima volta con un pubblico.
E finalmente. Sappiamo che avete provato ad accedere al festival sei volte, ma con quali canzoni?
T: Nel 2003, senza una canzone precisa, provammo a entrare nei Giovani. Nel 2005, “Se fosse adesso”, un pezzo bellino ma non forte come altri del nostro repertorio. Nel 2007, con la EMI, “Battiti per minuto”, che secondo noi ci poteva stare, e infatti ci arrivammo vicino. Nel 2011, con un inedito che poi non è finito in Musica X.
E poi, nel 2012, dovevate partecipare con Arisa.
T: Sì, come ospiti nella serata dei duetti, ma non ci vollero. Provammo anche l’anno scorso con “I baci vietati” e “La vita davanti”, ma forse non venivano fuori bene perché il disco era ancora in produzione. Alla fine, Musica X è piaciuto molto alla direzione artistica attuale ed è forse per quello che siamo qui. Corsi e ricorsi.
Sembra che al festival ci voglia sempre almeno un gruppo di provenienza indie. Penso a Bluvertigo, Subsonica, Afterhours… (Per coincidenza cito tutti gruppi che, come voi, hanno fatto parte della storia della Mescal.) Sembra che si debba per forza mettere quella spunta nel listone dei Big.
T: La quota indie! Che parola orribile, “quota”. Abbattiamola. Noi veniamo da quel mondo e ci ha aiutato a crescere, ma non lo percepiamo come una gabbia.
Mi viene in mente una frase che la vostra Elena ha detto a Sorrisi: “Anche le mamme italiane hanno il diritto di cantare le canzoni dei Perturbazione”.
Andrea Mirò: Anche i padri!
[Nel frattempo è arrivata Andrea Mirò.]
Con “L’Italia vista dal bar” siete riusciti a fare una canzone nazional-popolare ma non paracula. Forse succederà una cosa molto meta: domani nei bar d’Italia si parlerà di una canzone sui bar d’Italia.
T: Speriamo! Ma teniamo molto anche a “L’unica”. Non ne abbiamo fatto una loffia per far passare l’altra. Sappiamo che una potrebbe fare più centro, ma le canzoni “abitano” le persone: è tutto imprevedibile. L’anno scorso siamo rimasti sorpresi delle scelte del pubblico.

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Com’è arrivata Andrea Mirò?
T: Ci siamo conosciuti durante Le città viste dal basso, spettacoli in cui raccontavamo le città attraverso i brani dei grandi cantautori. In una serata potevi trovare Nada come Pezzali, Toffolo come Bianconi. Anche in quell’occasione non c’è mai stata l’idea di avere una “quota indie”, ma di fare esperimenti continui e vedere cosa ne usciva fuori. Una sera, abbiamo invitato Andrea ed è nato un rapporto di stima reciproca.
A: Negli ultimi anni ci siamo cercati, ma non riuscivamo mai a vederci. Quando ho saputo della promozione dei Perturbazione, ho chiamato Gigi per dirgli: “Ci vedremo là”. [Andrea lavora con Zibba, della sezione Nuove proposte] Loro non avevano ancora scelto un direttore d’orchestra e Gigi mi ha detto: “Senti, ma già che sei lì…”
Non è la prima volta che dirigi l’orchestra, no? L’anno scorso eri con Nardinocchi.
A. Sì, e ancora prima con Nina Zilli e mio marito.
Per non parlare delle tue partecipazioni in gara. Ormai sei di casa.
A. La prima volta che sono venuta non avevo ancora compiuto 18 anni! Ho visto tutti i cambiamenti, dagli anni in cui la carta stampata era assoluta regina ai nuovi media, dalle carrozze ai razzi sulla luna.
Secondo me è meglio adesso, almeno dal punto di vista artistico.
A: Oggi è più bello perché l’artista è davvero protagonista. La Rai è sempre la Rai, il carrozzone è sempre lo stesso, ma è cambiato l’approccio e sono stati sdognati tantissimi generi musicali.
T: Per noi non esistono i festival cattivi e i festival buoni, in senso morale. Esistono solo canzoni brutte e canzoni belle.

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