Cerimonia di apertura delle Olimpiadi: l’opinione non richiesta

Nel complesso, non mi è piaciuta la cerimonia di apertura delle Olimpiadi. Cosa volete farci, sono un noioso e non capisco niente. Ma dato che ieri sera l’inventore di internet mi ha detto che #thisisforeveryone, se volete vi spiego perché (e voi potete contraddirmi o non leggermi proprio).

Innanzitutto, lo sappiamo bene, i momenti che si ricorderanno con maggior piacere sono Daniel Craig/007 con la Regina e Rowan Atkinson. Sono stati due sketch perfetti e due vere sorprese, ma quando le scene più gradite della cerimonia sono spezzoni (parzialmente) filmati chissà quanto tempo fa, forse c’è un problema. (La stessa cosa accade spesso con cerimonie di tutt’altro tipo: il giorno dopo gli Oscar 2012, il video più condiviso sulle bacheche di tutto il mondo era lo sketch di apertura di Billy Crystal con Clooney, Cruise e Bieber e non il tributo alla storia del cinema del Cirque du Soleil.) Non c’è niente di male a usare filmati pre-registrati in un evento fatto soprattutto per la televisione, ma non dovrebbero oscurare il resto. Veniamo al resto.

Danny Boyle era il regista perfetto per l’occasione: eclettico, grandioso e grondante di melassa. È il re dello smarmellamento e degli effetti speciali non richiesti (in 127 ore ti zooma dentro la cannuccia quando James Franco beve!) ed è colui che ha reso digeribile Bollywood ai bianchi. Chissà cosa ti tira fuori se gli dai in mano qualche milione di sterline, centinaia di comparse e uno stadio olimpico.

Una volta qui era tutta campagna.

La cerimonia olimpica deve contenere e bilanciare tre elementi: storia, sentimento, spettacolo. L’unico momento in cui Danny Boyle è riuscito a unirli con classe è stato quello, bellissimo, della rivoluzione industriale. Nel resto della prima parte c’era più che altro storia, col presepe vivente guidato da Kenneth Branagh e smontato a mano dalle comparse coi costumi buffi. Nella seconda parte vinceva il sentimento: un omaggio alla letteratura per l’infanzia, l’ospedale pediatrico di Great Ormond Street e l’ente sanitario nazionale NHS. (Un po’ come se noi portassimo in scena un tributo al Bambin Gesù e l’ASL: è proprio vero che in inglese suona tutto meglio.) (Il sottotesto, ovviamente, era un bel dito medio agli Stati Uniti: “se ci rompiamo, ci riparano gratis, rosicate”.) E infine, la terza parte, era un gigantesco, patinatissimo spettacolo.

In un mashup di cultura popolare che partiva dagli anni ’60 e arrivava ai giorni nostri, si sviluppava una storia d’amore: lui trova il cellulare di lei, limonano, lei cambia il relationship status su Facebook. Tipico. Nel frattempo apparivano in sovrimpressione finti aggiornamenti dei social network e venivano proiettati spezzoni da video musicali, film e vecchi telefilm (le citazioni televisive erano ovvie per i britannici e oscure per chiunque altro). Il segmento era anche inteso come un tributo al tipico sabato sera inglese, ma stranamente nessuno si rompeva bicchieri in testa, urlava ai tassisti o vomitava. (Danny, guarda che una rainbow shower di 500 comparse sarebbe stata spettacolarissima!) Questa parte, per quel che mi sembra di capire, è stata molto apprezzata e lo trovo un fenomeno curioso, perché ero rimasto a quando Glee e affini erano lo zimbello di tutti gli schermi.

In alcuni punti, il mashup era Non è la Rai coi Prodigy anziché “Please Don’t Go”, in altri era Across The Universe, ma con volontari anziché professionisti coordinati. Il mio sospetto è che l’apprezzamento nasca dal piacere di riconoscere Blur e Underworld (o qualunque gruppo semi-alternativo abbia accompagnato le serate in ROCKOTECA vent’anni fa) e non dall’effettiva qualità dello spettacolo offerto. Ammettiamolo, il prodotto  è esattamente ciò che avrebbero tirato fuori Luca Tommassini e Ezralow con un budget e uno spazio simili. Magari mi sbaglio, magari se prendi Morandi e la Canalis che ballano il twist e li moltiplichi per mille ottieni un momento di grande intensità.

Ma com’è bello qui / Ma com’è grande qui / Ci piace tanto ma / Non è Beijing

Ho letto alcuni commenti di persone inglesi che dicono che la loro cerimonia è stata superiore a quella cinese di quattro anni fa perché aveva un’anima. Sarà. Secondo me le formichine orientali, belle senz’anima, vi distruggono con o senza i New Order come colonna sonora.

PS: Perché non si dica che non mi è piaciuto niente: oltre alla rivoluzione industriale, ho apprezzato molto gli Arctic Monkeys coi ciclisti alati e la supplente di Adele che risponde al nome di Emeli Sandé.