Intervista ad Andrea Nardinocchi – Supereroe

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La settimana scorsa è uscito Supereroe, il secondo album di Andrea Nardinocchi. È un disco bello ed è un disco anomalo nel panorama italiano – almeno quanto il suo autore. Ci siamo fatti una lunga chiacchierata con lui per capire cosa vuole dire fare pop in Italia, se di pop possiamo parlare.

 

Partiamo da Sanremo 2013, perché bene o male è cominciato tutto da lì. Cosa ricordi?
Mi hai visto com’ero: gettato in una vasca di acqua ghiacciata. Era la prima volta che facevo una cosa simile, e avere a che fare coi media quella settimana è stato un po’ traumatico.
Però fa parte del mestiere, no?
È un’arte che va imparata e che ho capito di non avere guardando altri colleghi. Antonio Maggio, per esempio, era perfetto, una macchina guerra: non riuscivo a capire come riuscisse a essere sempre così sereno e sul pezzo. Vedi, uno vuole fare la musica, non fare l’artista. In quel periodo mi ero detto: “Ok, provo a fare l’artista”, era uscito “Un posto per me” e poi subito Sanremo. Sapevo di non essere pronto per quel contesto, ma non avrei mai potuto guardarmi allo specchio sapendo di avere rinunciato all’opportunità di presentare la mia musica a milioni di persone. L’album era stato accolto anche bene, ma a me non tornava: perché? Non capivo quella spinta.
Pensavi che l’entusiasmo degli addetti ai lavori fosse finto? 
No, il fatto è che era genuino!
Allora sei umile, è questo il problema.
No, realista: la mia sensazione è che ci fossero delle aspettative sballate. Io esistevo da tre mesi, ero al mio secondo singolo. Un po’ pensavo di non meritarlo: c’è gente che fa dischi per dieci anni e non riceve questo tipo di attenzione. Io sono stato fortunato, ma è stata un’arma a doppio taglio. Io cercavo di restare coi piedi per terra, ma poi mi arrendevo: “Oh, se lo dicono loro…”
E ora esiste un secondo album, quindi ti è stata data altra fiducia. Non succede a tutti.
Infatti ha sorpreso anche me. Con tutta la severità di questo mercato… La fiducia è stata basata su una stima e un affetto che sento davvero. Infatti nei ringraziamenti del disco ho scritto:

A VOLTE HO LA SENSAZIONE DI ESSERE JIM CARREY NEL TRUMAN SHOW. NEL MIO CASO, TUTTI I PERSONAGGI DELLA MIA VITA STANNO CERCANDO DI AIUTARMI A FARE L’UNICA SEMPLICE COSA CHE VOGLIO: LA MUSICA.

Quindi “L’unica semplice” parla di musica?
Esatto. È una dedica un po’ nascosta dentro quella che sembra una canzone d’amore. Oltretutto è l’unica che ho scritto con qualcun altro: un amico autore di Bologna, Emme Stefani.
Parlare di musica mentre stai facendo musica è una cosa che ti capita spesso. In quasi tutte le canzoni c’è: la genesi della canzone stessa, la sua dichiarazione d’intenti e un’ipotesi su come verrà recepita. È una riflessione meta costante.
È una cosa che fanno spesso i rapper e forse sono un po’ rapper, in questo senso. È perché non sono in grado di mettermi lì e dire: “Ah, adesso scrivo una bella canzone!”.
Quello non lo sa fare nessuno, secondo me.
Ti sbagli: ho fatto esperienze e conosciuto persone e contesti… Ho visto come vengono scritte le canzoni di quelli che non se le scrivono.
Mi stai dicendo che hai fatto un writing camp? Per quale artista?
Esatto. Per nessuno in particolare, non è come negli Stati Uniti dove magari organizzano queste cose per Rihanna… In Italia lo fanno i conglomerati editoriali. Io ho provato a partecipare, ho tirato fuori un po’ di pezzi e ne è stato pubblicato uno (“Imparando a volare” di Syria, prodotto da Fish).
E per il tuo disco da lì non è uscito niente?
No. Era un periodo in cui provavo diversi approcci perché mi ero convinto che non sarei riuscito a fare un disco da capo tutto da solo. Ho provato con diversi produttori, ma non ho trovato l’intesa con nessuno. L’ultimo è stato Vernetti. Poi c’è stato uno degli incontri della vita: un duo chiamato Mamakass, che un paio d’anni fa aveva remixato la mia “Persi insieme”. Ci siamo trovati in sintonia.
Ma perché dovresti avere bisogno di un produttore? Il tuo selling point dovrebbe essere proprio il fatto che sei in grado di fare tutto da te, da “cantaproduttore”.
Sai, queste sono etichette che arrivano come conseguenze. Anche il mio suonare con computer e loop station è stato fare di necessità virtù perché è difficile mettere su una band.

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E che ruolo ha avuto Elisa? Ufficialmente cos’è, consigliera?
È difficile da definire. Tutto è nato con Twitter. Ha iniziato a seguirmi e io sono stato contentissimo di poterle esprimere la mia stima perché è uno dei pochi artisti italiani nella storia che apprezzo. Poi ci siamo sentiti al telefono: io mi ero promesso di non chiederle niente, ma è stata lei a invitarmi a suonare e a volere ascoltare i miei pezzi. Mi ha dato duecento chili di fiducia che avevo perso e consigli senza prezzo. Mi sono ripigliato psicologicamente grazie a lei.
Visto che lei duetta con qualsiasi cosa, poteva anche metterci la voce, no?
Non c’è stata la possibilità perché i pezzi erano già pronti e avremmo dovuto trovare uno spazio. Poi lei stava per iniziare Amici e anche dal punto di vista burocratico è difficile. C’era la volontà di fare qualcosa insieme e c’è tuttora: spero che succederà.
E quand’è che il disco ha iniziato a prendere le sonorità Anni ’70 e ’80?
L’illuminazione mi è venuta con “Goodbye paranoia”. È venuta fuori la rullata à la Phil Collins che apre il ritornello. Tu-tu tu-tu tu-tu tu-tum. Era un po’ che ascoltavo cose di quel periodo – molto Battisti, per esempio, che un giorno vorrei riarrangiare, e poi ero fissato con “Bette Davis Eyes”, che suona ancora potentissima e contemporanea. Considerato il guazzabuglio di suoni e influenze del primo album, ero contento di aver trovato una direzione perché mi sento tuttora nel vuoto totale per quel che riguarda i generi.
La parola c’è: pop.
Non sono d’accordo, “pop” è ciò che popolare.
Si è pop anche per ambizione.
Appunto, io non posso nemmeno ambire a essere popolare perché, non appartenendo a nessuna categoria, per gli standard di diffusione odierni non posso arrivare a tutti. Esistono solo nicchie, grandi e piccole.
Ma tu ti senti così distante da un Tiziano Ferro, per esempio?
Onestamente sì. A chi piace Tiziano Ferro posso anche piacere io e viceversa, però lui appartiene ancora al mondo pre-web ed è, come tutti in Italia, un cantautore associabile a un universo musicale. Io no. Sono in un buco nero, incollocabile, né sconosciuto né conosciuto, né tra cantautori né tra rapper.
Eppure nell’album secondo me c’è un pezzo che avrebbe un forte potenziale radiofonico: “Coretti a palla”. Certo, sei riuscito a renderlo anche non-radiofonico nominando i Modà e infilandoci un “cazzo”.
Ma io non volevo arrivare alle radio! Ho fatto solo il disco che volevo fare e che mi hanno lasciato fare.
E si sente, che hai avuto tanta libertà. È una cosa bella e rara.
Me la sono presa coi denti. Del resto, si fa musica per esprimersi, sentirsi accettati e arrivare a qualcuno per non sentirsi soli. Il supereroe è proprio la rappresentazione del coraggio di fare quello che si vuole fare ed essere ciò che si è, al di là di ogni etichetta.
Tornando a “Coretti a palla”. Canti: “Ma perché non va più di moda il funky?”. Ho una notizia per te: “Uptown Funk”.
L’ho scritta molto prima che uscisse. Ora che mi ci fai pensare è del tutto assurdo quel pezzo. Porca miseria.

Ho ascoltato le 61 canzoni di Sanremo Giovani 2013 senza Google e ho scoperto quanto segue

Quello che dice il titolo. Un ascolto al buio, insomma, quindi di alcuni artisti sapevo qualcosa, mentre di altri (la maggior parte) non sapevo nulla e non mi sono lasciato tentare dai motori di ricerca. Sul sito Rai, ci sono un minuto e mezzo di ogni canzone, che è un tempo adeguato per farsi un’idea perché quasi sempre si arriva alla fine del primo ritornello.

Nel caso non abbiate dimestichezza coi semafori: il pallino verde è sì, il giallo forse e il rosso NO. I sei artisti con la foto sono quelli che, secondo il mio modesto parere, meritano un posto all’Ariston a febbraio. E il solo fatto che ce ne siano sei è già un gigantesco passo avanti rispetto agli ultimi anni.

0-C,  D-G,  I-L,  M-N,  O-Z

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