Primavera Sound 2013: giorno 2

primaveraInnanzitutto, sappiate che giovedì al Primavera Sound 2013 si è sfiorata la tragedia. Un membro degli One Direction è stato infatti avvistato nel pubblico del festival, dando credito ai tanti tweet di gente che pensava di avere avuto allucinazioni a forma di Harry Styles. Le fan forse erano a già a dormire o forse per una volta il loro servizio di intelligence ha fallito, ma è un vero miracolo se non siamo stati calpestati da una mandria di directioner urlanti (volendo, avrebbero potuto attaccare il festival pure dal mare!) in cerca del loro idolo. Ieri sera, invece, non è stata avvistata nessuna boyband, nonostante i bookmakers dessero praticamente per certo Nick Carter nel pubblico dei Neurosis.
E ora, i concerti della giornata.
Solange1
SOLANGEÈ da pigri iniziare col solito paragone, ma proprio mentre Beyoncé gira il mondo con l’ennesimo, pirotecnico tour, Solange sale sul Pitchfork stage di Barcellona. Il suo è un altro tipo di regalità: quella che mette al centro le canzoni, quella che ti permette di vestirti se fa freddo (come oggi). Ma è un impero altrettanto rigido: se Solange ti chiede di spegnere fotocamere e cellulari, tu lo fai; se Solange ti chiede di cantare con lei “PAH-PAH-OOH”, tu lo fai; se Solange ti chiede di ballare, tu lo fai – vergognandoti un po’ perché dal palco il suo stilosissimo complesso ti vede, e immagini cosa stiano pensando.
La sorella di Mazinga si presenta con una giacca verde fosforescente e propone i brani del nuovo repertorio scritto e prodotto con Dev Hynes. Ognuno di questi ha un balletto coordinato e suona più ballabile della versione album, ma la voce è leggera e misurata quanto i beat. L’unica pecca è un repertorio ancora troppo limitato (solo un paio di pezzi del suo passato, riarrangiati, compaiono in scaletta), ma c’è ragione di pensare che quando arriveranno un album e un tour vero e proprio, Solange diventerà la popstar globale che merita di essere. Per ora, la sua esibizione è la più quando-ti-ricapita del cartellone, ma fate in modo che vi capiti presto. Solange2
Due sono le critiche che si sentono più spesso su James Blake: è noioso ed è freddo. Sulla prima, non ci si può fare molto: è questione di orecchie; sulla freddezza, si può invece discutere, soprattutto dopo aver visto centinaia di persone ondeggiare (o addirittura scatenarsi) sui suoi profondissimi bassi. Dal vivo, James dà molto peso alle sue radici (post)dubstep e gli spazi sono meno rarefatti. In alcuni casi, ha un approccio quasi aggressivo nel rivisitare i suoi stessi pezzi per adattarli al contesto live; JAMESBLAKEin altri, trova il modo di lasciarli quasi intatti, ma valorizzando gli elementi ritmici e lasciando più in ombra le tastiere. Io me lo sono goduto tantissimo senza mai annoiarmi – come potrebbe suggerire questa luna piena con piano.
JBlake
HOWTOÈ appena passata l’1 e mi trasferisco verso il palco di Vice. La vicinanza fisica al logo della testata mi dà l’immediato potere di aggiornarvi sui DOs and DON’Ts della serata. DO: scegliere il palco più vicino al mare; DON’T: scegliere il palco che attrae più folla; DO: ascoltare How To Dress Well; DON’T dare corda a un gruppo che tanto non si scioglie. Tom Krell arriva conscio dell’orario assassino che gli è stato assegnato e scherza: “We’re not called Blur”. Ci sono al massimo duecento persone a vedere il suo semplicissimo set: un violino, due laptop, due microfoni (uno normale e uno con un riverbero infinito, che alterna con particolare effetto nella dialogica “Talking To You”). Emozionato, ma consapevole del miracolo che è la sua voce e di ciò che può fare, Tom decide di testare (per la prima volta, dice) alcune novità sul finale: un inedito scritto a Ibiza che interpreta a suo modo la dance (!) e una cover di “Again” di Janet Jackson. Molto più tender di qualsiasi cosa si sia ascoltato dall’altra parte del Forum (perdonatemela).
Howto
Chi sceglie i The Knife al Primavera ha un lusso: sa già a cosa va incontro e non ha pagato un biglietto per vedere solo loro (io, dopo tre concerti stupendi in sei ore posso già dirmi soddisfatto della giornata). Si parte prevenuti dopo le recensioni del tour lette negli ultimi mesi e sappiamo che non c’è da aspettarsi un concerto rock suonato, uno spettacolo pop patinato o un DJ set. Assistiamo invece a qualcosa di unico che è al contempo un rave, un rituale massonico, una TV sintonizzata sugli anni ’80 di un paese molto povero e un saggio di danza delle elementari. Da lontano, lo spettacolo è davvero divertente e alla fine di ogni pezzo viene da chiedersi quale idea stupida o geniale (a seconda dei punti di vista) sfrutteranno per il successivo. knife-disclosureMa la vera differenza la fanno i megaschermi perché un’ottima regia riprende quei dettagli che gli spettatori del tour non hanno forse avuto modo di notare. Ancora una volta, dare un giudizio definitivo sui The Knife è impossibile ma, come ho già detto nella recensione dell’album, con loro bisogna stare al gioco.
Sono le 4.30 e mi avvicino con stanchezza e curiosità (ma più stanchezza) al Pitchfork stage per i Disclosure. Mi aspettavo un ordinario DJ set perché (sbagliando) li consideravo solo produttori. Invece, i due fratelli inglesi alternano computer e strumenti. E cantano. Una bella sorpresa che li rende in qualche modo più appetibili: forse la presenza di vocalist nei singoli era più dettata dal marketing che dall’effettivo bisogno di aiuto. “F For You”, per esempio, dimostra come ce la facciano anche senza ospitare le belle voci di Eliza Doolittle o Aluna. Resterei volentieri per sentire in anteprima i pezzi del loro primo album (in uscita a giugno) ma sono le 5 e là fuori c’è pieno di tassisti con cui devo litigare.

My Compact Diss: Febbraio

Rompete il porcellino di ceramica e racimolate tutti i risparmi perché a febbraio vi servono un sacco di soldi da spendere in musica. (Se leggendo “rompete il porcellino” avete pensato ad Angry Birds, siete messi malissimo.)

PJ Harvey
Let England Shake
Island

Sto cercando di farmi un’idea sulla direzione che ha preso la Polly Jean da almeno un anno e mezzo, quando si venne a sapere che si era discontantinopolizzata. Col nuovo album (finalmente!) in arrivo e un paio di anteprime, continuo a non capirci niente, ma va bene così. Le sorprese non mancano mai ed è forse questa la ragione per cui PJ è l’unica rocker degli anni ’90 ad aver mantenuto vivo l’interesse del pubblico e ad essere sopravvissuta artisticamente. Le altre ci hanno tradito tutte – chi con lo yoga, chi con la chirurgia estetica, chi con la noia. Cosa sappiamo di Let England Shake? Che l’ha registrato in una chiesa, che ha preso corsi di scrittura perché si sentiva inadeguata (Polly, la scrittura andava bene, magari, ecco, un VOCAL COACH? No? Ok, scusa, ti si vuol bene lo stesso), che sarà il suo disco “meno introspettivo”, che parla di cose che succedono fuori da un rudere del Dorset e che noi lo compriamo senza nemmeno pensarci su.

Beth Ditto
EP
Deconstruction

Dopo “Cruel Intentions”, continua la collaborazione Beth Ditto/Simian Mobile Disco e noi l’accogliamo con un caloroso “figata”. Se c’è una cosa che mi piace è quando i clubbiers prendono un bel personaggio in prestito con scopi pop. Non facendo uso di MDMA, non me ne frega niente di sentire pezzi di otto minuti da discoteca berlinese: io voglio una strofa e un ritornello. Ed è un metodo che funziona sempre: Hercules & Love Affair con Antony; Kleerup con Robyn e Neneh Cherry; Röyksopp con chiunque; Gabry Ponte con Little Tony. L’EP è uscito il 10 gennaio in digitale, ma la pubblicazione ufficiale è il 6 marzo e io ne parlo nella rubrica di febbraio, va bene? L’anteprima con tutte le tracce spezzettate si ascolta puntando il mouse  qui sotto:

Ricky Martin
MAS Música + Alma + Sexo
Sony

Un applauso a Ricky Martin, che incide musica dall’84 e non ha MAI fatto una bella canzone neanche per sbaglio. Un record imbattuto che porta avanti col nuovo singolo “The Best Thing About Me Is You” in coppia con la sempre più derisibile Joss Stone. Detto questo, se l’album venderà un botto, magari si sfateranno un paio di miti sui supposti requisiti basati sulla sessualità per vendere dischi in America Latina.

James Blake
James Blake
ATLAS

C’è un hype che si taglia col coltello per questo giovane tennista artista londinese, dato che è arrivato secondo sia al BBC Sound of 2011 che al BRIT Awards Critics’ Choice (in entrambi i casi, dietro a Jessie J perché gli inglesi si stanno strappando i capelli all’idea di avere una futura Lady Gaga sul pianerottolo: lasciamoglielo credere). Cosa aspettarci dall’LP di debutto? Innanzitutto, quella splendida cover di Feist che avete già sentito tutti. Poi, un notevole miglioramento rispetto ai quattro EP che ha pubblicato negli ultimi anni. Nell’album, la voce di Blake, che prima faceva brevi comparse e quasi sempre sotto forma di campionamento, è centrale. Questa è una raccolta di canzoni, non componimenti dubstep astratti. Anzi, la parola “dubstep” gli va già stretta (qui c’è meno Burial e più D’Angelo – non Nino, l’altro) e probabilmente è una parola che tra qualche mese odieremo. Tuttavia, il bello del 2011 è che possiamo citare lo stesso genere parlando di James Blake, ma anche del nuovo, bellissimo singolo di Britney.

Stateless
Matilda
Ninja Tune

Gli Stateless sono in giro da quasi dieci anni e non hanno mai sfondato, ma non credo che sia per colpa loro. Troppo anticonvenzionali per la Sony (che nell’annus horribilis della fusione con la BMG stracciò il loro contratto da cinque album dopo appena un singolo), e forse troppo convenzionali per la !K7, gli Stateless stanno per pubblicare il loro secondo LP con la Ninja Tune e non riesco a pensare a una label che rappresenti meglio questi cinque Loiners (NdR: “di Leeds”, e sì, l’ho imparato cinque minuti fa). Il nome che spunta sempre fuori quando si parla di loro è DJ Shadow, perché gli hanno fatto da supporter e hanno lavorato con lui. Io preferisco definirli come “gli UNKLE che puoi canticchiare”. Insomma, ne vale la pena.