Eurovision Song Contest 2015: la guida alle canzoni

Anche quest’anno vi ho fatto la guida alle canzoni in gara allo Eurovision Song Contest, che si tiene a Vienna dal 19 al 23 maggio. Le basi:
• le semifinali si tengono martedì 19 e giovedì 21 maggio. Verranno trasmesse da Rai4 e Radio2 col commento di Solibello e Ardemagni, ma la prima semifinale andrà in onda in differita mercoledì perché dovete guardare The Voice;
• la finale di sabato 23 andrà in onda su Rai2 commentata da Federico Russo e Valentina Correani;
• l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e voterà nella seconda semifinale;
• di Boccia/Esposito, “Grande amore”, canta Il Volo;
• tenete d’occhio la mia pagina su Medium, che aggiornerò con reportage di altissimo livello direttamente dalla sala stampa viennese.

Dentro questo agile menù a fisarmonica trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmarkers alla mia preveggenza); un riassuntino per capire come se l’è cavata ogni nazione negli ultimi cinque anni.

Albania

ALB Secondo i materiali per la stampa, “Elhaida Dani è una vera star non solo nella sua Albania ma anche in Italia” (ovvero: il suo primo EP è arrivato alla posizione 28 della FIMI dopo avere vinto The Voice). “I’m Alive” dovrebbe essere un inno di self-empowerment, ma è troppo verboso per risultare efficace. Il ritornello è così dimenticabile che a metà della canzone inizi a chiederti se ci sia un ritornello – e in una gara che premia soprattutto ritornelli giganteschi, è un gran bel problema.

Armenia

ARM L’Armenia ha non uno ma SEI cantanti da cinque continenti perché è la genetica, bellezza. Dovrebbero rappresentare la diaspora armena e, secondo i materiali per la stampa, “sono uniti dal sangue nelle loro vene, che contiene geni armeni”. Purtroppo il loro sangue contiene anche il gene della musica brutta, che a quanto pare è ereditario.

Australia

AUSTRALIA L’Australia fa il suo debutto allo Eurovision con una canzone che cerca in tutti i modi di plagiare sia “Get Lucky” che “Uptown Funk” e diventa un prevedibile pastrocchio. Guy Sebastian a casa sua è 43 volte platino (ok, quante copie servono per una certificazione in Australia?) (70mila) (ah, comunque più che in Italia) e accede di diritto alla finale, ma se dovesse vincere, lo Eurovision 2016 avrebbe comunque luogo in Europa.

Austria

AUSQuesti hanno l’aspetto dei Kings of Leon pre-”Sex Is on Fire”, ma il loro sesso non sta andando affatto a fuoco né tantomeno la loro ballata blueseggiante. Sono gradevoli e credibili (pure troppo), ma è inutile perdere tempo su di loro perché è altamente improbabile che la nazione ospitante vinca ancora. 

Azerbaijan

AZEGli azeri sanno come giocare: fino al 2014, non erano mai usciti dalla top 10. “Hour of the Wolf” è un’intensa ballata con un potentissimo crescendo corale che porta a un key change scontato ma efficace. Con una messa in scena altrettanto forte, l’Azerbaijan potrebbe meritatamente tornare in top 10.

Belgio

BELIl concorrente belga di quest’anno non potrebbe essere più lontano dal tenore col problema edipico del 2014. Con una produzione minimale e brillante che ricorda (o meglio, copia) lo stile di Lorde, “Rhythm Inside” del finalista di The Voice Loïc Nottet è la canzone più contemporanea in gara. “We gonna rapppabab tonight”, qualunque cosa significhi.

Bielorussia

BIELa canzone si chiama “Time” è parla di un concetto senza tempo: il tempo. Tant’è vero che hanno chiuso una violinista dentro una clessidra. Uzari corre e canta ossessivamente: “il tempo è come un tuono”, mentre il suo pezzo proprio no.

Cipro

CIPJohn Karayiannis è l’incredibile nome d’arte di Giannis Karagiannis (o forse è il suo alter ego non troppo fierce). Porta il tipo di canzonetta beige che ti ricorda altre mille canzonette ma non riesci a capire quali. E non è certo il tipico materiale da Eurovision: è una serenata così semplice e dimessa che potrebbe persino funzionare solo per la sua diversità in questo contesto.

Danimarca

DANQuesti danesi si chiamano Anti Social Media e li potete trovare su Facebook e Instagram. A questo punto, facevano prima a chiamarsi “Anti Twitter”. Oltre ad avere il peggiore nome ironico per una band di quattro millennial, fanno un pop-rock tiepidino ispirato agli Anni ’60. Orecchiabili e banali: andranno bene.

Estonia

ESTStig (non quello di Top Gear) ha trovato Elina su YouTube, e tre anni dopo eccoli qui a rappresentare l’Estonia col suono di Nashville. Hanno vinto le selezioni nazionali col 79% dei voti ed è facile capire perché. Il country può sembrare una curiosa novità nello ESC, ma dopo il successo dei Common Linnets, Elina Born e Stig Rästa costituiscono un’incognita interessante.

Finlandia

FINI Pertti Kurikan Nimipäivät sono il primo gruppo punk in gara allo ESC (e, durando solo 1:25, “Aina mun pitää” è la canzone più breve nella storia dell’evento). I quattro membri soffrono di disturbi dello sviluppo e hanno partecipato alle selezioni locali per sensibilizzare il pubblico ai problemi della Sindrome di Down. È una storia commovente e bellissima, vorrei potere dire lo stesso della canzone.

Francia

FRADopo essere finiti ultimi nel 2014 per eccesso di ironia, i francesi tornano con la faccia tutta seriosa e una lagna che più francese non si può. Bonus: il tema della canzone è I CADUTI DELLA GUERRA. (“Ma quale guerra?”, vi chiederete. TUTTE LE GUERRE, crepi l’avarizia.) C’avete Yelle, santo cielo, perché ci propinate ‘sta roba?

Georgia

GEONell’estetica, Nina Sublatti si è fatta influenzare da Woodkid, ma dal punto di vista musicale, tira fuori un pezzaccio electro-rock urlato e con un arrangiamento esagerato. Con la giusta direzione artistica, l’insieme potrebbe fare una bella figura sul palco, ma potrebbe anche essere un po’ troppo dark per lo Eurovision.

Germania

GERAnn Sophie ha staccato un biglietto per Vienna quando il vincitore delle selezioni nazionali ha deciso che, meh, non c’aveva voglia di fare lo Eurovision. Il suo pezzo soul-pop è stato scritto da 1/4 degli Ultra (completisti delle boyband Anni ’90 cliccate qui) ed Ella Eyre, ed è eseguito con uno stile che fa pensare a Paloma Faith. È una proposta abbastanza forte, ma non abbastanza da farti alzare la cornetta per votare.

Grecia

GRESe devi prenderti una pausa dalla maratona eurovisiva, l’esibizione di Maria-Elena Kyriakou potrebbe essere il momento migliore per abbandonare il divano. A meno che tu non adori i tribute act di Céline Dion: in quel caso non perdertela per niente al mondo.

Irlanda

IRLLa cantautrice 17enne Molly Sterling è la proposta poco convenzionale dell’Irlanda quest’anno. Non è una canzone malvagia, ma sembra molto più lunga dei suoi tre minuti e ci troviamo in territorio “album track di Ella Henderson” (che non coincide col territorio “top 10 allo ESC”).

Islanda

ISLUna cantante a cui hanno accorciato il nome in “Olafs”, una canzone che dice “letting go” e uno stile riconducibile a Demi Lovato: insomma, è il remake islandese di Frozen senza il ghiaccio (per ora). Con questa ballatona dallo spirito teen pop e un occhiolino al musical, l’Islanda potrebbe tornare in top 10 for the first time in forever.

Israele

ISR“Golden Boy” ha così tante variazioni che è difficile starci dietro: Nadav Guedj inizia con un’imitazione di John Legend, continua come Ed Sheeran, si trasforma brevemente in Justin Timberlake e alla fine si lancia in un ritornello dance con influenze mediorientali. Il testo è tremendo, ma è divertente, creativo e si merita la finale.

Italia

ITAEd eccoci qua. Sarebbe stato bello presentarsi col meglio del pop contemporaneo italiano e i suoi silenzi per cena (Malika Ayane) o con un volto un tempo noto in Europa e ora desideroso di prendersi una rivincita con l’EDM (Nek), ma Barone, Boschetto e Ginoble sono la nostra scommessa migliore per la vittoria. No, non rappresentano la musica italiana (quanto opera pop vedete in classifica oltre a loro e Bocelli?) bensì un’idea di musica italiana esportabile perché non richiede sforzo: è ciò che si aspettano da noi. Quest’anno glielo diamo. E vinciamo.

Lettonia

LETGrazie alla sua produzione all’avanguardia, “Love Injected” di Aminata si guadagna il titolo di pezzo hipster di quest’anno. E io ne vado matto. Le strofe sono misuratissime e accentuate da glitch elettronici finché tutto non esplode in un ritornello gigantesco e liberatorio con wobble dubsteppiani. È costruita da dio, è coraggiosa e non ha speranze in questa gara. Europa, dimostrami che mi sbaglio.

Lituania

LITLa Lituania ultimamente deve avere ascoltato un sacco di One Republic perché “This Time” suona come il tipo di canzone che Ryan Tedder passerebbe a qualcuno di non-Beyoncé. Non è malaccio, ma non sembra un duetto con del potenziale (a meno che non si qualifichino per la finale e vengano indicati come possibili vincitori: in quel caso editerò questo pezzettino e farò finta di non avere mai detto niente).

Macedonia

MACIl vincitore macedone dell’X Factor balcanico Daniel Kajmakoski porta una canzone d’amore assai deprimente, ma impacchettata in una furba produzione svedese che risolleva lo spirito del pezzo. Malgrado le analogie poco ispirate (“cadere come foglie d’autunno”: ma chi sei, Giuliano Sangiorgi?) il curriculum del suo autore e compositore Joacim Persson fa la sua figura.

Malta

MAL“Warrior” non è epica quanto il titolo e l’estetica tronodispadesca vorrebbero suggerire. A volte gli archi sembrano suonare sulla traccia sbagliata e la voce di Amber fa fatica a tenere insieme tutti gli elementi del brano. Si fermerà alle semifinali.

Moldavia

MOLLa Moldavia ha reclutato il 22enne ucraino Eduard Romanyuta e una squadra di autori internazionali per portare in gara un po’ di pop dal sapore primi Anni zero. Tuttavia, la polizia eurovisiva ha già notato come sembri molto simile a un mashup tra “Just a Little” dei Liberty X e un campionamento non autorizzato da “It’s Like That” di Mariah Carey. Secondo i bookmakers, non ce la farà mai ad arrivare in finale (e per “bookmakers” intendo “uno squadrone di avvocati di Mariah Carey assetati di sangue”).

Montenegro

MONTCapisco le tue intenzioni, Montenegro: un pezzo dal gusto tradizionale con qualche timida pennellata contemporanea. Non è un approccio sbagliato alla creazione di un pezzo per lo ESC: è che, proprio come il colour grading del tuo video, non funziona.

Norvegia

NOR“Honey, I’m telling the truth: I did something terrible in my early youth.” La Norvegia sa come scrivere un’introduzione. Il crimine di cui parlano non viene svelato nel corso del brano, che mantiene un’aria sobria ed enigmatica finché non esplode in un ritornello scintillante. Sebbene questo giallo in musica sia un vincitore improbabile, la Norvegia si riconferma una delle nazioni più innovative e stilose.

Paesi Bassi

PAESIBASSI“Walk Along” è stata scritta da Anouk e ha un ritornello che non si stacca dal cervello. Proprio come la stessa Anouk e i Common Linnets (secondi classificati l’anno scorso), Trijntje Oosterhuis non arriva con uno showstopper, ma va dritta al punto con una ballata alla chitarra piacevolmente nostalgica – una gradita anomalia nel contesto dello ESC.

Polonia

POLScordatevi le lattaie tettone dell’anno scorso: il 2015 polacco è fatto di ballate d’amore riflessive middle-of-the-road. Tuttavia, il testo parlerebbe anche della storia personale dell’artista, che è rimasta paralizzata dopo un incidente stradale qualche anno fa. Questa interpretazione rende più potente un brano molto standard e sarà sufficiente per farlo accedere alla finale, ma non è materiale da top 10.

Portogallo

PORDopo il fiasco dell’anno scorso (la povera Suzy mancò la finale per un punto), il Portogallo butta via lustrini e fisarmoniche per presentare un brano alt-pop dal sapore Anni ’90. “Há um mar que nos separa” (almeno nella sua versione studio) fa parte della metà musicalmente migliore di quest’anno, ma gli scommettitori la mettono nella metà che non ce la farà mai.

Regno Unito

UKIl Regno Unito (ovvero l’unica nazione che potrebbe vincere schioccando le dita) continua a non volerci umiliare e ci lascia giocare. Ecco quindi gli Electro Velvet, un duo sconosciuto che cerca di capitalizzare sul revival del Grande Gatsby come se fosse il 2013. Il pezzo è passabile o perfino carino più o meno per un minuto. Poi il tizio inizia a fare scatting.

Repubblica Ceca

REPCECATra i tanti duetti che vedremo quest’anno a Vienna, questo sembra di gran lunga il meno spontaneo (ed era una bella gara, eh). “Hope Never Dies” è un dimenticabile pezzo teatrale che non arriverà in finale ma, ehi, HOPE NEVER DIEEEEES.

Romania

ROMC’è una categoria speciale per gli uomini di mezza età che cantano pensosi sulle scogliere? Perché i Voltaj la vincerebbero subito. La decisione del gruppo di cantare il pezzo in inglese è stata molto criticata dai connazionali, e hanno quindi deciso di presentare una versione bilingue che non farà felice nessuno. “De la capăt” parla del problema dei figli di emigrati lasciati soli in Romania, ma il testo (in entrambe le lingue) è tanto generico quanto la produzione.

Russia

RUSSembra proprio che la Russia sia in gara con una canzone sulla pace e l’amore, LOL. Non ho ancora deciso se è una scelta geniale o offensiva ma, testo moraleggiante a parte, “A Million Voices” è una canzone da Eurovision ai limiti della perfezione. E considerando che una di queste million voices arriva dalla bocca di una fotomodella bionda, non stupitevi se la troveremo tra i primi posti.

San Marino

SANDopo Valentina Monetta e il suo regno durato tre anni, la microrepubblica ha chiamato due alumni dello Junior Eurovision a eseguire una drammatica ballata. Ecco cos’hanno in comune San Marino e Italia quest’anno: millennial che cantano opera pop datato che il millennial medio non avvicinerebbe mai al suo iPod. “Chain of Lights” è stata scritta dal veterano dello Eurovision Ralph Siegel, ed è forse per questo che il risultato finale non suona come “Jealous” di Nick Jonas feat. Tinashe (ovvero come dovrebbe suonare ogni duetto nel 2015).

Serbia

SERLa canzone serba sembra un altro stantio inno di empowerment finché non arriva il middle-eight. A 1:50, la ***Flawless Bojana Stamenov inizia a urlare su un’enorme base eurodance, come in preda a una crisi isterica nel mezzo di una discoteca nel 1997. Il brano è stato scritto da Charlie Mason, che ha avuto tra i suoi clienti una certa Miley Cyrus (nel periodo Hannah Montana) e una certa Conchita Wurst

Slovenia

SLOGli scommettitori mettono la Slovenia in top 10 e hanno i loro buoni motivi. “Here For You” è un altro pezzo scritto da Charlie “Rise Like a Phoenix” Mason, ma la sua vera forza sta nell’eccentricità vocale di Marjetka e un riff di violino irresistibile. Se l’esibizione sarà altrettanto forte… 

Spagna

SPACon le sue percussioni tribali e i suoi IEIEEEEEH, “Amanecer” non sembrerebbe fuori posto in uno dei primi album di Shakira. Se l’esibizione sarà costosa e piena di effetti speciali quanto il video, Edurne potrebbe far guadagnare alla Spagna il suo piazzamento più alto degli ultimi dieci anni.

Svezia

SVEUn’altra trovata impeccabile in un’infinita serie di trovate impeccabili per la Svezia. Il modello più evidente di Zemerlöw è il connazionale Avicii col suo crossover folk/EDM, ed è per questo che “Heroes” suona come un successo radiofonico di qualche annetto fa. Ma la coreografia è potente, il ritornello è un inno, il messaggio è universale e il tizio è belloccio in maniera rassicurante. Candidato al podio.

Svizzera

SVIGrazie a un paio di piccole eccentricità nell’arrangiamento, il primo verso prometteva bene, ma il ritornello non è stato all’altezza. “Time to Shine” è una canzone pop-rock innocua e senza mordente che non verrà mai notata (a meno che non facciamo notare a un paio di blogger la cultural appropriation nel video).

Ungheria

UNGL’Ungheria in questo video compete per il premio di flashmob più noioso dell’universo – vincendolo. “Wars for Nothing” di Boggie è una canzone folk anti-guerra che dubito si trasformerà nell’esibizione più eccitante dell’evento.

Björk, Vulnicura

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7 mesi prima

Björk è il tipo di artista che, potendo scegliere, si limiterebbe a registrare un album ogni quattro anni, corredarlo di qualche video interessante e fare lo stretto indispensabile per promuoverlo dal vivo. Ed è quello che ha fatto finché i soldi, nell’industria musicale, si facevano così, tentando i fan con numerose edizioni limitate e singoli impacchettati in decine di versioni diverse. Non sorprende che, nel momento in cui tutto è andato a rotoli, abbia cercato di potenziare l’offerta, prima antologizzando ogni aspetto della sua carriera in bellissimi cofanetti e poi inventandosi nuovi modi di estendere il concetto di album. Biophilia, la cui era è durata ben più a lungo di quanto meritasse, è nato con un set di applicazioni, è diventato un film, un documentario con Attenborough, una serie di laboratori per bambini e un programma educativo per le scuole. Björk stessa, intervistata dal Guardian a giugno 2014, nota la contraddizione: un progetto che nasceva per liberare la musica dai suoi schemi di composizione tradizionali è stato costretto a entrare in altri schemi, forse ancora più rigidi, per potere essere accettato dalle scuole scandinave e diventare parte del curriculum didattico. Si può dubitare dell’utilità dell’iniziativa (esistono migliaia di app per fare musica e quelle di Biophilia non sono nemmeno lontanamente tra le migliori), ma non del potere di Björk. Ha costruito un brand culturale allineato ai suoi valori, confermandosi l’innovatrice che piace alla stampa e al suo pubblico; è riuscita nell’impresa di trasformare un album in qualcosa di pratico e concreto. Tuttavia, i meriti musicali di Biophilia sono sfumati in fretta. A volere essere cinici, non era che una raccolta di suggestive metafore prestate dalla natura per parlare di sentimenti: la scelta di un’artista che, al settimo album, non sapeva più dove trovare quella creatività di un tempo, e si era messa a cercarla ovunque, perfino attraverso periscopi e microscopi.

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3 mesi prima

A ottobre, Arca rivela a The Fader di essere il co-produttore dell’album di Björk. È il primo indizio su Vulnicura, ma viene seminato all’interno di un’intervista in cui è quasi un dettaglio secondario. Fino a quel momento, oltre ai suoi lavori, l’artista venezuelano ha solo lavorato su tre tracce di Yeezus come additional producer e con FKA twigs. Proprio come twigs, Arca/Alejandro Ghersi esce dall’ombra dopo avere creato abbastanza mistero (e hype) attorno alla sua figura per permetterselo. La sua uscita è meno plateale, ma ugualmente interessante; non include odalische clonate, ma un alter-ego femminile attraente e mostruoso allo stesso tempo: si chiama Xen ed è ritratto sulla copertina del suo primo LP. Björk non aveva mai dato così tanto spazio a un produttore solo, e per di più emergente, dalle collaborazioni con Mark Bell degli LFO (che, ai tempi del loro incontro, aveva un curriculum altrettanto scarno), ma i due trovano l’equilibrio perfetto. Ghersi è un fan che, come scopriremo poi, capisce le esigenze del cliente e le concretizza citando a memoria i suoi vecchi pezzi; Björk adotta un ragazzo più giovane di suo figlio ed entra nel suo mondo, tanto da trarre ispirazione dal suo alter-ego Xen perfino per la copertina.

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A metà gennaio, Vulnicura finisce online per intero. Björk non può, come Madonna, mostrarsi arrabbiata, parlare di “stupro artistico” e coinvolgere i servizi segreti. Lei è quella che si mise dalla parte dei pirati, sfanculando “i legali e gli uomini d’affari” che controllano la musica. A quel punto, dell’album si conosceva solo il produttore, il titolo inspiegabile e la scaletta; non si sapeva quali temi affrontassero i testi e l’unico indizio visivo era la tavolozza di colori scelta da Inez & Vinoodh per la grafica. La promozione era in alto mare, ma Björk si arrende e pubblica l’album su iTunes. Da parte sua, questo significa offrire, forse per la prima volta, un’esperienza esclusivamente musicale. Col senno di poi, il primo ascolto al buio, senza conoscere concept e retroscena, giova a Vulnicura, e “Stonemilker” provoca subito un’ondata di entusiasmo tra tutti i nostalgici. È un riassunto di Björk in 6 minuti e mezzo, con rimandi a Homogenic negli archi e nelle parole chiave: “emotional”, qui, è inserita in un contesto ben lontano dall’inno all’amicizia di “Jóga”, ma è in qualche modo un ritorno al passato, e da Björk non si aspettava altro.

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2 giorni dopo

Pitchfork pubblica in fretta e furia una singhiozzante intervista a Björk che diventa l’unica guida autorizzata a Vulnicura. L’album documenta la separazione dal compagno Matthew Barney, col quale ha avuto una figlia nel 2002. La notizia non è nuova (i primi pettegolezzi risalgono al 2008), ma ora è ufficiale, e i testi delle nove canzoni, che nessuno ha ancora avuto il tempo materiale per interpretare a fondo, ricostruiscono la cronologia dell’amore finito. Björk è metodica e posiziona ogni brano in un momento preciso: tre tracce precedenti alla rottura, tre successive alla rottura e tre senza timestamp, a ferita cicatrizzata. Non sono soggetti familiari a Björk, che in gran parte della sua discografia ha preferito guardare l’esperienza sentimentale e sessuale da una prospettiva positiva e serena. Le eccezioni sono davvero poche (“You’ve Been Flirting Again”, “5 Years”, “Immature”) o raccontate attraverso personaggi immaginari (la trilogia di Isobel, “An Echo, A Stain”). In Vulnicura, Björk è una cantautrice che prova a curare una ferita sul petto: ai primi sintomi di crisi, vuole fare chiarezza, chiede rispetto e trasparenza (“Stonemilker”); si chiede se sia una fase passeggera, se riuscirà a gestire la complessità dei suoi sentimenti (“Lionsong”); si sveglia nel cuore della notte con l’esigenza di archiviare ogni momento e ogni scopata della coppia (“History of Touches”). Quando la rottura avviene, ed è definitiva, Björk entra in stato confusionale e perde di vista la missione che si era imposta (fare chiarezza): i testi diventano banalmente emo (“Black Lake”, “NotGet”) o patetici nel modo in cui presentano un paradigma di famiglia tradizionale a cui la madre sofferente non vede alternative (“Family”). Quest’ultima traccia è il picco negativo dell’album: Haxan Cloak sgancia una bomba di drone e lei la disinnesca con archi sgraziati, mentre straparla di costruire un ponte per mettere in salvo la figlia dagli orrori della separazione tra adulti. La Björk fuori controllo del post-rottura non è efficace quanto la Björk paranoica dei primi tre brani né quanto quella che finalmente trova un po’ sollievo nell’ultimo trittico. Ma anche quando si arrende alla realtà delle cose, non è certo un esempio di conscious uncoupling, il suo: fino all’ultimo, Björk si dipinge soltanto come vittima, non ammette nessuno sbaglio. Per un break-up album che s’impone di essere così analitico, la narrazione sembra, se non spudoratamente parziale e difensiva, quantomeno incompleta. Eppure, dal punto di vista musicale, salvo le eccezioni sopraccitate, Björk è a fuoco come non lo era da tempo, coerente, omogenea, ispirata – senza bisogno di periscopi o microscopi.

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2 mesi dopo

Il MoMA di New York inaugura la sua retrospettiva dedicata a Björk. La mostra, che prima del leak avrebbe rappresentato l’iniziativa promozionale principale di Vulnicura, viene stroncata da tutti i critici. Sorge il sospetto che l’album, nella dimensione parallela in cui non viene piratato ed esce nel giorno previsto, non sia stato accolto altrettanto bene.

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3 mesi dopo

Matthew Barney fa causa a Björk per avere “sacrificato il benessere emotivo [sì, dice proprio "emotional"] della figlia” non concedendo un affidamento più equo, e per la sua insistenza nel sostenere che Barney sia “il solo colpevole della rottura”. Anche quest’album, alla fine, ha lasciato qualcosa di concreto.