Primavera Sound 2016 – giorno 1

 

Il mio Primavera inizia mercoledì sera, in città, con una delle tante serate parallele al festival vero e proprio. Al Barts suonano EMPRESS OF e JESSY LANZA, due artiste che hanno in comune l’apprezzamento della critica, una visione interessante di ciò che è il cantautorato femminile contemporaneo e il fatto che io non abbia prestato la dovuta attenzione all’uscita dei loro ultimi album.
Nel caso di Empress Of, mi accorgo di avere fatto un grande errore perché Lorely Rodriguez è pazzesca. Ha canzoni che esplodono oltre le strutture convenzionali, oltre l’R&B o il pop elettronico sfuggendo alle definizioni di genere, per dare spazio a tutti i suoi pensieri sull’essere millennial privilegiati a Brooklyn (ma senza le pretese di Lena Dunham). Dal punto di vista vocale, si lancia in björkismi arditi e disperati, ma spesso non riesce a trattenere il sorriso nel notare che il pubblico conosce – e bene – ogni nota di un album fatto con regole tutte sue.
Nel caso di Jessy Lanza, mi accorgo invece di nutrire per lei molto meno entusiasmo rispetto agli organizzatori del Primavera (che questa settimana l’hanno messa in cartellone con due concerti + un mini-concerto acustico + un dj set: praticamente è il Jessy Lanza Sound Festival). Dove Empress Of eccelle, Jessy Lanza fallisce: il suo pop è altrettanto ibrido, ma risulta indeciso quanto la voce dell’artista e per nulla trascinante.

Il festival vero e proprio inizia giovedì pomeriggio, nella nuova area sulla spiaggia. Faccio mezz’ora di fila sotto il sole cocente per comprare l’acqua per poi scoprire che l’unica cosa liquida che possono vendermi è l’alcol dello sponsor. Segue un’altra mezz’ora in un’altra fila e nel frattempo falliscono tutti i miei piani: vedere TODD TERJE (perché la tenda in cui si tiene il dj set è diventata inaccessibile) e andare a prendere il sole sulla spiaggia vera e propria (che è radioattiva, quindi forse è andata meglio così). Mi dirigo in area stampa per la conferenza dei DAUGHTER, a cui hanno assistito 12 giornalisti (o meglio, 11 più me) (che su 1000 accreditati è un po’ imbarazzante). Un americano chiede di descrivere la band agli alieni ed Elena Tonra risponde: “la musica degli esseri umani che stanno in un angolo alle feste”. Che in effetti è un’ottima definizione per spiegare a un extraterrestre il perché di versi come “despite everything I’m still human” e perché vengano cantati senza levare gli occhi dal suolo. E malgrado le loro atmosfere e i loro testi li rendano l’opposto di una band da festival, i Daughter al tramonto ipnotizzano e commuovono qualche migliaio di esseri umani.

Un’altra band che sulla carta sembrerebbe inadeguata a un festival sono gli AIR. E infatti sono inadeguati. Dal duo francese non ci si aspetta certo animazione da villaggio turistico o doti da animali da palcoscenico, ma il modo meccanico e distaccato con cui eseguono canzoni epocali mi lascia davvero deluso e annoiato. Il pubblico, nel migliore dei casi, ondeggia distratto davanti a un greatest hits privo di idee anche dal punto di vista scenico, e così “Kelly Watch the Stars” non è stellare, “Sexy Boy” non è sexy e “How Does It Make You Feel?” non ci fa sentire niente.
Mi farei dare una svegliata da PEACHES, ma ci vogliono dei biglietti speciali perché suona all’hidden stage, un palco così hidden che – storia vera – non lo trovava manco lei. Ripiego sui TAME IMPALA, che già vidi al Primavera 2013, ma tre anni (e due nomination ai Grammy) dopo, mi trovo ad apprezzare molto di più il loro set, che nei brani di Currents diventa intenso e sensuale come avrei voluto fosse quello degli Air. I visual da salvaschermo di Windows ’95, però, non sono cambiati.

E infine gli LCD SOUNDSYSTEM. C’è un episodio (il migliore, e il più doloroso) della serie americana You’re the Worst, intitolato proprio “LCD Soundsystem”, in cui la protagonista Gretchen conosce il vicino di casa quarantenne-sposato-bianco-etero-con-cane. Le mostra la sua collezione di vinili e le chiede se le piace la band. Lei risponde, con un accenno di stanchezza, “not really”, forse ammettendolo a qualcuno e a se stessa per la prima volta. In quel piccolo scambio, all’apparenza insignificante (ma non lo è, o l’episodio non si chiamerebbe così), c’è forse tutta la differenza tra due generazioni molto vicine e ciò che ha rappresentato per molti James Murphy negli Anni Zero. (Lo spiega bene Emiliano Colasanti nel suo report oggi.) Come Gretchen, non sono mai riuscito a trovare un appiglio in quei brani infiniti, spesso costruiti attorno a un verso ripetuto fino a diventare mantra, o a sentirmi rappresentato dal musicista. E anche dal vivo, pur divertendomi, canticchiando, fotografando la discoball gigante che pende sul palco e apprezzando l’equilibrio della band tra cazzeggio e rigore, non sento quel tipo di trasporto. È bello trovarsi in mezzo a migliaia di persone che lo sentono che e farsi contagiare per un po’. Ma se mi chiedono se mi piacciono gli LCD Soundsystem: “not really”.

Foto: Dani Canto, Eric Pamies

Primavera Sound 2013: giorno 1

primaveraSono solo le 12 del primo giorno quando è chiaro che il Primavera Sound 2013 ha già un vincitore, almeno nella categoria indie-ironia al festival: il batterista degli argentini Go Neko! suona con una maglietta di American Idol. Il gruppo è il primo di una lunga serie a esibirsi nella terrazza dell’hotel Diagonal Zero per il pubblico del PrimaveraPro, evento parallelo per addetti ai lavori con conferenze sul settore. Da bravo secchione, faccio in tempo a vederne un paio. La migliore s’intitola “Welcome to the music industry: you’re fucked” ed è tenuta da Martin Atkins, musicista (PiL, NIN) diventato accademico non tanto grazie all’originalità dei suoi insegnamenti quanto per la sua bravura nel proporli in formato stand-up comedian. Tant’è vero che dimentico di stare ascoltando banalità sull’importanza dei social e i dischi paga-quanto-vuoi.
Poco dopo, si va a dare un’occhiata alla delegazione italiana: Foxhound, Blue Willa, honeybird & the birdies. Questi ultimi, già visti al Primo maggio, sono quelli che ne escono meglio e con cui ci si diverte di più (non solo a causa dei costumi e la tropicalizzazione improvvisata del palco). SavagesSAVAGES1Bel colpo, per il Primavera Sound, aver puntato sulle Savages in tempi non sospetti. Fresche di un album nella top 20 britannica, le quattro ragazze arrivano alle 19.30 sul palco di Pitchfork (e dove, se no, dopo quell’8.7?) con grande sicurezza per poi piegarsi a metà set a causa di un problema tecnico che mette fuori uso la chitarra. Il pubblico, fino a quel momento non troppo partecipe, si scongela per incoraggiare le tre rimaste, che si arrangiano come possono sullo stesso giro di basso per più di dieci minuti. Un vero peccato, perché meritano davvero molto dal vivo. Qualcuno ha già detto Karen O intonata?
Dopo aver fatto finta che me ne fregasse davvero qualcosa dei Tame Impala oltre a quel carro armato di “Elephant”, mi rimetto a correre lasciandomi dietro il gruppo e i loro visual: “psichedelia anni 70” diranno loro, “salvaschermo Windows 95” dirò io. In realtà, sono molto in anticipo e riesco a posizionarmi in prima fila per Jessie Ware. Il grosso del pubblico arriverà a concerto iniziato e non se ne pentirà. Come avevo già avuto modo di scoprire l’anno scorso guardando qualche festival (in streaming), la Jessie Ware sul palco non ha molto in comune con la Jessie Ware su disco. In Devotion (e nei video di Kate Moross che lo promuovono), la cantautrice è una diva altezzosa, irraggiungibile, che canta in modo controllato e delicato; dal vivo, è calorosa, coinvolgente e dà gran sfoggio della sua potenza vocale. La raffinatezza del disco è stravolta e l’assetto della band che l’accompagna (un tradizionale basso-chitarra-batteria) contribuisce ad adattare i brani al contesto del festival. E la diva al tempo della crisi, forse non potendosi permettere coriste, usa cori registrati che attiva lei stessa dal sequencer. Si diverte, scherza (prima di “110%/If You’re Never Gonna Move” e “Imagine It Was Us”, JESSIEWARE1avverte: “ballate ora perché sono i due unici pezzi movimentati del mio repertorio”) e il pubblico, che la vede arrivare per la prima volta in Spagna, la accoglie cantando i testi a memoria con le dita puntate al cielo. Valeva la pena volare fino a Barcellona anche solo per lei.
JessieWare
Di nuovo Heineken stage per i Postal Service. Se Gibbard e Tamborello non si fossero fermati a un album nel 2003, sarebbero tra gli headliner a un festival nel 2013? Si potrebbe fare un paragone con Arrested Development, serie TV iniziata negli stessi anni che lunedì tornerà con nuovi episodi dopo aver raggiunto lo status di cult anche a causa della sua cancellazione. Ma a differenza di Arrested Development, Give Up non è invecchiato granché bene: come accoglieremmo oggi un album con testi tanto naïf sul surriscaldamento globale e il perfetto allineamento delle lentiggini di due amanti mentre si baciano? Eppure, anche incolpando la dilagante nostalgia, i Postal Service con Jenny Lewis postalservicedal vivo ti stampano un sorriso idiota in faccia. Anche il nuovo materiale (la mediocre “Tattered Line of String”) e i brani meno memorabili come “Recycled Air” sono eseguiti e accolti con emozione e trasporto. Per “Such Great Heights”, invece, consultare la voce “incontenibile gioia del trentenne occidentale medio”.Phoenix
phoenixI Phoenix sono un gruppo di cui non ho avevo mai capito l’appeal. E a chi mi diceva “devi vederli dal vivo!”, rispondevo che li avevo già visti: suonarono a un festival italiano dopo (o forse addirittura prima) dei Baustelle dello yé-yé. Però, sono passati quasi dieci anni e ora i Phoenix hanno canzoni che possono buttare giù le arene (la migliore del nuovo disco, “The Real Thing”, sembra avere proprio questo scopo) e le eseguono con una precisione impressionante. Non c’è una sbavatura, è un concerto pop grosso di un gruppo all’apice della fama che può fregarsene del minimalismo e dell’umiltà (però, seriamente, il visual con la cartolina di Versailles potevano evitarselo). Ora, se non avessi a cuore il mestiere degli addetti alla sicurezza, mi sarei messo a urlare “ZOMG LOOK DAFT PUNK ARE HERE”. Ma non voglio causare stampede. I robot non si presentano (e perché mai dovrebbero, poi) e dopo dieci minuti di Four Tet dal lato opposto del parco, mi arrendo. Sono le 3 del mattino.