MTV EMA: ridatemi la “E”

Domenica sera a Madrid si sono tenuti gli MTV Europe Music Awards e ci siamo nuovamente cascati. Come ogni anno, la rete ha fatto il possibile per creare spasmodica eccitazione intorno all’evento, promettendo faville e parate di stelle. È il loro mestiere e ci investono un sacco di soldi, ma la realtà è che MTV è più brava nei preliminari che nell’amplesso. Infatti, dando un’occhiata alle notizie di oggi, i giornalisti devono essersi trovati veramente in difficoltà a fare il loro compitino. A cerimonia conclusa, sono uscite solo due tracce per il tema: Descrivi i cambi d’abito della conduttrice Eva Longoria e Elenca i premi assegnati sottolineando il trionfo annunciato di Lady Gaga. E di cos’altro si potrebbe parlare? È mancato il momento “virale” (la star che sbotta, lo scivolone esilarante, la scapezzolata involontaria wardrobe malfunction) ed è stato tutto così mediocre che è anche difficile criticarli duramente e definirli un fallimento totale. Di una cosa non ha ancora parlato nessuno, vuoi per noia vuoi per abitudine, quindi me ne occupo io.

Non infierirò sulla mancanza di verve della conduttrice, le esibizioni scadenti e l’ingiustizia dei premi assegnati. Per una volta, sono pronto a fare finta che sia una questione di gusti. Farò invece un’analisi quantitativa per vedere dov’è andata a finire la “E” di questi EMA.

Su 35 artisti nominati nelle varie categorie (escludendo il Best European Act), 27 non erano europei. I rimanenti otto (concentrati quasi tutti nella categoria Best Push Act) erano britannici, con l’eccezione di Enrique Iglesias. Tra gli artisti premiati, solo uno è europeo: i Tokio Hotel.

E vabbè, gli europei hanno votato (si suppone) in maniera democratica e hanno preferito assegnare i premi agli americani. Se il popolo vuole credere che Bieber sia il miglior maschio della musica mondiale, be’, sono un po’ cazzi del popolo.

Andiamo invece a vedere come MTV ha scelto di onorare l’Europa nelle esibizioni della serata.

Ecco, su quindici artisti che si sono esibiti, due erano europei, anzi inglesi: Plan B e Dizzee Rascal. Anzi, uno e mezzo perché Dizzee Rascal faceva solo una comparsata nel pezzo di Shakira – la colombiana che dopo tanti anni fa un disco nella sua lingua natìa e, trovandosi a Madrid, decide che no, è meglio cantare in inglese e nel frattempo il pubblico intona la stessa canzone, ma in spagnolo: genio.

Quante storie, l’Europa era rappresentata dalla categoria Best European Act.

YouTube Preview Image

Non credo serva un grafico per capire che 30 secondi di videomessaggio in uno spettacolo di tre ore sono meno di niente. Mengoni non è il miglior artista europeo dell’anno, ma non è questo il punto. L’unica opportunità per un artista emergente non americano è stata messa da parte come qualcosa di cui vergognarsi. Non sia mai che gli spagnoli in ascolto s’incuriosiscano. Non sia mai che lo yankee che guarderà questa cerimonia in differita abbia il tempo di chiedersi se le note sono sette anche nel vecchio continente.

Le edizioni degli ultimi anni non certo sono state più generose nelle quote europee, ma l’altra sera, se avessimo giocato al drinking game “Bevi Quando Inquadrano un Europeo”, saremmo rimasti tutti sobri come atleti di Dio (non è un’espressione bellissima? L’ho trovata qui!).

Non voglio vedere il fratello squattrinato e brufoloso dei VMA, rivoglio “L’Ombelico del Mondo” a Rotterdam, rivoglio Jean-Paul Gaultier in minigonna e Björk ubriaca con lo zainetto di peluche a Parigi, rivoglio la vittoria del cartone del latte in una cinquina che farà storia, E mi sa che potevo evitare grafici e giri di parole dicendo semplicemente che mi mancano gli anni ’90.

My Compact Diss: Ottobre (parte prima)

Ottobre sarà un mese bellissimo per i fan della musica brutta! Allacciate le cinture e preparate la sick bag.

Robbie Williams
In and Out of Consciousness
EMI

Robbie Williams è un’ottima popstar, bisogna ammetterlo. E se la stampa non fosse così impegnata a urlargli “sei drogato!” o “sei pazzo!” o “sei [inserire prefisso a caso]sessuale!” a seconda delle stagioni, forse sarebbe più facile accorgersi dei suoi meriti musicali. Chiariamoci, è quasi certo che Robbie sia un idiota – e forse anche un drogato pazzo [inserire prefisso a caso]sessuale – ma se dovessimo eliminare tutte le note di colore dal mondo della musica popolare, rimarremmo soli in una stanza buia con Biagio Antonacci.

In and Out of Consciousness è il (bellissimo) titolo del nuovo greatest hits del cantante. Non che se ne sentisse la necessità, dato che ne uscì uno nel 2004 e, a giudicare dalle posizioni raggiunte dallo stesso nelle classifiche internazionali, siamo rimasti in pochi a non averlo comprato. Però, qui si parla di vent’anni di carriera e di reunion coi Take That, quindi meglio incassare due quattrini adesso ché questo è drogato pazzo e [inserire prefisso a caso]sessuale e non si sa mai cosa tirerà fuori.

Nel doppio album ci sono due (mediocri) inediti firmati da Gary Barlow, tra cui “Shame”, che ha fatto parlare di sé perché nel video sembra che a un certo punto tireranno fuori i rispettivi pifferi per suonarsi un do di prima ottava. Il resto del repertorio è presentato in ordine anticronologico e si divide tra canzoni belle (su tutte, “No Regrets”, “Kids” e “Come Undone”) e canzoni che hanno frantumato la minchia (“Angels”, “Feel”, “She’s The One” – quest’ultima soprattutto se avete visto Come Dio Comanda). Comunque no, non credo valga la pena comprare un album pieno di classici da karaoke, volevo solo spendere due buone parole per Robbie perché rientra di diritto nella categoria non ti darò mai un soldo, ma se passano in radio un tuo pezzo, non cambio stazione.

Kings of Leon
Come Around Sundown
RCA

I Kings of Leon, ovvero la band più sopravvalutata del pianeta. Prima c’avevano i capelli lunghi, poi se li sono tagliati e gli è andato il sesso a fuoco (“aaah, siiiì, così, Grisù!”). Di questo nuovo album non volevo sapere né ascoltare niente, ma poi mi è capitato sott’occhio il primo singolo, “Radioactive”, che è come se avessero ripreso quel video degli Weezer sostituendo gli animali coccolosi con dei bambini poveri. Il risultato è una campagna umanitaria firmata dalla Replay. Basta, per carità di Dio.

Passiamo alle belle notizie: durante un concerto estivo dei Kings of Leon, dei provvidenziali piccioni hanno iniziato a cagare in bocca al bassista.

Shakira
Sale El Sol
Sony

A nemmeno un anno di distanza da Loba/She Wolf e dopo aver sparso letame sonoro sull’intera estate con “Waka Waka”, Shakira pubblica un nuovo album e lo fa tutto in spagnolo. YAWN. Il primo singolo si chiama “Loca”, quello dell’anno scorso si chiamava “Loba”, se siamo fortunati, l’anno prossimo fa una canzone sulla fotografia vintage e la chiama “Loma”. (Chiedo perdono.)

Che poi, “Loba”/“She Wolf” era un singolo molto coraggioso e francamente strano che dopo un centinaio di ascolti finiva anche per convincere (soprattutto dopo averlo gustato nella versione degli Hot Chip). Invece, “Loca” è irrimediabilmente brutta e gli inserti rappati di Dizzee Rascal riescono perfino a peggiorare la situazione.

Shakira, nel tuo caso, un annetto sabbatico in cui mettere a riposo l’ugola e il bacino avrebbe fatto bene.

Tinie Tempah
Disc-overy
EMI

Sei nero? Sei tamarro? C’hai un pezzo di autotune incastrato in gola? Questo è il tuo anno, eccoti un contratto: ora raccontaci in musica che ti piace fare casino nei club e che hai una passione per le cubiste dai culi ben torniti. Tinie Tempah è un Dizzee Rascal for dummies che strizza l’occhio al filone rap+eurodance. A chi vogliamo dare la colpa? A will.i.am? A Usher? Al declino dell’impero culturale occidentale? E vogliamo parlare del titolo dell’album, scopiazzato ai Daft Punk con qualche secolo di ritardo e l’aggiunta di un trattino? Fastidio e ribrezzo.

Mambassa
Lonelyplanet
EMI

Non sono affatto convinto che sia un album da comprare, ma dato che questo mese sono stato poco generoso, concediamoci il beneficio del dubbio investendo su un album italiano. Dopo cinque anni di assenza, i Mambassa sono tornati con un singolo ad aprile e, volendo fidarsi degli scrobbling di last.fm, sono in pochi ad essersene accorti. Il brano si chiamava “Casting” e, pur non distaccandosi troppo dai lavori del passato, forse mancava dell’incisività di vecchi singoli come “Il Cronista” e “Canzone d’Odio” (quella “portata al successo” da Syria LOL NOT). “Casting” era anche accompagnato dal primo video brutto della storia dei Mambassa, ma presumo sia quello che succede quando si passa  da Lorenzo Vignolo (sempre sia lodato) a Lucio Pellegrini e si concede un cameo a Martina Stella.

Lonelyplanet esce il 5 ottobre, anticipato dal nuovo singolo “Nostalgia del Futuro”. Sarà sempre la stessa roba, ma a me piace e in nome della nostalgia me lo compro.

Po-po-po-POP: gli orrori sonori dei Mondiali

Nel caso viviate in una caverna lontanissima da qualsiasi centro abitato del pianeta, vi comunico che sono iniziati i Mondiali di calcio. E io, in questo mese, vorrei vivere in una caverna lontanissima da qualsiasi centro abitato del pianeta. Purtroppo non mi è concesso darmi all’eremitismo – quantomeno mediatico – e succede ch’io mi trovi la timeline di Twitter intasata dalle hashtag con le bandierine e un sacco di panzoni sovraeccitati in televisione che esaminano con maniacale attenzione ogni secondo di gioco. Non solo. Da dieci anni a questa parte, la FIFA si è accorta che il calcio può andare a braccetto con la musica popolare e regalarci una pletora di sgradevoli inni per incitare i tifosi. La tradizione sembra trovare le sue origini proprio con Italia ’90 e la (sfortunamente) indimenticabile “Un’Estate Italiana” dell’inconsueto trio Bennato/Nannini/Moroder. Fu la canzone più venduta in Italia durante l’anno dei Mondiali e qualcuno probabilmente fiutò l’affarone dell’inno ufficiale (ovviamente le canzoni calcistiche già abbondavano, ma non c’avevano il bollino FIFA).

E fu subito pop topos. Ma se con Italia ’90 e USA ’94  le canzoni ufficiali potevano vantare una connessione col paese ospitante e la sua tradizione musicale (gli americani c’avevano un gospelone che levati), da Francia ’98 in poi, è stato imposto un regime di insensatezza e locura che ha di fatto plasmato il pop topos coi seguenti requisiti:

  • La canzone dev’essere brutta;
  • La canzone dev’essere cantata da un artista internazionale non originario né residente nel paese ospitante (ad esempio, un portoricano che canta in spanglish per il mondiale francese);
  • La canzone deve parlare di calcio, facendolo però leva su sentimenti universali (la vittoria, l’euforia, la passione, il fuorigioco).

Se volete puntare il dito contro qualcuno, anche questa volta dovrete andare a bussare alla Sony, partner musicale (e non solo) dei Mondiali proprio dal ’98. Ed ecco spuntare, in ordine cronologico, Ricky Martin, Anastacia, Il Divo e ora Shakira.

Non oso immaginare le tavole rotonde nel transilvanico castello della Sony, che deve mettere insieme di fretta e furia una canzone ufficiale cercando di bilanciare interessi economici e tradizione. Quindi quest’anno, Shakira viene affiancata da un gruppo autoctono (i Freshlyground) e un po’ di ballerine colorate per creare l’immortale effetto Benetton, e le si fa cantare un pezzo con sillabe facilmente riproducibili dall’hooligan neanderthaliano (che comunque preferirà  ridurre ai minimi termini “Seven Nation Army” o soffiare in una stracazzo di vuvuzela).

Persino Venegoni della Stampa si è accorta delle contraddizioni di “Waka Waka” e ha scritto qualcosa di sensato sull’argomento in uno dei suoi “post” in corsivo grassetto rosso. Curiosamente, ha anche suscitato una modesta flame war: una novantina di commenti incazzati, probabilmente scritti dai cugini di Shakira e Rudy Zerbi.

E se “Waka Waka” non fosse abbastanza, sappiate che quest’anno hanno istituito pure l’official FIFA anthem (di pedobeaR. Kelly), l’official FIFA mascot song (Pitbull e un paio di altri tamarri) e la canzone ufficiale per passare il testimone a Brasile 2014 (dalla vuvuzela alla favela). Devo continuare la panoramica su questi disastri su scala planetaria? In Inghilterra, l’infallibile Simon Cowell ha reclutato Dizzee Rascal per fargli coverizzare “Shout” con James Corden (un attore comico che conduce una trasmissione calcistica), e noi c’abbiamo  “Invocazioni al cielo” (cioè? Le bestemmie?) delle Vibrazioni come sigla ufficiale per Sky Sport.

E quelli dell’altra sponda (la Universal) non stanno certo a guardare e acciuffano un rapper somalo-canadese per plasmare l’inno Coca-Cola, disponibile in TREDICI lingue e versioni diverse a seconda del mercato. Tutti in coro: “SELLOUT!”

Insomma, basta. Sapete che c’è? L’arbitro ce l’ha con noi e questo è l’unico inno che ascolteremo:

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