Lorde, Melodrama World Tour 2017

Per tutta l’estate scorsa, Lorde è stata impegnata in un tour che ha toccato i più importanti festival del mondo. In alcuni di quei concerti, l’artista ha presentato l’album Melodrama portando sul palco una gigantesca teca trasparente che lentamente si riempiva di ballerini. Prima entrava una ragazza sola con in mano un cellulare, poi altri, e infine Lorde stessa, fino a imitare una festa. Lo spettacolo rifletteva i brani, perché le feste, o più in generale i raduni e le compagnie sono sempre presenti nei testi di Lorde. Ne esamina le dinamiche con spirito critico, ma senza affondare (come ha fatto di recente Alessia Cara nella cinica “Here”); celebra questi momenti dall’interno, riconoscendone l’importanza formativa, e al contempo è una saggia osservatrice che si pone domande: cosa e dove sono i posti perfetti che cerchiamo di raggiungere con droghe e alcol? Cosa rimarrà quando torneremo sobri?

È per quest’affinità di concept che lo spettacolo funzionava così bene, e non è quindi chiaro perché per il Melodrama World Tour, partito da Manchester il 26 settembre, Lorde abbia deciso di presentare qualcosa di diverso. Era troppo complicato portare la struttura in giro e su palchi più piccoli o non voleva ripetersi?

Il Melodrama World Tour non ha lo stesso impatto scenico e rispecchia i problemi di un’artista in bilico tra pop e alternative: pop nelle ambizioni, alternative nel budget. La scenografia è composta solo da una scritta al neon “Melodrama”, la riproduzione di un vecchio televisore e tre installazioni luminose per i tre atti dello show: un astronauta, un’arcata floreale e una stella cadente (livello: luminarie natalizie comunali). Nessuna di queste trovate è particolarmente efficace o bella: le immagini del televisore (montaggi di film) sono visibili solo dalle prime file, il resto si perde nell’immenso Alexandra Palace di Londra. Ma forse il problema sta proprio nelle dimensioni della venue: l’Alexandra Palace può contenere più di 10.000 persone, mentre il Fabrique di Milano, dove arriverà tra qualche settimana, 3000. Si sta assistendo a uno show destinato a locali medi piazzato in un contesto fuori misura. Eppure anche i ballerini, qui, sembrano superflui e, vestiti di nero su sfondo nero, fanno la stessa fine dei musicisti sistemati al buio in fondo al palco. Con o senza fronzoli, lo spettacolo è lei, Ella.

Il pubblico viene accolto con una compilation di brani affatto casuali, che parte da Nelly Furtado e Jaden Smith e culmina su Kate Bush. Il volume di “Running Up that Hill” viene gradualmente alzato fino a renderla, di fatto, la prima canzone in scaletta. Le affinità con l’artista inglese sono tante (e in “Writer in the Dark”, purtroppo non eseguita dal vivo, si legge un chiaro omaggio): entrambe adolescenti prodigio dotate di intelligenza e movenze aliene che inventano un’idea di cool tutta loro e, anche se travolte dalla fama, mantengono la grazia di chi ha anni di esperienza alle spalle. Entrambe orgogliosamente melodrammatiche, entrambe situate nell’intersezione di un ipotetico diagramma di Venn tra goth e glitter.

Gli intermezzi video che precedono ogni atto dello show non sono tra i più originali – frammenti amatoriali di vacanze mai esistite, icone pop senza un evidente filo conduttore – ma la voce narrante di Lorde, che dice di voler sezionare un cuore per vederne i sentimenti, ha un suo fascino naïf. È comunque l’opera di una ventenne, che forse vorrebbe indirizzarsi di più ai suoi coetanei ma, per via del prezzo del biglietto, si trova davanti a un pubblico spostato verso i trenta e oltre. Parla anche molto di sé e della rottura che ha generato l’album; fa riflessioni meta sul suo processo creativo, come quando ha immaginato i fan che cantano il “na-na-na-na-everyone” di “Liability” mentre la stava scrivendo. Dice di essere una stramba, ma prova ancora davvero insicurezza nel suo modo di ballare e cantare o è parte del personaggio? Perché sembra avere il controllo totale dei suoi mezzi, e la sua gamma di espressioni facciali, proiettata sui megaschermi, la rende un’interprete straordinaria. Ecco, la più grande soddisfazione nel vedere Lorde dal vivo è constatare se un ghigno o un sorriso che si percepivano nell’interpretazione in studio esistono anche in 3D.

La scaletta è generosa e rende evidente quanti inni abbia inciso nel giro di due album. Manca l’ultimo singolo “Homemade Dynamite”, forse perché, in tempi di esplosivi artigianali sulle metropolitane e ai concerti, sarebbe sembrato inappropriato. In due momenti chiede al pubblico di lasciarsi andare: il primo è sull’assolo di batteria di “In the Air Tonight”, cover improbabile e azzeccatissima che riabilita Phil Collins e un intero decennio in cui non era ancora nata; il secondo è annunciando “Green Light”. Il pezzo che sceglie per chiudere contiene tutti gli elementi per spiegare la grandezza di Lorde: un’idea di pop atemporale e una struttura che se ne infischia delle regole (sua maestà Max Martin l’ha definita scorretta, ma lei ha rifiutato di correggerla); l’euforia, la rabbia e la lucidità nell’affrontare l’addio a un amante che è anche l’addio all’adolescenza; il melodramma.

Frank Ocean, Blonde Tour 2017

Frank Ocean è in ritardo di 20 minuti e il pubblico si sta spazientendo. Non c’è più il rischio che annulli il concerto (questa è la sesta data del tour, e la terza che non cancella), ma qui coi coprifuoco non si scherza. Se nel 2012 a Hyde Park staccarono la spina a due leggende del rock, è improbabile che a Victoria Park possano essere più clementi con Frank – anche lui una leggenda, ma nel senso che le sue assenze prolungate ci fecero dubitare che esistesse davvero. Arriva alle 22 (e dovrà chiudere forzatamente alle 23) e la frustrazione del pubblico diventa calore. È incerto e sbaglia spesso, ma dalla folla arrivano dichiarazioni d’amore e incoraggiamenti. Faccio un paragone azzardato per diversi motivi, ma mi vengono in mente le reazioni dei fan ad alcuni concerti di Amy Winehouse: sul palco c’è una star planetaria adorata e premiata, ma lo spettatore sente di doverla incoraggiare come se avesse davanti un bambino spaventato alla recita della scuola. Lì dentro c’è qualcosa di speciale: se abbiamo pazienza, se ci lasciamo dietro lo scazzo da clienti indispettiti o da giudici a un talent show, avremo la fortuna di assistervi.

Ci mette un po’ a ingranare, ma il primo momento speciale arriva finalmente a metà del set, quando si accuccia per suonare alla tastiera quella che diventerà un’introduzione a “Good Guy”. È speciale perché obbliga a prendere una posizione: decidere se siamo annoiati da un artista che propone una parentesi così intimista all’headline show di un festival o se vogliamo accettare le sue regole. Non è musica per le masse nel senso letterale del termine, ma del resto nella stessa giornata ho sentito gente urlare le parole di “Cranes in the Sky” di Solange e “(No One Knows Me) Like The Piano” di Sampha: negli anni della crisi del rock tradizionale, abbiamo trovato inni dalle forme inconsuete. Ed ecco che “Ivy”, “Thinkin’ Bout You” e “Nights”, presentate in sequenza, vengono elevate dagli ascoltatori a classici contemporanei pur restando canzoni che sembrano demo.

Frank non è interessato a trasformare la sua musica-per-farsi-le-canne in musica da stadio, ma trova un’idea di scena che riduce le distanze dal pubblico e rende spettacolare il suo non-spettacolo: l’intero concerto si tiene su una piccola piattaforma collegata al palco da una passerella, che lui userà solo per entrare e uscire. È al centro della folla, dall’inizio alla fine, e seguito o, meglio, marcato da due cameramen. Le riprese vanno in diretta sui megaschermi, talvolta filtrate e rese volutamente lo-fi e fintamente amatoriali, e il risultato è ipnotico. Non c’era modo migliore per rappresentare l’estetica dell’artista e tradurla per la dimensione live, catturando al contempo in modo documentaristico la sua problematica miscela di narcisismo e timidezza. Fanculo Endless e la sua scala a chiocciola: questo sarebbe materiale per un visual album memorabile.

Il suo unico banger “Pyramids” viene tagliato per il coprifuoco di cui sopra e mi sorprendo di pensare: “meglio così”, perché avrebbe cambiato troppo l’atmosfera. “Nikes” sarebbe stata il comedown e invece stasera diventa un finale aperto e surreale: il testo appare sugli schermi a mo’ di karaoke, e a scandire le parole è la faccina di Hello Kitty. Canta: “I’ll mean something to you”, ma ci è già riuscito.

Adele Live 2016, The O2

Adele

Sono passati cinque mesi da quando Adele ha detto “Hello” al Regno Unito con una clip durante una pausa pubblicitaria di X Factor. Dopo pochi minuti, il suo saluto era una questione universale – nonché universalmente comprensibile. Perché se il titolo del primo singolo di 21 metteva in difficoltà anche i madrelingua, l’apripista di 25 ha reso evidenti le ambizioni globali della sua interprete fin dalla prima parola. E se la valanga di 21 aveva preso tutti alla sprovvista (quando “Someone Like You” toccò la vetta della Billboard Hot 100, il tour degli Stati Uniti era già finito), la calcolatissima campagna promozionale di 25 non poteva non portare Adele nelle arene più grandi del mondo. Nell’annuncio stesso, la cantante, che salutava i fan di Facebook riciclando il suo verso/meme, ammetteva: “Finora ho bluffato, ma certo che vado in tour”.

Anche questa volta, inizia dal Regno Unito, e col brano che ha segnato il suo ritorno. Gli occhi dell’artista, proiettati su un maxischermo, erano rimasti chiusi mentre il pubblico si sistemava e finalmente si aprono. A ogni battito di ciglia, riecheggia la parola hello, per tre volte, finché Adele non emerge dalla botola di un piccolo palco quadrato al centro dell’O2 di Londra. Il pubblico che la circonda si alza educatamente dalle sedie e solleva i cellulari. Ci sono solo posti a sedere e Adele stessa ne farà una battuta (“Ho pensato alle vostre ginocchia”); si parte alle 20 e si finisce alle 22. Del resto, è una serata per famiglie, per turisti e per chi magari non sente spesso musica dal vivo. Non ci sono nemmeno supporter ad aprire il concerto o troppe distrazioni durante lo stesso: per molte canzoni, la band è invisibile e i maxischermi sono spenti perché basta un occhio di bue su di lei. Il palco principale è ridotto al minimo e si accende del tutto solo per una breve sequenza di pezzi più ritmati (“Rumour Has It”, “Water Under the Bridge”), dando l’illusione di un vecchio varietà televisivo. Le trovate di scena sono poche e ovvie (l’effetto pioggia durante “Set Fire to the Rain”; immagini del suo quartiere e la sua città in “Hometown Glory”; qualche foto fintamente ingiallita durante “When We Were Young”) perché lo spettacolo, come del resto l’album che deve promuovere, non può osare troppo.

Lei sa bene chi ha davanti, e continua a ricordarci delle sue origini modeste. A metà concerto un gruppo di ragazzine la interrompe facendosi largo tra le sedie: si lamentano perché la security non le lascia stare in piedi. Adele non le manda via, ma le difende: dice che al suo concerto decide tutto lei e trova loro dei posti migliori. (Fa lo stesso via Twitter, a più riprese, regalando biglietti a fan disperati.) Vuole che si torni a casa pensando: “È una di noi”.

Prima di “Someone Like You”, confessa che avrebbe voluto aprire le serate cantando quel brano da lassù, the shittiest seats in the house, per stare più vicino a chi non può permettersi il parterre (e sul palco ride di chi ha pagato migliaia di sterline per lei). L’idea è stata poi accantonata, forse per difficoltà tecniche, forse perché ogni tanto ha qualcuno a ricordarle che è una superstar, ma sembrava genuina: la cantante del popolo che vuole dare l’illusione dell’esperienza VIP a tutti. Non a caso i biglietti, anche per i posti meno costosi, arrivavano in un’elegante custodia di cartone nero, e dicevano “Enjoy your evening with Adele”.

E in effetti ci si diverte, perché per ogni lancinante canzone d’amore c’è un siparietto più o meno spontaneo. Si può andare a un concerto di Adele per la musica, che è tanta, è nota, ed è eseguita in modo tanto impeccabile quanto prevedibile, ma il vero spettacolo è lei. Che parla in continuazione – di com’è difficile scoppiarsi i brufoli con le unghie lunghe, di quanto le piacciano le All Saints e gli East17, di come il suo repertorio sia considerato noioso e lei vecchia, di come chiunque creda di essere più grande di Paul McCartney “can literally suck my dick”. Viene quindi da chiedersi come farà, in paesi in cui non c’è grande familiarità con l’inglese – il suo inglese, peraltro – a comunicare così con gli spettatori (e ne sa qualcosa quella povera interprete di Che tempo che fa, che a fatica riusciva a stare dietro ai suoi fiumi di parole). A un certo punto si tradisce dicendo: “Let’s have some crowd interaction”, come se appunto l’interazione col pubblico sia più un’esigenza di scaletta che un desiderio, ma ci sono artisti che vendono un millesimo dei suoi dischi e a stento salutano: lei tira su i bambini sul palco, dedica canzoni agli sconosciuti, celebra matrimoni, si presta ai selfie. L’Adele che abbiamo visto nello speciale di Graham Norton o nel Carpool Karaoke con James Corden non è un’eccezione per le telecamere, e ora che ha fatto pace con la fama, può concedersi di essere non solo una grande cantante, ma anche un’incredibile entertainer.

Björk, Vulnicura

vulnicura-cover

7 mesi prima

Björk è il tipo di artista che, potendo scegliere, si limiterebbe a registrare un album ogni quattro anni, corredarlo di qualche video interessante e fare lo stretto indispensabile per promuoverlo dal vivo. Ed è quello che ha fatto finché i soldi, nell’industria musicale, si facevano così, tentando i fan con numerose edizioni limitate e singoli impacchettati in decine di versioni diverse. Non sorprende che, nel momento in cui tutto è andato a rotoli, abbia cercato di potenziare l’offerta, prima antologizzando ogni aspetto della sua carriera in bellissimi cofanetti e poi inventandosi nuovi modi di estendere il concetto di album. Biophilia, la cui era è durata ben più a lungo di quanto meritasse, è nato con un set di applicazioni, è diventato un film, un documentario con Attenborough, una serie di laboratori per bambini e un programma educativo per le scuole. Björk stessa, intervistata dal Guardian a giugno 2014, nota la contraddizione: un progetto che nasceva per liberare la musica dai suoi schemi di composizione tradizionali è stato costretto a entrare in altri schemi, forse ancora più rigidi, per potere essere accettato dalle scuole scandinave e diventare parte del curriculum didattico. Si può dubitare dell’utilità dell’iniziativa (esistono migliaia di app per fare musica e quelle di Biophilia non sono nemmeno lontanamente tra le migliori), ma non del potere di Björk. Ha costruito un brand culturale allineato ai suoi valori, confermandosi l’innovatrice che piace alla stampa e al suo pubblico; è riuscita nell’impresa di trasformare un album in qualcosa di pratico e concreto. Tuttavia, i meriti musicali di Biophilia sono sfumati in fretta. A volere essere cinici, non era che una raccolta di suggestive metafore prestate dalla natura per parlare di sentimenti: la scelta di un’artista che, al settimo album, non sapeva più dove trovare quella creatività di un tempo, e si era messa a cercarla ovunque, perfino attraverso periscopi e microscopi.

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