Primavera Sound 2016 – giorno 1

 

Il mio Primavera inizia mercoledì sera, in città, con una delle tante serate parallele al festival vero e proprio. Al Barts suonano EMPRESS OF e JESSY LANZA, due artiste che hanno in comune l’apprezzamento della critica, una visione interessante di ciò che è il cantautorato femminile contemporaneo e il fatto che io non abbia prestato la dovuta attenzione all’uscita dei loro ultimi album.
Nel caso di Empress Of, mi accorgo di avere fatto un grande errore perché Lorely Rodriguez è pazzesca. Ha canzoni che esplodono oltre le strutture convenzionali, oltre l’R&B o il pop elettronico sfuggendo alle definizioni di genere, per dare spazio a tutti i suoi pensieri sull’essere millennial privilegiati a Brooklyn (ma senza le pretese di Lena Dunham). Dal punto di vista vocale, si lancia in björkismi arditi e disperati, ma spesso non riesce a trattenere il sorriso nel notare che il pubblico conosce – e bene – ogni nota di un album fatto con regole tutte sue.
Nel caso di Jessy Lanza, mi accorgo invece di nutrire per lei molto meno entusiasmo rispetto agli organizzatori del Primavera (che questa settimana l’hanno messa in cartellone con due concerti + un mini-concerto acustico + un dj set: praticamente è il Jessy Lanza Sound Festival). Dove Empress Of eccelle, Jessy Lanza fallisce: il suo pop è altrettanto ibrido, ma risulta indeciso quanto la voce dell’artista e per nulla trascinante.

Il festival vero e proprio inizia giovedì pomeriggio, nella nuova area sulla spiaggia. Faccio mezz’ora di fila sotto il sole cocente per comprare l’acqua per poi scoprire che l’unica cosa liquida che possono vendermi è l’alcol dello sponsor. Segue un’altra mezz’ora in un’altra fila e nel frattempo falliscono tutti i miei piani: vedere TODD TERJE (perché la tenda in cui si tiene il dj set è diventata inaccessibile) e andare a prendere il sole sulla spiaggia vera e propria (che è radioattiva, quindi forse è andata meglio così). Mi dirigo in area stampa per la conferenza dei DAUGHTER, a cui hanno assistito 12 giornalisti (o meglio, 11 più me) (che su 1000 accreditati è un po’ imbarazzante). Un americano chiede di descrivere la band agli alieni ed Elena Tonra risponde: “la musica degli esseri umani che stanno in un angolo alle feste”. Che in effetti è un’ottima definizione per spiegare a un extraterrestre il perché di versi come “despite everything I’m still human” e perché vengano cantati senza levare gli occhi dal suolo. E malgrado le loro atmosfere e i loro testi li rendano l’opposto di una band da festival, i Daughter al tramonto ipnotizzano e commuovono qualche migliaio di esseri umani.

Un’altra band che sulla carta sembrerebbe inadeguata a un festival sono gli AIR. E infatti sono inadeguati. Dal duo francese non ci si aspetta certo animazione da villaggio turistico o doti da animali da palcoscenico, ma il modo meccanico e distaccato con cui eseguono canzoni epocali mi lascia davvero deluso e annoiato. Il pubblico, nel migliore dei casi, ondeggia distratto davanti a un greatest hits privo di idee anche dal punto di vista scenico, e così “Kelly Watch the Stars” non è stellare, “Sexy Boy” non è sexy e “How Does It Make You Feel?” non ci fa sentire niente.
Mi farei dare una svegliata da PEACHES, ma ci vogliono dei biglietti speciali perché suona all’hidden stage, un palco così hidden che – storia vera – non lo trovava manco lei. Ripiego sui TAME IMPALA, che già vidi al Primavera 2013, ma tre anni (e due nomination ai Grammy) dopo, mi trovo ad apprezzare molto di più il loro set, che nei brani di Currents diventa intenso e sensuale come avrei voluto fosse quello degli Air. I visual da salvaschermo di Windows ’95, però, non sono cambiati.

E infine gli LCD SOUNDSYSTEM. C’è un episodio (il migliore, e il più doloroso) della serie americana You’re the Worst, intitolato proprio “LCD Soundsystem”, in cui la protagonista Gretchen conosce il vicino di casa quarantenne-sposato-bianco-etero-con-cane. Le mostra la sua collezione di vinili e le chiede se le piace la band. Lei risponde, con un accenno di stanchezza, “not really”, forse ammettendolo a qualcuno e a se stessa per la prima volta. In quel piccolo scambio, all’apparenza insignificante (ma non lo è, o l’episodio non si chiamerebbe così), c’è forse tutta la differenza tra due generazioni molto vicine e ciò che ha rappresentato per molti James Murphy negli Anni Zero. (Lo spiega bene Emiliano Colasanti nel suo report oggi.) Come Gretchen, non sono mai riuscito a trovare un appiglio in quei brani infiniti, spesso costruiti attorno a un verso ripetuto fino a diventare mantra, o a sentirmi rappresentato dal musicista. E anche dal vivo, pur divertendomi, canticchiando, fotografando la discoball gigante che pende sul palco e apprezzando l’equilibrio della band tra cazzeggio e rigore, non sento quel tipo di trasporto. È bello trovarsi in mezzo a migliaia di persone che lo sentono che e farsi contagiare per un po’. Ma se mi chiedono se mi piacciono gli LCD Soundsystem: “not really”.

Foto: Dani Canto, Eric Pamies

Eurovision Song Contest 2016: la guida alle canzoni

È quel periodo dell’anno e vi ho fatto la consueta guida alle canzoni in gara allo Eurovision Song Contest, che si tiene a Stoccolma dal 10 al 14 maggio. Cos’altro c’è da sapere?

  • Le semifinali si tengono martedì 10 e giovedì 12 maggio. Verranno trasmesse da Rai4 e Radio2 col commento di Solibello e Ardemagni;
  • la finale di sabato 14 andrà in onda su Rai1 commentata da Federico Russo e Flavio Insinna;
  • l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e voterà nella seconda semifinale;
  • di Michielin/Abbate/Cheope/Martine, “No Degree of Separation”, canta Francesca Michielin.

Dentro queste tabelle trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmakers alla mia preveggenza). Accanto al nome della nazione, la semifinale a cui parteciperà e una stellina per le canzoni che meritano la vostra attenzione.

Aggiornamento: le nazioni contrassegnate con una F si esibiscono durante la finale di sabato sera. Continue reading

Adele Live 2016, The O2

Adele

Sono passati cinque mesi da quando Adele ha detto “Hello” al Regno Unito con una clip durante una pausa pubblicitaria di X Factor. Dopo pochi minuti, il suo saluto era una questione universale – nonché universalmente comprensibile. Perché se il titolo del primo singolo di 21 metteva in difficoltà anche i madrelingua, l’apripista di 25 ha reso evidenti le ambizioni globali della sua interprete fin dalla prima parola. E se la valanga di 21 aveva preso tutti alla sprovvista (quando “Someone Like You” toccò la vetta della Billboard Hot 100, il tour degli Stati Uniti era già finito), la calcolatissima campagna promozionale di 25 non poteva non portare Adele nelle arene più grandi del mondo. Nell’annuncio stesso, la cantante, che salutava i fan di Facebook riciclando il suo verso/meme, ammetteva: “Finora ho bluffato, ma certo che vado in tour”.

Anche questa volta, inizia dal Regno Unito, e col brano che ha segnato il suo ritorno. Gli occhi dell’artista, proiettati su un maxischermo, erano rimasti chiusi mentre il pubblico si sistemava e finalmente si aprono. A ogni battito di ciglia, riecheggia la parola hello, per tre volte, finché Adele non emerge dalla botola di un piccolo palco quadrato al centro dell’O2 di Londra. Il pubblico che la circonda si alza educatamente dalle sedie e solleva i cellulari. Ci sono solo posti a sedere e Adele stessa ne farà una battuta (“Ho pensato alle vostre ginocchia”); si parte alle 20 e si finisce alle 22. Del resto, è una serata per famiglie, per turisti e per chi magari non sente spesso musica dal vivo. Non ci sono nemmeno supporter ad aprire il concerto o troppe distrazioni durante lo stesso: per molte canzoni, la band è invisibile e i maxischermi sono spenti perché basta un occhio di bue su di lei. Il palco principale è ridotto al minimo e si accende del tutto solo per una breve sequenza di pezzi più ritmati (“Rumour Has It”, “Water Under the Bridge”), dando l’illusione di un vecchio varietà televisivo. Le trovate di scena sono poche e ovvie (l’effetto pioggia durante “Set Fire to the Rain”; immagini del suo quartiere e la sua città in “Hometown Glory”; qualche foto fintamente ingiallita durante “When We Were Young”) perché lo spettacolo, come del resto l’album che deve promuovere, non può osare troppo.

Lei sa bene chi ha davanti, e continua a ricordarci delle sue origini modeste. A metà concerto un gruppo di ragazzine la interrompe facendosi largo tra le sedie: si lamentano perché la security non le lascia stare in piedi. Adele non le manda via, ma le difende: dice che al suo concerto decide tutto lei e trova loro dei posti migliori. (Fa lo stesso via Twitter, a più riprese, regalando biglietti a fan disperati.) Vuole che si torni a casa pensando: “È una di noi”.

Prima di “Someone Like You”, confessa che avrebbe voluto aprire le serate cantando quel brano da lassù, the shittiest seats in the house, per stare più vicino a chi non può permettersi il parterre (e sul palco ride di chi ha pagato migliaia di sterline per lei). L’idea è stata poi accantonata, forse per difficoltà tecniche, forse perché ogni tanto ha qualcuno a ricordarle che è una superstar, ma sembrava genuina: la cantante del popolo che vuole dare l’illusione dell’esperienza VIP a tutti. Non a caso i biglietti, anche per i posti meno costosi, arrivavano in un’elegante custodia di cartone nero, e dicevano “Enjoy your evening with Adele”.

E in effetti ci si diverte, perché per ogni lancinante canzone d’amore c’è un siparietto più o meno spontaneo. Si può andare a un concerto di Adele per la musica, che è tanta, è nota, ed è eseguita in modo tanto impeccabile quanto prevedibile, ma il vero spettacolo è lei. Che parla in continuazione – di com’è difficile scoppiarsi i brufoli con le unghie lunghe, di quanto le piacciano le All Saints e gli East17, di come il suo repertorio sia considerato noioso e lei vecchia, di come chiunque creda di essere più grande di Paul McCartney “can literally suck my dick”. Viene quindi da chiedersi come farà, in paesi in cui non c’è grande familiarità con l’inglese – il suo inglese, peraltro – a comunicare così con gli spettatori (e ne sa qualcosa quella povera interprete di Che tempo che fa, che a fatica riusciva a stare dietro ai suoi fiumi di parole). A un certo punto si tradisce dicendo: “Let’s have some crowd interaction”, come se appunto l’interazione col pubblico sia più un’esigenza di scaletta che un desiderio, ma ci sono artisti che vendono un millesimo dei suoi dischi e a stento salutano: lei tira su i bambini sul palco, dedica canzoni agli sconosciuti, celebra matrimoni, si presta ai selfie. L’Adele che abbiamo visto nello speciale di Graham Norton o nel Carpool Karaoke con James Corden non è un’eccezione per le telecamere, e ora che ha fatto pace con la fama, può concedersi di essere non solo una grande cantante, ma anche un’incredibile entertainer.

Pop Topoi: nomination ai Macchianera Italian Awards 2015

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Benvenuti all’annuale post in cui prendo atto della nomination ai Macchianera Italian Awards come migliore sito di musica, faccio il modesto, arrossisco un po’, ma dentro di me trovereste solo emoji del dito smaltato.

È il quarto anno consecutivo che succede, e credo che questa volta in particolare non abbiate nominato tanto l’URL lassù quanto Twitter e Medium (a proposito, nel weekend dovrebbe tornare La settimana pop). Su Snapchat ci stiamo ancora lavorando.

Fare campagna elettorale, per un sito così piccolo, resta inutile, ma sui manifesti metterei questo virgolettato di Marracash:

Se volete votare, la scheda è qui; se siete nuovi, la spiega è qui. Grazie.

Bastonate, what’s good?

C’è dell’hype 2015 – estate

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Rubrica stagionale a supporto della playlist in continuo aggiornamento su Spotify e Deezer.

Alessia Cara, “Here”

“Questa canzone parla di una festa che ho odiato.” Alessia Cara presenta così a un evento di TED il singolo che porta in giro da qualche mese, esibendosi in un momento è-nata-una-stella dietro l’altro (l’ultimo, da Fallon, insieme ai Roots). È il modo più facile di spiegare “Here”, che stupisce tanto per il virtuosismo delle liriche quanto per la naturalezza con cui vengono interpretate: è una piccola situazione sgradevole con cui tutti abbiamo familiarità, il sentirsi incastrati a una festa dove non si ha voglia di essere. Alessia osserva la fauna degli invitati: quello che vomita per avere bevuto troppi intrugli, quello che ci prova, quelli che si radunano accanto a un frigo per sparlare, capitanati da quella che si vanta del numero di hater che ha (nella sua testa). “Here” è il capovolgimento di “We Can’t Stop”: Miley non può né vuole fermarsi; Alessia si nasconde in una nuvola di fumo e poi, senza tante scenate (“pardon my manners”), esce e vi aspetta in macchina quando avete finito. Ad accompagnare la ragazza in questo momento di disagio mondano c’è un campione da “Ike’s Rap II” di Isaac Hayes. Sulla carta, si direbbe una pessima idea riutilizzare quel frammento dopo “Glory Box” dei Portishead, ma se per Beth Gibbons era la colonna sonora di una richiesta di attenzione, per Alessia è la base su cui costruire un classico da stoner misantropi. E se sembrasse una scelta non troppo originale, bisogna ricordare che, ai tempi di Dummy, lei non era ancora nata. La cantante, cresciuta in Canada ma per metà italiana (su Pitchfork parla delle sue radici musicali e cita perfino Gigi D’Alessio), ha infatti 18 anni e ha iniziato caricando su YouTube cover alla chitarra di grandi successi pop. A “scoprirla” è stata la figlia adolescente del fondatore di una società di produzione che opera con Universal e che l’ha portata a un contratto e la pubblicazione di un EP a fine agosto. Finalmente sentiremo altri inediti per capire se sono all’altezza dell’esordio più promettente del 2015.

Jones, “Indulge”

Mi chiedevo che senso avesse Jones in un mondo in cui già esistono Lianne La Havas e Laura Mvula. Poi l’ho vista dal vivo, e ho trovato invece una specie di Leona Lewis col filtro Inkwell. La ragazza ha una gran voce, ma soprattutto il senso della misura, e usa entrambe le cose per fare un soul delicato, avvolgente e, parola di Sam Smith, fucking beautiful. Ha scelto un nome impossibile da googolare, ma presto potrebbe non essere più un problema.

Halsey, “New Americana”

Ora che Lana Del Rey è tornata a farsi tentare dall’hip hop, inizia a imporsi colei che è forse la sua prima erede certificata. Halsey pesca infatti dallo stesso immaginario (non manca niente, da James Dean a Kurt Cobain) e tira fuori la continuazione ideale di “National Anthem”, tant’è vero che qualcuno ha già fatto un inquietante mashup dei due pezzi. Tuttavia, la nostra ventenne dai capelli blu (al secolo Ashley Nicolette Frangipane) sembra avere un po’ troppa voglia di vivere per reggere il confronto. Il suo primo album (Badlands) arriva a fine agosto.

Parade of Lights, “Feeling Electric”

I Parade of Lights, avendo già pubblicato un LP in primavera, sono un po’ fuori posto nel dipartimento dell’hype. Tuttavia, l’assenza della loro musica dalla versione britannica di Spotify suggerisce che potrebbero presto iniziare ad attaccare l’Europa. E voi volete arrivarci preparati. L’ultimo singolo del quartetto losangelino suona come i Chvrches in un momento di grande ottimismo o come gli M83 in un momento di grande paraculaggine.

Misty Miller, “Happy”

Sarà che “Happy” è il tipo di cosa che avremmo potuto vedere e sentire a Coloradio nel ’98 tra un video dei No Doubt e uno dei Garbage (la regia è di Sophie Muller, manco a dirlo), ma Misty Miller sembra proprio uscita da quel periodo d’oro. Solo che lei in quel periodo andava all’asilo. A cosa dobbiamo il revival: al successo di Charli XCX o a noi insopportabili nostalgici? Speriamo che la cantante londinese continui a sfruttare le nostre debolezze anche nel suo secondo album (il primo è del 2011, ma è folk, quindi facciamo finta che non sia mai esistito).

Intervista ad Andrea Nardinocchi – Supereroe

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La settimana scorsa è uscito Supereroe, il secondo album di Andrea Nardinocchi. È un disco bello ed è un disco anomalo nel panorama italiano – almeno quanto il suo autore. Ci siamo fatti una lunga chiacchierata con lui per capire cosa vuole dire fare pop in Italia, se di pop possiamo parlare.

 

Partiamo da Sanremo 2013, perché bene o male è cominciato tutto da lì. Cosa ricordi?
Mi hai visto com’ero: gettato in una vasca di acqua ghiacciata. Era la prima volta che facevo una cosa simile, e avere a che fare coi media quella settimana è stato un po’ traumatico.
Però fa parte del mestiere, no?
È un’arte che va imparata e che ho capito di non avere guardando altri colleghi. Antonio Maggio, per esempio, era perfetto, una macchina guerra: non riuscivo a capire come riuscisse a essere sempre così sereno e sul pezzo. Vedi, uno vuole fare la musica, non fare l’artista. In quel periodo mi ero detto: “Ok, provo a fare l’artista”, era uscito “Un posto per me” e poi subito Sanremo. Sapevo di non essere pronto per quel contesto, ma non avrei mai potuto guardarmi allo specchio sapendo di avere rinunciato all’opportunità di presentare la mia musica a milioni di persone. L’album era stato accolto anche bene, ma a me non tornava: perché? Non capivo quella spinta.
Pensavi che l’entusiasmo degli addetti ai lavori fosse finto? 
No, il fatto è che era genuino!
Allora sei umile, è questo il problema.
No, realista: la mia sensazione è che ci fossero delle aspettative sballate. Io esistevo da tre mesi, ero al mio secondo singolo. Un po’ pensavo di non meritarlo: c’è gente che fa dischi per dieci anni e non riceve questo tipo di attenzione. Io sono stato fortunato, ma è stata un’arma a doppio taglio. Io cercavo di restare coi piedi per terra, ma poi mi arrendevo: “Oh, se lo dicono loro…”
E ora esiste un secondo album, quindi ti è stata data altra fiducia. Non succede a tutti.
Infatti ha sorpreso anche me. Con tutta la severità di questo mercato… La fiducia è stata basata su una stima e un affetto che sento davvero. Infatti nei ringraziamenti del disco ho scritto:

A VOLTE HO LA SENSAZIONE DI ESSERE JIM CARREY NEL TRUMAN SHOW. NEL MIO CASO, TUTTI I PERSONAGGI DELLA MIA VITA STANNO CERCANDO DI AIUTARMI A FARE L’UNICA SEMPLICE COSA CHE VOGLIO: LA MUSICA.

Quindi “L’unica semplice” parla di musica?
Esatto. È una dedica un po’ nascosta dentro quella che sembra una canzone d’amore. Oltretutto è l’unica che ho scritto con qualcun altro: un amico autore di Bologna, Emme Stefani.
Parlare di musica mentre stai facendo musica è una cosa che ti capita spesso. In quasi tutte le canzoni c’è: la genesi della canzone stessa, la sua dichiarazione d’intenti e un’ipotesi su come verrà recepita. È una riflessione meta costante.
È una cosa che fanno spesso i rapper e forse sono un po’ rapper, in questo senso. È perché non sono in grado di mettermi lì e dire: “Ah, adesso scrivo una bella canzone!”.
Quello non lo sa fare nessuno, secondo me.
Ti sbagli: ho fatto esperienze e conosciuto persone e contesti… Ho visto come vengono scritte le canzoni di quelli che non se le scrivono.
Mi stai dicendo che hai fatto un writing camp? Per quale artista?
Esatto. Per nessuno in particolare, non è come negli Stati Uniti dove magari organizzano queste cose per Rihanna… In Italia lo fanno i conglomerati editoriali. Io ho provato a partecipare, ho tirato fuori un po’ di pezzi e ne è stato pubblicato uno (“Imparando a volare” di Syria, prodotto da Fish).
E per il tuo disco da lì non è uscito niente?
No. Era un periodo in cui provavo diversi approcci perché mi ero convinto che non sarei riuscito a fare un disco da capo tutto da solo. Ho provato con diversi produttori, ma non ho trovato l’intesa con nessuno. L’ultimo è stato Vernetti. Poi c’è stato uno degli incontri della vita: un duo chiamato Mamakass, che un paio d’anni fa aveva remixato la mia “Persi insieme”. Ci siamo trovati in sintonia.
Ma perché dovresti avere bisogno di un produttore? Il tuo selling point dovrebbe essere proprio il fatto che sei in grado di fare tutto da te, da “cantaproduttore”.
Sai, queste sono etichette che arrivano come conseguenze. Anche il mio suonare con computer e loop station è stato fare di necessità virtù perché è difficile mettere su una band.

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E che ruolo ha avuto Elisa? Ufficialmente cos’è, consigliera?
È difficile da definire. Tutto è nato con Twitter. Ha iniziato a seguirmi e io sono stato contentissimo di poterle esprimere la mia stima perché è uno dei pochi artisti italiani nella storia che apprezzo. Poi ci siamo sentiti al telefono: io mi ero promesso di non chiederle niente, ma è stata lei a invitarmi a suonare e a volere ascoltare i miei pezzi. Mi ha dato duecento chili di fiducia che avevo perso e consigli senza prezzo. Mi sono ripigliato psicologicamente grazie a lei.
Visto che lei duetta con qualsiasi cosa, poteva anche metterci la voce, no?
Non c’è stata la possibilità perché i pezzi erano già pronti e avremmo dovuto trovare uno spazio. Poi lei stava per iniziare Amici e anche dal punto di vista burocratico è difficile. C’era la volontà di fare qualcosa insieme e c’è tuttora: spero che succederà.
E quand’è che il disco ha iniziato a prendere le sonorità Anni ’70 e ’80?
L’illuminazione mi è venuta con “Goodbye paranoia”. È venuta fuori la rullata à la Phil Collins che apre il ritornello. Tu-tu tu-tu tu-tu tu-tum. Era un po’ che ascoltavo cose di quel periodo – molto Battisti, per esempio, che un giorno vorrei riarrangiare, e poi ero fissato con “Bette Davis Eyes”, che suona ancora potentissima e contemporanea. Considerato il guazzabuglio di suoni e influenze del primo album, ero contento di aver trovato una direzione perché mi sento tuttora nel vuoto totale per quel che riguarda i generi.
La parola c’è: pop.
Non sono d’accordo, “pop” è ciò che popolare.
Si è pop anche per ambizione.
Appunto, io non posso nemmeno ambire a essere popolare perché, non appartenendo a nessuna categoria, per gli standard di diffusione odierni non posso arrivare a tutti. Esistono solo nicchie, grandi e piccole.
Ma tu ti senti così distante da un Tiziano Ferro, per esempio?
Onestamente sì. A chi piace Tiziano Ferro posso anche piacere io e viceversa, però lui appartiene ancora al mondo pre-web ed è, come tutti in Italia, un cantautore associabile a un universo musicale. Io no. Sono in un buco nero, incollocabile, né sconosciuto né conosciuto, né tra cantautori né tra rapper.
Eppure nell’album secondo me c’è un pezzo che avrebbe un forte potenziale radiofonico: “Coretti a palla”. Certo, sei riuscito a renderlo anche non-radiofonico nominando i Modà e infilandoci un “cazzo”.
Ma io non volevo arrivare alle radio! Ho fatto solo il disco che volevo fare e che mi hanno lasciato fare.
E si sente, che hai avuto tanta libertà. È una cosa bella e rara.
Me la sono presa coi denti. Del resto, si fa musica per esprimersi, sentirsi accettati e arrivare a qualcuno per non sentirsi soli. Il supereroe è proprio la rappresentazione del coraggio di fare quello che si vuole fare ed essere ciò che si è, al di là di ogni etichetta.
Tornando a “Coretti a palla”. Canti: “Ma perché non va più di moda il funky?”. Ho una notizia per te: “Uptown Funk”.
L’ho scritta molto prima che uscisse. Ora che mi ci fai pensare è del tutto assurdo quel pezzo. Porca miseria.

Eurovision Song Contest 2015: la guida alle canzoni

Anche quest’anno vi ho fatto la guida alle canzoni in gara allo Eurovision Song Contest, che si tiene a Vienna dal 19 al 23 maggio. Le basi:
• le semifinali si tengono martedì 19 e giovedì 21 maggio. Verranno trasmesse da Rai4 e Radio2 col commento di Solibello e Ardemagni, ma la prima semifinale andrà in onda in differita mercoledì perché dovete guardare The Voice;
• la finale di sabato 23 andrà in onda su Rai2 commentata da Federico Russo e Valentina Correani;
• l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e voterà nella seconda semifinale;
• di Boccia/Esposito, “Grande amore”, canta Il Volo;
• tenete d’occhio la mia pagina su Medium, che aggiornerò con reportage di altissimo livello direttamente dalla sala stampa viennese.

Dentro questo agile menù a fisarmonica trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmarkers alla mia preveggenza); un riassuntino per capire come se l’è cavata ogni nazione negli ultimi cinque anni.

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Björk, Vulnicura

vulnicura-cover

7 mesi prima

Björk è il tipo di artista che, potendo scegliere, si limiterebbe a registrare un album ogni quattro anni, corredarlo di qualche video interessante e fare lo stretto indispensabile per promuoverlo dal vivo. Ed è quello che ha fatto finché i soldi, nell’industria musicale, si facevano così, tentando i fan con numerose edizioni limitate e singoli impacchettati in decine di versioni diverse. Non sorprende che, nel momento in cui tutto è andato a rotoli, abbia cercato di potenziare l’offerta, prima antologizzando ogni aspetto della sua carriera in bellissimi cofanetti e poi inventandosi nuovi modi di estendere il concetto di album. Biophilia, la cui era è durata ben più a lungo di quanto meritasse, è nato con un set di applicazioni, è diventato un film, un documentario con Attenborough, una serie di laboratori per bambini e un programma educativo per le scuole. Björk stessa, intervistata dal Guardian a giugno 2014, nota la contraddizione: un progetto che nasceva per liberare la musica dai suoi schemi di composizione tradizionali è stato costretto a entrare in altri schemi, forse ancora più rigidi, per potere essere accettato dalle scuole scandinave e diventare parte del curriculum didattico. Si può dubitare dell’utilità dell’iniziativa (esistono migliaia di app per fare musica e quelle di Biophilia non sono nemmeno lontanamente tra le migliori), ma non del potere di Björk. Ha costruito un brand culturale allineato ai suoi valori, confermandosi l’innovatrice che piace alla stampa e al suo pubblico; è riuscita nell’impresa di trasformare un album in qualcosa di pratico e concreto. Tuttavia, i meriti musicali di Biophilia sono sfumati in fretta. A volere essere cinici, non era che una raccolta di suggestive metafore prestate dalla natura per parlare di sentimenti: la scelta di un’artista che, al settimo album, non sapeva più dove trovare quella creatività di un tempo, e si era messa a cercarla ovunque, perfino attraverso periscopi e microscopi.

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Infografica: i talent al Festival di Sanremo

Alla 65esima edizione del Festival di Sanremo parteciperanno nove ex concorrenti di talent show (sei nei Big e tre nelle Nuove proposte). È il numero più alto di sempre, quindi vediamo come ci siamo arrivati. Sembra un grafico “Democratici contro Repubblicani” e invece è la storia sanremese dei talenti di Amici e X Factor (con qualche intruso).
*Accanto ai nomi ci sono i piazzamenti in classifica;
F/NF = Finalista/Non finalista; NP = Nuove proposte

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Le prime furono le Lollipop da Popstars nel 2002, seguite da Maria Pia Pizzolla & Superzoo (la cantante aveva partecipato ad Amici, ma per accedere ai Giovani dovette comunque passare le selezioni di un altro talent ideato da Baudo: Destinazione Sanremo). Prima della vittoria di Marco Carta nel 2009, altri due ex concorrenti di Amici andarono all’Ariston nel 2007: Piero Napolano e Pietro Romitelli, insieme come Pquadro.
Per quel che riguarda gli altri talent: Linda veniva da PopstarsAlessandro Casillo da Io canto, Irene Ghiotto e Chanty da Star Academy, Veronica De Simone da The Voice, Il Volo da Ti lascio una canzone. Emma ha anche partecipato alla seconda edizione di Popstars (vincendola), Moreno a MTV Spit e Giovanni Caccamo (quest’anno nelle Nuove proposte) provò a entrare a X Factor 4 col nome di Joe, ma venne eliminato al televoto perdendo l’accesso alla squadra della Maionchi.

 

Infografica: i concorrenti del Festival di Sanremo 2015 in numeri

Tre grafici sui concorrenti della 65esima edizione del Festival di Sanremo. Nell’ordine: le loro partecipazioni ai Festival precedenti, le vendite dei loro dischi dal 2010 e i loro numeri sui social.

Partecipazioni-Sanremo1

Sui 20 concorrenti del 2015, 12 hanno già partecipato in edizioni precedenti. Il primo fu Raf nell’88. Marco Masini e Anna Tatangelo sono quelli che hanno accumulato il maggior numero di presenze (6). Marco Masini è l’unico ad avere già vinto un Festival, nel 2004 con “L’uomo volante”. Tuttavia Raf è tra gli autori di “Si può dare di più” di Morandi, Ruggeri e Tozzi, che vinse nell’87.
8 cantanti hanno esordito nella sezione Nuove proposte: Alex Britti ha vinto in quella categoria nel ’99 con “Oggi sono io”, Anna Tatangelo nel 2002 con “Doppiamente fragili”.
2 cantanti hanno già partecipato allo Eurovision Song Contest: Raf (in coppia con Umberto Tozzi) si classificò terzo con “Gente di mare” nell’87; Nina Zilli si classificò nona con “L’amore è femmina (Out of Love)” nel 2012.

Vendite-Sanremo

Moreno è il concorrente che ha venduto più copie negli ultimi cinque anni. È anche quello ad avere l’album di maggiore successo: i suoi 3 dischi di platino sono tutti per Stecca del 2013. Gli unici altri artisti ad avere un album multiplatino sono i Dear Jack (2 per Domani è un altro film del 2014).
Malika Ayane ha accumulato 5 dischi di platino per altrettante canzoni, ma Chiara e Lorenzo Fragola sono gli unici ad avere inciso una canzone multiplatino (rispettivamente “Due respiri” del 2012 e “The Reason Why” del 2014). Entrambi raggiunsero il traguardo in meno di due mesi dopo la vittoria a X Factor.
Tra le certificazioni, figurano alcuni brani delle passate edizioni: tutti i brani portati a Sanremo da Malika Ayane sono diventati disco di platino: “Come foglie” (2009), “Ricomincio da qui” (2010), “E se poi” (2013); Nina Zilli ha un platino per “Per sempre” (2012) e un oro per “L’uomo che amava le donne” (2010); Irene Grandi un oro per “La cometa di Halley” (2010); Alex Britti un oro per “Oggi sono io” (1999).
“Oggi sono io” di Alex Britti (1999) e “La paura che ho di perderti” di Bianca Atzei (2013) sono diventati disco d’oro nell’ultima settimana del 2014.
Inoltre, Nek ha guadagnato un disco platino con la sua apparizione nel singolo di L’aura “Eclissi del cuore” (2011); Chiara è apparsa nel singolo di Mika “Stardust” (2012), che è recentemente arrivato al quarto disco di platino.
*I dati delle certificazioni FIMI sono disponibili solo a partire dal 2010. Secondo alcune stime non ufficiali, Britti, Grandi, Grignani, Masini, Nek e Raf nel corso delle loro carriere avrebbero venduto oltre 5 milioni di album.

Sanremo-Social

La concorrente più amata sui social è Anna Tatangelo, con più di 870mila fan su Facebook e 383mila follower su Twitter. È anche la più seguita in assoluto su Twitter, ma è superata su Facebook da Nesli, con oltre 937mila fan.
*I numeri degli account di Grazia Di Michele e Platinette sono stati sommati; per Biggio e Mandelli sono state usate la pagina Twitter di Mandelli e la pagina Facebook de I soliti idioti. Dati raccolti a fine gennaio 2015.

Perché dovete smettere di leggere le classifiche di iTunes

Li fanno tutti. Basta seguire l’account di un musicista con un disco in uscita e li vedrete: gli screenshot delle classifiche di iTunes. Dalle popstar globali ai rapper di periferia, chiunque abbia qualcosa da venderti sul negozio musicale di Apple è ansioso di immortalare la posizione raggiunta dal suo prodotto. A volte non è nemmeno l’artista a dover premere ⌘+⇧+4: ci pensano i fan ed è sufficiente ritwittarli.

E che c’è di male, in fondo stanno celebrando un successo e ne forniscono le prove – chiare e in versione png. Perché non dovrebbero farlo? La risposta breve è: perché nessuno sa come funzioni la classifica di iTunes tranne iTunes.

Cercate una pagina in cui Apple spieghi la metodologia: non la troverete. C’è invece un sito non autorizzato che archivia le classifiche di iTunes, ma i suoi gestori, nella pagina delle FAQ, ammettono di non conoscere i criteri con cui vengono stilate. Per comodità, hanno scelto di pubblicare le top 100 nazionali come appaiono ogni sera alle 22.00, ricordando che gli update giornalieri – e nessuno sa quando e ogni quanto avvengano – non saranno inclusi.

Finora non è stata prodotta molta letteratura sulla classifica di iTunes, ma possiamo cercare indizi in quella (altrettanto segreta) delle applicazioni. Proprio la settimana scorsa un data scientist ha pubblicato i risultati di uno studio nato dall’osservazione dell’App Store per quasi un anno. Ha notato fenomeni curiosi.

Apple usa un algoritmo [che] è a tutti gli effetti una scatola nera. Non sappiamo come funzioni esattamente, ma molti sono giunti alla conclusione che il fattore dominante nel determinare il piazzamento in classifica è il numero di download in un breve periodo.

Qualcuno ha capito come trarne vantaggio e alcune aziende di marketing offrono servizi di boosting per fare salire il ranking delle applicazioni. Tutto sommato, non è molto diverso dall’usare la SEO per promuovere un sito o piazzare un hashtag sponsorizzato in cima ai trending topic. E per un’app, entrare in classifica è la migliore pubblicità (nonché l’unica che conti davvero, in un mercato saturo di iconcine intercambiabili).

È probabile che le classifiche musicali usino un algoritmo simile. Lasciando da parte i complotti, se un artista con un discreto numero di follower posta il link di un album appena pubblicato o disponibile in pre-order, ci sarà un boost proporzionale. Di nuovo, nulla di male, se non fosse che la variazione lo porterebbe a superare altri album che stanno vendendo di più ma stabilmente. E a questo si aggiunge il problema di non sapere a quale arco di tempo faccia riferimento la classifica che stiamo leggendo, che non è né real-time né cumulativa. Troppo tardi: l’artista e i suoi fan hanno già twittato lo screenshot e la casa discografica ha mandato un trionfante comunicato stampa. Poi, qualche giorno dopo, arriva la classifica vera (quella di Billboard, della BPI, della FIMI…) e il successo di molti artisti va ridimensionato perché – e almeno di questo ne siamo certi – siamo di fronte alle vendite di una settimana intera.

(Qui bisognerebbe aprire una parentesi sulla FIMI che, oltre a circa 3.500 punti vendita, tiene conto dei negozi digitali, ma quanti e quali non si sa. A contrario delle classifiche britanniche, non abbiamo dati precisi: ci forniscono dei numeri solo quando un album/singolo raggiunge il disco d’oro/platino/diamante. Ci dobbiamo fidare, ma almeno ne conosciamo la metodologia e sappiamo che arriva ogni giovedì.)

Tra tutti i dati raccolti nell’articolo già citato, il più interessante riguarda la parabola dell’applicazione di Beats Music, che ha subito un’impennata sospetta proprio prima che Apple acquisisse l’azienda. Sappiamo quanto possano essere spudorati a Cupertino: la mossa degli U2 ne è la prova più estrema, ma siamo certi che, oltre a scegliere cosa mettere in vetrina, non usino anche la top 10 come vetrina? Se per esempio un artista concede un prodotto in esclusiva ad Apple, non è nell’interesse dell’azienda vederlo tra le posizioni più alte? Non possiamo accusarli di manomettere le classifiche secondo le loro decisioni editoriali, ma non possiamo nemmeno escludere che lo facciano.

Se la classifica dell’App Store è stata osservata con più attenzione e contestata con più fervore è forse solo perché chi si occupa di applicazioni ha più dimestichezza con gli algoritmi rispetto a chi vende o incide musica. O forse perché Apple ha inventato un sistema perfetto per l’industria discografica: tutti possono ambire alla top 10 con qualche accorgimento. Tuttavia, da consumatori o addetti ai lavori, smettiamo di trattare la classifica di iTunes come un parametro affidabile.