Il 2014 nella top ten italiana

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Nel 2014, 121 album sono entrati nella top ten italiana. 78 sono di artisti italiani, 19 statunitensi, 14 britannici e 9 di altre nazionalità: 2 irlandesi, 2 australiani, 1 belga, 1 canadese, 1 colombiana, 1 francese.
Tutti gli album sono in italiano o in inglese tranne uno, Racine carrée di Stromae, che anche è il primo album interamente in francese a raggiungere la vetta in Italia.
Dei 27 album arrivati alla numero uno, 19 sono italiani e 8 stranieri. Nel 2013, per la prima volta nella storia della FIMI, solo 2 album stranieri si guadagnarono la prima posizione (Daft Punk, Depeche Mode).

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La major col maggior numero di album in top ten è Sony (46), seguita da Universal (37) e Warner (19). Le indipendenti hanno avuto 18 album in classifica (4 per Carosello, 3 per Baraonda/Ultrasuoni, 3 per Self).
Sony è anche la major con più numeri uno (11), contro i 10 di Universal e i 4 di Warner.
Due indie hanno avuto un numero uno: Carosello con Roby Facchinetti, Baraonda coi Dear Jack.

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Continua a crescere il numero di album rap in classifica, dai 10 del 2012 ai 21 del 2014. Tra questi, l’unico rapper straniero ad avere raggiunto la top ten italiana nel corso degli ultimi tre anni è Eminem.
7 album in cui il genere predominante è il rap sono arrivati alla numero uno nel 2014. In ordine di vendite: Fedez, Caparezza, Rocco Hunt, Gemitaiz/Madman, Club Dogo, Two Fingerz, Ensi.
Cresce anche il numero di dischi di ex concorrenti di talent show, dagli 11 del 2012 ai 20 del 2014. Amici rimane il talent più rappresentato e ha ottenuto un numero uno coi Dear Jack.

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L’album che è rimasto in top ten più a lungo nel 2014 è stato Mondovisione di Ligabue: 33 settimane non consecutive di permanenza + 5 nel 2013. Tuttavia, Gioia (e ristampa) dei Modà è rimasto in top ten per 14 settimane + 32 nel 2013.
L’album che ha passato più settimane alla numero uno è Domani è un altro film dei Dear Jack (7), ma è superato da Mondovisione di Ligabue aggiungendo i dati dell’anno precedente (9 settimane in tutto, 5 nel 2013 e 4 nel 2014).
L’album che ha venduto di più senza mai arrivare alla uno è la raccolta 2004-2014 L’originale dei Modà (doppio platino e quarto album più venduto del 2014).
I numeri uno ad avere venduto di meno sono Rock Steady di Ensi (una settimana in top ten) e V dei Two Fingerz (due settimane in top ten): non figurano nella classifica dei 100 album più venduti del 2014 fornita dalla FIMI.
5 album di concorrenti del Festival di Sanremo 2014 sono entrati in top ten. In ordine di vendite, Francesco Renga, Rocco Hunt, Arisa, Noemi, Giusy Ferreri.
I più giovani alla numero uno sono stati i 5 Seconds of Summer, ma Rocco Hunt (19 anni) è diventato il più giovane solista italiano di sempre a raggiungere la vetta, battendo per pochi mesi il record di Laura Pausini nel ’94.
L’artista più anziano alla numero uno è stato Roby Facchinetti (70 anni).

I dati sono stati, come sempre, calcolati a mano. Se trovate errori, vi prego di segnalarli.
Vedi anche: 2013, 2012

 

Sui Big di Sanremo 2015

festival2015Domenica, durante L’arena di Giletti, Carlo Conti ha presentato i 20 Big in gara al Festival di Sanremo 2015. Innanzitutto, le buone notizie: la lista non contiene i residui di Tale e quale show che ci si poteva aspettare (anche se Scanu meritava la riabilitazione). Sono tutti nomi noti (e Bianca Atzei) e sono nomi che hanno ancora una dignità artistica o che, nel peggiore dei casi, hanno comunque senso di esistere nel 2014/5 (e Bianca Atzei).

Tuttavia, è una lista con poche novità, divisa tra concorrenti storici dei ’90 (Britti, Di Michele, Grandi, Grignani, Masini, Nek, Raf) o che hanno accumulato molte partecipazioni negli ultimi anni (Ayane, Zilli e Tatangelo alla sua SETTIMA partecipazione dal 2002). Coruzzi l’avevamo già visto in duetto coi Matia Bazar nel 2012. Sei vengono dai talent: tre Amici, due X Factor, un Ti lascio una canzone, zero The Voice. (Ah, tutti i membri de Il Volo sono già maggiorenni, quindi possiamo tirare avanti fino alle tre di mattina.) E poi ci sono quattro piccole eccezioni: Nesli era dato per certo nel 2013 e poi non è entrato tra i finalisti; Bianca Atzei è stata rimbalzata tre volte e adesso si ritrova big; Lara Fabian, a cui bisogna riconoscere l’effettivo status di artista che vende dischi in patria e non di “prestigiosa artista internazionale prestigiosa solo in Italia”, è la tanto attesa straniera; Biggio & Mandelli ricoprono il ruolo di novelty act. Per essere un festival così attento alle Nuove proposte, il nome più recente nato a Sanremo è Nina Zilli (annata 2010).

Partendo dall’inutile e scontata nozione che il festival perfetto non esisterà mai e che in Italia ci sono 60 milioni di opinioni su come dovrebbe essere, questo è un cast noioso. A Sanremo si parla spesso, e in senso dispregiativo, di “quote”. Eppure le quote sono il modo migliore di costruire un festival rappresentativo della musica italiana. Inserire la quota talent, la quota cantautorale, la quota dialetto, la quota indie e la quota evergreen assicura un festival eterogeneo e quindi più interessante. Questo è un cast che ignora il panorama indipendente italiano, che concepisce il rap solo nella sua accezione più pop e il pop solo nella sua accezione più RTL 102.5. Sono considerazioni incomplete senza avere ascoltato una nota, ma sulla carta è un festival mono-genere in cui è anche difficile sperare nella deriva trash di certe annate televisivamente fantastiche e musicalmente imbarazzanti.

Abbiamo preso in giro Fazio per la sua ossessione per la Qualità, ma nel 2014 e soprattutto nel 2013 aveva messo insieme due gruppi di grandissimo equilibrio. C’erano sì molti veterani del festival, ma anche novità selezionate con cura, perché 14 cantanti è un cast artistico, 20 è pesca a strascico. E quando la novità più grande sono I soliti idioti, c’è un problema.

Le buone modifiche che aveva apportato Fazio sono state annullate da una nuova gestione che sembra solo intenzionata a fare l’esatto opposto per accontentare il popolo – quando il popolo, tutto sommato, la musica degli ultimi due festival l’ha gradita e l’ha perfino comprata.

Il problema degli inediti di X Factor 8

inediti-victoriaGiovedì scorso, Cattelan ha aperto la semifinale di X Factor 8 annunciando che quest’anno gli inediti sono stati scritti dai concorrenti. Ha anche aggiunto che non era quindi più possibile criticare questo aspetto del talent show – come a intendere che finora avevamo solo visto dei cantanti, mentre da adesso in poi, signore e signori, degli artisti veri.

Abbiamo sentito questi sei inediti. Due, a dire il vero, erano già noti perché Lorenzo e Mario li avevano proposti ai provini. I pezzi sono stati ovviamente riarrangiati in modo professionale e resi più radiofonici, ma resta da capire una cosa: se uno tra Lorenzo e Mario dovesse vincere l’edizione, a cosa sarà servito il suo percorso? Non si potrà nemmeno chiamare tale perché il percorso, in teoria, è una serie di tentativi del giudice per trovare la maionchiana collocazione discografica del concorrente (nonché una scusa di Tommassini per divertirsi a cambiare vestiti e acconciature). Se qui era già tutto pronto dall’inizio, se erano cantautori con un prodotto più o meno finito, qual è stata l’utilità di dieci settimane di cover?

E poi c’erano altri quattro inediti di concorrenti che si sono improvvisamente rivelati positivi al virus della cantautoralità. Quindi gli autori (televisivi) hanno dovuto spiegarci questa novità come meglio potevano, costruendoci attorno un po’ di mitologia nel tempo di un RVM. C’è Madh che è “a man in a struggle”, c’è Emma con una storia personale difficile e poi c’è Ilaria, che aveva questa canzone nel cassetto da quando aveva 15 anni. Victoria s’è addirittura premurata di mostrarci il foglio originale col testo. Guardate! L’ha scritta lei! In inglese! (Victoria è madrelingua, ci dobbiamo fidare.) (Quindi in realtà è Adele che ha plagiato Ilaria?)

Possiamo crederci o fare i complottisti, ma il punto è un altro: gli inediti potevano essere migliori. Se li hanno scritti i concorrenti, si sente l’inesperienza; se no, avrebbero meritato ghostwriter migliori.

All’X Factor britannico, l’inedito non esiste. C’è la cosiddetta winner’s song, che è una cover abbastanza prevedibile di una grande ballata. È l’unica canzone che va in commercio dopo la finale perché Simon Cowell preferisce un numero uno a cinque o sei singoli sparpagliati nella top 40. La winner’s song non ha nulla a che vedere con la direzione artistica che prenderà il cantante: è un’eccezione studiata per sbancare sul mercato natalizio degli ascoltatori occasionali. Dopo X Factor, il vincitore e i più fortunati finiscono in development e tornano, con calma, sei mesi dopo, trasformati in un prodotto discografico vero. Non è una scienza esatta, ma ha più possibilità di funzionare rispetto a questo strano metodo di X Factor Italia, che non nega un inedito a nessuno e costringe a scrivere e incidere un pezzo in una settimana (e girare un brutto videoclip quella successiva).

Non si capisce perché X Factor quest’anno abbia deciso di difendersi da critiche inesistenti, sottolineando l’importanza della firma di una canzone. Altri concorrenti, in passato, hanno scritto i loro inediti senza tanta pubblicità (è una cosa che fanno perfino ad Amici da chissà quante edizioni) e non hanno avuto più o meno successo degli interpreti-e-basta. X Factor è un concorso per interpreti: non è una scuola, non è un posto dove si scelgono i cantanti al buio facendo girare una poltrona, non è Must Be the Music, il talent di Sky UK che cercava solo artisti “veri” (e ha chiuso dopo il flop micidiale di una sola edizione). Se Elisa, Ferro, Pezzali o Ramazzotti non avevano nessun demo da passare, trasformare tutti i concorrenti in cantautori non ha arginato il problema: ci ha solo dato canzoni meno belle. E chi se ne frega di chi le ha scritte.