Pop Topoi

Put a Raìs on it: popstar su ordinazione

Nel 2005, 50 Cent sarebbe stato invitato a esibirsi durante una festa esclusiva di Muatassim Gheddafi, figlio di Muammar, in occasione del Festival di Venezia. Nel 2008, Mariah Carey avrebbe cantato al party di Capodanno organizzato dal clan del dittatore libico ricevendo un milione di dollari. Un anno dopo, Beyoncé pare abbia guadagnato il doppio per cantare cinque pezzi nel medesimo contesto. Quella sera, anche Usher sarebbe salito sul palco facendo il countdown alla mezzanotte, mentre Jay-Z e Lindsey Lohan osservavano dal pubblico – avendo percepito, si suppone, compensi altrettanto lauti. E ancora: Elton John al compleanno del genero del presidente kazako Nazarbayev; Kevin Costner e la sua band (?) chez Putin; Sting live per la figlia del dittatore uzbeko Karimov.

La lista di popstar colte in flagrante da WikiLeaks (o che hanno preso misure preventive in vista di altre fughe di notizie) è lunghissima e continua ad allungarsi. Se non hai cantato per almeno un Cattivo, non sei nessuno. La prima ad aver rotto il silenzio è stata Nelly Furtado, che in un tweet ha ammesso di aver accettato un milione di dollari per un mini-concerto per l’entourage di Gheddafi in un hotel italiano. Devolverà il tutto in beneficenza, così come i suoi colleghi1 e come è giusto che sia.

E ora noi che facciamo, non ci indigniamo? Almeno per questa volta, prendiamo la strada difficile e cerchiamo giustificazioni.

Di fronte a una richiesta così generosa, la popstar può rifiutare? Esaminiamo la situazione dal punto di vista economico facendo i conti in tasca a Beyoncé, la più in voga del gruppo. Per il recente I Am… Tour, Beyoncé ha incassato in media 800.000 dollari lordi per data (arrivando a sette cifre in numerose serate), ma è ovvio che i giganteschi costi di produzione riducano la somma in maniera esponenziale. In quest’ottica, due milioni per uno spettacolo privato della cantante più richiesta del pianeta non sono poi un cachet così assurdo. Aggiungiamo anche che il “rischio” in un’esibizione simile è minimo: non avviene di fronte a raffinati critici musicali o fan esigenti, bensì ricconi probabilmente ignoranti e sicuramente sbronzi. Il tutto a telecamere spente.

E dal punto di vista etico, gli artisti sono colpevoli? Sebbene l’esemplare popstar solitamente non vanti una laurea in Politica e Relazioni Internazionali, saprà che chiunque possa sborsare simili somme di denaro per mezz’ora di intrattenimento non si è certo arricchito coi fagioli magici. La popstar sa o sospetta, ma nel contesto di una crisi che la obbliga a passare più tempo sponsorizzando profumi e balocchi che a cantare, accetta la richiesta del manager e partecipa alla festa di Muatassim & co. E se si rifiutasse? Il suo staff la deriderebbe con queste parole esatte: “LOL, Barbie Popstar, now with political concerns!”

Vogliamo proprio trovare un “colpevole”? Puntiamo timidamente il dito verso il management dell’artista. A questo proposito, non sono mancate le opinioni dei “buoni”: gli agenti di R.E.M. e Arcade Fire hanno espresso il proprio disappunto a Rolling Stone affermando che non accetterebbero simili ingaggi per tutto l’oro del mondo. Bravi, integerrimi, ma forse vi è sfuggita una cosa: simili ingaggi non vi arriveranno mai. È difficile pensare che i parenti di un dittatore abbiano Murmur nell’iPod e canticchino “Rebellion (Lies)” sotto la doccia… Sarebbe bellissimo, ma  il paradosso ci farebbe esplodere il cervello.

Nonostante sia facile gridare “SELLOUT” e lanciare rant sull’integrità musicale e morale di un artista (e io sono il primo a farlo), talvolta si dimentica che la popstar non è che la minuscola parte esposta di ingranaggi giganteschi. In questo caso, la macchina si è inceppata in maniera tanto disastrosa da necessitare scuse pubbliche, ma è una storia a lieto fine. Magari con quei soldi costruiranno un ospedale in Africa chiamato “99 Problems (and malaria is one)” e il reparto trapianti si chiamerà “Irreplaceable” e quello per la prevenzione delle malattie veneree sarà intitolato “Promiscuous Girl”.

In fin dei conti, si tratta di canzonette. Esibirsi alla festa del figlio di un dittatore (che potrebbe essere solo un ricco giovinastro viziato) non è strettamente un atto politico e non fa di te un ambasciatore del genocidio – proprio come cantare ai matrimoni della Camorra ricevendo minacce di morte non fa di te un camorrista,2 cantare ad Atreju non fa di te un militante del Pdl3 e cantare a Natale in Vaticano non fa di te un pedofilo.

 


1 Sting no, quei due milioni di sterline se li tiene e li rivendica con orgoglio dicendo che “i boicottaggi culturali sono atti senza senso” che privano del “libero commercio di idee e arte e rendono alcuni stati ancora più chiusi, paranoici e limitati”. Oh, you.

2 Incredibile, mi è toccato rivalutare D’Alessio. Ora vado ad ascoltare uno dei suoi pezzi più brutti per poter tornare a odiarlo energicamente.

3 Fa di te un deficiente e basta.

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Beyoncé, “If I Were A Boy”

Se fossi un animale? Sarei l’ippopotamo di Fantasia.
Se fossi un frutto? Una pera Williams.
Se fossi un piatto? Sarei il panino del porcaro giù all’angolo.
E se fossi un ragazzo?

È proprio giocando a Se fossi… insieme a Jay-Z che Beyoncé pare abbia avuto un’epifania. “Come mi comporterei se fossi un ragazzo, che visione avrei della vita, come tratterei la mia dolce metà?”, si chiese dunque la verace regina dell’rnb. Il risultato di queste complicatissime elucubrazioni mentali è sotto gli occhi (e dentro le orecchie) di tutti da qualche settimana. “If I Were A Boy” è l’intento di Beyoncé di aprire una finestra sull’universo maschile, di immedesimarsi nel partner per comprendere meglio i suoi comportamenti, di analizzare il sesso opposto come forse solo figure del calibro di Maria Rita Parsi o Raffaele Morelli saprebbero fare.

Ma non c’ha mica tanto le idee chiare quella là.

Se fossi un ragazzo
Anche solo per un giorno
Al mattino rotolerei giù dal letto
Mi vestirei come mi pare
E poi andrei a bere una birra con gli amici
E andrei dietro alle ragazze

A questo punto, già si evince che idea abbia Beyoncé del maschio eterosessuale medio: si sveglia quando gli pare, si veste come capita e, anziché andare al lavoro, corre al bar a scolarsi due birre provandoci con la cameriera di turno. Strano che non abbia menzionato rutti e manomorta. Ma proseguiamo con un’altra pillola di metafisica rnb:

Se fossi un ragazzo
Credo che riuscirei a capire
Come ci si sente ad amare una ragazza

Beyoncé cara, il tuo periodo ipotetico inizia a fare acqua da tutte le parti. È ovvio che capiresti come si sente un ragazzo se tu fossi un ragazzo, no?

Giuro che sarei un uomo migliore

Migliore rispetto a chi? Al ragazzo che saresti? Ma così è troppo facile, scusa! Non puoi innestare il tuo punto di vista femminile nell’uomo che saresti con lo scopo di migliorarlo, perché a quel punto non saresti più l’uomo di cui parli, bensì un uomo che al suo interno racchiude una Beyoncé lesbica. Saresti una serie di matrioske confuse, una lasagna con troppi strati conditi un po’ a casaccio, una cipolla geneticamente modificata!

La ascolterei
Perché so quanto faccia male
Perdere l’unico uomo che volevi
Perché lui ti ha dato per scontata
E ha distrutto tutto ciò che avevi

A questo punto l’ipotetico ermafrodito non fa più il lumacone come nella prima strofa, ma è diventato un sensibile ascoltatore perché la Beyoncé che è in lui sa cosa vuol dire venire mollati da un uomo malvagio – e l’uomo-Beyoncé non vuole essere malvagio, perché non avrebbe senso avere dentro di sé la sapienza di Beyoncé per poi comportarsi esattamente come l’ex di Beyoncé.

Se fossi un ragazzo
Potrei spegnere il cellulare
Dire a tutti che è rotto
Così penserebbero che sono a letto da solo

Allora, innanzitutto non si fa e i tuoi buoni propositi stanno andando a farsi benedire. Però, se proprio ci tieni, basterebbe che ti comprassi un vecchio cellulare Tre, così sei sicuro/a che avrai pessima ricezione ovunque tu sia.

Ma tu sei solo un ragazzo
Non capisci
Già, tu non capisci
Come ci si sente ad amare una ragazza
Un giorno vorrai essere un uomo migliore

E qui la Knowles smette di giocare al Se fossi… più complicato della storia e finalmente i nodi vengono al pettine. Ce l’ha a morte col suo uomo perché non capisce una cippa dei suoi sentimenti. Lo accusa, in quanto uomo, di non capire come ci si sente ad essere un uomo che ama una ragazza (Beyoncé, nella fattispecie).

Insomma, era tutto un giro di parole e acuti per dire “sei uno stronzo”? Forse, ma qui a Pop Topoi temiamo che la nostra cantatrice tarantolata abbia problemi che vanno ben oltre le banali delusioni sentimentali.

L’album da cui è tratta “If I Were A Boy” s’intitola I Am… Sasha Fierce.

Scusa? Chi?

Dovete sapere che Sasha Fierce è l’alter-ego di Beyoncé, la sua stage persona, il personaggio che s’impossessa di lei quando canta e si esibisce (sul serio). Per sottolineare questo sdoppiamento di personalità, l’album stesso è stato diviso in due “capitoli”: I Am… e Sasha Fierce.

Sarebbe brutto speculare sulla salute mentale di Beyoncé – che si crede un ragazzo col punto di vista di una ragazza e si crede un’altra persona quando sale sul palco -  ma qui, cari lettori, siamo davanti a preoccupanti sintomi di instabilità e disturbo identitario. Sintomi che ad oggi, nel mondo del pop, erano stati osservati solo su un altro paziente: John Lennon, autore di “I Am The Walrus” (Sono il tricheco).

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