Record Store Day 2011: Nostalgia Anticaglia

Non compro un CD in un negozio indipendente dal 2005. Ho fatto i calcoli. Negli ultimi sei anni, ho comprato musica su supporto fisico solo ai concerti (artisti per i quali qualche copia in più può fare la differenza) o in megastore e catene (per fare regali dell’ultimo minuto). Stavo quasi per pentirmi di questo comportamento, poi ci ho riflettuto e mi sono trovato innocente.

Non ho un bel ricordo dei negozi di dischi. Dove abitavo, ce ne erano due non troppo lontani da casa mia. Erano la tappa obbligatoria di ogni passeggiata, ma proprio non se lo meritavano. Uno dei negozianti era particolarmente ignorante e con gli amichetti ci divertivamo a chiedere dischi di band inesistenti. La risposta era sempre: “ci arriva la settimana prossima”. Quando, invece, la band esisteva perché – giuro – l’avevo vista su TMC2, il disco non lo avevano mai e mi toccava ordinarlo. Da quel momento, i negozianti sapevano che mi sarei presentato tutti i santi giorni fino all’arrivo della mia sudata copia, ma credo non gli dispiacesse troppo, dato che potevano estorcermi fino a 42.000 lire. A volte il CD lo vendevano già sbucciato, a volte c’erano talmente tanti adesivi sopra che a stento si vedeva la copertina – e a casa puntualmente cercavo di grattarli via e rimuovere le tracce di colla dalla jewel case.

Ora uno dei due negozi ha chiuso, l’altro è principalmente un videonoleggio, ma può ancora contare sui fan di Biagio Antonacci ed espone un cartonato ingiallito di Céline Dion dal ’98.

Spiacente, non ho mai avuto un negoziante capellone che ti fa scoprire la musica che ti cambia la vita e con cui passi i pomeriggi a chiacchierare di grunge (ti svelo un segreto: per quanto tu lo considerassi un fratello maggiore putativo, lui voleva i tuoi soldi) ma mi rendo conto che per molti il Record Store Day porti alla luce questi ricordi. Istituito nel 2007 da un gruppo di proprietari di negozi americani, e ampiamente supportato da grossi nomi come i Metallica (in your face, Napster!), in pochi anni è diventato un evento internazionale gigantesco. La lista di concertini speciali e singoli in edizione limitata previsti per sabato è lunghissima e gli anni scorsi in alcuni negozi hanno dovuto fare entrare poche persone alla volta per questioni di sicurezza. E si scoprì che non c’è molta differenza tra i fanatici Apple, le fashioniste che si accalcano da H&M per la collezione Lanvin e i branchi di hipster che vogliono mettere le mani su un 45″ di Wavves.

Come se non bastasse, sabato sarà una festa memorabile per coloro che amano dire: “il giradischi ha un suono caldo e corposo”; “qui una volta era tutto vinile” e “l’mp3 è un formato di scarsa qualità: lo so perché le mie orecchie captano gli ultrasuoni”. Poi arriveranno quelli de “L’ODORE DELLA CARTA!” e si accorgeranno di aver sbagliato giornata.

Non fraintendetemi, il RSD è una bella iniziativa, è giusto che esista e che una volta all’anno si commemorino un mestiere e un’abitudine che stanno per scomparire. Opporsi all’evento sarebbe un po’ come dire al WWF di arrendersi sulla questione dei panda perché ‘sti idioti non si vogliono mai riprodurre, hanno una dieta troppo selettiva e questa estinzione se la sono andata a cercare. Però, diciamoci la verità, oggi il mondo è un posto migliore per i fruitori di musica (e di libri, film, serie televisive, ecc.) e, davanti a svariati giga su iTunes, nulla può la nostalgia del negozietto. Alcuni gioiscono del piacere della conquista, io preferisco tirare fuori la carta di credito (questa frase suona un po’ ambigua, non è che puoi riscriverla? NdR).