Frank Ocean: la rivoluzione arancione

“No Church in the Wild” è un video per il quale vale la pena incazzarsi. Romain Gavras, del resto, è specializzato in trucchetti del genere, è il suo mestiere. Ma se “Born Free” di M.I.A. o “Stress” dei Justice si potevano quasi giustificare con un messaggio e catturavano un’ultra-violenza viscerale e per questo spaventosa, “No Church in the Wild” si può solo descrivere come gratuito. Un video fatto per provocare senza pensare alle conseguenze, o meglio, senza pensare alle cause. Le cause che l’estate scorsa hanno portato centinaia di ragazzini a sfasciare una città per rubare schermi al plasma. Jay-Z e Kanye West non sono politici, non hanno responsabilità dirette, ma sono voci importanti: non sono tutti così maturi da guardare le loro produzioni con la dovuta leggerezza, come fossero belle e bizzarre installazioni artistiche. Per coprire poliziotti e molotov della stessa patina glamour con cui un attimo prima si sono mostrate tette e limousine, si dovrebbe offrire una ragione valida – soprattutto da parte di due che le riot più sanguinose a cui potrebbero assistere sono quelle tra Drake e Chris Brown in discoteca.

Come se non bastasse, il video di “No Church in the Wild” non c’entra nulla con la canzone: dovrebbe essere una riflessione sulla religione, ma si materializza in un’accozzaglia di citazioni e cliché che culminano su Kanye che sniffa cocaina dal corpo di una ragazza nera e nota che ciò la fa sembrare una zebra. Che curioso effetto! A che animali assomiglieranno, invece, i ragazzi del video con lo spray urticante in faccia?

Le carriere di Kanye e Jay-Z si basano su questo: ottimi, memorabili one-liner sempre slegati dal contesto perché, nell’ansia di far rimare Rolls-Royce Corniche con police, si sono dimenticati di crearlo, un contesto. Se critica e pubblico hanno eletto “No Church in the Wild” come uno dei pezzi più significativi dell’hip hop/R&B contemporaneo (anche prima che uscisse come singolo), è merito del ritornello scritto e cantato da Frank Ocean. Se le immagini di Romain Gavras riescono a caricarsi per pochi attimi di un significato è grazie a quella manciata di versi: una riflessione sulla gerarchia del potere, dal basso verso l’alto, nell’ottica della fede (l’uomo comune, la folla, il re, Dio, e infine l’uomo che non crede, più potente di Dio stesso, ma senza una Chiesa che possa salvarlo). Basta un ritornello per capire che Frank Ocean è di un’altra specie. Lui, a contrario dei suoi mecenati, non ha bisogno di one-liner a effetto.

“Novacane” del 2011, il suo primo singolo (sebbene estratto da un album mai pubblicato ufficialmente), è una canzone su sesso e droga. Ma il sesso è con un’aspirante dentista incontrata a Coachella che si paga gli studi col porno e la droga è un anestetico locale. I cliché del genere vengono frantumati col racconto di un’esperienza tutt’altro che piacevole, in un ambiente squallido dove Frank fa rimare pretty con pity. Non c’è lusso né lussuria: c’è una storia filmata da Frank con gli occhi appannati e la faccia anestetizzata. Una storia non necessariamente vera (né troppo vicina al suo stile di vita: “la mia cucina di solito è abbastanza pulita” e “non prendo cocaina a colazione!”, dice in un’intervista facendo riferimento a due versi del testo), ma più convincente e coinvolgente di qualsiasi attività ricreativa svolta da due nig*as a Parigi.

L’ulteriore conferma del talento narrativo e interpretativo di Frank Ocean è arrivata con “Bad Religion”. Un tassista diventa confessore e psicologo improvvisato col compito di “sorpassare i demoni” e riportarlo alla preghiera, perché al momento riesce solo a credere al culto di un amore non corrisposto. Che quel him si riferisca a una persona o a Dio non ha molta importanza, ma la canzone arriva qualche giorno dopo un post in cui l’artista confessava di essersi innamorato di un uomo – un amore a quanto pare non corrisposto, segreto e risalente a molti anni fa. È inevitabile tracciare un legame tra quella nota e il brano che, tra tutti, ha scelto di cantare alla sua prima grande apparizione televisiva da Jimmy Fallon. I due elementi sono parte di una storia che Frank vuole condividere; due momenti di fragilità, debolezza e confusione in un ambiente che di norma incoraggia l’opposto.

“Non chiamatelo coming out”, dice giustamente Pitchfork, e non chiamatela nemmeno una mossa di marketing per promuovere Channel Orange. Attirare attenzione sul tema era un rischio non indifferente che avrebbe potuto alienare una bella fetta del suo pubblico (e di sicuro gli ha fatto perdere la distribuzione delle copie fisiche in alcuni supermercati), ma le posizioni in classifica e la critica dicono altrimenti.

Sempre in “Bad Religion”, Frank dice di avere “tre vite in bilico sulla testa come coltelli”: il membro della crew Odd Future (notoriamente omofoba e misogina, ma che al momento sta supportando le sue scelte), il cantante R&B sentimentale e il ventiquattrenne che su Tumblr alterna riflessioni religiose e foto del suo cane. È impossibile prevedere quale di queste personalità avrà la meglio nel corso della sua carriera, ma per ora la loro unione ha generato un album fuori dai canoni, intimo e onesto che non ha bisogno di video scioccanti, autotune e autocompiacimenti. Questa è la rivoluzione di Channel Orange.

Questa immagine ce la manda Beyoncé.

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Guardami, sono madre: la plateale maternità della popstar (parte seconda)

Dove eravamo rimasti? Agosto 2011, Video Music Awards, Beyoncé annuncia di essere incinta di Jay-Z in diretta mondiale. Nei cinque mesi successivi, la gravidanza mediatica è molto travagliata: gira voce che la cantante, che nel frattempo sforna una pletora di singoli e plagi, stia portando in grembo un cuscino. Durante un’intervista televisiva, il pancione posticcio sembra sgonfiarsi e i dubbi diventano legittimi.

8 gennaio 2012, Beyoncé “partorisce” Blue Ivy Carter. Le persone famose su Twitter fanno a gara a proclamarsi zii e zie, le persone comuni su Twitter scherzano sul nome, le persone fuori di testa su Twitter mandano in trending topic I.V.Y = Illuminati’s Very Youngest (ma i complottisti avrebbero trovato un acronimo adeguato a supportare le loro teorie anche se l’avessero chiamata Cinzia).

Io avrei fatto a meno di tornare sull’argomento della maternità della coppia, ma ho come la sensazione che loro siano i primi a volere che se ne parli. Un indizio? Manco il tempo di cambiare un pannolino che Jay-Z ha già inciso e pubblicato sul suo sito una canzone per la bambina.

O meglio, una canzone con la bambina (viene data come “featuring B.I.C.”) per la bambina.

O meglio, un canzone con la bambina per noi (eh già, pur potendo già riscuotere i diritti SIAE con due vagiti, Ivy non sa nemmeno cosa sia una canzone, quindi supponiamo Jay-Z l’abbia incisa per l’attenzione di un pubblico intimo e ristretto: l’internet).

Ascoltiamola – in fondo è la nostra bomboniera!

Ritornello: Jay-Z non riesce descrivere “l’incredibile sentimento che sente”, sul serio! Però ci prova lo stesso.

Prima strofa: Per “i falsi allarmi e le false partenze”, si suppone non faccia riferimento al problema di trovare uno spazio nell’agenda della moglie, ma di questo parleremo meglio dopo. Seguono gli inevitabili versi su Dio, le preghiere, le nuove responsabilità… Quand’è che arriva la parte interessante?

Seconda strofa: Jay-Z presenta l’albero genealogico alla bambina: di cosa è morto il nonno, la famiglia, dove vivevano. Poi, finalmente, è una perla dietro l’altra:

“Non sai ancora cosa sia lo swag
(Oh, lo imparerà presto: i pannolini Luis Vuitton tendono a lasciare tante piccole, fastidiose LV sulle chiappe.)

“Ma sei stata fatta a Parigi”
(NB: fatta, non concepita.)

“E il giorno dopo mamma si è svegliata e ha fatto il servizio fotografico per l’album”
(Bene, Google mi dice che è successo il 23 aprile, quindi l’immacolata concezione è databile al 22. Grazie, volevamo proprio saperlo.)

“L’ultima volta l’aborto è stato tragico”
(Oh oh.)

“Avevamo paura che tu sparissi”
(Un attimo, Jay-Z, se c’è stato un aborto – non so come dirtelo…)

“Ma no, bimba, tu sei magica”
(Phew, allora non c’è stato un aborto! Perché hai detto aborto?)

“E ora lo sai, shit happens
(Be’, ma ti è andata bene, sei il primo neonato a essere sopravvissuto indenne a un aborto!)

“Assicurati che l’aereo su cui viaggi è più grande del tuo bagaglio a mano”
(Finalmente un consiglio prezioso da padre premuroso. Con RyanAir il massimo è 10kg, quindi se decidi di comprarti un piccolo stato africano, ricordati di metterlo in stiva.)

“Sei la figlia del destino, la figlia del mio destino”
(L’originalità: escludendo tutti i blog e i programmi di intrattenimento del mondo, Jay-Z è il primo a fare il gioco di parole con Destiny’s Child.)

“Sei la mia figlia con la figlia della Figlia del Destino”
(Appena puoi, affittati Inception.)

Ivy, guarda la foto là sopra: tuo padre non sarà mai più così. Per colpa tua, ha perso tutta la sua credibilità in 3 minuti e 42 secondi. Un record. Peggio di lui avrebbe potuto fare solo zio Kanye, ma quello lì al massimo può sgravare un uovo di Fabergé.

Rihanna e i valori della famiglia

Una volta andai a vedere Peaches dal vivo. Dopo un’ora di concerto a tutti gli effetti vietato ai minori, la cantante si presentò tra il pubblico in jeans e maglietta, sorridente, con l’aspetto di una persona qualunque. Tuttavia, un individuo sovraeccitato nella folla le urlò qualcosa di sconcio in inglese maccheronico. Lei si girò e, con l’aria seccata di chi ha già subito questo trattamento più di una volta, disse: “the show is over”. Peaches probabilmente si fa la spesa da sola, viaggia in seconda classe e, no, non è una spogliarellista assatanata anche quando scende dal palco – la maggior parte del suo pubblico lo capisce senza doverglielo spiegare. Rihanna, invece, col suo bacino di utenza globale e trasversale, ogni tanto ha bisogno di ricordare ai sudditi che, tolti i frustini e gli hotpants, è tanto una persona semplice. Ed è qui che entra in gioco “Family Values”, il primo di una serie di mini-documentari sulla vita dietro le quinte della popstar.

Visto? Rihanna è una persona vera: visita i famigliari, dispensa consigli al fratellino e sua mamma fa ridere perché dice “Facebook”. E quant’è bello radunarsi sul divano e guardare vecchie foto ingiallite! Jay-Z, che non poteva mancare in questa americanata sentimentale, ci ricorda che “non c’è modo di ripagare la famiglia per tutto quello che ha fatto per te”. Ed ecco Rihanna che, in un abile product placement, tira fuori due Cartier. “Ma quello non importa”, incalza il voiceover di Jay-Z. Ma come, non importa? Che confusione! Ricapitoliamo: i beni materiali non contano però contano?

È questa ambiguità che rende il video perfetto per il suo scopo: Rihanna non poteva permettersi l’anello che sognava da piccola (come te), ma ora può averlo (e tu no); Rihanna è una persona normale con una famiglia normale (come te), ma è anche una ricca star (e tu no).1 Questo sembrerebbe lo schema dei valori promossi dal documentario. Non importa che Rihanna incida canzoni sul sesso estremo, si presenti in pubblico sempre più svestita e appaia in video in cui beve e si droga pesantemente: la Rihanna vera ha una casa modesta e, quando può, si presenta ai famigliari struccata e porta loro regalini.

Volevamo proprio saperlo? No. (E i numeri di YouTube sembrerebbero supportare questa teoria: “solo” 170.000 visite.) Eppure hanno bisogno di dirci che c’è una spessa linea di demarcazione tra popstar e persona, che Ozzy Osbourne mangia pipistrelli, ma è tanto carino in pantofole. Certo,  a volte è interessante  conoscere il lato umano dell’artista, ma molto più spesso (MTV Diary ha fatto scuola) sembra solo un’altra spunta nella lista dei PR per attaccare il mercato da tutte le angolazioni possibili. E Rihanna ci sta riuscendo benissimo. Rihanna è al contempo oggetto sessuale inarrivabile, sorella premurosa, intima confidente, sveltina in ascensore, figlia ideale, compagna di sbronze, fidanzata fedele, escort acrobatica e, quando Beyoncé avrà finito di monopolizzare il settore gravidanza, madre dei tuoi figli.


1 Tuttavia, Rihanna si alza dal divano per andare in cucina (come te) e camminando per pochi metri riesce comunque a mandare messaggi sessuali allo spettatore (e tu no).

Guardami, sono madre: la plateale maternità della popstar

Alla fine del 2010, Gianna Nannini allestì un circo mediatico senza precedenti nel suo utero: le interviste esclusive, un disco a tema evaginato all’occorrenza nonché la richiesta di  “creare un po’ di dibattito attorno all’evento” alla Meloni. La cantante senese, prontamente soprannominata Gianna Mammini e poi Nonnini da Paolo Madeddu, sfruttò la maternità da tutte le angolazioni possibili,  sbaragliando la concorrenza di altre madri illustri quali Antonella Clerici e Jovanotti. Portando avanti un pop topos diffusissimo e primordiale, era diventata l’ambasciatrice indiscussa della fertilità.

Fino a qualche giorno fa.

Durante l’ultima, dimenticabilissima edizione dei Video Music Awards tenutasi domenica, Beyoncé ha annunciato di essere incinta.

La twittersfera non poteva certo stare a guardare quello che tutti stavano già guardando senza far notare quello che tutti già stavano notando, e l’annuncio si è tradotto in 8.868 tweet al secondo. Più dei mondiali di calcio, più del terremoto in Giappone. A quel punto, non sarebbe servita nemmeno Lady Gaga che sgrava gremlins sul red carpet per distrarre l’umanità dal feto reale. E meno male che Beyoncé è già al quinto mese e ce ne restano solo quattro (anche se, dipende, magari lo tiene dentro un po’ più a lungo per far coincidere il parto con un nuovo video). Seguiranno: interviste in tutti i talk show mattutini, il servizio fotografico senza veli col pancione (è artistico! È per beneficenza! Weirdest boner!) e una linea di capi prémaman. Poi, per non uccidere il buzz postpartum, la signora di Casa Jay-Z potrebbe fare una comparsata sulla newsletter per mamme impegnate di Gwyneth Paltrow, mentre noi tutti potremo finalmente occuparci delle scelte di stile del neonato. Altro che tacchi di Suri Cruise e sopracciglia di Lourdes, il piccolo gangster (che avrà almeno tre nomi: uno normale, uno afroesotico e uno biblico) sarà il soggetto di milioni di tumblr dedicati.

A rendere il tutto ancora più interessante, ci penseranno i complottisti di Vigilant Citizen e affini: convinti che Beyoncé e Jay-Z siano i capi supremi della setta degli Illuminati, etichetteranno il bambino come il Rosemary’s Baby dell’hip hop.

E, infine, l’album. L’album definitivo sulle gioie della maternità, quattordici tracce concepite, prodotte e registrate nel grembo imperiale, con special edition avvolta in una replica in scala 1:1 della sacca scrotale di Jay-Z.

Eppure, mi direte, è solo questione di prospettiva. Beyoncé che annuncia una gravidanza sul palco dei VMAs è l’equivalente su scala planetaria di quelle mamme che credono di possedere il marciapiede coi loro passeggini a forma di SUV. Noi abbiamo gli amici su Facebook che postano le foto del pupo che fa la pappa, il ruttino e il bagnetto; la popstar ci fa un comunicato stampa e un disco. Come tutti, parla di ciò che gli accade e ciò che conosce. Ma a rendere preziosa l’opera non è, in genere, l’esperienza in sé bensì il punto di vista. È la capacità di elaborare qualcosa che viviamo tutti in maniera unica. Ma quando il tema è la maternità, le chances di trovare prospettive originali sono pari a quelle di avere un parto ottuplo. Gridare al mondo: “GUARDAMI, SONO MADRE” funzionerà in termini commerciali, ma raramente artistici.

L’homo sapiens si riproduce da 200.000 anni: fatevene una ragione.