Adele Live 2016, The O2

Adele

Sono passati cinque mesi da quando Adele ha detto “Hello” al Regno Unito con una clip durante una pausa pubblicitaria di X Factor. Dopo pochi minuti, il suo saluto era una questione universale – nonché universalmente comprensibile. Perché se il titolo del primo singolo di 21 metteva in difficoltà anche i madrelingua, l’apripista di 25 ha reso evidenti le ambizioni globali della sua interprete fin dalla prima parola. E se la valanga di 21 aveva preso tutti alla sprovvista (quando “Someone Like You” toccò la vetta della Billboard Hot 100, il tour degli Stati Uniti era già finito), la calcolatissima campagna promozionale di 25 non poteva non portare Adele nelle arene più grandi del mondo. Nell’annuncio stesso, la cantante, che salutava i fan di Facebook riciclando il suo verso/meme, ammetteva: “Finora ho bluffato, ma certo che vado in tour”.

Anche questa volta, inizia dal Regno Unito, e col brano che ha segnato il suo ritorno. Gli occhi dell’artista, proiettati su un maxischermo, erano rimasti chiusi mentre il pubblico si sistemava e finalmente si aprono. A ogni battito di ciglia, riecheggia la parola hello, per tre volte, finché Adele non emerge dalla botola di un piccolo palco quadrato al centro dell’O2 di Londra. Il pubblico che la circonda si alza educatamente dalle sedie e solleva i cellulari. Ci sono solo posti a sedere e Adele stessa ne farà una battuta (“Ho pensato alle vostre ginocchia”); si parte alle 20 e si finisce alle 22. Del resto, è una serata per famiglie, per turisti e per chi magari non sente spesso musica dal vivo. Non ci sono nemmeno supporter ad aprire il concerto o troppe distrazioni durante lo stesso: per molte canzoni, la band è invisibile e i maxischermi sono spenti perché basta un occhio di bue su di lei. Il palco principale è ridotto al minimo e si accende del tutto solo per una breve sequenza di pezzi più ritmati (“Rumour Has It”, “Water Under the Bridge”), dando l’illusione di un vecchio varietà televisivo. Le trovate di scena sono poche e ovvie (l’effetto pioggia durante “Set Fire to the Rain”; immagini del suo quartiere e la sua città in “Hometown Glory”; qualche foto fintamente ingiallita durante “When We Were Young”) perché lo spettacolo, come del resto l’album che deve promuovere, non può osare troppo.

Lei sa bene chi ha davanti, e continua a ricordarci delle sue origini modeste. A metà concerto un gruppo di ragazzine la interrompe facendosi largo tra le sedie: si lamentano perché la security non le lascia stare in piedi. Adele non le manda via, ma le difende: dice che al suo concerto decide tutto lei e trova loro dei posti migliori. (Fa lo stesso via Twitter, a più riprese, regalando biglietti a fan disperati.) Vuole che si torni a casa pensando: “È una di noi”.

Prima di “Someone Like You”, confessa che avrebbe voluto aprire le serate cantando quel brano da lassù, the shittiest seats in the house, per stare più vicino a chi non può permettersi il parterre (e sul palco ride di chi ha pagato migliaia di sterline per lei). L’idea è stata poi accantonata, forse per difficoltà tecniche, forse perché ogni tanto ha qualcuno a ricordarle che è una superstar, ma sembrava genuina: la cantante del popolo che vuole dare l’illusione dell’esperienza VIP a tutti. Non a caso i biglietti, anche per i posti meno costosi, arrivavano in un’elegante custodia di cartone nero, e dicevano “Enjoy your evening with Adele”.

E in effetti ci si diverte, perché per ogni lancinante canzone d’amore c’è un siparietto più o meno spontaneo. Si può andare a un concerto di Adele per la musica, che è tanta, è nota, ed è eseguita in modo tanto impeccabile quanto prevedibile, ma il vero spettacolo è lei. Che parla in continuazione – di com’è difficile scoppiarsi i brufoli con le unghie lunghe, di quanto le piacciano le All Saints e gli East17, di come il suo repertorio sia considerato noioso e lei vecchia, di come chiunque creda di essere più grande di Paul McCartney “can literally suck my dick”. Viene quindi da chiedersi come farà, in paesi in cui non c’è grande familiarità con l’inglese – il suo inglese, peraltro – a comunicare così con gli spettatori (e ne sa qualcosa quella povera interprete di Che tempo che fa, che a fatica riusciva a stare dietro ai suoi fiumi di parole). A un certo punto si tradisce dicendo: “Let’s have some crowd interaction”, come se appunto l’interazione col pubblico sia più un’esigenza di scaletta che un desiderio, ma ci sono artisti che vendono un millesimo dei suoi dischi e a stento salutano: lei tira su i bambini sul palco, dedica canzoni agli sconosciuti, celebra matrimoni, si presta ai selfie. L’Adele che abbiamo visto nello speciale di Graham Norton o nel Carpool Karaoke con James Corden non è un’eccezione per le telecamere, e ora che ha fatto pace con la fama, può concedersi di essere non solo una grande cantante, ma anche un’incredibile entertainer.

My Compact Diss: Gennaio

Per quanto sembri strano anche a me, ho scoperto che c’è gente che pubblica album a gennaio. Pochi, ma ci sono. Peggio per loro, perché tutti se ne dimenticheranno al momento di stilare le liste di fine anno. <cough> Vampire Weekend </cough>

Rye Rye
Go! Pop! Bang!
N.E.E.T.

Rye Rye ha diciannove anni, viene da Baltimora e, se McNulty non l’arresta prima di gennaio, presto sentiremo il suo album di debutto Go! Pop! Bang! Cosa dobbiamo aspettarci da questa protégée di M.I.A.? Esatto: quel tipo di musica, quel tipo di estetica nei video, quei vestiti catarifrangenti. E non è necessariamente una brutta cosa. Se attraverso Rye Rye possiamo aggirare il problema M.I.A. tenendoci la sua musica e eliminando la sua boccaccia, io non ho nulla in contrario. Il problema sarà distinguerla da Santigold.

Verdena
Wow
Universal

La mia prima reazione al nuovo singolo dei Verdena non è stata esattamente “WOW”. È stata più “WTF”, ma un WTF positivo. È una bella canzone, battistianissima – e lo intendo come un complimento – da un gruppo a cui non ho mai prestato troppa attenzione, ma che “ha ancora qualcosa da dire”/”è arrivato a un difficile traguardo”/”non ha paura di mettersi in gioco” (scegliere topos recensorio a piacere). Poi si potrebbe parlare del loro fastidioso atteggiamento, del fatto che i titoli dei loro pezzi continuano a sfidare le mie capacità mnemoniche e vincono, o che le loro liriche sembrano venute fuori dal generatore automatico di testi dei Verdena. Ma chi se ne frega. Tutto il resto l’ha già detto benissimo Simone Rossi.

Cristina Donà
Torno A Casa A Piedi
EMI

Cristina Donà è sempre rimasta un po’ in disparte a farsi gli affari suoi. È stata l’unica cantante italiana di una certa importanza a non figurare tra le Amiche per l’Abruzzo e, se escludiamo un’apparizione con Nada, non è mai stata a Sanremo (nel 2008, Pippo la invitò e poi la bocciò). Inoltre, è anche l’unica persona ad avermi fatto digerire un duetto con Giuliano Sangiorgi e non è cosa da poco. Quindi a questo punto vorrei tanto dire: “è bravissima, comprate il suo nuovo album”. E invece no, perché il primo singolo, “Miracoli“, rompe la quasi-perfezione della sua discografia: è banale (non pensavo avrei mai usato questo aggettivo parlando della Donà). L’aiuto alla produzione e agli arrangiamenti di Lanza (già collaboratore di Pelù, Antonacci, Vasco: HO TANTO FREDDO) non mi lascia ben sperare. Questa volta non si va a colpo sicuro, aspettiamo di ascoltare il resto.

Gianna Nannini
Io E Te
Sony

Bla bla bla Gianna Nannini bla bla bla figlia bla bla bla sì ma però. Bla bla bla maternità bla bla bla grande emozione bla bla bla disco nuovo.

Adele
21
XL Recordings

Non so perché ho ignorato Adele per tutto questo tempo. Gli indizi erano a suo favore: un contratto con la XL Recordings, valanghe di premi e, nonostante l’aspetto non proprio freschissimo, la signorina ha solo 22 anni. Il nuovo singolo “Rolling In The Deep” è bellino, ma c’è voluta questa esibizione dal vivo di “Someone Like You” per farmi accorgere di lei.

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Appunto, la perfezione. Come dice Jools Holland col suo accento pretenzioso alla fine del video, è una canzone che potrebbe avere cent’anni o essere stata scritta ieri. Non so come suonerà sul disco e non me ne frega niente. È questa esibizione che terrò nell’iPod, perché sono quelle piccole imperfezioni della voce che mi uccidono e non credo che resteranno nella versione in studio. Per una volta lo dico seriamente: “mi sei arrivata”.