Lorde, Melodrama World Tour 2017

Per tutta l’estate scorsa, Lorde è stata impegnata in un tour che ha toccato i più importanti festival del mondo. In alcuni di quei concerti, l’artista ha presentato l’album Melodrama portando sul palco una gigantesca teca trasparente che lentamente si riempiva di ballerini. Prima entrava una ragazza sola con in mano un cellulare, poi altri, e infine Lorde stessa, fino a imitare una festa. Lo spettacolo rifletteva i brani, perché le feste, o più in generale i raduni e le compagnie sono sempre presenti nei testi di Lorde. Ne esamina le dinamiche con spirito critico, ma senza affondare (come ha fatto di recente Alessia Cara nella cinica “Here”); celebra questi momenti dall’interno, riconoscendone l’importanza formativa, e al contempo è una saggia osservatrice che si pone domande: cosa e dove sono i posti perfetti che cerchiamo di raggiungere con droghe e alcol? Cosa rimarrà quando torneremo sobri?

È per quest’affinità di concept che lo spettacolo funzionava così bene, e non è quindi chiaro perché per il Melodrama World Tour, partito da Manchester il 26 settembre, Lorde abbia deciso di presentare qualcosa di diverso. Era troppo complicato portare la struttura in giro e su palchi più piccoli o non voleva ripetersi?

Il Melodrama World Tour non ha lo stesso impatto scenico e rispecchia i problemi di un’artista in bilico tra pop e alternative: pop nelle ambizioni, alternative nel budget. La scenografia è composta solo da una scritta al neon “Melodrama”, la riproduzione di un vecchio televisore e tre installazioni luminose per i tre atti dello show: un astronauta, un’arcata floreale e una stella cadente (livello: luminarie natalizie comunali). Nessuna di queste trovate è particolarmente efficace o bella: le immagini del televisore (montaggi di film) sono visibili solo dalle prime file, il resto si perde nell’immenso Alexandra Palace di Londra. Ma forse il problema sta proprio nelle dimensioni della venue: l’Alexandra Palace può contenere più di 10.000 persone, mentre il Fabrique di Milano, dove arriverà tra qualche settimana, 3000. Si sta assistendo a uno show destinato a locali medi piazzato in un contesto fuori misura. Eppure anche i ballerini, qui, sembrano superflui e, vestiti di nero su sfondo nero, fanno la stessa fine dei musicisti sistemati al buio in fondo al palco. Con o senza fronzoli, lo spettacolo è lei, Ella.

Il pubblico viene accolto con una compilation di brani affatto casuali, che parte da Nelly Furtado e Jaden Smith e culmina su Kate Bush. Il volume di “Running Up that Hill” viene gradualmente alzato fino a renderla, di fatto, la prima canzone in scaletta. Le affinità con l’artista inglese sono tante (e in “Writer in the Dark”, purtroppo non eseguita dal vivo, si legge un chiaro omaggio): entrambe adolescenti prodigio dotate di intelligenza e movenze aliene che inventano un’idea di cool tutta loro e, anche se travolte dalla fama, mantengono la grazia di chi ha anni di esperienza alle spalle. Entrambe orgogliosamente melodrammatiche, entrambe situate nell’intersezione di un ipotetico diagramma di Venn tra goth e glitter.

Gli intermezzi video che precedono ogni atto dello show non sono tra i più originali – frammenti amatoriali di vacanze mai esistite, icone pop senza un evidente filo conduttore – ma la voce narrante di Lorde, che dice di voler sezionare un cuore per vederne i sentimenti, ha un suo fascino naïf. È comunque l’opera di una ventenne, che forse vorrebbe indirizzarsi di più ai suoi coetanei ma, per via del prezzo del biglietto, si trova davanti a un pubblico spostato verso i trenta e oltre. Parla anche molto di sé e della rottura che ha generato l’album; fa riflessioni meta sul suo processo creativo, come quando ha immaginato i fan che cantano il “na-na-na-na-everyone” di “Liability” mentre la stava scrivendo. Dice di essere una stramba, ma prova ancora davvero insicurezza nel suo modo di ballare e cantare o è parte del personaggio? Perché sembra avere il controllo totale dei suoi mezzi, e la sua gamma di espressioni facciali, proiettata sui megaschermi, la rende un’interprete straordinaria. Ecco, la più grande soddisfazione nel vedere Lorde dal vivo è constatare se un ghigno o un sorriso che si percepivano nell’interpretazione in studio esistono anche in 3D.

La scaletta è generosa e rende evidente quanti inni abbia inciso nel giro di due album. Manca l’ultimo singolo “Homemade Dynamite”, forse perché, in tempi di esplosivi artigianali sulle metropolitane e ai concerti, sarebbe sembrato inappropriato. In due momenti chiede al pubblico di lasciarsi andare: il primo è sull’assolo di batteria di “In the Air Tonight”, cover improbabile e azzeccatissima che riabilita Phil Collins e un intero decennio in cui non era ancora nata; il secondo è annunciando “Green Light”. Il pezzo che sceglie per chiudere contiene tutti gli elementi per spiegare la grandezza di Lorde: un’idea di pop atemporale e una struttura che se ne infischia delle regole (sua maestà Max Martin l’ha definita scorretta, ma lei ha rifiutato di correggerla); l’euforia, la rabbia e la lucidità nell’affrontare l’addio a un amante che è anche l’addio all’adolescenza; il melodramma.

Frank Ocean, Blonde Tour 2017

Frank Ocean è in ritardo di 20 minuti e il pubblico si sta spazientendo. Non c’è più il rischio che annulli il concerto (questa è la sesta data del tour, e la terza che non cancella), ma qui coi coprifuoco non si scherza. Se nel 2012 a Hyde Park staccarono la spina a due leggende del rock, è improbabile che a Victoria Park possano essere più clementi con Frank – anche lui una leggenda, ma nel senso che le sue assenze prolungate ci fecero dubitare che esistesse davvero. Arriva alle 22 (e dovrà chiudere forzatamente alle 23) e la frustrazione del pubblico diventa calore. È incerto e sbaglia spesso, ma dalla folla arrivano dichiarazioni d’amore e incoraggiamenti. Faccio un paragone azzardato per diversi motivi, ma mi vengono in mente le reazioni dei fan ad alcuni concerti di Amy Winehouse: sul palco c’è una star planetaria adorata e premiata, ma lo spettatore sente di doverla incoraggiare come se avesse davanti un bambino spaventato alla recita della scuola. Lì dentro c’è qualcosa di speciale: se abbiamo pazienza, se ci lasciamo dietro lo scazzo da clienti indispettiti o da giudici a un talent show, avremo la fortuna di assistervi.

Ci mette un po’ a ingranare, ma il primo momento speciale arriva finalmente a metà del set, quando si accuccia per suonare alla tastiera quella che diventerà un’introduzione a “Good Guy”. È speciale perché obbliga a prendere una posizione: decidere se siamo annoiati da un artista che propone una parentesi così intimista all’headline show di un festival o se vogliamo accettare le sue regole. Non è musica per le masse nel senso letterale del termine, ma del resto nella stessa giornata ho sentito gente urlare le parole di “Cranes in the Sky” di Solange e “(No One Knows Me) Like The Piano” di Sampha: negli anni della crisi del rock tradizionale, abbiamo trovato inni dalle forme inconsuete. Ed ecco che “Ivy”, “Thinkin’ Bout You” e “Nights”, presentate in sequenza, vengono elevate dagli ascoltatori a classici contemporanei pur restando canzoni che sembrano demo.

Frank non è interessato a trasformare la sua musica-per-farsi-le-canne in musica da stadio, ma trova un’idea di scena che riduce le distanze dal pubblico e rende spettacolare il suo non-spettacolo: l’intero concerto si tiene su una piccola piattaforma collegata al palco da una passerella, che lui userà solo per entrare e uscire. È al centro della folla, dall’inizio alla fine, e seguito o, meglio, marcato da due cameramen. Le riprese vanno in diretta sui megaschermi, talvolta filtrate e rese volutamente lo-fi e fintamente amatoriali, e il risultato è ipnotico. Non c’era modo migliore per rappresentare l’estetica dell’artista e tradurla per la dimensione live, catturando al contempo in modo documentaristico la sua problematica miscela di narcisismo e timidezza. Fanculo Endless e la sua scala a chiocciola: questo sarebbe materiale per un visual album memorabile.

Il suo unico banger “Pyramids” viene tagliato per il coprifuoco di cui sopra e mi sorprendo di pensare: “meglio così”, perché avrebbe cambiato troppo l’atmosfera. “Nikes” sarebbe stata il comedown e invece stasera diventa un finale aperto e surreale: il testo appare sugli schermi a mo’ di karaoke, e a scandire le parole è la faccina di Hello Kitty. Canta: “I’ll mean something to you”, ma ci è già riuscito.

Adele Live 2016, The O2

Adele

Sono passati cinque mesi da quando Adele ha detto “Hello” al Regno Unito con una clip durante una pausa pubblicitaria di X Factor. Dopo pochi minuti, il suo saluto era una questione universale – nonché universalmente comprensibile. Perché se il titolo del primo singolo di 21 metteva in difficoltà anche i madrelingua, l’apripista di 25 ha reso evidenti le ambizioni globali della sua interprete fin dalla prima parola. E se la valanga di 21 aveva preso tutti alla sprovvista (quando “Someone Like You” toccò la vetta della Billboard Hot 100, il tour degli Stati Uniti era già finito), la calcolatissima campagna promozionale di 25 non poteva non portare Adele nelle arene più grandi del mondo. Nell’annuncio stesso, la cantante, che salutava i fan di Facebook riciclando il suo verso/meme, ammetteva: “Finora ho bluffato, ma certo che vado in tour”.

Anche questa volta, inizia dal Regno Unito, e col brano che ha segnato il suo ritorno. Gli occhi dell’artista, proiettati su un maxischermo, erano rimasti chiusi mentre il pubblico si sistemava e finalmente si aprono. A ogni battito di ciglia, riecheggia la parola hello, per tre volte, finché Adele non emerge dalla botola di un piccolo palco quadrato al centro dell’O2 di Londra. Il pubblico che la circonda si alza educatamente dalle sedie e solleva i cellulari. Ci sono solo posti a sedere e Adele stessa ne farà una battuta (“Ho pensato alle vostre ginocchia”); si parte alle 20 e si finisce alle 22. Del resto, è una serata per famiglie, per turisti e per chi magari non sente spesso musica dal vivo. Non ci sono nemmeno supporter ad aprire il concerto o troppe distrazioni durante lo stesso: per molte canzoni, la band è invisibile e i maxischermi sono spenti perché basta un occhio di bue su di lei. Il palco principale è ridotto al minimo e si accende del tutto solo per una breve sequenza di pezzi più ritmati (“Rumour Has It”, “Water Under the Bridge”), dando l’illusione di un vecchio varietà televisivo. Le trovate di scena sono poche e ovvie (l’effetto pioggia durante “Set Fire to the Rain”; immagini del suo quartiere e la sua città in “Hometown Glory”; qualche foto fintamente ingiallita durante “When We Were Young”) perché lo spettacolo, come del resto l’album che deve promuovere, non può osare troppo.

Lei sa bene chi ha davanti, e continua a ricordarci delle sue origini modeste. A metà concerto un gruppo di ragazzine la interrompe facendosi largo tra le sedie: si lamentano perché la security non le lascia stare in piedi. Adele non le manda via, ma le difende: dice che al suo concerto decide tutto lei e trova loro dei posti migliori. (Fa lo stesso via Twitter, a più riprese, regalando biglietti a fan disperati.) Vuole che si torni a casa pensando: “È una di noi”.

Prima di “Someone Like You”, confessa che avrebbe voluto aprire le serate cantando quel brano da lassù, the shittiest seats in the house, per stare più vicino a chi non può permettersi il parterre (e sul palco ride di chi ha pagato migliaia di sterline per lei). L’idea è stata poi accantonata, forse per difficoltà tecniche, forse perché ogni tanto ha qualcuno a ricordarle che è una superstar, ma sembrava genuina: la cantante del popolo che vuole dare l’illusione dell’esperienza VIP a tutti. Non a caso i biglietti, anche per i posti meno costosi, arrivavano in un’elegante custodia di cartone nero, e dicevano “Enjoy your evening with Adele”.

E in effetti ci si diverte, perché per ogni lancinante canzone d’amore c’è un siparietto più o meno spontaneo. Si può andare a un concerto di Adele per la musica, che è tanta, è nota, ed è eseguita in modo tanto impeccabile quanto prevedibile, ma il vero spettacolo è lei. Che parla in continuazione – di com’è difficile scoppiarsi i brufoli con le unghie lunghe, di quanto le piacciano le All Saints e gli East17, di come il suo repertorio sia considerato noioso e lei vecchia, di come chiunque creda di essere più grande di Paul McCartney “can literally suck my dick”. Viene quindi da chiedersi come farà, in paesi in cui non c’è grande familiarità con l’inglese – il suo inglese, peraltro – a comunicare così con gli spettatori (e ne sa qualcosa quella povera interprete di Che tempo che fa, che a fatica riusciva a stare dietro ai suoi fiumi di parole). A un certo punto si tradisce dicendo: “Let’s have some crowd interaction”, come se appunto l’interazione col pubblico sia più un’esigenza di scaletta che un desiderio, ma ci sono artisti che vendono un millesimo dei suoi dischi e a stento salutano: lei tira su i bambini sul palco, dedica canzoni agli sconosciuti, celebra matrimoni, si presta ai selfie. L’Adele che abbiamo visto nello speciale di Graham Norton o nel Carpool Karaoke con James Corden non è un’eccezione per le telecamere, e ora che ha fatto pace con la fama, può concedersi di essere non solo una grande cantante, ma anche un’incredibile entertainer.

Björk, Vulnicura

vulnicura-cover

7 mesi prima

Björk è il tipo di artista che, potendo scegliere, si limiterebbe a registrare un album ogni quattro anni, corredarlo di qualche video interessante e fare lo stretto indispensabile per promuoverlo dal vivo. Ed è quello che ha fatto finché i soldi, nell’industria musicale, si facevano così, tentando i fan con numerose edizioni limitate e singoli impacchettati in decine di versioni diverse. Non sorprende che, nel momento in cui tutto è andato a rotoli, abbia cercato di potenziare l’offerta, prima antologizzando ogni aspetto della sua carriera in bellissimi cofanetti e poi inventandosi nuovi modi di estendere il concetto di album. Biophilia, la cui era è durata ben più a lungo di quanto meritasse, è nato con un set di applicazioni, è diventato un film, un documentario con Attenborough, una serie di laboratori per bambini e un programma educativo per le scuole. Björk stessa, intervistata dal Guardian a giugno 2014, nota la contraddizione: un progetto che nasceva per liberare la musica dai suoi schemi di composizione tradizionali è stato costretto a entrare in altri schemi, forse ancora più rigidi, per potere essere accettato dalle scuole scandinave e diventare parte del curriculum didattico. Si può dubitare dell’utilità dell’iniziativa (esistono migliaia di app per fare musica e quelle di Biophilia non sono nemmeno lontanamente tra le migliori), ma non del potere di Björk. Ha costruito un brand culturale allineato ai suoi valori, confermandosi l’innovatrice che piace alla stampa e al suo pubblico; è riuscita nell’impresa di trasformare un album in qualcosa di pratico e concreto. Tuttavia, i meriti musicali di Biophilia sono sfumati in fretta. A volere essere cinici, non era che una raccolta di suggestive metafore prestate dalla natura per parlare di sentimenti: la scelta di un’artista che, al settimo album, non sapeva più dove trovare quella creatività di un tempo, e si era messa a cercarla ovunque, perfino attraverso periscopi e microscopi.

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Tiziano Ferro, “Senza scappare mai più”

TFerro

Ci sono forse solo due cantautori italiani per i quali ha senso aspettare con grande curiosità il singolo apripista di una nuova era: Jovanotti e Tiziano Ferro. Dal primo, vogliamo restare sorpresi e sentire cosa si è inventato ogni volta; dal secondo, vogliamo il solito: l’equivalente musicale di comfort food.

Un confronto tra i due non è troppo azzardato dato che entrambi lavorano da molti anni con lo stesso produttore: Michele Canova. Tuttavia, il primo è un innovatore che ha addestrato il suo pubblico ad aspettarsi l’inconsueto, mentre il secondo è oggi un ottimo tradizionalista più amato per il contenuto dei brani che la loro forma. Entrambi entrano in uno studio di Los Angeles col compito di masticare un universo di ispirazioni internazionali a cui gran parte degli italiani non ha accesso per poi servire prodotti che risultino tanto freschi quanto digeribili per Radio Italia. Ma se Jovanotti mette molti dei suoi esperimenti più coraggiosi in prima linea, Ferro li chiude nelle astanterie lasciando che i singoli vadano a comporre una discografia parallela – sempre pregevole, ma più timida e omogenea.

Da Ferro, tutti esigono canzoni d’amore meravigliosamente tristi e va così da quando ci sono state consegnate “Sere nere” e, solo tre mesi dopo, “Non me lo so spiegare”. Quando metti in giro una droga così pura e pesante, poi ti devi prendere le responsabilità dei tuoi tossici – alcuni, a quei tempi, erano insospettabili; oggi, per fortuna, è una dipendenza accettata dalla società che si può vivere senza vergogna. Tuttavia, Ferro ha aperto solo una campagna promozionale su cinque con una ballata (“Alla mia età”), forse perché le sue ballate funzioneranno anche senza la spinta del lancio di un nuovo album (nel caso dell’ultimo, L’amore è una cosa semplice, il primo singolo “La differenza tra me e te” era anzi il brano meno rappresentativo di una collezione molto lenta) o forse perché anche lui è un po’ stufo di essere visto solo come il crooner della tragedia sentimentale.

Venerdì notte è arrivato “Senza scappare mai più”, il singolo che anticipa il primo best of di Ferro, e le speranze di avere nuovo materiale audio su cui struggersi sono state momentaneamente rimandate: non è una ballata. Ma non è nemmeno una sorpresa, visto che suona come un brano del suo passato.

Una delle forze di Ferro è sempre stata la sua capacità di catturare l’attenzione con un grande attacco, nelle musiche e soprattutto nei testi (“Uno sguardo che rompe il silenzio”, “Sono un grande falso”, “Sono la tarantola d’Africa”). Qui tergiversa per un po’ su entrambi i piani: parla alle stelle aspettando la batteria, poi costruisce la canzone in corsa, pezzo per pezzo, in un crescendo costante fatto di piccoli dettagli e accentuato da archi minacciosi. È sì un pezzo R&B, ma non nella martellante linea vocale: il flusso di parole è inarrestabile e il cantante non prende respiro nemmeno tra una strofa e l’altra, riempiendo i vuoti con un ridondante “sai sai sai sai che”. Al primo ascolto si fa anche fatica ad assimilare tutto e catturare il suo stato d’animo, finché non si arriva, confusi, al bridge risolutore: le due persone vivevano il loro legame in modi diversi e lui, correndo, ha perso l’altro. Il bridge è anche l’unica parte scritta al passato e annulla quindi il presente del resto, che leggiamo ora come una lista di rimpianti. Il periodo ipotetico del ritornello si risolve solo con una variazione in chiusura, quando finalmente arriva un “se” (“giuro lo farei se questa rabbia mi lasciasse andare”).

Ma la chiave interpretativa nei testi di Ferro non è mai univoca e “Senza scappare mai più” è tra i più disconnessi della sua carriera. E questa è un’altra sua grande forza: usare parole semplici che tradiscono, che sembrano ovvietà ma necessitano più spiegazioni e che in alcuni casi si trasformano in massime estremamente citabili. In questo singolo, però, il trucco è fin troppo evidente, e se alcuni versi passano come ambigui (“penserei ad ognuno ma nessuno pensa a noi”; “preferisco me a chi fa finta come noi”), altri si possono catalogare come insensati (“penserei ad un male che non ci ferisca mai”).

Il successo di Ferro sta nell’ambiguità, e il fatto che ora si abbia qualche dettaglio in più sulla sua vita privata forse non aiuta (se la canzone si rivolgesse a un partner, questa sarebbe la prima volta in cui usa un aggettivo al maschile: “fermo”). Sul non-detto ha construito, con grande originalità, storie universali; oggi, in “Senza scappare mai più”, sembra volere continuare su quella linea, ma riuscendo a ritrovare l’ispirazione del passato più nei suoni che nel testo.

È il brano che inganna l’attesa per le ballate che tutti vogliono e fa senz’altro il suo dovere malgrado qualche delusione nella scrittura, ed è inoltre il singolo per un best of: non può davvero venire considerato come l’introduzione a un nuovo capitolo. L’importante è che il nuovo Tiziano non ci faccia rimpiangere i capitoli in cui scappava.

Kate Bush, Before the Dawn

Kate-Bush

Nel 1985, Kate Bush ricevette in dono da suo fratello Paddy un giubbotto di salvataggio. La cantante aveva appena pubblicato Hounds of Love, che conteneva, nella seconda parte, una suite su una donna caduta in mare che aspetta i soccorsi (“The Ninth Wave”). Quasi trent’anni dopo, Kate Bush è a mollo in una vasca in uno studio londinese per registrare i visual del secondo spettacolo dal vivo della sua carriera. Sebbene le serva solo un filmato di pochi minuti, le riprese durano sei ore e, verso la fine, inizia a mostrare segni di ipotermia. Inquadrata dall’alto, pallidissima, canta di naufragi. E indossa quel giubbotto.

Kate Bush dice che quel giorno ha iniziato a dubitare della sua salute mentale – e non solo perché, a 56 anni, si è fatta immergere in una vasca gelida in nome dell’arte: quel giorno deve anche avere messo in discussione il ritorno alle scene, per giunta dal vivo. Non ha un bel ricordo del suo primo e, fino a un mese fa, unico tour. Durante The Tour of Life, aveva vent’anni, era la cantante più controversa d’Inghilterra e, purtroppo per lei, la sua filosofia non era haters gonna hate. Inoltre, la sua creatività andava a scontrarsi continuamente con le tendenze del tempo, con le limitazioni delle tecnologia e coi costi di produzione. L’esperienza divenne da spiacevole a insopportabile dopo la morte di un tecnico, e decise di non ripeterla.

Eppure, 35 anni dopo, Kate Bush torna nello stesso teatro dove chiuse il capitolo della musica dal vivo, e lo riapre in modo grandioso. Lo fa per dare vita a due suite (“The Ninth Wave”, appunto, da Hounds of Love, e “A Sky of Honey” da Aerial del 2004), ma è abbastanza generosa da accettare un compromesso. Pur non suonando nulla dai primi quattro album, concede una manciata di successi all’inizio dello spettacolo: “Hounds of Love”, “Running Up That Hill” e una “King of the Mountain” che è pronta per essere rivalutata come classico. A costo di trasformarsi in tribute band di se stessa, Kate Bush non stravolge le versioni originali: dopotutto, escludendo qualche rara performance televisiva, quei brani non erano mai stati eseguiti dal vivo. La voce, sì, è cambiata, ma libera dalle esagerazioni di un tempo (o dalle forzature imposte dal personaggio), riesce a mettere in maggiore risalto i monoliti della sua discografia. Anche visivamente ci sono poche distrazioni, e la prima mezz’ora di show, con la cantante vestita sobriamente di nero e scalza, è la cosa più rock ‘n roll della sua carriera. Ma, una volta accomodate le esigenze del pubblico, può concentrarsi sulla vera ragione del suo ritorno. La coda di “King of the Mountain” viene interrotta bruscamente da rumori di tempesta, la band indietreggia e sul megaschermo appare il video di un uomo che, attraverso un cannocchiale, vede una nave affondare e chiama la guardia costiera. Quest’introduzione a “The Ninth Wave” serve a chiarificare la storia narrata nella suite e che, fino a oggi, non aveva potuto usufruire di aiuti visivi. Col senno di poi, il musical teatrale era il mezzo più ovvio per proporla.

Kate Bush è una naufraga nella notte e l’unica cosa che vede è la lucina di emergenza del suo giubbotto. Le allucinazioni la portano a pensare di essere intrappolata sotto il ghiaccio (“Under the Ice”) e risvegliano paure ancestrali (“Waking the Witch”). La scena si trasferisce poi in un salotto simpsoniano, dove figlio e marito guardano la tv ignari (“Watching You Without Me”). Lei cerca di comunicare con loro, ma è un fantasma senza voce, un poltergeist che può solo interferire con l’elettricità. Fa poi un salto avanti nel tempo, dove l’anziana versione di se stessa implora che la giovane del presente continui a vivere perché il futuro si realizzi. Quando arrivano i soccorsi all’alba (“The Morning Fog”), sembra di avere assistito all’intera gamma di spettacoli del West End, ma con canzoni migliori, meno jazz hands e più comparse vestite da lische di pesce.

La seconda parte dello spettacolo, “A Sky of Honey”, è la descrizione di una perfetta giornata estiva e non ha quindi la stessa ricchezza narrativa. Il concept rende la produzione più libera di perdersi in visioni astratte e perlopiù ornamentali: c’è la storia di un burattino che diventa umano e un pittore che si lamenta perché la pioggia sta facendo colare la pittura del suo quadro. L’idillico “A Sky of Honey” non è travolgente quanto “The Ninth Wave”, ma sorprende con un inaspettato cambio di registro sul finale: in un crescendo epico e tetro, vengono calati due tronchi dal soffitto, l’intera band si trasforma in uno stormo di uccelli indossando maschere inquietanti e Kate Bush spalanca un enorme portone volando con ali di corvo.

Per quanto il concerto risulti senza dubbio spettacolare grazie a queste trovate, non sembra di assistere a una creazione contemporanea. Se, dal punto di vista della tecnologia, The Tour of Life del ’79 era lo stato dell’arte (pare che il primo microfono headset sia stato proprio inventato per Bush, che aveva bisogno di tenere le mani libere per ballare), Before the Dawn è relativamente low-tech. I burattini di legno, i lenzuoli fluttuanti per rappresentare il mare, un braccio meccanico calato dal soffitto con una macchina del fumo e un faro per imitare un elicottero… In alcuni punti, sembra una produzione scolastica che ha perso il controllo dopo la scoperta dell’LSD o una produzione professionale che avrebbe bisogno di un budget e un palco tre volte più grandi. Ma anche quest’aspetto artigianale ha il suo fascino: lo rende uno spettacolo buffo, camp, inglese. Ci si sorprende per Bush che scompare e riappare da una botola al lato opposto del palco o per cannoni che sparano bigliettini con una poesia: piccole cose, se paragonate agli effetti speciali e le acrobazie delle grandi popstar nelle arene, ma non si può avere uno spettacolo pirotecnico e intimo allo stesso tempo. E all’Apollo di Hammersmith, tutti possono vedere le espressioni facciali di chi canta senza l’uso di megaschermi (e senza la distrazione, cordialmente vietata, dei cellulari).

È un’artista che sembra improvvisamente felice di accoglierci nel suo mondo, e il suo mondo, oggi, ruota attorno al figlio adolescente Albert “Bertie” McIntosh. È il responsabile sia dell’assenza prolungata che del ritorno inaspettato della madre (pare proprio sia stato lui a convincerla), e poiché nemmeno i genitori più illuminati sanno dire no ai figli con velleità artistiche, Bertie ha molto spazio nello spettacolo. Interpreta “se stesso” nella prima suite e il pittore nella seconda, con una lunga parte cantata (l’unico inedito della setlist) in cui l’inesperienza si sente tutta. Per essere il figlio che nessuno sapeva esistesse finché Peter Gabriel non si fece scappare la notizia in un’intervista (Bertie aveva già due anni), qui la sua presenza ci viene imposta con una certa insistenza. D’altra parte, Kate Bush è sempre stata un’impresa a gestione famigliare, tanto nelle questioni economiche che nelle scelte artistiche: è ciò che le ha permesso di godere, dopo più di un braccio di ferro con la EMI, di incredibili libertà, e che oggi le permette di realizzare la sua idea pura di concerto, senza intromissioni esterne. I (pochi) difetti dello spettacolo sono cancellati dall’opportunità più unica che rara di assistere alla visione intatta di un’artista incontentabile e maniacale.

In un’intervista del ’79, Kate Bush spiegò che non amava parlare durante i concerti. Che salutare, ringraziare e presentare le canzoni rompeva l’illusione di uno spettacolo concepito come una pièce teatrale. Nel 2014, quindi, è ancora più sorprendente vederla interagire con gli spettatori e con la band (per non parlare di quando, a fine serata, incita la platea a cantare “Tanti auguri a te” al fonico Greg). Kate Bush mostra una serenità che ai tempi non le era concessa, e i media e il pubblico che oggi la riaccolgono così calorosamente rappresentano l’Inghilterra che chiede scusa per avere spinto all’esilio una delle sue voci più brillanti. Ci sono voluti tre decenni, ma la generosità di Before the Dawn ripaga l’attesa.

 

Elisa, L’anima vola

Elisa-Lanimavola

Dal 1996 al 2012, Elisa ha inciso 77 brani originali. Di questi, solo 7 sono nati in italiano o sono stati tradotti dall’inglese. Tutti e 7 sono stati singoli. Fino all’anno scorso, quindi, si direbbe che Elisa è stata una cantante che si è espressa nella sua lingua madre più per necessità che per vocazione. L’italiano le ha dato una vittoria a Sanremo nel 2001, ha risollevato la campagna di un album che non andava benissimo nel 2004 e, passando per Ligabue, le ha permesso di raggiungere il successo (quello definitivo, quello che ti mette tra i pochissimi intoccabili su un piedistallo da cui non si scende più) nel 2006.

La notizia di un album interamente in italiano nel 2013 ci arriva con un senso di rassegnazione: Elisa non è più, da anni, la promessa internazionale in cui si era creduto. Dopo tanti tentativi di esportazione falliti (due raccolte per il mercato europeo e due per quello americano, tutte sconclusionate e poco mirate), sembra naturale che la cantante inizi a parlare una volta per tutte nella lingua del suo unico pubblico.

Agli esordi, Elisa non reagiva troppo bene alle domande dei giornalisti sulla lingua, ma deve averci fatto l’abitudine. Nelle interviste di questi giorni, alle mille declinazioni della domanda obbligatoria “Perché ci hai messo così tanti anni a scrivere un album in italiano?”, troverete altrettante declinazioni più o meno diplomatiche della stessa risposta – e non è quella che piacerebbe sentire a me, ovvero: “Perché in inglese sono più brava”.

Ne L’anima vola, Elisa usa un vocabolario molto ristretto, e i versi sono sconnessi, inconclusi o addirittura incomprensibili. Non è un album di contenuti, è un album leggero come il titolo che porta. In questo senso è molto efficace perché scorre in maniera gradevole e perfino ipnotica: ci si dimentica il significato di ciò che attraversa le orecchie; le parole si fondono con le musiche creando quella materia liquida e incolore di cui si nutrono certe radio. L’ipnosi di Elisa funziona così bene che, quando compare la parola “biscotto” nella traccia 10, ci si risveglia di soprassalto, ritrovando il contatto con la realtà. “Biscotto” è la scelta lessicale più ardita de L’anima vola.

Anche gli ospiti che scrivono per lei si adattano allo stile dell’album. Tiziano Ferro, che ha sempre brillato nel mescolare i registri e nel parlare di cose comuni trovando soluzioni inattese e suggestive, si trova qui a confrontarsi con una semplicità che non gli appartiene per una figlia che non gli appartiene. Il risultato (“E scopro cos’è la felicità”, dedicata alla primogenita di Elisa) è tra i meno ispirati del suo repertorio, al punto da renderlo irriconoscibile: non c’è nessuno indizio nel brano che ci riconduca davvero al suo autore e alla sua penna. Anche Ligabue scrive di maternità e, a sorpresa, la sua ninna nanna contiene il testo più riuscito dell’album. A contrario delle altre tracce, “A modo tuo” racconta una storia in modo limpido e toccante, e – doppia sorpresa – l’angolazione di Ligabue non è nemmeno tra le più ovvie: non celebra la nascita di un figlio, ma il momento in cui si separerà con difficoltà dal genitore. Nel campo di questo topos immortale, è quasi una rivoluzione.

Le musiche, come già accennato, mirano a non stupire. Malgrado qualche timido barlume di follia (l’introduzione à la Sigur Rós di “A modo tuo”, gli accenni anni ’80 di “Maledetto labirinto”, la kitschissima citazione di Beethoven via Morricone in “Ancora qui”), Elisa non sembra avere voglia di sfruttare la libertà del ruolo di produttrice. Il suo conformismo sa anche essere elegante (gli archi del mai troppo elogiato Davide Rossi sono spesso la sua salvezza), ma nell’insieme il disco si rinchiude in quel pop-rock da cardiogramma piatto che oggi popola le classifiche italiane accanto al rap. Il vuoto delle liriche, in quei territori, è un bonus.

Elisa poteva essere l’alternativa, e non solo per ragioni linguistiche: l’abbiamo sentita cimentarsi con un rock più aggressivo agli esordi, con l’elettronica misurata di Asile’s World e con la perfezione acustica di Lotus. Oggi, invece, la cantante va a posizionarsi sicura nel campo d’azione di Gianna Nannini, Giorgia e Laura Pausini, ed è preoccupante notare come i quattro nomi femminili più importanti della musica italiana, pur partendo da quattro punti del tutto diversi, si siano ritrovati a fare lo stesso genere per gli stessi ascoltatori: musica placida come il mercato che l’accoglie.

Mutya Keisha Siobhan: la reunion e il primo concerto

MKS
Poco prima che Mutya, Keisha e Siobhan salgano sul palco, qualcuno mormora: “it’s going to be the gig of the year”. Viene da sorridere e ricordargli che siamo pur sempre in una mezza bettola per lo showcase di un gruppo che non si presenta in questa formazione da 12 anni. C’è il rischio che possano essere un po’ fuori forma o che, peggio, propongano nuovi brani mediocri sgonfiando l’hype per un ritorno che non si è ancora del tutto concretizzato. Questo concerto è una mossa cauta, una prova della prova, e avviene quasi a porte chiuse, considerando che il locale può contenere al massimo mille persone. Eppure quei pochi biglietti sono andati esauriti in 14 minuti e là fuori c’è chi li rivende al quintuplo del prezzo originale.

Tutto riparte dal principio, con tre sgabelli sul palco – sinonimo inequivocabile, per chi ha seguito l’epopea della band, di “Overload”. Il singolo di esordio delle Sugababes suona ardito ancora oggi: era l’incontro, sfacciatamente minimale, tra R&B americano e uno stile britannico ancora influenzato dalla garage. Non è un caso se, a farlo incidere a quelle tre adolescenti che bazzicavano in uno studio di registrazione, fu lo stesso manager delle All Saints. Proprio come le All Saints furono la risposta credibile e adulta a quel carro di Carnevale chiamato Spice Girls, le Sugababes mostravano un aspetto più serio e contenuto delle rivali (le Atomic Kitten prima, le Girls Aloud dopo). Ballavano poco, sorridevano ancora meno.                        MKS1Non inizieranno certo a ballare stasera, ma sorridono molto, perché trovarsi davanti un pubblico così affezionato e partecipe – a Londra, per giunta, dove a malapena si applaude – va oltre ogni più rosea aspettativa. Il boato più forte arriva quando Siobhan, che lasciò il gruppo dopo il primo album e si avviò verso un’eccellente ma sfortunata carriera solista, intona il bridge di “Stronger”. Quella parte era di Heidi Range, la sua sostituta (tanto talentuosa quanto priva di carisma), e adesso spetta a lei. Nei video su YouTube che catturano quel momento, la voce di Siobhan si perde tra le urla del pubblico: c’è, oltre all’apprezzamento per la cantante, l’eccitazione di vedere per la prima volta cosa sarebbe successo se le decisioni di qualche manager e le lotte intestine non avessero compromesso la sua presenza nella band. Per ragioni simili, se ne andò anche Mutya nel 2005, all’apice del successo del gruppo, per un progetto soul mai decollato. Finì poi nella versione VIP del Grande fratello e in qualsiasi programma che volesse un parere sulla sua amica Amy Winehouse.

Se un tempo le differenze le portarono a tensioni e litigi, ora fanno di loro un gruppo versatile e consapevole della sua unicità. I sette inediti presentati stasera mettono in luce una varietà che forse in passato, per mancanza di esperienza ed età, non avrebbero saputo ottenere. “No Regrets”, prodotta da Naughty Boy, è un’intensa power ballad che sancisce l’armistizio tra le tre ragazze; “Love Me Hard”, che porta il leggendario marchio Biffco, è un’altra ballata molto classica su un beat sintetico e valorizza al massimo l’unione delle loro voci; “Boys”, alla quale ha lavorato anche MNEK, è la più veloce e leggera (diciamo pure che il testo è un po’ cretino), ma avendo un arrangiamento marcatamente elettronico, ci guadagnerà in versione studio. “Boys” doveva anche essere il primo singolo, finché Dev Hynes non arrivò con una canzone nettamente superiore che, come tutte le recenti produzioni del musicista inglese, trova un’incredibile armonia tra retro e modernità: suona familiare, ma non c’è nulla di simile in giro. Nel bis, il crescendo finale di “Flatline” viene arricchito dai versi di “Push the Button” e per qualche strana ragione funziona alla grande. È l’ultima sorpresa di un concerto che qualcuno, ancora prima che iniziasse, aveva già definito the gig of the year. La cosa incredibile è che ci aveva visto giusto.

Frank Ocean: la rivoluzione arancione

“No Church in the Wild” è un video per il quale vale la pena incazzarsi. Romain Gavras, del resto, è specializzato in trucchetti del genere, è il suo mestiere. Ma se “Born Free” di M.I.A. o “Stress” dei Justice si potevano quasi giustificare con un messaggio e catturavano un’ultra-violenza viscerale e per questo spaventosa, “No Church in the Wild” si può solo descrivere come gratuito. Un video fatto per provocare senza pensare alle conseguenze, o meglio, senza pensare alle cause. Le cause che l’estate scorsa hanno portato centinaia di ragazzini a sfasciare una città per rubare schermi al plasma. Jay-Z e Kanye West non sono politici, non hanno responsabilità dirette, ma sono voci importanti: non sono tutti così maturi da guardare le loro produzioni con la dovuta leggerezza, come fossero belle e bizzarre installazioni artistiche. Per coprire poliziotti e molotov della stessa patina glamour con cui un attimo prima si sono mostrate tette e limousine, si dovrebbe offrire una ragione valida – soprattutto da parte di due che le riot più sanguinose a cui potrebbero assistere sono quelle tra Drake e Chris Brown in discoteca.

Come se non bastasse, il video di “No Church in the Wild” non c’entra nulla con la canzone: dovrebbe essere una riflessione sulla religione, ma si materializza in un’accozzaglia di citazioni e cliché che culminano su Kanye che sniffa cocaina dal corpo di una ragazza nera e nota che ciò la fa sembrare una zebra. Che curioso effetto! A che animali assomiglieranno, invece, i ragazzi del video con lo spray urticante in faccia?

Le carriere di Kanye e Jay-Z si basano su questo: ottimi, memorabili one-liner sempre slegati dal contesto perché, nell’ansia di far rimare Rolls-Royce Corniche con police, si sono dimenticati di crearlo, un contesto. Se critica e pubblico hanno eletto “No Church in the Wild” come uno dei pezzi più significativi dell’hip hop/R&B contemporaneo (anche prima che uscisse come singolo), è merito del ritornello scritto e cantato da Frank Ocean. Se le immagini di Romain Gavras riescono a caricarsi per pochi attimi di un significato è grazie a quella manciata di versi: una riflessione sulla gerarchia del potere, dal basso verso l’alto, nell’ottica della fede (l’uomo comune, la folla, il re, Dio, e infine l’uomo che non crede, più potente di Dio stesso, ma senza una Chiesa che possa salvarlo). Basta un ritornello per capire che Frank Ocean è di un’altra specie. Lui, a contrario dei suoi mecenati, non ha bisogno di one-liner a effetto.

“Novacane” del 2011, il suo primo singolo (sebbene estratto da un album mai pubblicato ufficialmente), è una canzone su sesso e droga. Ma il sesso è con un’aspirante dentista incontrata a Coachella che si paga gli studi col porno e la droga è un anestetico locale. I cliché del genere vengono frantumati col racconto di un’esperienza tutt’altro che piacevole, in un ambiente squallido dove Frank fa rimare pretty con pity. Non c’è lusso né lussuria: c’è una storia filmata da Frank con gli occhi appannati e la faccia anestetizzata. Una storia non necessariamente vera (né troppo vicina al suo stile di vita: “la mia cucina di solito è abbastanza pulita” e “non prendo cocaina a colazione!”, dice in un’intervista facendo riferimento a due versi del testo), ma più convincente e coinvolgente di qualsiasi attività ricreativa svolta da due nig*as a Parigi.

L’ulteriore conferma del talento narrativo e interpretativo di Frank Ocean è arrivata con “Bad Religion”. Un tassista diventa confessore e psicologo improvvisato col compito di “sorpassare i demoni” e riportarlo alla preghiera, perché al momento riesce solo a credere al culto di un amore non corrisposto. Che quel him si riferisca a una persona o a Dio non ha molta importanza, ma la canzone arriva qualche giorno dopo un post in cui l’artista confessava di essersi innamorato di un uomo – un amore a quanto pare non corrisposto, segreto e risalente a molti anni fa. È inevitabile tracciare un legame tra quella nota e il brano che, tra tutti, ha scelto di cantare alla sua prima grande apparizione televisiva da Jimmy Fallon. I due elementi sono parte di una storia che Frank vuole condividere; due momenti di fragilità, debolezza e confusione in un ambiente che di norma incoraggia l’opposto.

“Non chiamatelo coming out”, dice giustamente Pitchfork, e non chiamatela nemmeno una mossa di marketing per promuovere Channel Orange. Attirare attenzione sul tema era un rischio non indifferente che avrebbe potuto alienare una bella fetta del suo pubblico (e di sicuro gli ha fatto perdere la distribuzione delle copie fisiche in alcuni supermercati), ma le posizioni in classifica e la critica dicono altrimenti.

Sempre in “Bad Religion”, Frank dice di avere “tre vite in bilico sulla testa come coltelli”: il membro della crew Odd Future (notoriamente omofoba e misogina, ma che al momento sta supportando le sue scelte), il cantante R&B sentimentale e il ventiquattrenne che su Tumblr alterna riflessioni religiose e foto del suo cane. È impossibile prevedere quale di queste personalità avrà la meglio nel corso della sua carriera, ma per ora la loro unione ha generato un album fuori dai canoni, intimo e onesto che non ha bisogno di video scioccanti, autotune e autocompiacimenti. Questa è la rivoluzione di Channel Orange.

Questa immagine ce la manda Beyoncé.

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Garbage, Not Your Kind of People + intervista a Shirley Manson

Qualche giorno fa, parlando dell’album e il tour che segnano il ritorno dei Garbage, scrivevo: «se potessi fare loro una domanda…». Il bello è che questa opportunità è effettivamente arrivata e ho chiacchierato con Shirley Manson di rock alternativo, i suoi modelli, i suoi discepoli e il suo cane.

L’intervista si legge su Grazia.

Lana Del Rey, Born To Die

Sono passati meno di sei mesi dall’arrivo di “Video Games” su YouTube, e ancora meno da quando la inserii nella compilation estiva e ripercorsi la cronologia del fenomeno Lana Del Rey e le sue critiche. Oggi, in un certo senso, si chiude un ciclo: esce Born To Die e la mia inevitabile recensione si legge su Grazia.

(Ogni tanto date un’occhiata alla mia rubrica su Grazia. Potreste trovarci, chessò, un’intervista a Porcelain Raft? Un profilo di Azealia Banks?)