2019: 25 belle canzoni

LA CONSUETA CLASSIFICA.


②⑤ Slayyyter / Alone

But your new girl is cute though
Si può provare nostalgia per tutto, perfino per l’era più caotica della celebrity culture, quando i confini tra online e IRL hanno iniziato a crollare insieme alla salute mentale delle dive più bersagliate. Slayyyter ci riporta a quegli anni facendo musica che vendeva milioni di copie mentre ora è cibo per stan Twitter, e “Alone” sembra una perfetta traccia perduta di Blackout finita nel tritacarne di SOPHIE.

②④ RIKI / Gossip

Chi non vive spia
L’obsolescenza programmata dei cantanti di Amici purtroppo a volte inizia proprio quando diventano interessanti – e spesso una popstar diventa interessante quando, dopo la sbornia iniziale, inizia a riflettere sulla sua fama e come incide sui rapporti personali. Nella sua “Piece of Me”, RIKI si chiede se lo bacino solo per gossip, e risponde concedendo un pezzo di sé: baciando tutt*.

②③ Ashley O / On a Roll

Ridin’ so high, achieving my goals
Il peggiore episodio di Black Mirror ha il grande pregio di avere rivelato che dentro una canzone dei Nine Inch Nails si può nascondere un tormentone ottimista. Non troppo tempo fa questa trovata di geniale revisionismo avrebbe suscitato indignazione e orrore; nel 2019 viene approvata da Trent Reznor stesso.

②② Arisa / Mi sento bene

Non penso a niente e tutto mi appartiene
Le sfortune sanremesi di Arisa continuano: viene da pensare che se l‘artista non fosse stata influenzata durante quella settimana, il pezzo avrebbe reso di più. Ma adesso non importa: ha aggiunto alla sua discografia un piccolo capolavoro camp, leggero e profondo, euforico e disperato. Un regalo.

②① Orville Peck / Dead of Night

See the boys as they walk on by
Nell’anno di “Old Town Road” stupisce che non si sia trovato più spazio per un altro personaggio queer che aderisce alla yee-haw agenda. Orville Peck viene dall’indie (il suo album è uscito con SubPop) e, se mai arriverà al pop, non sarà attraverso la musica, ma la moda (presenzia alle sfilate e suona alle feste di Dior). Chi l’ha visto dal vivo potrebbe avere fiutato il bluff, ma su disco, con la malinconia di Lana Del Rey e la voce di Chris Isaak, resta un eccellente cantastorie dell’amore tra cowboy.

②⓪ BLACKPINK / Kill This Love

결국엔 거짓말 we lie
Il pop militare: un sottogenere che fino a poco tempo fa trovava la sua massima espressione in “Salute” delle Little Mix. Poi sono arrivate le BLACKPINK (in your area) con “Kill This Love”, un carro armato che ha travolto YouTube (100 milioni di visualizzazioni in tre giorni) e le ha rese a tutti gli effetti la più grande girlband in attività al mondo.

①⑨ LA NIÑA / NIENTE CCHIÙ

Tu si veleno e niente cchiù
Il video italiano dell’anno è un ipnotico piano-sequenza di teatro-danza in cui gli interpreti catturano la ripetitività degli errori in una relazione. È anche l’ennesima dimostrazione che in Italia ci sono il talento e i mezzi per inserire la tradizione in un contesto contemporaneo superando le barriere del mercato: questa è musica che all’estero saprebbe incantare anche senza appiccicarci sopra l’etichetta di “world music”.

①⑧ MUNA / Number One Fan

So iconic, like big, like stan, like
Come suggerisce il titolo del loro album, le MUNA vogliono salvare il mondo, e per farlo devono partire dalle basi: curare la sindrome dell’impostore nel DNA dei millennial. La prima strofa è talmente “forever-alone” da sembrare una parodia (“non piaccio a nessuno e morirò da sola in camera mia guardando sconosciuti sul telefono”), ma il rimedio, insieme ai synth anni ’80, arriva già nel ritornello. Diventare fan di se stessi: we decided to stan.

①⑦ Selena Gomez / Lose You to Love Me

We’d always go into it blindly
Un Michaels/Tranter da manuale col fratello di Billie Eilish che produce. Non che Selena abbia mai sbagliato un singolo, anzi: la sua discografia negli ultimi anni è pressoché immacolata, anche se il grande pubblico non se n’è accorto. Ero già pronto a gridare che per l’ennesima volta un suo gioiello non era stato capito, ma “Lose You to Love Me” è diventato il suo primo #1 nella Billboard.

①⑥ ROSALÍA & J Balvin ft. El Guincho / Con Altura

Vivo rápido y no tengo cura
Si potrebbe parlare dell’importanza di questa canzone nel consolidare la ROSALÍA come star globale, di come continui a essere la sua unica hit tra esperimenti più estetici che musicali, della sua scalata al successo che culmina con un homecoming gig al Primavera di Barcellona, ma non si può ignorare l’elefante nella stanza – che però è un maialino.

①⑤ SPLENDORE / ROSA SPLENDORE

La testa per aria per tutto lo xananas
Esiste musica queer in Italia? O meglio: può esistere musica queer in un Paese in cui anche l’interprete de “La notte vola” sta dall’altra parte? Però ogni tanto arriva un barlume di speranza e di splendore da Ivreatronic e ci convince che l’estate in cui una traccia simile diventa una hit non possa essere così lontana.

①④ Burial / Claustro

I see it in your eyes, you want me
Burial riemerge dalle tenebre con suoni urbani e puntine che graffiano, e dopo una manciata di secondi s’immerge nella garage britannica, dando nuova vita a stralci di RnB anni ’90. Tutto come al solito: la sua magia sta nel creare un banger tanto adatto ai rave quanto per stare alla finestra a guardare la pioggia che cade.

①③ Franco Battiato / Torneremo ancora

La luce sta nell’essere luminoso
Da qualche parte a metà tra gli sciacalli che dicono che sta malissimo e i ben informati che dicono che sta benissimo, ci sono milioni di italiani preoccupati, mossi non da morboso interesse, ma da sincero affetto. Vogliamo sapere come sta una voce che è nelle nostre orecchie da cinquant’anni; non vogliamo pensare a quando non ci sarà più. È brutto usare la parola “testamento”, ma “Torneremo ancora” si presenta come tale: è l’opera di un uomo che si sta preparando spiritualmente, che ricorda a se stesso e agli altri che questa vita è poca cosa, ce ne saranno altre chissà dove. E, perché è lui, lo fa con quei battiatismi (i migranti di Ganden!) che ci mancheranno tantissimo.

①② Ariana Grande / ghostin

I’m a girl with a lot of baggage
Sembra passata un’eternità da quando Ariana stava con Pete Davidson. Stava con lui e piangeva per l’altro, anziché ignorarlo – e ne parla qui con sconvolgente empatia e maturità. “thank u, next” avrà pure un ringraziamento nel titolo, ma è in “ghostin” che l’artista esprime davvero la sua gratitudine per l’ex, ritrovatosi in un triangolo delicatissimo con finale drammatico.

①① Normani / Motivation

Ain’t regular that
Una canzone arianeggiante scritta da Ariana + la voglia di un tormentone sculettante in un’estate di classifiche noiose + la voglia di adorare una nuova popstar, ma non nuova-nuova + il collettivo senso di stanchezza verso la fidanzatissima Cabello. C’erano tutte le condizioni ideali per il lancio di “Motivation”. È il tipo di canzone che d’estate vorresti sentire uscire dai finestrini di ogni macchina che passa – e per un attimo è sembrato che potesse succedere. Era solo una bolla, perché il grande pubblico ha continuato ad ascoltare “Señorita”, ma le probabilità che Normani conquisti il pop nel 2020 sono ancora buone.

①⓪ Charli XCX ft. Christine & The Queens / Gone

Keep keep-keep
Charli lavora velocemente e le piace chi fa altrettanto: dice che ha apprezzato quando Christine le ha consegnato la sua parte del pezzo in 20 minuti. Eppure ci sono voluti cinque anni perché l’artista tirasse fuori un LP senza giustificare la mancanza di hit chiamandolo mixtape – col problema che questo è così raffazzonato da essere più mixtape degli altri. Se sembra una didascalia troppo critica per una top 10 di fine anno, è perché con un po’ più di attenzione nell’arrangiamento, nella produzione vocale e nel testo, questo missile volerebbe nove posizioni più su. E forse succederebbe lo stesso anche nelle classifiche commerciali.

⑨ DJ Spoony ft. Sugababes / Flowers

Ooh, oh baby
“Ti vorrei credere, ma è impossibile crederti”: non è solo la frase che disse Silvia Toffanin a Pamela Prati, ma anche la mia reazione ogni volta che una sugababe promette un comeback. Alla fine, il modo per farle tornare a lavorare era inserirle nel progetto discografico di qualcun altro. Quindi ecco Mutya, Keisha e Siobhan, che possiamo ora legalmente chiamare “Sugababes”, alle prese con un classico della garage britannica per una compilation. La cura con cui DJ Spoony confeziona la cover (il nuovo arrangiamento orchestrale, i campionamenti tagliati proprio come nell’originale) ci fa sospirare pensando cosa potrebbero ancora regalarci quelle tre voci con le giuste collaborazioni. Dovrebbero ripartire da quel sound anche per un nuovo album, ma vogliamo crederci?

⑧ Bon Iver / Hey, Ma

Tall time to call your ma
È risaputo che i premi, soprattutto nell’industria discografica, dipendono da molti fattori estranei all’effettiva qualità dell’arte o al talento dell’artista. Quindi chissà cosa com’è finita “Hey, Ma” nelle nomination per Record of the Year ai Grammy. Forse c’è stata una buona campagna elettorale tra addetti ai lavori; forse l’academy sente di dovere dimostrare la sua lungimiranza per avere premiato Bon Iver come Best New Artist nel 2012; forse è una coincidenza fortunata. Ma è più bello immaginare che i votanti abbiano ascoltato con emozione questa polaroid musicale dell’infanzia di Justin Vernon, abbiano scovato tra parole criptiche un chiaro suggerimento e abbiano telefonato alle loro mamme.

⑦ Georgia / About Work The Dancefloor

And be in a moment with you
“Et alors on danse pour oublier tous les problèmes”, diceva un saggio. E Georgia qui cerca di catturare proprio quell’effetto catartico del club: dimenticare per qualche ora cosa c’è là fuori e fregarsene dei soldi e dei cuori spezzati. Un banger inaspettato da un’artista che sta inaspettatamente diventando una delle migliori popstar in circolazione.

⑥ FKA twigs / Cellophane

They wanna see us, wanna see us alone
Il video di “Cellophane” è spiazzante: non sembra la voce di twigs, non sembra una canzone di twigs, non sembrano le immagini giuste per accompagnarla, ma è tutto di una perfezione assoluta fin nei minimi particolari (un brivido quando le scarpe strisciano sul palco come lame a 1:18). Si capisce poi che sta cantando i dettagli molto privati di una relazione molto pubblica, scoprendosi capace forse per la prima volta di dare tanta importanza al contenuto quanto alla forma. Quando si presenta da Fallon a novembre, regala ai telespettatori casuali cinque minuti di televisione stellari e si guadagna fino in fondo il posto che merita nella cultura pop per il suo talento (e non per i suoi fidanzati).

⑤ Caroline Polachek / Door

I’m just another girl in a sweater
Non poteva esserci una traccia migliore di “Door” per accoglierci nel mondo di Pang: una porta che è un portale su una realtà parallela, descritta con liriche suggestive, elementi visivi surreali, suoni d’avanguardia e una voce limpida e acrobatica. “Pang” è la parola che Caroline Polachek usa per definire le scariche di adrenalina che la tenevano sveglia la notte durante la scrittura dell’album, e da quest’anno è anche sinonimo di ciò che può essere il pop in mano a un’autrice competente e ispirata che ispirerà il mainstream.

④ Lana Del Rey / The greatest

“Life on Mars” ain’t just a song
Che bella carriera, Lana. Tutte le critiche inutili che ha dovuto subire sull’essere finta e costruita sono state sepolte dai fatti: sono otto anni che fa quello che le pare con un’indipendenza e una serenità rare. Nel suo album più compiuto, Norman Fucking Rockwell!, arriva a perfezionare il suo stile oltre i cliché che si era imposta e per cui tanto è stata presa in giro in passato. Mentre le colline californiane prendono fuoco e Kanye si autodistrugge sostenendo un Presidente matto quanto lui, “The greatest” diventa la colonna sonora dell’apocalisse.

③ Mahmood / Soldi

[clap clap]
All’inizio della quarta stagione di The Good Place, la protagonista Eleanor pronuncia la frase che dà il titolo a due episodi. Schiacciata dalle aspettative di un ruolo che non si sente pronta a ricoprire (deve più o meno salvare il mondo), dice: “I’m just a girl from Arizona”.
Mahmood arriva in un momento in cui una parte dell’Italia, che per comodità chiameremo “sinistra”, ha un disperato bisogno di simboli, magari pure fotogenici. Nel giro di una settimana diventa il poster boy di temi su cui speravamo avesse un’opinione non solo uguale alla nostra, ma anche splendidamente virgolettabile. E invece inizia a pasticciare su tutte le questioni identitarie e a fuggire da una collocazione politica: inizia, insomma, a comportarsi da popstar italiana. Nel momento in cui sorridente stringe la mano di Salvini al Costanzo Show, ci tocca abbandonare l’illusione che possa salvare il mondo come ha salvato il festival.
Ma la musica resta, perché “Soldi” è trasversale; è adatta tanto ai meme quanto a riflessioni più importanti sul denaro, la famiglia e i daddy issues; è cool quanto il suo interprete; è cresciuta fino a diventare un classico di Sanremo, della musica italiana e dello Eurovision Song Contest.
Not bad, for a boy from Gratosoglio.

② Billie Eilish / bury a friend

I wanna end me
Hook / verse / pre-chorus / drop / hook / verse 2 / alternate verse 2 / bridge / pre-chorus / drop / hook. E quattro parole recitate da un Soundcloud rapper. E i suoni di un trapano odontoiatrico, una spillatrice e un forno giocattolo. E un testo, scritto dalla prospettiva del babau, che esorcizza le paure dell’interprete. Un corto dell’orrore che per qualche settimana è stato il brano più ascoltato al mondo. E se poi “bad guy” è diventato il successo dell’anno, è perché “bury a friend” ha preparato il terreno, presentando tutta la forza creativa della migliore popstar in divenire.

① Marracash ft. Cosmo / GRETA THUNBERG (lo stomaco)

Ce la posso fare
Prima ci sono stati i 1975, che hanno fatto leggere a Greta Thunberg un piccolo manifesto di ribellione su una rassicurante traccia ambient: una bella operazione, ma poco rappresentativa dello stato d’animo e del modus operandi dell’attivista. Quando, a settembre, a un summit delle Nazioni Unite, Greta ha tenuto il suo discorso più importante ed efficace, il DJ David Scott ha campionato le sue parole “right here right now” sull’omonima traccia di Fatboy Slim. L’artista originale ha ritwittato con entusiasmo e ha poi riproposto l’idea in un suo set. È un brano che suonava già epico vent’anni fa e il mashup crea una continuità perfetta (nel video, del resto, si mostrava un conto alla rovescia che partiva dagli organismi monocellulari per arrivare a un homo sapiens obeso che s’ingozza di fast food). E alla fine ecco Marracash, che nelle fasi finali della scrittura dell’album deve avere intercettato quest’idea – forse la canzone è stata arricchita dal sample, forse ci è stata costruita attorno. Marra interpreta il cinico che abbiamo tutti dentro quando si parla di questioni ambientali: si chiede cosa possa davvero fare l’individuo a questo punto, e ci porta davanti a scenari distopici in cui i ricchi scappano su Marte e i poveri schiattano in un bunker. Poi però sceglie di dare spazio a un ospite per veicolare un messaggio complementare. Cosmo è in formissima – parte con un falsetto e finisce con un graffio che fanno pensare a un ecologista ante litteram: Lucio Battisti. La dualità su cui è incentrato tutto Persona è qui sfruttata per presentare l’assurdità della nostra posizione: ci chiediamo dove buttare la plastica alle porte dell’inferno. Non possiamo non provarci, però, e fare meglio della generazione precedente è un dovere.

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