2017: 30 belle canzoni

LA CONSUETA CLASSIFICA.

30_TAYLOR SWIFT_LOOK WHAT YOU MADE ME DO_ Quando è uscita “LWYMMD”, il mondo aveva già archiviato le baruffe tra Taylor e Kanye: l’unica cosa che ci interessava sapere era se lei avesse votato Trump. Sentirla riaprire la ferita con tutto questo fervore, continuando a tacere su argomenti ben più importanti, ci ha fatto alzare gli occhi al cielo. Per fortuna, il video ha aggiunto ironia all’opera (e una decina di elementi visivi pazzeschi). Su ogni livello, Taylor qui funziona meglio della finta scema piena di ottimismo di “Shake It Off”: è la pazza di “Blank Space” inserita in un nuovo universo musicale su misura, tra synth industriali e pseudo-campionamenti di Right Said Fred. È un’evoluzione che ha stufato presto e che non può reggere per un intero album cycle, ma Jack Antonoff l’ha aiutata a tirare fuori tutto quello che si può volere dal singolo di ritorno di una popstar: è iper-drammatico, camp, esplosivo.

29_SALMO_ESTATE DIMMERDA_ Un esercizio complicatissimo: l’anti-tormentone creato ad arte per essere un tormentone, la hit estiva paracula che infila nel testo scazzi personali e ansie globali. Su una base che ricorda “The Beat Goes On” nella versione degli All Seeing I, Salmo minimizza le scie chimiche ed esorcizza i demoni del terrorismo. Vabbè, balliamo.

28_SUPERORGANISM_SOMETHING FOR YOUR M.I.N.D._ Nell’anno in cui Beck non ha mantenuto le aspettative, il miglior singolo di Beck è arrivato da un collettivo di otto musicisti capitanati da una diciassettenne giapponese. Aggiungere Gorillaz + Cibo Matto + Bran Van 3000 + Kero Kero Bonito per ottenere un nuovo fenomeno indie-pop che porterà gioia psichedelica a tutti i festival dell’estate 2018.

27_CRISTINA D’AVENA_FEAT. CHIARA_SAILOR MOON_ Non si può non celebrare il primo numero uno nella FIMI di Cristina, anche se, in quasi tutte le tracce di Duets, la sua operazione nostalgia mira a nascondere la nostalgia. Chi ha curato gli arrangiamenti ha voluto svecchiare sigle che andavano benissimo com’erano, trasformandole in goffe copie di Major Lazer/Chainsmokers/qualsiasi produttore sbanchi gli stream oggi. Ma per la nuova “Sailor Moon”, il template è scandinavo, e le si perdona quella cassa dritta che vuole forse avvicinarla a “Indestructible” di Robyn. È anche una piccola soddisfazione per Chiara che, reduce da un Sanremo impeccabile in cui non ha fatto centro, ritorna da principessa (di un regno che non sa dov’è).

26_BAUSTELLE_AMANDA LEAR_ “È una donna magnifica, una parola tronca spettacolare, e una azzardata similitudine (l’amore è come un LP di disco music, si balla il lato A, si balla il lato B, e chi s’è visto s’è visto). Amanda Lear c’entra e non c’entra, c’è e non c’è, come ogni dio che si rispetti.” Così i Baustelle hanno descritto il loro singolo su Facebook, e se tutti i musicisti fossero altrettanto bravi a spiegare la propria musica, risparmierei un sacco di tempo.

25_HARRY STYLES_SIGN OF THE TIMES_ Lo scioglimento degli 1D ha reso (ancora più) evidente l’abisso che esiste tra gli ex componenti. Zayn e Harry hanno trovato voce e personalità; gli altri tre sono tornati a sembrare provinanti di X Factor molto fortunati (e con una collocazione discografica finché dura). L’operazione rockstar di Harry Styles è iniziata con completi Gucci floreali e ha raggiunto il punto più alto con una convincente imitazione di Mick Jagger a Saturday Night Live. Nel mezzo c’è anche un singolo di debutto che fa scomodare, perfino per la stampa musicale “seria”, Bowie. È una canzone più grande di lui, ha un suggestivo ed enigmatico testo sulla fine del mondo, dura quasi sei minuti, e se non c’entra nulla coi gusti del 2017 è perché suona come (e forse diventerà) un classico.

24_RAE MORRIS_REBORN_ Con cadenza regolare, si presentano sul mercato discografico britannico voci femminili che suscitano paragoni con Kate Bush. L’ultima a meritare attenzioni è Rae Morris e, nell’anno in cui Marina Diamandis ha annunciato di abbandonare la musica, c’era bisogno di una canzone così epica che parla di rinascita e lascia ben sperare per il futuro del pop elettronico.

23_ST VINCENT_NEW YORK_ Annie Clark ha pubblicato uno dei dischi pop dell’anno, ma ha questo vizio, nei testi, di volere affrontare grandi temi con un atteggiamento “signora mia” (signora mia, non c’è limite alla mercificazione del sesso! Signora mia, oggigiorno c’è una pillola per tutto!). Per fortuna a volte parla solo d’amore – per una città, per un eroe morto, per qualcuno – aiutata da un Jack Antonoff in stato di grazia, che decora di synth e dettagli elettronici una piccola canzone al piano.

22_PHOENIX_TI AMO_ Uno dei gruppi francesi di punta degli ultimi dieci anni scappa dall’attualità per rifugiarsi nell’Italia dei ’70: gelati, juke box e Battisti, a cui rubano giocosamente il “non dire no” de “Il tempo di morire”. “Ti amo” è un’altra canzone, per quel che mi riguarda, salvata da Song Exploder, in cui la band riesce a intellettualizzare e dare un senso anche a quell’infelice “open up your legs”.

21_KENDRICK LAMAR_HUMBLE_ Il piano martellante di Mike WiLL Made-It, il verso dell’anno, il video dell’anno. Tutti i rapper vogliono ricordarci della loro superiorità: Kendrick Lamar è uno dei pochissimi che può davvero permetterselo.

20_MILEY CYRUS_MALIBU_ Ci è voluto un po’ per comporre il puzzle di “Malibu” e capire l’operazione (una canzone così basic? Il look naïf?) e alla fine non era un’operazione. Perfino la copertina con foto da suora laica ha un senso, perché è stata scattata dall’ex-non-più-ex nel momento privato e sereno raccontato nel testo. Miley è cresciuta senza rinnegare nulla del suo periodo sperimentale, ma è ovvio che leccare il martello di Thor sia meno bello che stare in spiaggia in California, col fratello di Thor, ed essere talmente innamorata di lui da ascoltarlo mentre parla di nerderie sull’oceano: “you would explain the currents, as I just smile”.

19_SOPHIE_IT’S OKAY TO CRY_ Nemmeno il 2017 è stato l’anno decisivo per PC Music, che ha sì trovato un’alleata migliore di Madonna in Charli XCX, ma non ha ancora raggiunto traguardi significativi nelle classifiche. La popstar perfetta per rappresentare il movimento era lì fin dall’inizio, solo che non lo sapevamo. SOPHIE è uscita dall’ombra con un pezzo immediato, intenso, freschissimo e interamente cantato. E con un video in cui sembra sfidare il mondo, lip-syncing for her life.

18_SELENA GOMEZ_BAD LIAR_ Commercialmente, quest’anno, Selena ha azzeccato le collaborazioni (Kygo, Marshmello), ma ha toppato coi singoli suoi. Peccato, perché “Bad Liar”, con quella strana combinazione di chill pop nella forma e zero chill nei contenuti, meritava. Il testo è il più riuscito di Julia Michaels e Justin Trenter finora e c’è un campionamento di “Psycho Killer” approvato da Byrne stesso. Qu’est-ce que c’est? La popstar-che-non-urla migliore in circolazione.

17_JULIEN BAKER_APPOINTMENTS_ Ho scoperto Julien Baker con un metodo passato di moda: cliccando distrattamente su un comunicato stampa. Quattro minuti e trentatré secondi dopo ero un pasticcio, colto alla sprovvista da questa nuova voce che cantava con un’onestà disarmante di sedute mancate e di frasi fatte che si dicono alle persone tristi, ma a cui nessuno crede davvero. È una canzone sulla depressione che all’apparenza non offre vie d’uscita, ma che ha aiutato l’autrice (e forse anche chi vorrà ascoltarla) ad accettare la sua realtà.

16_SUFJAN STEVENS_VISIONS OF GIDEON_ “Visions of Gideon” arriva sui titoli di coda di Chiamami col tuo nome, quando il protagonista (no spoiler) deve accettare la chiusura di un capitolo e capisce di stare vivendo l’ultimo giorno da adolescente. Ma riesce anche a catturare tutta la bellezza di quel momento e di ciò che ha vissuto, tanto da dubitare che sia successo davvero (“Is it a video?”). Se Guadagnino è riuscito a trasportare sullo schermo un romanzo scritto in prima persona e cogliere il punto di vista di un ragazzo con un’ossessione, Sufjan Stevens è riuscito a fare lo stesso con la sua colonna sonora.

15_SIGRID_DON’T KILL MY VIBE_ La cantautrice norvegese che tutte le label si sono contesa ha finalmente esordito nel 2017 con Island. È stato un successo solo tra gli addetti ai lavori, ma è chiaro che la stoffa della superstar c’è tutta. Lo si intuisce dal primo singolo scelto: niente cuore-amore, ma uno sfogo verso un discografico di un’altra generazione che pretende di insegnarle come si scrive una canzone. L’opera dà ragione a lei.

14_DRAKE_PASSIONFRUIT_ Drake è LA star contemporanea perché ha capito le nuove regole del gioco meglio di tutti: perché fare un album quando si può fare una playlist? Perché fare un video quando bastano gli stream? Un anno dopo “One Dance”, la storia si ripete: un brano con contaminazioni dancehall cantato pacatamente, una melodia semplice e ripetitiva, un’idea. C’è anche una bellissima serie di allitterazioni, ma il vero talento di Drake sta nel restare figo facendo musica per ascensori e renderla irresistibile.

13_ARCA_ANOCHE_ Pare che sia bastata una domanda disinteressata di Björk (“hai mai pensato di metterci la voce?”) per spronare Alejandro Ghersi a passare dall’altra parte del mixer. Per quanto l’ultimo album resti ancora un ibrido tra il vecchio Arca e i nuovi tentativi di canto, in momenti come “Anoche” c’è la scintilla di chi ha trovato una dimensione inedita e promettente. La sua voce, sottile e drammatica su liriche dilanianti nella sua lingua madre, ha liberato una diva. Quindi grazie, Björk.

12_HAIM_RIGHT NOW_ Sembrava un ritorno contenuto, quello delle Haim, con un video senza fronzoli di Paul Thomas Anderson in cui le tre sorelle suonano in studio. Ma le cose cambiano presto: Danielle acquista sicurezza, corregge il tono e, accompagnata da scariche elettriche, pronuncia un “you gave me your word” che incenerisce l’amante inaffidabile.

11_PERFUME GENIUS_SLIP AWAY_ Due amanti vs. il mondo in un gioiello barocco degno dei primi Arcade Fire. Come spesso accade nella musica di Mike Hadreas, il privato diventa presto politico (cfr. “All Waters”), ma qui per la prima volta il sentimento predominante è la gioia e genera un canto di libertà queer straordinario.

10_MUNA_I KNOW A PLACE_ A essere precisi, questa canzone è apparsa online a dicembre 2016, ma ha davvero preso vita a febbraio 2017, quando la band si è esibita da Jimmy Kimmel cambiando le parole del bridge per includere un attacco a Trump, che in quei giorni aveva approvato il travel ban. È nata come un inno LGBTQ dopo Orlando, ma è diventata per forza di cose sempre più inclusiva e potente. Il pop sembra esitare nel raccontare l’attualità e non ci si può accontentare della vaghezza di “What About Us” di P!nk. Questa è una canzone di resistenza e si può pure ballare: ce ne vorrebbero di più.

09_SAMPHA_(NO ONE KNOWS ME) LIKE THE PIANO_ In un piccolo capolavoro intriso di ricordi personali, Sampha celebra il piano della casa in cui è cresciuto, ed è anche l’ultima canzone che ha suonato alla madre prima che morisse qualche anno fa. Non è chiaro se si rivolga al piano o alla madre quando dice: “Mi mostrasti che ho qualcosa che alcuni chiamano anima”, ma milioni di ascoltatori in lacrime possono confermare.

08_POST MALONE_FEAT. 21 SAVAGE_ROCKSTAR_ Ci vuole poco a smontare la trap: bastano un paio di parodie (perfino quelle italiane!) per dimostrare la povertà del genere. Ma “rockstar” ha qualcosa in più e non è un caso se è uno dei pochi veri successi crossover finora. Non è solo merito di una struttura convenzionale potenziata da un ritornello melodico: è un pezzo che vorrebbe celebrare uno stile di vita, ma è pervaso da una strana malinconia che ha l’effetto contrario. Se il testo è pieno di cliché aspirazionali, la musica sembra essere un monito a un altro cliché: la rockstar ricca, sola e depressa.

07_BJÖRK_BLISSING ME_ Su un’incantevole produzione vespertina, Björk racconta le diverse fasi dell’infatuazione digitale: le messaggiate infinite con un altro music nerd, lo scambio di mp3, il sentore che possa essere l’inizio di qualcosa. È incerta se si è innamorata di una canzone o del suo mittente, ma sa raccontare l’amore al tempo dell’iPhone con più serenità e precisione di un millennial.

06_FOUR TET_TWO THOUSAND AND SEVENTEEN_ Quando Four Tet ha pubblicato “Two Thousand and Seventeen”, 6Music l’ha messo in heavy rotation – cosa assai rara per un brano strumentale, anche nella radio alternativa per eccellenza. E ogni volta che passava, mi sembrava che quelle note mi invitassero a prendere un respiro, a ridimensionare qualsiasi piccolo dramma lavorativo/personale mi stesse rovinando la mattinata. Se c’è una musica che può fare qualcosa per la salute mentale, è questa.

05_CHARLI XCX_BOYS_ Una canzone che sembra un demo ed esiste per giustificare un video pazzesco più che il contrario. Ma ora basta parlare di “New Rules”, visto che siamo nello spazio dedicato a “Boys” di Charli XCX. Ka-ching.

04_M¥SS KETA_XANANAS_ Le uniche due novità di rilievo nella musica italiana quest’anno sono state due artisti anonimi: Liberato e M¥SS KETA. La seconda era un po’ che si faceva notare, e grazie a un EP con le produzioni di alcuni nomi molto interessanti della scena elettronica, ha fatto il salto di qualità. Ma non sono solo i beat tropicali di Populous a elevare “Xananas”: il personaggio, col suo linguaggio preso in prestito dal marketing milanese, ha ormai raggiunto un livello di solidità e perfezione che non può più qualificarsi solo come una parodia azzeccata ma effimera. Gran contessa, arciduchessa, sacerdotessa del 2017 e degli anni a venire.

03_THE XX_SAY SOMETHING LOVING_ Questa canzone è uscita il 1° gennaio 2017 ed è quindi la prima che ho messo nella playlist annuale. Il fatto che dodici mesi dopo sia ancora nella top 3 la dice lunga, e non ha fatto che crescere. Racchiude tutte i nervosismi dell’inizio di un amore e allo stesso tempo fa una richiesta esplicita – così come le voci che la cantano non si libereranno mai del tutto di una certa insicurezza, ma hanno imparato a comunicare meglio. Non è mai stato così bello sentirli e vederli dal vivo su palchi finalmente illuminati, urlare loro “Say Something Loving” e intercettare dei sorrisi.

02_CARLY RAE JEPSEN_CUT TO THE FEELING_ L’anno scorso, nel colonnino LOL di molti quotidiani è apparsa la storia di uno sciame di api che seguì un’auto per due giorni perché l’ape regina era rimasta incastrata nel baule. In un tweet perfetto, un giornalista ha paragonato l’ape regina a Carly Rae Jepsen, le api alla comunità Twitter gay, e il baule all’intersezione tra l’appeal di nicchia e la fama globale. Nell’era delle macronicchie, può succedere che un prodotto pop talmente puro da dare le vertigini (e cantato da un’artista mainstream multiplatino) non raggiunga le masse e diventi comunque un inno. E può succedere che CRJ resti incastrata in quell’intersezione per sempre, ma continuando a fare molto felici le sue api (e portandole perfino ad appropriarsi della colonna sonora di un cartone animato su una ballerina, o qualcosa del genere). E può anche succedere che un giorno finiscano le b-side di Emotion, ma a questo è meglio non pensare.

01_LORDE_GREEN LIGHT_ Chissà quanto dev’essere difficile il difficilesecondoalbum per una ragazza che si è ritrovata voce di una generazione con quello di debutto (e ci ha pure vinto un Grammy e i complimenti di David Bowie). Le sue antenate Alanis Morissette e Fiona Apple raggiunsero quel traguardo (per Alanis era in realtà il quarto LP, ma ci siamo capiti) con copertine in cui si mostravano sorridenti, forse perché erano stufe di essere etichettate come femmine incazzate e lagnose. Di certo erano deluse e sfiancate dalla fama, e senza che dovessero nemmeno leggere le opinioni di milioni di sconosciuti su Twitter. Supposed Former Infatuation Junkie e When the Pawn… restano due colossi in cui le autrici toccarono vette mai più raggiunte e affinarono il loro stile nel parlare di relazioni, ma purtroppo Alanis Morissette nello stesso periodo si andò a impelagare in questioni spirituali e Fiona Apple si andò a impelagare nell’essere Fiona Apple. Quasi vent’anni dopo, Lorde va a riempire quel vuoto senza nemmeno faticare, e mostrando un equilibrio raro per un’artista con così tante responsabilità e per una persona reduce dalla sua prima rottura sentimentale. Lorde non sorride sulla copertina di Melodrama. Ti fissa, invitandoti a entrare nel suo mondo, nel suo letto, ma senza alcuna connotazione sessuale: sta per raccontarti la sua esperienza. È finita, ma lei continua a uscire la sera, e siccome è facile incontrarsi anche in una grande città, lo ritrova nei bar e prova pietà per la sua nuova ragazza. “Green Light” è melodrammatica: dopo avere reso minimale il pop globale con “Royals”, Lorde ha preso la direzione opposta, riuscendo a suonare contemporanea senza includere nessun elemento di moda (un altro tratto in comune con gli album sopraccitati di Alanis e Fiona). È una canzone dalla struttura irregolare e spigolosa che Max Martin ha criticato senza riuscire a convincere l’autrice ad apportare modifiche; ci sono un piano house, percussioni e cori che si accavallano fino a un’outro che è il momento più euforico di un live nel 2017, e che fa venire voglia di seguire l’esempio del video e ballare per le strade e sulle auto parcheggiate. Il rancore dei primi versi sta già scomparendo: l’eccezionalità di Lorde sta nel riuscire a comunicare tutta la forza della delusione amorosa e allo stesso tempo avere la maturità di vedersi dall’esterno come la persona che sarà, una volta superato il peggio. Il semaforo sta per diventare verde.


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