Lady Gaga, nella sua testa e nella realtà

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, rispondendo a una domanda sulle vendite di ARTPOP durante il suo keynote al SXSW, sbotta: “What the fuck-all I have to do with Katy Perry?”. Perché è vero che lei è molto più vicina ai suoi numi tutelari David Bowie e Freddie Mercury o, per fare un nome più recente che come lei scosse e sconvolse il mainstream, Marilyn Manson. Nella sua testa, Gaga non ha nulla in comune con le tante squinzie che si limitano a dedicare mezz’ora del loro tempo per cantare su basi precotte di produttori scandinavi. E, sempre nella sua testa, Gaga sta ancora facendo del suo meglio, sta incidendo musica interessante, sta salvando ragazzini sull’orlo del suicidio, sta diffondendo l’arte ogni volta che esce di casa. Ma nella realtà, Gaga è una donna americana bianca nata a metà degli anni ’80 che fa canzoni pop come Katy Perry. Le due si scontrano nelle stesse classifiche, sono presenti sulle stesse piattaforme che conteggiano visualizzazioni e stream, ambiscono a entrare in rotazione sulle stesse radio e, quando il montatore di StudioAperto cercherà il sottofondo adatto al servizio di costume, dovrà scegliere tra “Roar” e “Applause”. E poi ci sono i fan, che fomentano gli scontri, usano numeri a caso per dimostrare la vittoria di una o dell’altra e sono convinti di avere un peso quando, invece, queste battaglie si giocano soprattutto sugli ascoltatori occasionali. Cos’ha quindi in comune Lady Gaga con Katy Perry? Per il 99% della popolazione, tutto.

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, in un’esibizione di pochi giorni fa sempre ad Austin, urla: “Fuck pop music, this is artpop”. Perché è in sella a un toro meccanico che ha una tastiera all’estremità e la sta letteralmente suonando coi piedi, ed è ancora zuppa del liquido verde fosforescente che un’artista le ha vomitato addosso. Nella sua testa, è un’installazione vivente contro lo stupro. Nella realtà, ha solo servito su un piatto d’argento qualche battuta per Twitter e ha fatto incazzare Demi Lovato e tutte le bulimiche che non avevano ancora avuto l’idea geniale di monetizzare il loro dito in gola. (E poi c’è Madonna che, ovunque si trovi, ha guardato la clip e deve avere pensato, con rassegnazione: “Uffa, nel prossimo tour mi toccherà farmi cagare addosso dai ballerini”.)

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando dice che non ha voglia di suonare “Applause” al SXSW. Nella sua testa, è una canzone che non c’entra niente con uno spettacolo preparato apposta per un contesto diverso dal solito e in scaletta proprio non ci dovrebbe stare. Nella realtà, c’è una marca di patatine che ha speso due milioni e mezzo di dollari per averla e un executive che dichiara a Billboard che, per quella cifra, sperava almeno di sentire “Alejandro”.

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, sempre nel keynote/intervista d’ursiana core a core suggerisce ai giovani musicisti di non cercare “una cazzo di casa discografica” perché non ne hanno bisogno. Nella sua testa, si sta ribellando a un sistema che fa fatica a comprenderla e spera che ogni sfigato con una chitarra e una collezione di parrucche possa esprimersi in libertà senza diventare schiavo delle classifiche su iTunes. Nella realtà, qualcuno della Interscope dovrebbe dirle: “Sai che c’è, stronza ingrata? C’è che il prossimo album te lo fai da indipendente come Renato Zero e poi vediamo se riesci a permetterti di fare mostre al Louvre, fabbricare vestiti volanti e suonare nello spazio“. Perché anche se, nella migliore delle ipotesi, Lady Gaga un giorno potesse ambire a un modello à la In Rainbows, sarebbe comunque grazie allo status raggiunto col sostegno di una casa discografica che per anni ha incoraggiato e poi tollerato le sue stranezze. Finché le stranezze hanno sotterrato la musica.

YouTube Music Awards: morte e rinascita della cerimonia di premiazione moderna

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Non si capiva bene cosa sarebbero stati gli YouTube Music Awards. Nonostante i Google ads che campeggiavano ovunque negli ultimi giorni e gli ostinati pre-roll della piattaforma, il formato di questa cerimonia di premiazione, le sue regole di voto e perfino i suoi orari erano tutt’altro che chiari.

La diretta è iniziata domenica pomeriggio da Seoul, poi Mosca, Rio, Londra e infine New York. Nelle prime tre città, si esibivano gruppi locali, mentre il countdown show è stato trasmesso dagli studi di Abbey Road, dove un bravissimo Adam Buxton ha proposto qualcosa di molto simile agli spettacoli della sua serie BUG. Il programma – chiamiamolo così – univa sketch dal gusto molto britannico ed esibizioni di grossi nomi (Dizzee Rascal, Tinie Tempah) a comparsate di YouTube star mai sentite prima. La qualità era televisiva, volendo usare l’aggettivo come un complimento e considerando (erroneamente) la TV come modello e punto di arrivo.

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La cerimonia vera e propria da New York ha invece demolito in fretta l’award show come lo conosciamo. Spike Jonze, malgrado non avesse eventi dal vivo nel suo curriculum, non era solo l’unico regista che potesse dirigerla: era l’indispensabile filo conduttore per unire mondi diversi senza snaturarli. Professionale e amatoriale, patinato e DIY, pop e indie: proprio come accade su YouTube, l’unica cosa che avevano in comune ospiti, esibizioni e premiati era la piattaforma.

I due conduttori, Jason Schwartzman e Reggie Watts, avevano una scaletta approssimativa della serata, ma dovevano superare piccole prove continue per fare il loro mestiere. Insomma, l’idea che Jonze aveva avuto per il video di “Drunk Girls” di LCD Soundsystem applicata a una cerimonia di premiazione. Quindi, se di solito questi eventi mirano alla perfezione impossibile e alla prima gaffe sembra andare tutto a rotoli, gli YTMA partivano da una situazione in cui volutamente va tutto a rotoli. Ed è incredibile quanto ci si abitui in fretta a guardare persone che non sanno bene cosa stiano combinando, ma non dovendo preoccuparsi di battute già scritte e tempi morti, pensano solo a divertirsi – e il pubblico con loro.

Le esibizioni degli artisti sono state soprannominate live music videos e in alcuni casi hanno davvero meritato questa nuova definizione: per gli Arcade Fire, Greta Gerwig ha ballato “Afterlife” tra incredibili cambi scena (c’è molto di twee, sì); per M.I.A., Fafi ha creato un circo fluo con tunnel di luci al neon e hula hoop; per Avicii, Lena Dunham ha messo in scena con Vanessa Hudgens una vendetta passionale in pista da ballo (insomma, un mini-episodio di Girls o la storia che Robyn racconta in “Dancing on My Own” con finale sanguinolento). Ma anche gli artisti che non hanno sfruttato appieno questa libertà creativa, si sono espressi al meglio: Lady Gaga si è seduta al piano mentre una telecamera a mano documentava le sue lacrime per la prima esibizione di “DOPE”; Eminem non aveva bisogno di nulla, nemmeno del colore, perché l’ipnotico debutto dal vivo di “Rap God” entrasse nella storia.

Le nomination e i premi, ovviamente, non erano che una scusa per proporre un nuovo contenitore e mostrare le possibilità di un evento spontaneo e orgogliosamente anarchico che dia un buon motivo agli artisti per partecipare e ai fan per stare a guardare. E anche se oggi il contatore delle visualizzazioni non ha mai superato 200.000 (che sono i numeri che fa La7 durante una seconda serata sfortunata), la televisione ha già un problema in più.

 

Madonna: l’immacolata traduzione

Quello che dice Madonna mi interessa poco; quello che dice Madonna durante una campagna promozionale ancora di meno. Tuttavia, in questi giorni il chiacchiericcio sulla cantante è diventato assordante e, tra le mille dichiarazioni, interviste e finte jihad contro Lady Gaga, esce una notizia che sembra quantomeno strana: Madonna ha insultato (o forse solo lanciato una frecciatina a) Britney Spears. Buffo. Magari è il caso di andare a cercare cos’ha detto la diretta interessata, magari in inglese.

Madonna, intervistata da The Advocate, sostiene che il pubblico gay trovi un modello in Lady Gaga perché non rientra nei canoni convenzionali e ha un passato difficile. Ci sono molte cose contestabili in questa affermazione, ma non entriamo nel merito e limitiamoci ad analizzare le parole da lei pronunciate.

I can see that they connect to her kind of not fitting into the conventional norm. I mean, she’s not Britney Spears. She’s not built like a brick shithouse. She seems to have had a challenging upbringing, and so I can see where she would also have that kind of connection.

Ora, built like a brick shithouse non è inglese da liceo e non è un’espressione particolarmente felice né comune, ma con un po’ di impegno ci si può arrivare. Dicesi built like a brick shithouse una persona grande e grossa, forte e robusta. (Tuttavia, secondo alcuni, vorrebbe anche essere un complimento a una bella ragazza perché un tempo le latrine erano in legno… Per chi volesse approfondire, basterà la definizione su Wiktionary; per i maledetti rompicoglioni come me, tenete, vi ho fatto uno screenshot dal Dictionary of Catch Phrases della Routledge). Insomma, per estensione, Madonna vuole dire che Britney ha basi solide (urca!), mentre Gaga è più fragile e vulnerabile. E soprattutto, nessuno ha insultato nessuno.

Andiamo a vedere com’è stata riportata la notizia su vari siti italiani.

Vanity Fair sceglie (saggiamente) di non tradurre per intero la citazione e saltare la shithouse.

Cioè, non è Britney Spears. Ha avuto un’adolescenza difficile […]

Quelli di MTV.it sono già più fantasiosi, ma si tengono sul vago e non ci ricamano troppo sopra.

Cioè, non è Britney Spears. Lei non è ‘costruita’.

Spetteguless inizia a porsi qualche domanda sull’espressione idiomatica e preferisce non tradurla, ma offre due opzioni: “bella tettona” e “cesso a mattoni”.

Voglio dire, non è Britney Spears. She’s not built like a brick shithouse (slang uk che può passare sia come complimento – bella tettona – che come clamorosa offesa – cesso a mattoni).

E ora che ci avviciniamo pericolosamente ai gironi dei nanopress, vi avverto, tutto può succedere. Cosmomusic, ripreso poi da Paperblog, riassume liberamente con il titolo “Madonna: ‘Britney Spears è meglio di Lady Gaga'” e adotta una curiosa variante sul tema edilizio.

Sì, voglio dire, non è Britney Spears. Lei non è costruita come il mattone di una casa.

E infine, quelli di I Love Popmusic si sbizzarriscono e ci regalano la perla definitiva.

Voglio dire, lei non è Britney Spears. Lei non è una schifezza (cesso) costruita di mattoni.

La stessa traduzione finisce poi su Musickr che titola direttamente: “Madonna: ‘Britney Spears è un cesso'”.

And I’m not sorry / It’s human translation. Tutto questo è solo la punta dell’iceberg, che è in gran parte costituito da commenti e link su Twitter e Facebook. Una frase un po’ ambigua che confonde anche gli anglofoni e viene poi tradotta in maniera fantasiosa o superficiale è esattamente quello che ci vuole in questa guerra immaginaria tra popstar che porta tanti clic. Senza contare che, da quando Madonna ha concesso un’intervista esclusiva a Oggi per infamare Berlusconi, non c’è più da stupirsi di nulla.

“The Edge of Glory”: cos’è andato storto?

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Il nuovo video di Lady Gaga è brutto. È a malapena un video: non c’è un concept, non c’è un barlume di creatività. Gli unici che possono dirsi contenti di cinque minuti di Gaga che si struscia al parapetto sono quei fan che han subìto un lavaggio del cervello così intensivo da pensare che qualsiasi cosa tiri fuori la loro eroina sia arte, emozione e ispirazione. Io invece penso che talvolta sia bene liberare Gaga dal peso politico e simbolico che si trascina dietro e ridimensionare le sue azioni e il suo mestiere. Lady Gaga è una musicista e ha fatto un brutto video. Capita.

Tuttavia, come dice Popjustice, “non so cosa sia più preoccupante: il fatto che [Gaga] abbia realizzato qualcosa pur sapendo che è una merda o la possibilità che lei pensi sia bello”.

Inizialmente, Joseph Kahn doveva essere il regista di “The Edge of Glory”. Per quanto la sua carriera, a mio parere , includa alti e bassi (ma soprattutto bassi), era una buona idea assegnare la canzone a un regista vero, un professionista con alle spalle una cinquantina di video mainstream. È infatti da “Telephone” che Gaga si affida a creativi con altre esperienze: due fotografi per “Alejandro” e “Born This Way”, una coreografa per “Judas”. Coinvolgere persone con curricula non del tutto pertinenti può portare idee interessanti, ma non garantisce la qualità del prodotto finito – e aggiungere “haus of Gaga” ai credits come fosse un bollino Chiquita non funziona se la banana è marcia.

Per ora, tutto quello che sappiamo è che, in un momento imprecisato delle riprese, Kahn ha abbandonato il progetto. Dal leak di alcune immagini di produzione si intuiva la presenza di ambientazioni diverse e forse un concept più complesso. A un certo punto si è parlato di sirene.

 

Forse nei prossimi giorni verrà fatta chiarezza e scopriremo com’è nato lo screzio tra i due, ma già che ci siamo, tanto vale lanciare un’ipotesi: con Clarence Clemons in fin di vita, Gaga ha deciso di smontare il baraccone. La canzone è dedicata al nonno defunto di Stefani e, come spiega lei stessa, parla de “l’ultimo momento prima di lasciare la Terra”. Dato che queste potrebbero essere le ultime immagini ufficiali di Clemons, forse Gaga non se l’è sentita di legarlo per sempre a un video con danze discinte e parrucche colorate. In quest’ottica, “The Edge of Glory” sarebbe l’unico tributo possibile: una strada deserta, lui e lei, un sassofono.

My Compact Diss: Maggio (parte seconda)

Patrick Wolf, LupercaliaHideout/Mercury
Dopo l’avventura con la Polydor finita non proprio benissimo, Patrick Wolf ha più volte minacciato di lasciare l’industria musicale. Poi si è fatto finanziare il quarto album dai fan con Bandstocks ed ora è tornato ad una major. Roba da prenderlo a schiaffi, ma preferisco giudicarlo per il suo incredibile talento che per le sue scenate teatrali.

Lupercalia è il quinto album del cantautore inglese, che ha cambiato concept e data di uscita una ventina di volte. E se il fattore sorpresa ormai ce lo siamo giocato ascoltando praticamente tutte le nuove tracce dal vivo su YouTube, il fattore hype resta perché questo sarà il suo album definitivo. Come suggeriscono i bellissimi singoli “Time of My Life” e “The City”, Patrick ha finalmente trovato l’equilibrio sonoro tra le seguenti attività: suonare un’arpa sull’orlo di una scogliera della Cornovaglia; mettere a ferro e fuoco una discoteca con Alec Empire; trotterellare a piedi nudi per la foresta di Sherwood. Il tutto passa attraverso un filtro chiamato pop, con originalità e, come continua a ripetere in ogni intervista, vera serenità. Sarà il disco dell’estate e non voglio sentire ragioni.

Matthew Morrison, Matthew MorrisonMercury
Glee, ovvero la pluripremiata serie che risponde alla domanda “Che effetto fa trovarsi nel cervello di Luca Tommassini?”, ha iniziato a estendere i suoi pericolosi tentacoli fuori dalla televisione molto tempo fa. Ma qui si esagera. Mr Schuester è il primo membro del cast ad avere diritto a un album tutto suo. (Del resto, gli altri sono giovani, hanno ancora tempo… Lui deve sbrigarsi a diventare una popstar o finirà a fare le ragnatele come comparsa in una produzione dei Misérables di una sagrestia del Minnesota.) Quale migliore occasione per incidere “Somewhere over the Rainbow” in duetto con Gwyneth Paltrow? Volevo ascoltarlo, ma ho preferito annusare un panno intinto nel cloroformio.

Lady Gaga, Born This Way, Interscope
È diventato impossibile parlare di Lady Gaga offrendo punti di vista minimamente originali – e  ciò che avevo da dire, l’ho detto all’uscita di “Born This Way”. Ma so che volete sapere anche la mia opinione su “Judas” perché  leggo nelle vostre menti, i.e., leggo le chiavi di ricerca: negli ultimi tempi, in molti hanno googolato “pop topoi judas”, quindi…

“Judas” riprende gli aspetti vincenti di “Bad Romance” dal punto di vista strutturale (le strofe cupe e deliranti, il ritornello più sciocco, gli intermezzi robotici e sillabati, il middle eight riassuntivo che esplode) e tematico (per riassumere: l’amore fa male). Non ci si può aspettare che Lady Gaga reinventi da capo il pop con ogni singolo, e qui gioca in un territorio familiare: è drammatica, è aggressiva, è ballabile. E se non portasse la sua firma, l’unica radio a trasmetterla sarebbe Industrial Bavaria FM.

E questo è quello che penso di “Judas”, il buon secondo singolo di un album comprabile.

Ora volete sapere cosa penso della copertina? Penso che talvolta un artista abbia bisogno di lavorare con gente che può dirgli: “ehm, NO”. E questa copertina conferma che Lady Gaga è diventata troppo colossale per ascoltare le opinioni altrui. Se questo si trasformerà nella sua fortuna o nell’inizio della sua fine è ancora tutto da capire.

Depeche Mode, Remixes 2: 81-11, Mute
Una nuova raccolta di remix dei Depeche Mode! Yawn! Secondo me, Dave & co. ci provano gusto a sentire tutte le loro canzoni rimaneggiate da mandrie di DJ: è come se volessero provare che, comunque le giri, non avranno mai la potenza dell’arrangiamento originale. Qualche remix interessante c’è (“John The Revelator” ricostruita dagli UNKLE, l’inedita “Personal Jesus” di Alex Metric), ma nella maggior parte dei casi, è meglio tenersi i classici nelle versioni che già conosciamo e amiamo.

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The Lonely Island, Turtleneck & ChainUniversal Republic
Turteneck & Chain è il secondo album del gruppo comico The Lonely Island. E, se amate i lulz, ricorderete alcuni dei loro eccezionali sketch musicali dal Saturday Night Live quali “I Just Had Sex”. Il prossimo singolo si chiama “Motherlover” ed è cantato con Justin Timberlake (loro amico dai tempi di “Dick in a Box”), ma nel disco troverete anche Rihanna, Snoop Dogg, Santigold e BECK. Dimmi niente. Tuttavia, senza corredo video, i pezzi non sono certo altrettanto esilaranti. Bella storia, ma dato che esiste YouTube, non vedo l’utilità dell’album.

Lady Gaga, “Born This Way”

Gaga

Non ho mai analizzato il fenomeno Lady Gaga in maniera esaustiva – cosa che, per un blog di musica pop, è alquanto vergognosa. La verità è che mi prese in contropiede. Quando arrivarono “Just Dance” e “Poker Face”, mi parvero business as usual. Quando, esattamente due anni fa, fu ospite dei Pet Shop Boys per un medley celebrativo ai Brit Awards, mi chiesi cosa ci faceva sul palco quella robotica starlette con il duo che ha costruito il pop. La risposta arrivò qualche mese dopo con “Bad Romance”.

Oggi è uscito “Born This Way”, il singolo della beatificazione. L’evento è stato sapientemente centellinato: il titolo svelato agli MTV Awards, la copertina di Nick Knight e il testo pubblicati su Twitter. E siamo solo a metà strada: domenica arriverà la performance ai Grammy, e infine il video di Jonas Åkerlund, che probabilmente creerà un’anticipazione simile a quella di “Thriller”, battezzerà ufficialmente la canzone.

“Born This Way” non poteva soddisfare le aspettative di tutti. Anzi, essendo un pezzo già iconico ancor prima di sfiorare le nostre orecchie, non poteva soddisfare nessuno. In questo senso, Gaga sembrerebbe aver compiuto un errore: svelando il testo con settimane d’anticipo ha fatto sì che l’ascoltatore idealizzasse “Born This Way” all’inverosimile; ha permesso che ognuno si appropriasse della canzone proiettandovi suoni (e immagini) virtuali. Ma ha anche lasciato il tempo ai fan di legare una canzone ancora inesistente a ricordi veri e di leggere qualcosa di sé in quella serie di versi (o meglio, slogan) ancora privi di un contorno musicale. Tutto questo, a contrario dell’hype, non può sfumare. E Gaga lo sa. Con questa strategia, oggi può aver seminato piccole delusioni, ma sul lungo termine ha agito con precisione chirurgica. È Babbo Natale che ti porta il giocattolo che tanto volevi ma del colore sbagliato. Vedrai che al colore dopo un po’ non farai più caso.

“Born This Way” ha avuto questo potere ancor prima di nascere perché è (e vuole disperatamente essere) una canzone universale. Nel primo verso fa riferimento all’amore e a Dio invocando la tolleranza; nel secondo verso c’è già una call to action alquanto aggresiva (“put your paws up”); nel terzo ti spiega che devi agire perché sei nato così; nel quarto cita la mamma e evoca immagini di infanzia. In quattro righe, Lady Gaga ti ha già detto chi sei, cosa devi fare, perché devi farlo e ha già iniziato a sbirciare nel tuo album di famiglia. Ha parlato di sé, ha parlato di te e, se ci credi, c’è pure Dio. E questo avviene per una canzone la cui copertina ritrae Stefani con finti impianti sottopelle come corna luciferine. Sacra e profana: è nata così.

A un primo ascolto, l’impatto musicale è decisamente meno forte rispetto ai singoli del passato. La voce – che non si ferma praticamente mai per più di quattro minuti – deve essere protagonista assoluta perché i suoni non possono affossare il messaggio. Negli ascolti successivi, però, si inizia a notare che sullo sfondo c’è un club in corto circuito. La discoball esplode e dentro c’è il sangue. Quella che credevamo di liquidare come un plagio di “Express Yourself” di Madonna, dopo pochissimo lascia affiorare la sua unicità: le parti che la compongono iniziano ad avere un senso, si apprezzano le variazioni. È camp, è industrial: è nata così.

Quando la musica si fa da parte nuovamente durante il bridge, Gaga decide che i giri di parole sono finiti: chiamiamo le cose coi loro nomi. E se dal punto di vista lirico, l’elenco/campionario di varia umanità è pleonastico e stilisticamente discutibile, non si può certo dire che non colga nel segno (vi viene in mente un’altra canzone pop contenente parole come “disabilities” e “transgendered” nel testo?).

Le canzoni di self-empowerment sono sempre esistite (e questa non è neanche la migliore), ma da Gaga trapelano un’onestà e una fedeltà alla propria missione difficilmente riscontrabili in altri artisti. “Born This Way” è l’inizio di una nuova fase della sua carriera: non solo può, ma deve essere esplicita e estrema nel modo in cui si presenta, suona e scrive.

Lady Gaga è importante. Non è nata così, ma ha saputo diventarlo e merita di esserlo.

MTV EMA: ridatemi la “E”

Domenica sera a Madrid si sono tenuti gli MTV Europe Music Awards e ci siamo nuovamente cascati. Come ogni anno, la rete ha fatto il possibile per creare spasmodica eccitazione intorno all’evento, promettendo faville e parate di stelle. È il loro mestiere e ci investono un sacco di soldi, ma la realtà è che MTV è più brava nei preliminari che nell’amplesso. Infatti, dando un’occhiata alle notizie di oggi, i giornalisti devono essersi trovati veramente in difficoltà a fare il loro compitino. A cerimonia conclusa, sono uscite solo due tracce per il tema: Descrivi i cambi d’abito della conduttrice Eva Longoria e Elenca i premi assegnati sottolineando il trionfo annunciato di Lady Gaga. E di cos’altro si potrebbe parlare? È mancato il momento “virale” (la star che sbotta, lo scivolone esilarante, la scapezzolata involontaria wardrobe malfunction) ed è stato tutto così mediocre che è anche difficile criticarli duramente e definirli un fallimento totale. Di una cosa non ha ancora parlato nessuno, vuoi per noia vuoi per abitudine, quindi me ne occupo io.

Non infierirò sulla mancanza di verve della conduttrice, le esibizioni scadenti e l’ingiustizia dei premi assegnati. Per una volta, sono pronto a fare finta che sia una questione di gusti. Farò invece un’analisi quantitativa per vedere dov’è andata a finire la “E” di questi EMA.

Su 35 artisti nominati nelle varie categorie (escludendo il Best European Act), 27 non erano europei. I rimanenti otto (concentrati quasi tutti nella categoria Best Push Act) erano britannici, con l’eccezione di Enrique Iglesias. Tra gli artisti premiati, solo uno è europeo: i Tokio Hotel.

E vabbè, gli europei hanno votato (si suppone) in maniera democratica e hanno preferito assegnare i premi agli americani. Se il popolo vuole credere che Bieber sia il miglior maschio della musica mondiale, be’, sono un po’ cazzi del popolo.

Andiamo invece a vedere come MTV ha scelto di onorare l’Europa nelle esibizioni della serata.

Ecco, su quindici artisti che si sono esibiti, due erano europei, anzi inglesi: Plan B e Dizzee Rascal. Anzi, uno e mezzo perché Dizzee Rascal faceva solo una comparsata nel pezzo di Shakira – la colombiana che dopo tanti anni fa un disco nella sua lingua natìa e, trovandosi a Madrid, decide che no, è meglio cantare in inglese e nel frattempo il pubblico intona la stessa canzone, ma in spagnolo: genio.

Quante storie, l’Europa era rappresentata dalla categoria Best European Act.

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Non credo serva un grafico per capire che 30 secondi di videomessaggio in uno spettacolo di tre ore sono meno di niente. Mengoni non è il miglior artista europeo dell’anno, ma non è questo il punto. L’unica opportunità per un artista emergente non americano è stata messa da parte come qualcosa di cui vergognarsi. Non sia mai che gli spagnoli in ascolto s’incuriosiscano. Non sia mai che lo yankee che guarderà questa cerimonia in differita abbia il tempo di chiedersi se le note sono sette anche nel vecchio continente.

Le edizioni degli ultimi anni non certo sono state più generose nelle quote europee, ma l’altra sera, se avessimo giocato al drinking game “Bevi Quando Inquadrano un Europeo”, saremmo rimasti tutti sobri come atleti di Dio (non è un’espressione bellissima? L’ho trovata qui!).

Non voglio vedere il fratello squattrinato e brufoloso dei VMA, rivoglio “L’Ombelico del Mondo” a Rotterdam, rivoglio Jean-Paul Gaultier in minigonna e Björk ubriaca con lo zainetto di peluche a Parigi, rivoglio la vittoria del cartone del latte in una cinquina che farà storia, E mi sa che potevo evitare grafici e giri di parole dicendo semplicemente che mi mancano gli anni ’90.

RedOne: La Minaccia

RedOne è il pop topos dell’anno. È il produttore più ubiquo del momento e tu hai 6 buone ragioni per odiarlo:

– A 19 anni, si è trasferito dal Marocco alla Svezia per cercare fortuna nell’industria musicale. Ha scelto quel paese perché è da lì che venivano i suoi gruppi preferiti: Europe, Roxette e Abba. Il suo sound unisce quindi il peggio dell’europop al peggio della tamarraggine nordafricana.

– È ciò che è stato Timbaland a inizio anni zero e che David Guetta sarà nel futuro prossimo, finché il loro sound non diventerà così scontato e logoro da venire imitato perfino dai concorrenti dei talent italiani (a X-Factor siamo ancora in fase Winehouse, ad Amici in fase Tatangelo, ma il momento arriverà).

– La sua lista di collaborazioni su Wikipedia è il cassonetto dell’umido del pop/R&B globale. Va ovviamente fatta un’eccezione per Lady Gaga che, a contrario di molti altri “artisti” della lista, scrive da sola le melodie e si reca da RedOne per aggiungere quel controgusto di Fargetta ai suoi brani. Non vi preoccupate, potete continuare ad apprezzare Lady Gaga senza sentirvi in colpa.

– In tutte le produzioni da lui curate, sente l’impulso irrefrenabile di menzionare il suo nome e quello dell’artista in questione, come è reso evidente in questo video (courtesy of apn).

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Il massimo è quando si autocita nel remix di “Handle Me” di Robyn perché, non avendo collaborato alla scrittura della traccia, si è dovuto citofonare da solo in fase remix.

– Ha collaborato con Michael Jackson poco prima che morisse. Non tirate un sospiro di sollievo perché ho la certezza che prima o poi quelle registrazioni salteranno fuori. E se Michael Jackson non fece in tempo a registrare nulla, faranno un po’ di copia e incolla o troveranno uno con la voce simile e ci aggiungeranno dieci strati di autotune facendoci credere che sia lui.

– Nonostante abbia fatto i milioni e vinto qualche Grammy, non ha ancora fatto un servizio fotografico decente né pagato un grafico per rifargli logo e MySpace. La cura della sua immagine va quindi di pari passo con la cura dei suoni che produce.

E ora, visual pun!

Fonti: HitQuarters