Primavera Sound 2017: giorno 1

L’anno scorso, alla chiusura del festival, scrivevo: “dopo i Radiohead non si torna più indietro”. A parlare era un po’ la delusione per non essere riuscito a godermi il loro set a causa di un pubblico distratto, rumoroso e maleducato – il pubblico generico di un grande festival mainstream, insomma. Che non si torni più indietro è tuttora vero (e l’iper-brandizzizazione di ogni angolo del Parc e i dieci minuti di pubblicità sui megaschermi prima dei concerti sono lì a ricordarcelo), ma ieri sera si respirava l’atmosfera di qualche anno fa, almeno sotto il palco dei tre artisti che ho seguito con maggiore attenzione. Davanti a Miguel e Solange si percepiva l’eccitazione di vedere artisti che raramente si esibiscono nell’Europa continentale; davanti a Bon Iver c’era un pubblico emozionato e non una folla di curiosi.

Miguel, a sorpresa, sarà forse il concerto più rock che vedrò in questa edizione. Coi suoi backdrop psichedelici, gli assoli di chitarra e una band ridotta a tre elementi (e tutti in camicie hawaiane), il livello di testosterone è a livelli di guardia. Lui è consapevole della sua carica erotica e flirta spudoratamente cantando di sesso e droghe e sesso attraverso le droghe. Il paragone ovvio è The Weeknd, ma per Miguel si tratta solo di divertirsi: l’alienazione e lo squallore di Tesfaye (che lui spesso confonde con trasgressione) sono lontani. Ed è lontano anche il Miguel pop/R&B delle collaborazioni con Mariah Carey, Janelle Monáe e Dua Lipa: questo è un concerto rock, e ben riuscito.

Si passa al palco Mango, dove un telo bianco con un cerchio sospeso lasciano intendere che il set di Solange avrà un alto potenziale concettuale. E sì, si rivelerà uno spettacolo interamente coreografato e calcolatissimo, ma per fortuna è anche leggero e godibile. Innanzitutto i colori: le nove persone sul palco sono tutte vestite di rosso, così come le luci proiettate sullo sfondo. Questo rende il tutto non fotografabile e forse non è un caso. Nel 2013, quando cantò sul palco Pitchfork davanti a pochi lungimiranti eletti (ciao!), ricordo che Solange chiese, durante “Losing You”, di mettere via i telefoni e godersi il momento: che ora abbia trovato una soluzione più elegante per concentrare la nostra attenzione su di lei anziché sui nostri touchscreen? Di cose ne sono cambiate da quello slot pomeridiano al Primavera di quattro anni fa: ha litigato col musicista che l’aiutò a trovare nuovi suoni (Dev Hynes), buttando forse ore di musica che non sentiremo mai; è diventata suo malgrado famosa per avere picchiato il marito di sua sorella in un ascensore; ha avuto un album al primo posto della Billboard. Sembra avere fatto pace con gli insuccessi della sua prima carriera, tant’è che ne ripropone qualcuno dal vivo e si dilunga in ringraziamenti per i collaboratori che la seguono fin dall’inizio. Lei viene presentata come “creator” dello spettacolo e si assiste davvero alla creazione di un’artista al suo picco creativo, che vuole trasmettere serenità (e riesce a farlo dispensando pillole di saggezza senza banalità, come in “Cranes in the Sky”) e calore (si butta nel pubblico durante l’inno di empowerment “F.U.B.U”, accolta con più sorrisi che isteria). Resterei fino alla fine, proprio per risentire quella “Losing You” che mi conquistò quattro anni fa, ma è tempo di spostarsi per l’headliner della serata.

A Seat at the Table battè 22, A Million l’ottobre scorso, ma è un album altrettanto importante. Bon Iver lo suona per intero, circondato dai misteriosi simboli della sua copertina. Non era facile tradurre dal vivo un’opera così intima, col suo collage di campionamenti e distorsioni, ma la resa è notevole. Vernon rende l’auto-tune umano nel brano a cappella “715 – CR∑∑KS” e il frammento di Mahalia Jackson in “22 (OVER S∞∞N)” ha tutta l’intensità della versione studio. Si sposta poi in quelle che chiama “country jam”, continuando a commuovere, fino al finale solitario di “Skinny Love”. La regia dei megaschermi non esita a proiettare immagini di maschi bianchi etero che piangono nel pubblico, e che vengono salutati da applausi spontanei. È un concerto purissimo, accolto col trasporto e il rispetto che merita, e che va a completare un trio perfetto di artisti statunitensi visti oggi. Miguel, di origini messicane e africane, che parla di amore universale tra una canzone e l’altra; Solange, che scrive un nuovo capitolo nella musica nera con un album e uno spettacolo serenamente politici; Bon Iver, che invita i presenti a informarsi sulla sua campagna (2 A Billion) per porre fine alla disuguaglianza di genere. Se non fosse così tardi, direi di avere assistito a tre espressioni della resistenza anti-Trump.

Eurovision Song Contest 2017: perché l’Italia non ha vinto?

Francesco Gabbani era dato come il super favorito per la vittoria dello Eurovision Song Contest. Dal momento in cui ha vinto Sanremo fino alla mattina della finale di sabato è sempre stato primo su tutti i siti di scommesse. Diversi fattori influenzavano le proiezioni: il record di visualizzazioni su YouTube, i dati streaming, le vendite su iTunes in alcuni paesi europei. Oltre ai numeri, c’era l’entusiasmo da parte della stampa e dei fan club (che conoscono Sanremo e lo seguono) e la sensazione che, dopo 27 anni, fosse la volta buona per uno dei “soci fondatori” dell’evento. E non servono algoritmi per capire che “Occidentali’s Karma” è una canzone pop irresistibile.

Durante la fase delle semifinali, alle quali l’Italia non ha bisogno di partecipare, si sono finalmente presentati due avversari: la Bulgaria, perché in un anno senza la Russia alcuni voti si sarebbero concentrati su un paese del blocco ex sovietico, e il Portogallo, perché l’originalità dell’interpretazione e del brano avevano sorpreso tutti. Le giurie nazionali hanno votato venerdì sera, guardando in una diretta privata la Jury Final (ovvero una prova generale della finalissima, uguale in tutto e per tutto a quello che l’Europa vede il giorno dopo). Le giurie sono composte da cinque persone per paese, e sono addetti ai lavori (giornalisti, DJ, artisti, discografici, ecc.). Il loro voto vale metà del totale e, a contrario del televoto di spettatori più o meno casuali, è ragionato e studiato. A influenzarlo, ci sono appunto i numeri degli scommettitori, che possono diventare una profezia auto-avverante o una disgrazia. Chi vuole votare strategicamente ha gli elementi per farlo, e assegnare pochi punti al super favorito. Oppure fa un ragionamento senza cattiveria: “Il super favorito vincerà comunque e, anche se mi piace, voglio aiutare qualcuno di più debole”.

Le giurie e il pubblico votano a un giorno di distanza. Ci sono almeno una quindicina d’ore in cui i voti, conteggiati ed elaborati, sono fermi ad aspettare in un’agenzia. E ci sono quasi 24 ore in cui i giurati di 42 paesi possono spifferare per chi hanno votato (e spifferano, è normale). L’idea che queste informazioni, nel 2017, possano rimanere segrete per così tanto tempo è irreale. Al di là dei complottismi, è chiaro che il sabato mattina inizino ad arrivare indiscrezioni agli scommettitori: col passare delle ore le loro previsioni si fanno sempre più precise. A quel punto, in modo ufficioso, hanno quasi tutti i tasselli del puzzle: i dati parziali del televoto delle due semifinali e i voti delle giurie. L’unica vera incognita è il televoto per big five e paese ospitante, perché non è stato ancora sondato in alcun modo. Ed ecco che Gabbani, proprio come Il Volo nel 2015, sabato mattina ha iniziato a scendere nelle quotazioni. Se l’Italia avesse preso tantissimi punti al televoto, avrebbe ancora potuto vincere, ma a quel punto si calcolano le probabilità: se Portogallo e Bulgaria avevano sbancato nelle rispettive semifinali, ed erano prima e seconda secondo le giurie mentre l’Italia era settima, quante speranze poteva avere? E infatti al televoto puro non ha fatto tanto meglio: sesta.

Insomma, negli ultimi quattro anni abbiamo potuto notare un trend: nelle semifinali spunta una sorpresa e continua a crescere fino alla finale scalzando il super favorito, che verrà penalizzato dalle giurie. Può essere il personaggio (Conchita Wurst), l’esibizione (Måns Zelmerlow), la storia (Jamala) o una combinazione di tutti questi elementi come Salvador Sobral. Conosciamo bene questo meccanismo: è lo stesso che ha portato Gabbani alla vittoria contro Fiorella Mannoia a Sanremo 2017. (Ci sarebbero anche diversi paragoni con la politica, ma è meglio restare sulle canzonette.) Forse fare parte delle big five e accedere direttamente alla finale non è un vantaggio, visto che da quando la regola esiste (2000), solo una delle big five è riuscita vincere: la Germania nel 2010. Ma lamentarsi è altrettanto scorretto, e questo sistema resta il migliore possibile.

Torniamo a casa con la consapevolezza di non avere sbagliato nulla e di avere presentato il meglio. Non c’è nessun “se”: avevamo tutti gli elementi per vincere e a Kiev Francesco Gabbani è stato un portabandiera perfetto nonché protagonista assoluto (in sala stampa, dove ha vinto il premio assegnato dagli accreditati, come in arena, dove arrivavano fan di tutte le nazionalità dotati di scimmie e conoscendo testo e coreografia). Tralasciando discorsi poco eleganti sull’impatto che può avere avuto la salute di Sobral sulla psicologia dei votanti, ha vinto un’altra bella canzone. L’interprete si è distinto per la sua sobrietà ed è curioso perché, nel contesto dell’evento, è lui il novelty act, non chi arriva coi balletti. Guarda caso, ritirando il premio, ha detto che “la musica non è fatta di fuochi d’artificio, ma di sentimenti”. È una frase snob e sopratutto stupida che ha rovinato una vittoria meritata. Una ballata d’amore jazzata non è automaticamente superiore a quella che Sobral ha chiamato “musica usa e getta”, lanciando una frecciata ai colleghi che, poveri scemi, fanno pop divertente. Il tema era Celebrate Diversity e l’Europa ha seguito il consiglio – speriamo che non diventi un ricatto perché i soliti fuochi d’artificio ci piacciono ancora parecchio.

Eurovision Song Contest 2017: la guida alle canzoni

Benvenuti alla consueta guida alle canzoni in gara allo Eurovision Song Contest, ovvero la guida più letta ma meno citata dai commentatori Rai!

Riepilogando:

  • Le semifinali si tengono martedì 9 e giovedì 11 maggio. Sono trasmesse da Rai4 e Radio2 col commento di Andrea Delogu;
  • la finale di sabato 13 va in onda su Rai1 commentata da Federico Russo e Flavio Insinna;
  • l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e vota nella prima semifinale;
  • di Gabbani/Ilaqua/Chiaravalli, “Occidentali’s karma”, canta Francesco Gabbani.

Dentro queste tabelle trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmakers alla mia preveggenza). Accanto al nome della nazione, la semifinale a cui parteciperà e una stellina per le canzoni che meritano la vostra attenzione.

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