Primavera Sound 2014: giorno 0

PrimaveraLogoSe Bradford Cox lo chiamò the best festival in the world, avrà certamente avuto i suoi buoni motivi, a me basta non trovare il fango. E quindi eccoci al Primavera Sound di Barcellona per il secondo anno consecutivo. Il festival vero e proprio inizia domani e, per abituarsi ai ritmi, è consigliabile non mancare per l’anteprima: una serata gratuita in diverse location dentro e fuori al Parc del Fòrum. Ma si parte dal pomeriggio con gli incontri per addetti ai lavori del PrimaveraPro, tra cui un’intervista pubblica di un’ora con Stromae.

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L’artista belga partecipa per la prima volta all’evento e spiega di averlo scelto perché si tratta di un “discovery festival” e lui, che sottolinea spesso la scelta di cantare in francese, spera di trovare terreno fertile anche in Spagna. Tranne una domanda specifica sul Primavera, l’intervista funge infatti più da presentazione che da approfondimento: Stromae racconta ancora una volta delle sue radici sradicate dall’hip hop, dei suoi video virali, della sua nuova linea di abbigliamento. Il progetto artistico, dopo una panoramica così ampia, sembra ancora più coerente, e sentirlo spiegato da Stromae nel suo inglese un po’ improvvisato ma sempre molto diretto, è impagabile.

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In un mondo giusto (datemi corda, è una mia battaglia personale), l’headliner del palco ATP sarebbe stato Stromae e non Sky Ferreira. Perché Stromae a pochi chilometri da qui riempie gli stadi, ha venduto milioni di copie e ha superato i Daft Punk in Francia. Sky Ferreira, invece, avrà venduto sì e no due vinili a Williamsburg e ha fatto molti servizi fotografici. Le due esibizioni, infatti, non sono nemmeno paragonabili.

Stromae arriva dopo quella che le testate serie definiscono UNA BOMBA D’ACQUA e si esibisce nell’unica ora in cui non piove. Suona gran parte di Racine carrée e solo due brani del precedente: l’obbligatoria “Alors on danse” (qui mixata a classici dance anni ’90 in successione) e “Peace or Violence” (che sembra in scaletta solo per ricordarci dell’abisso tra i due album). Gli ultimi singoli sono ormai inscindibili dai personaggi dei relativi videoclip (l’ubriaco di “Formidable”, il manichino di “Papaoutai”, lo sdoppiamento maschile/femminile di “Tous les mêmes”) e vederli riproposti dal vivo conferma le doti interpretative dell’artista (a proposito, nell’intervista del pomeriggio ha detto di avere ricevuto diverse offerte dal cinema e le sta valutando). Ma anche quando non c’è un ruolo da recitare, come nei pezzi dance/trap meno impegnativi, Stromae tiene il palco con una naturalezza incredibile. L’unica cosa che mi sento di dirvi a questo punto è: Alcatraz, 1 luglio.

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Malgrado la definizione di “discovery festival” data da Stromae, non sembra ci sia tutta questa voglia di scoprire. Tra un concerto e l’altro, il pubblico cambia completamente: fuori gli hooligan francesi e belgi di tutte le età, dentro gli hipster che non hanno osato andare al Bangerz tour di Miley Cyrus solo per vedere la sua supporter. Insomma, l’unico tratto in comune tra le due fasce di pubblico è il fradiciume dei vestiti.

Sky Ferreira arriva con gli occhiali scuri quando è già buio e poi si scusa: “Ero spaventata”. E faceva bene a esserlo perché il suo set è un disastro tecnico dopo l’altro and everything is embarrassing. Non si capisce se sia un problema dell’organizzazione o della band (che non sembra tra le più competenti), ma alcune canzoni vengono interrotte a metà o partono con gli attacchi sbagliati o si sentono MALE. La cantante mostra però una pazienza inaspettata e non si arrende (e nemmeno io ho voglia di arrendermi dopo avere consumato Night Time, My Time). Nei momenti più pop (“I Blame Myself”, “Boys”), sa essere molto convincente e si capisce come le major volessero trasformarla in una Britney 2.0. Quando invece si ribella al pop (“Omanko”), sembra stia ancora cercando l’approvazione e l’accettazione di un nuovo pubblico quando, in realtà, la sua avventura nel mainstream durò il tempo di un singolo (“One”, tralasciata nei live). Sky, ti giuro che se la prossima volta vieni con le basi pre-registrate non ti giudichiamo. E magari ci divertiamo davvero.

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Intervista a Stromae

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Prima che uscisse Racine carrée, Stromae fu filmato da un fan mentre mangiava un taboulé nella sua macchina. La cosa ebbe un’eco mediatica inspiegabile: i telegiornali belgi titolavano “Stromae aggredito da un fan”. Lui non capì le ragioni di questo interesse morboso, ma decise di interpretarlo come una richiesta del pubblico. Nel video di “Formidable” si presentò quindi ubriaco in strada per testare la reazione dei passanti reali e virtuali, a metà tra candid camera ed esperimento antropologico. E sabato sera riproporrà la performance all’Ariston, fingendosi sbronzo sul palco. Nel frattempo, l’ho incontrato per parlare del suo pop bastardo e dell’album più venduto in Francia nel 2013.

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Non sembri uno a cui interessano le classifiche, ma a me sì. E la tua “Alors on danse” è l’ultima canzone in lingua francese che negli ultimi dieci anni ha raggiunto la vetta della classifica italiana. È indicativo del fatto che c’è poco scambio musicale tra paesi così vicini. Non lo trovi strano?
Prima di tutto, le classifiche mi interessano – faccio musica per essere felice e perché è l’unica cosa che so fare, ma i risultati mi interessano! Non ho mai pensato che avrei avuto il sostegno di paesi non francofoni, ma se sono qui è la dimostrazione che può funzionare. In fondo, noi – inteso come non anglofoni – siamo abituati ad ascoltare musica di cui non capiamo le parole, ma possiamo ballarla e comprenderne le emozioni. Mi chiedo perché non possiamo continuare a cantare nella nostra lingua madre, che è il modo più onesto e istintivo di esprimersi. E non voglio sentire che l’inglese è più internazionale: il fiammingo è internazionale, il lingala è internazionale, l’italiano è internazionale. Dobbiamo provarci, dobbiamo credere nelle nostre culture. Forse, dopo dieci o vent’anni di studio, mi sentirò di esprimermi in inglese, ma io sono di Bruxelles: credo che gli ascoltatori non vogliano l’imitazione di un americano o un inglese, ma un ritratto di Bruxelles.
C’è chi per definire la tua musica ha parlato di “dance impegnata” – a me non piace molto, perché suona un po’ come “carota e bastone”: musica facile per fare passare messaggi difficili. Ti ci ritrovi, in questa definizione? È una scelta voluta?
No, questo è il solo modo di esprimermi che conosco. Mi esprimo digitando su una tastiera, come tutta la mia generazione, e la musica elettronica ne è un riflesso. Anche perché è difficile trovare i soldi per incidere un album, e produrre tutto al computer ha anche senso dal punto di vista economico. E poi non si può rinchiudere tutto in generi e famiglie. Queste definizioni finiscono con l’intellettualizzare troppo ciò che faccio.
Nel tuo caso, in effetti, parlare di generi musicali è diventato quasi superfluo. Il tuo album è davvero vario e gli stili musicali spesso si associano ai contenuti (come la morna per l’ode a Cesaria Evora).
Diciamo che ci sono dei codici – hip hop, trap, coladeira, eccetera – che aiutano a classificare le cose, ma la musica viene prima degli stili. E lo snobismo genera clan. Già quando facevo hip hop, faticavo a sentirmi parte di una famiglia, di una corrente. Questo mi ha aiutato a staccarmi.
Come ti ponevi davanti ai cliché dell’hip hop? Mi sembri lontanissimo dalle macchine di lusso.
È una cosa che criticavo quando facevo rap, poi ho pensato: “Ma se non ti piace, perché non fai dell’altro anziché lamentarti?” È il paradosso di qualcuno che decide di portare avanti una battaglia quando non c’è nulla contro cui combattere veramente. L’hip hop è una cultura molto varia e c’è pieno di cose da scoprire: ho preso ciò che m’interessava e ho iniziato a guardare altrove.
È un po’ quello di cui parli in “Bâtard”?
Più o meno. “Bâtard” è soprattutto la riflessione di una persona diplomatica come me. Mi sono chiesto: “Sei meglio di un estremista, o anzi, di un istintivo?” No, non sei meglio, hai solo più paura di esporti.
È un approccio molto maturo…
Non so, cerco di rimettermi al mio posto da solo.
…e anche umile. Parliamo di marketing, perché ogni tuo singolo è stato associato a un’idea visiva molto forte, che riproponi anche dal vivo. Continuerai così anche coi prossimi singoli, se ce ne saranno?
L’idea è continuare così e associare idee visive precise e personaggi diversi a ogni canzone. Ci sono molti modi di esprimersi e m’interessano tutti – dai vestiti, ai video, alla recitazione. Tutto ciò che gravita attorno alla musica ha una grandissima importanza. Sono uno che fa le 5 di mattina con gli stilisti e i grafici per trovare la fantasia giusta, ed è questo ciò che mi appassiona. Non demonizzo il marketing, ma nel mio caso lo scopo non sono i soldi ma la soddisfazione del prodotto finale.

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La recensione di Racine carrée

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“Ai se eu te pego”: disgrazie non anglofone in classifica

In questo preciso istante, la canzone “Ai se eu te pego” di Michel Teló è nella top 10 di iTunes in undici paesi europei. In nove di questi è alla posizione numero uno. Non è, come pensavo prima di guardare le classifiche, una malattia tutta italiana: “Ai se eu te pego” è un’epidemia internazionale, di quelle che ti fanno soffrire per mesi e – doppia fregatura – poi non muori nemmeno. Invece, resti in vita e quel “nossaaaa!” va ad aggiungersi alla lunga lista di fastidiose madeleine sonore che potrebbero ripresentarsi in futuro. Quando meno te lo aspetti, magari tra qualche anno, magari in un momento felice, quel “nossaaaa!” s’infilerà nella colonna sonora di qualcosa, in un servizio di Studio Aperto, in un canale musicale minore mentre fai zapping distratto, e tu cadrai a terra raggomitolandoti in posizione fetale. “Nossaaaa!”

Se questo è l’effetto che fa “Ai se eu te pego” su di me e te, figuriamoci cosa dev’essere quel pezzo per il discografico medio. Uno passa la vita a cercare l’artista giusto per fargli fare il disco, la copertina, il festival, le interviste, il video e il tour giusti. E l’acconciatura giusta, i vestiti giusti, le gravidanze giuste, i pettegolezzi giusti e tutti i dettagli che l’ascoltatore  non noterà mai, ma dietro ai quali ci sono mesi di preparazione. Poi dal nulla arriva un brasiliano con un budget poco sopra lo zero (e quelle camicie) e grazie ai balletti di un paio di calciatori schizza alla numero uno in mezzo mondo. “Ai se eu te pego” è il suono di mille discografici che si buttano dal cornicione.

Io sono uno che si rallegra quando un prodotto non anglofono ha successo internazionale ed è una cosa che ripeto ogni volta che c’è una cerimonia di premiazione (soprattutto gli MTV EMAs), ma dando un’occhiata alle classifiche, c’è poco da stare felici. La tabella mostra le canzoni non in inglese o in italiano che hanno raggiunto la prima posizione in Italia dal 2000 a oggi.

Qualche considerazione:

  • Negli ultimi dodici anni, solo quattordici canzoni non in inglese o in italiano hanno raggiunto la vetta. È un po’ poco, ma…
  • ..eccetto “Le vent nous portera”, sono tutte canzoni che vanno da appena decente a orrore inspiegabile. Quindi, l’unica canzone veramente bella è stata scritta da una persona che dovrebbe trovarsi in galera per omicidio.
  • (A me piace molto “Alors on danse”, ma so di dire qualcosa di molto impopolare e difenderò questa canzone in un’altra occasione.)
  • Eccetto Jennifer Lopez (che era già famosa da molto prima per canzoni in inglese) e Manu Chao (tenetemi fermo), si tratta solo di one hit wonder. Il caso più eclatante sono le Cinema2, di cui si fa fatica a trovare traccia persino su YouTube.
  • Nel 2011, il Brasile si è vendicato nei nostri confronti per tutti quegli anni di Pausini. Mandiamo una task force diplomatica subito o tagliamo immediatamente l’import-export canoro tra i due paesi: è per il bene di tutti.

Adele, torna qui, è tutto perdonato.