My Compact Diss: Febbraio

Rompete il porcellino di ceramica e racimolate tutti i risparmi perché a febbraio vi servono un sacco di soldi da spendere in musica. (Se leggendo “rompete il porcellino” avete pensato ad Angry Birds, siete messi malissimo.)

PJ Harvey
Let England Shake
Island

Sto cercando di farmi un’idea sulla direzione che ha preso la Polly Jean da almeno un anno e mezzo, quando si venne a sapere che si era discontantinopolizzata. Col nuovo album (finalmente!) in arrivo e un paio di anteprime, continuo a non capirci niente, ma va bene così. Le sorprese non mancano mai ed è forse questa la ragione per cui PJ è l’unica rocker degli anni ’90 ad aver mantenuto vivo l’interesse del pubblico e ad essere sopravvissuta artisticamente. Le altre ci hanno tradito tutte – chi con lo yoga, chi con la chirurgia estetica, chi con la noia. Cosa sappiamo di Let England Shake? Che l’ha registrato in una chiesa, che ha preso corsi di scrittura perché si sentiva inadeguata (Polly, la scrittura andava bene, magari, ecco, un VOCAL COACH? No? Ok, scusa, ti si vuol bene lo stesso), che sarà il suo disco “meno introspettivo”, che parla di cose che succedono fuori da un rudere del Dorset e che noi lo compriamo senza nemmeno pensarci su.

Beth Ditto
EP
Deconstruction

Dopo “Cruel Intentions”, continua la collaborazione Beth Ditto/Simian Mobile Disco e noi l’accogliamo con un caloroso “figata”. Se c’è una cosa che mi piace è quando i clubbiers prendono un bel personaggio in prestito con scopi pop. Non facendo uso di MDMA, non me ne frega niente di sentire pezzi di otto minuti da discoteca berlinese: io voglio una strofa e un ritornello. Ed è un metodo che funziona sempre: Hercules & Love Affair con Antony; Kleerup con Robyn e Neneh Cherry; Röyksopp con chiunque; Gabry Ponte con Little Tony. L’EP è uscito il 10 gennaio in digitale, ma la pubblicazione ufficiale è il 6 marzo e io ne parlo nella rubrica di febbraio, va bene? L’anteprima con tutte le tracce spezzettate si ascolta puntando il mouse  qui sotto:

Ricky Martin
MAS Música + Alma + Sexo
Sony

Un applauso a Ricky Martin, che incide musica dall’84 e non ha MAI fatto una bella canzone neanche per sbaglio. Un record imbattuto che porta avanti col nuovo singolo “The Best Thing About Me Is You” in coppia con la sempre più derisibile Joss Stone. Detto questo, se l’album venderà un botto, magari si sfateranno un paio di miti sui supposti requisiti basati sulla sessualità per vendere dischi in America Latina.

James Blake
James Blake
ATLAS

C’è un hype che si taglia col coltello per questo giovane tennista artista londinese, dato che è arrivato secondo sia al BBC Sound of 2011 che al BRIT Awards Critics’ Choice (in entrambi i casi, dietro a Jessie J perché gli inglesi si stanno strappando i capelli all’idea di avere una futura Lady Gaga sul pianerottolo: lasciamoglielo credere). Cosa aspettarci dall’LP di debutto? Innanzitutto, quella splendida cover di Feist che avete già sentito tutti. Poi, un notevole miglioramento rispetto ai quattro EP che ha pubblicato negli ultimi anni. Nell’album, la voce di Blake, che prima faceva brevi comparse e quasi sempre sotto forma di campionamento, è centrale. Questa è una raccolta di canzoni, non componimenti dubstep astratti. Anzi, la parola “dubstep” gli va già stretta (qui c’è meno Burial e più D’Angelo – non Nino, l’altro) e probabilmente è una parola che tra qualche mese odieremo. Tuttavia, il bello del 2011 è che possiamo citare lo stesso genere parlando di James Blake, ma anche del nuovo, bellissimo singolo di Britney.

Stateless
Matilda
Ninja Tune

Gli Stateless sono in giro da quasi dieci anni e non hanno mai sfondato, ma non credo che sia per colpa loro. Troppo anticonvenzionali per la Sony (che nell’annus horribilis della fusione con la BMG stracciò il loro contratto da cinque album dopo appena un singolo), e forse troppo convenzionali per la !K7, gli Stateless stanno per pubblicare il loro secondo LP con la Ninja Tune e non riesco a pensare a una label che rappresenti meglio questi cinque Loiners (NdR: “di Leeds”, e sì, l’ho imparato cinque minuti fa). Il nome che spunta sempre fuori quando si parla di loro è DJ Shadow, perché gli hanno fatto da supporter e hanno lavorato con lui. Io preferisco definirli come “gli UNKLE che puoi canticchiare”. Insomma, ne vale la pena.

Po-po-po-POP: gli orrori sonori dei Mondiali

Nel caso viviate in una caverna lontanissima da qualsiasi centro abitato del pianeta, vi comunico che sono iniziati i Mondiali di calcio. E io, in questo mese, vorrei vivere in una caverna lontanissima da qualsiasi centro abitato del pianeta. Purtroppo non mi è concesso darmi all’eremitismo – quantomeno mediatico – e succede ch’io mi trovi la timeline di Twitter intasata dalle hashtag con le bandierine e un sacco di panzoni sovraeccitati in televisione che esaminano con maniacale attenzione ogni secondo di gioco. Non solo. Da dieci anni a questa parte, la FIFA si è accorta che il calcio può andare a braccetto con la musica popolare e regalarci una pletora di sgradevoli inni per incitare i tifosi. La tradizione sembra trovare le sue origini proprio con Italia ’90 e la (sfortunamente) indimenticabile “Un’Estate Italiana” dell’inconsueto trio Bennato/Nannini/Moroder. Fu la canzone più venduta in Italia durante l’anno dei Mondiali e qualcuno probabilmente fiutò l’affarone dell’inno ufficiale (ovviamente le canzoni calcistiche già abbondavano, ma non c’avevano il bollino FIFA).

E fu subito pop topos. Ma se con Italia ’90 e USA ’94  le canzoni ufficiali potevano vantare una connessione col paese ospitante e la sua tradizione musicale (gli americani c’avevano un gospelone che levati), da Francia ’98 in poi, è stato imposto un regime di insensatezza e locura che ha di fatto plasmato il pop topos coi seguenti requisiti:

  • La canzone dev’essere brutta;
  • La canzone dev’essere cantata da un artista internazionale non originario né residente nel paese ospitante (ad esempio, un portoricano che canta in spanglish per il mondiale francese);
  • La canzone deve parlare di calcio, facendolo però leva su sentimenti universali (la vittoria, l’euforia, la passione, il fuorigioco).

Se volete puntare il dito contro qualcuno, anche questa volta dovrete andare a bussare alla Sony, partner musicale (e non solo) dei Mondiali proprio dal ’98. Ed ecco spuntare, in ordine cronologico, Ricky Martin, Anastacia, Il Divo e ora Shakira.

Non oso immaginare le tavole rotonde nel transilvanico castello della Sony, che deve mettere insieme di fretta e furia una canzone ufficiale cercando di bilanciare interessi economici e tradizione. Quindi quest’anno, Shakira viene affiancata da un gruppo autoctono (i Freshlyground) e un po’ di ballerine colorate per creare l’immortale effetto Benetton, e le si fa cantare un pezzo con sillabe facilmente riproducibili dall’hooligan neanderthaliano (che comunque preferirà  ridurre ai minimi termini “Seven Nation Army” o soffiare in una stracazzo di vuvuzela).

Persino Venegoni della Stampa si è accorta delle contraddizioni di “Waka Waka” e ha scritto qualcosa di sensato sull’argomento in uno dei suoi “post” in corsivo grassetto rosso. Curiosamente, ha anche suscitato una modesta flame war: una novantina di commenti incazzati, probabilmente scritti dai cugini di Shakira e Rudy Zerbi.

E se “Waka Waka” non fosse abbastanza, sappiate che quest’anno hanno istituito pure l’official FIFA anthem (di pedobeaR. Kelly), l’official FIFA mascot song (Pitbull e un paio di altri tamarri) e la canzone ufficiale per passare il testimone a Brasile 2014 (dalla vuvuzela alla favela). Devo continuare la panoramica su questi disastri su scala planetaria? In Inghilterra, l’infallibile Simon Cowell ha reclutato Dizzee Rascal per fargli coverizzare “Shout” con James Corden (un attore comico che conduce una trasmissione calcistica), e noi c’abbiamo  “Invocazioni al cielo” (cioè? Le bestemmie?) delle Vibrazioni come sigla ufficiale per Sky Sport.

E quelli dell’altra sponda (la Universal) non stanno certo a guardare e acciuffano un rapper somalo-canadese per plasmare l’inno Coca-Cola, disponibile in TREDICI lingue e versioni diverse a seconda del mercato. Tutti in coro: “SELLOUT!”

Insomma, basta. Sapete che c’è? L’arbitro ce l’ha con noi e questo è l’unico inno che ascolteremo:

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