Primavera Sound 2016 – giorno 2

 

Il secondo giorno inizia con NAO, una delle nuove cantanti britanniche più promettenti, e ho la fortuna di vederla dalla prima fila pur arrivando con pochi minuti di anticipo al Pitchfork stage. Elenco di artisti che negli anni ho visto sul Pitchfork stage dalle prime file: Solange, Jessie Ware, FKA twigs, NAO; conclusione: il pubblico del Primavera non sa riconoscere una star. Eppure, nel caso di NAO, è davvero evidente già dalla sua entrata in scena. È sicura, fresca ed energica quanto il suo neo-soul; è una boccata d’aria. Il suo primo album esce il 29 luglio e vorrei restare ad ascoltarne gli inediti, ma l’abbandono perché i prossimi sono i RADIOHEAD e scatta la paranoia di non trovare una postazione decente da cui vederli. E infatti, pur arrivando un’ora e mezza prima, non la trovo. Tutt’a un tratto mi ricordo perché spesso evito i concerti grossi con un pubblico grosso, e mi ricordo anche che l’attaccamento a una band non mi rende per forza simile a chi la guarda vicino a me. Quindi mi trovo circondato da tutti gli stereotipi da evitare ai concerti ma in genere assenti dal Primavera: dagli ubriachi ai chiacchieroni, dagli indossatori di alti cappelli spiritosi agli sbandieratori (ma qui abbiamo una simpatica alternativa ai soliti quattro mori sardi: la bandiera di Aphex Twin). I volumi sono bassi e la delicata “Daydreaming” (seconda in scaletta dopo “Burn the Witch”) non sopravvive al chiacchiericcio; i maxischermi, che in genere seguono i concerti del Primavera con un’ottima regia, sono invece usati per effetti grafici (bruttini) o al massimo per confusi mosaici di riprese dal vivo. Sento e vedo male, ma la scaletta regala molte soddisfazioni. Da settimane, si seguiva il preziosissimo servizio pubblico di @radioheadlive su Twitter in cerca di indizi, ma c’erano poche costanti: dopo un blocco di cinque pezzi dall’ultimo album, è lotteria, visto che in soli nove concerti hanno suonato almeno una volta ben 50 canzoni. Thom Yorke, pur evitando quasi del tutto il contatto col pubblico, stasera è molto generoso di singoli storici: “No Surprises”, “Pyramid Song”, “Karma Police”, “Street Spirit (Fade Out)”, “Paranoid Android”. È una vera scaletta da festival, da greatest hits, da farewell tour (come suggeriscono alcuni), che dà spazio tanto ai Radiohead delle chitarre (“Talk Show Host”) quanto a quelli dell’elettronica di Kid A. Il momento migliore arriva proprio con una “Everything in Its Right Place” che, arrangiata per dare più risalto al beat, sembra accelerare e fondersi alla “Idioteque” che segue. E poi, a sorpresa, dopo un bis che suggerisce come ormai anche “There There” sia un classico (sono passati 13 anni), arriva il regalo che centomila persone possono rivendersi a vita come aneddoto: “Creep”. È il concerto che volevo vedere, peccato non averlo visto davvero.

Si passa quindi all’artista elettronica che ha proprio aperto gli ultimi concerti dei Radiohead: HOLLY HERNDON. È passato un anno da quando la vidi per la prima volta e non è più sola dietro ai suoi laptop, ma è aiutata da un’altra musicista (anche alla voce) e da un artista che si occupa solo della parte visiva. Quest’ultima è essenziale al racconto della Herndon, perché ci fa muovere in una realtà virtuale di oggetti di tutti i giorni fluttuanti, insegne al neon, cavi, avatar, frammenti di social network. E lei comunica attraverso il pubblico con la tastiera, a metà tra chat e presentazione PowerPoint, scrivendo “scusate, siamo dal vivo e potremmo scazzare tutto” o dedicando il set a Chelsea Manning, l’attivista tuttora in carcere per avere leakato documenti confidenziali dell’esercito statunitense. Ma anche senza il cappello concettuale o le trovate di scena, il set è solido e perfino ballabile.

Sono le due ma non ho intenzione di perdermi SHURA, che come la connazionale NAO è sulla lista dell’hype nell’attesa del debutto discografico (esce l’8 luglio). Alexandra viene da Manchester e fa un delizioso pop pieno di riferimenti agli Anni ’80, soprattutto alla Madonna dei primi tempi. La sua risata sguaiata tra un pezzo e l’altro è in netto contrato con la voce esile e timida con cui canta – e la timidezza è il tratto più presente nella sua musica, da “2Shy” all’ultimo singolo “What’s It Gonna Be”. Nel video in questione, tuttavia, trova il coraggio di diventare una popstar, ed è facilissimo farsi conquistare. Lascio le ultime energie rimaste sulla sua “White Light” e sento per pochi minuti gli AVALANCHES remixare, campionare e pasticciare con un’euforia del tutto assente dal loro deludente ritorno. Sono le tre, m’incammino sentendoli suonare “Heard It Through the Grapevine” e leggo che PJ Harvey (in cartellone domani) ha chiuso un concerto altrove con “A Perfect Day Elise”.

Foto Radiohead: Eric Pamies

Primavera Sound 2016 – giorno 1

 

Il mio Primavera inizia mercoledì sera, in città, con una delle tante serate parallele al festival vero e proprio. Al Barts suonano EMPRESS OF e JESSY LANZA, due artiste che hanno in comune l’apprezzamento della critica, una visione interessante di ciò che è il cantautorato femminile contemporaneo e il fatto che io non abbia prestato la dovuta attenzione all’uscita dei loro ultimi album.
Nel caso di Empress Of, mi accorgo di avere fatto un grande errore perché Lorely Rodriguez è pazzesca. Ha canzoni che esplodono oltre le strutture convenzionali, oltre l’R&B o il pop elettronico sfuggendo alle definizioni di genere, per dare spazio a tutti i suoi pensieri sull’essere millennial privilegiati a Brooklyn (ma senza le pretese di Lena Dunham). Dal punto di vista vocale, si lancia in björkismi arditi e disperati, ma spesso non riesce a trattenere il sorriso nel notare che il pubblico conosce – e bene – ogni nota di un album fatto con regole tutte sue.
Nel caso di Jessy Lanza, mi accorgo invece di nutrire per lei molto meno entusiasmo rispetto agli organizzatori del Primavera (che questa settimana l’hanno messa in cartellone con due concerti + un mini-concerto acustico + un dj set: praticamente è il Jessy Lanza Sound Festival). Dove Empress Of eccelle, Jessy Lanza fallisce: il suo pop è altrettanto ibrido, ma risulta indeciso quanto la voce dell’artista e per nulla trascinante.

Il festival vero e proprio inizia giovedì pomeriggio, nella nuova area sulla spiaggia. Faccio mezz’ora di fila sotto il sole cocente per comprare l’acqua per poi scoprire che l’unica cosa liquida che possono vendermi è l’alcol dello sponsor. Segue un’altra mezz’ora in un’altra fila e nel frattempo falliscono tutti i miei piani: vedere TODD TERJE (perché la tenda in cui si tiene il dj set è diventata inaccessibile) e andare a prendere il sole sulla spiaggia vera e propria (che è radioattiva, quindi forse è andata meglio così). Mi dirigo in area stampa per la conferenza dei DAUGHTER, a cui hanno assistito 12 giornalisti (o meglio, 11 più me) (che su 1000 accreditati è un po’ imbarazzante). Un americano chiede di descrivere la band agli alieni ed Elena Tonra risponde: “la musica degli esseri umani che stanno in un angolo alle feste”. Che in effetti è un’ottima definizione per spiegare a un extraterrestre il perché di versi come “despite everything I’m still human” e perché vengano cantati senza levare gli occhi dal suolo. E malgrado le loro atmosfere e i loro testi li rendano l’opposto di una band da festival, i Daughter al tramonto ipnotizzano e commuovono qualche migliaio di esseri umani.

Un’altra band che sulla carta sembrerebbe inadeguata a un festival sono gli AIR. E infatti sono inadeguati. Dal duo francese non ci si aspetta certo animazione da villaggio turistico o doti da animali da palcoscenico, ma il modo meccanico e distaccato con cui eseguono canzoni epocali mi lascia davvero deluso e annoiato. Il pubblico, nel migliore dei casi, ondeggia distratto davanti a un greatest hits privo di idee anche dal punto di vista scenico, e così “Kelly Watch the Stars” non è stellare, “Sexy Boy” non è sexy e “How Does It Make You Feel?” non ci fa sentire niente.
Mi farei dare una svegliata da PEACHES, ma ci vogliono dei biglietti speciali perché suona all’hidden stage, un palco così hidden che – storia vera – non lo trovava manco lei. Ripiego sui TAME IMPALA, che già vidi al Primavera 2013, ma tre anni (e due nomination ai Grammy) dopo, mi trovo ad apprezzare molto di più il loro set, che nei brani di Currents diventa intenso e sensuale come avrei voluto fosse quello degli Air. I visual da salvaschermo di Windows ’95, però, non sono cambiati.

E infine gli LCD SOUNDSYSTEM. C’è un episodio (il migliore, e il più doloroso) della serie americana You’re the Worst, intitolato proprio “LCD Soundsystem”, in cui la protagonista Gretchen conosce il vicino di casa quarantenne-sposato-bianco-etero-con-cane. Le mostra la sua collezione di vinili e le chiede se le piace la band. Lei risponde, con un accenno di stanchezza, “not really”, forse ammettendolo a qualcuno e a se stessa per la prima volta. In quel piccolo scambio, all’apparenza insignificante (ma non lo è, o l’episodio non si chiamerebbe così), c’è forse tutta la differenza tra due generazioni molto vicine e ciò che ha rappresentato per molti James Murphy negli Anni Zero. (Lo spiega bene Emiliano Colasanti nel suo report oggi.) Come Gretchen, non sono mai riuscito a trovare un appiglio in quei brani infiniti, spesso costruiti attorno a un verso ripetuto fino a diventare mantra, o a sentirmi rappresentato dal musicista. E anche dal vivo, pur divertendomi, canticchiando, fotografando la discoball gigante che pende sul palco e apprezzando l’equilibrio della band tra cazzeggio e rigore, non sento quel tipo di trasporto. È bello trovarsi in mezzo a migliaia di persone che lo sentono che e farsi contagiare per un po’. Ma se mi chiedono se mi piacciono gli LCD Soundsystem: “not really”.

Foto: Dani Canto, Eric Pamies

Eurovision Song Contest 2016: la guida alle canzoni

È quel periodo dell’anno e vi ho fatto la consueta guida alle canzoni in gara allo Eurovision Song Contest, che si tiene a Stoccolma dal 10 al 14 maggio. Cos’altro c’è da sapere?

  • Le semifinali si tengono martedì 10 e giovedì 12 maggio. Verranno trasmesse da Rai4 e Radio2 col commento di Solibello e Ardemagni;
  • la finale di sabato 14 andrà in onda su Rai1 commentata da Federico Russo e Flavio Insinna;
  • l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e voterà nella seconda semifinale;
  • di Michielin/Abbate/Cheope/Martine, “No Degree of Separation”, canta Francesca Michielin.

Dentro queste tabelle trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmakers alla mia preveggenza). Accanto al nome della nazione, la semifinale a cui parteciperà e una stellina per le canzoni che meritano la vostra attenzione.

Aggiornamento: le nazioni contrassegnate con una F si esibiscono durante la finale di sabato sera. Continue reading

Adele Live 2016, The O2

Adele

Sono passati cinque mesi da quando Adele ha detto “Hello” al Regno Unito con una clip durante una pausa pubblicitaria di X Factor. Dopo pochi minuti, il suo saluto era una questione universale – nonché universalmente comprensibile. Perché se il titolo del primo singolo di 21 metteva in difficoltà anche i madrelingua, l’apripista di 25 ha reso evidenti le ambizioni globali della sua interprete fin dalla prima parola. E se la valanga di 21 aveva preso tutti alla sprovvista (quando “Someone Like You” toccò la vetta della Billboard Hot 100, il tour degli Stati Uniti era già finito), la calcolatissima campagna promozionale di 25 non poteva non portare Adele nelle arene più grandi del mondo. Nell’annuncio stesso, la cantante, che salutava i fan di Facebook riciclando il suo verso/meme, ammetteva: “Finora ho bluffato, ma certo che vado in tour”.

Anche questa volta, inizia dal Regno Unito, e col brano che ha segnato il suo ritorno. Gli occhi dell’artista, proiettati su un maxischermo, erano rimasti chiusi mentre il pubblico si sistemava e finalmente si aprono. A ogni battito di ciglia, riecheggia la parola hello, per tre volte, finché Adele non emerge dalla botola di un piccolo palco quadrato al centro dell’O2 di Londra. Il pubblico che la circonda si alza educatamente dalle sedie e solleva i cellulari. Ci sono solo posti a sedere e Adele stessa ne farà una battuta (“Ho pensato alle vostre ginocchia”); si parte alle 20 e si finisce alle 22. Del resto, è una serata per famiglie, per turisti e per chi magari non sente spesso musica dal vivo. Non ci sono nemmeno supporter ad aprire il concerto o troppe distrazioni durante lo stesso: per molte canzoni, la band è invisibile e i maxischermi sono spenti perché basta un occhio di bue su di lei. Il palco principale è ridotto al minimo e si accende del tutto solo per una breve sequenza di pezzi più ritmati (“Rumour Has It”, “Water Under the Bridge”), dando l’illusione di un vecchio varietà televisivo. Le trovate di scena sono poche e ovvie (l’effetto pioggia durante “Set Fire to the Rain”; immagini del suo quartiere e la sua città in “Hometown Glory”; qualche foto fintamente ingiallita durante “When We Were Young”) perché lo spettacolo, come del resto l’album che deve promuovere, non può osare troppo.

Lei sa bene chi ha davanti, e continua a ricordarci delle sue origini modeste. A metà concerto un gruppo di ragazzine la interrompe facendosi largo tra le sedie: si lamentano perché la security non le lascia stare in piedi. Adele non le manda via, ma le difende: dice che al suo concerto decide tutto lei e trova loro dei posti migliori. (Fa lo stesso via Twitter, a più riprese, regalando biglietti a fan disperati.) Vuole che si torni a casa pensando: “È una di noi”.

Prima di “Someone Like You”, confessa che avrebbe voluto aprire le serate cantando quel brano da lassù, the shittiest seats in the house, per stare più vicino a chi non può permettersi il parterre (e sul palco ride di chi ha pagato migliaia di sterline per lei). L’idea è stata poi accantonata, forse per difficoltà tecniche, forse perché ogni tanto ha qualcuno a ricordarle che è una superstar, ma sembrava genuina: la cantante del popolo che vuole dare l’illusione dell’esperienza VIP a tutti. Non a caso i biglietti, anche per i posti meno costosi, arrivavano in un’elegante custodia di cartone nero, e dicevano “Enjoy your evening with Adele”.

E in effetti ci si diverte, perché per ogni lancinante canzone d’amore c’è un siparietto più o meno spontaneo. Si può andare a un concerto di Adele per la musica, che è tanta, è nota, ed è eseguita in modo tanto impeccabile quanto prevedibile, ma il vero spettacolo è lei. Che parla in continuazione – di com’è difficile scoppiarsi i brufoli con le unghie lunghe, di quanto le piacciano le All Saints e gli East17, di come il suo repertorio sia considerato noioso e lei vecchia, di come chiunque creda di essere più grande di Paul McCartney “can literally suck my dick”. Viene quindi da chiedersi come farà, in paesi in cui non c’è grande familiarità con l’inglese – il suo inglese, peraltro – a comunicare così con gli spettatori (e ne sa qualcosa quella povera interprete di Che tempo che fa, che a fatica riusciva a stare dietro ai suoi fiumi di parole). A un certo punto si tradisce dicendo: “Let’s have some crowd interaction”, come se appunto l’interazione col pubblico sia più un’esigenza di scaletta che un desiderio, ma ci sono artisti che vendono un millesimo dei suoi dischi e a stento salutano: lei tira su i bambini sul palco, dedica canzoni agli sconosciuti, celebra matrimoni, si presta ai selfie. L’Adele che abbiamo visto nello speciale di Graham Norton o nel Carpool Karaoke con James Corden non è un’eccezione per le telecamere, e ora che ha fatto pace con la fama, può concedersi di essere non solo una grande cantante, ma anche un’incredibile entertainer.