Guardami, sono madre: la plateale maternità della popstar

Alla fine del 2010, Gianna Nannini allestì un circo mediatico senza precedenti nel suo utero: le interviste esclusive, un disco a tema evaginato all’occorrenza nonché la richiesta di  “creare un po’ di dibattito attorno all’evento” alla Meloni. La cantante senese, prontamente soprannominata Gianna Mammini e poi Nonnini da Paolo Madeddu, sfruttò la maternità da tutte le angolazioni possibili,  sbaragliando la concorrenza di altre madri illustri quali Antonella Clerici e Jovanotti. Portando avanti un pop topos diffusissimo e primordiale, era diventata l’ambasciatrice indiscussa della fertilità.

Fino a qualche giorno fa.

Durante l’ultima, dimenticabilissima edizione dei Video Music Awards tenutasi domenica, Beyoncé ha annunciato di essere incinta.

La twittersfera non poteva certo stare a guardare quello che tutti stavano già guardando senza far notare quello che tutti già stavano notando, e l’annuncio si è tradotto in 8.868 tweet al secondo. Più dei mondiali di calcio, più del terremoto in Giappone. A quel punto, non sarebbe servita nemmeno Lady Gaga che sgrava gremlins sul red carpet per distrarre l’umanità dal feto reale. E meno male che Beyoncé è già al quinto mese e ce ne restano solo quattro (anche se, dipende, magari lo tiene dentro un po’ più a lungo per far coincidere il parto con un nuovo video). Seguiranno: interviste in tutti i talk show mattutini, il servizio fotografico senza veli col pancione (è artistico! È per beneficenza! Weirdest boner!) e una linea di capi prémaman. Poi, per non uccidere il buzz postpartum, la signora di Casa Jay-Z potrebbe fare una comparsata sulla newsletter per mamme impegnate di Gwyneth Paltrow, mentre noi tutti potremo finalmente occuparci delle scelte di stile del neonato. Altro che tacchi di Suri Cruise e sopracciglia di Lourdes, il piccolo gangster (che avrà almeno tre nomi: uno normale, uno afroesotico e uno biblico) sarà il soggetto di milioni di tumblr dedicati.

A rendere il tutto ancora più interessante, ci penseranno i complottisti di Vigilant Citizen e affini: convinti che Beyoncé e Jay-Z siano i capi supremi della setta degli Illuminati, etichetteranno il bambino come il Rosemary’s Baby dell’hip hop.

E, infine, l’album. L’album definitivo sulle gioie della maternità, quattordici tracce concepite, prodotte e registrate nel grembo imperiale, con special edition avvolta in una replica in scala 1:1 della sacca scrotale di Jay-Z.

Eppure, mi direte, è solo questione di prospettiva. Beyoncé che annuncia una gravidanza sul palco dei VMAs è l’equivalente su scala planetaria di quelle mamme che credono di possedere il marciapiede coi loro passeggini a forma di SUV. Noi abbiamo gli amici su Facebook che postano le foto del pupo che fa la pappa, il ruttino e il bagnetto; la popstar ci fa un comunicato stampa e un disco. Come tutti, parla di ciò che gli accade e ciò che conosce. Ma a rendere preziosa l’opera non è, in genere, l’esperienza in sé bensì il punto di vista. È la capacità di elaborare qualcosa che viviamo tutti in maniera unica. Ma quando il tema è la maternità, le chances di trovare prospettive originali sono pari a quelle di avere un parto ottuplo. Gridare al mondo: “GUARDAMI, SONO MADRE” funzionerà in termini commerciali, ma raramente artistici.

L’homo sapiens si riproduce da 200.000 anni: fatevene una ragione.

My Compact Diss: Gennaio

Per quanto sembri strano anche a me, ho scoperto che c’è gente che pubblica album a gennaio. Pochi, ma ci sono. Peggio per loro, perché tutti se ne dimenticheranno al momento di stilare le liste di fine anno. <cough> Vampire Weekend </cough>

Rye Rye
Go! Pop! Bang!
N.E.E.T.

Rye Rye ha diciannove anni, viene da Baltimora e, se McNulty non l’arresta prima di gennaio, presto sentiremo il suo album di debutto Go! Pop! Bang! Cosa dobbiamo aspettarci da questa protégée di M.I.A.? Esatto: quel tipo di musica, quel tipo di estetica nei video, quei vestiti catarifrangenti. E non è necessariamente una brutta cosa. Se attraverso Rye Rye possiamo aggirare il problema M.I.A. tenendoci la sua musica e eliminando la sua boccaccia, io non ho nulla in contrario. Il problema sarà distinguerla da Santigold.

Verdena
Wow
Universal

La mia prima reazione al nuovo singolo dei Verdena non è stata esattamente “WOW”. È stata più “WTF”, ma un WTF positivo. È una bella canzone, battistianissima – e lo intendo come un complimento – da un gruppo a cui non ho mai prestato troppa attenzione, ma che “ha ancora qualcosa da dire”/”è arrivato a un difficile traguardo”/”non ha paura di mettersi in gioco” (scegliere topos recensorio a piacere). Poi si potrebbe parlare del loro fastidioso atteggiamento, del fatto che i titoli dei loro pezzi continuano a sfidare le mie capacità mnemoniche e vincono, o che le loro liriche sembrano venute fuori dal generatore automatico di testi dei Verdena. Ma chi se ne frega. Tutto il resto l’ha già detto benissimo Simone Rossi.

Cristina Donà
Torno A Casa A Piedi
EMI

Cristina Donà è sempre rimasta un po’ in disparte a farsi gli affari suoi. È stata l’unica cantante italiana di una certa importanza a non figurare tra le Amiche per l’Abruzzo e, se escludiamo un’apparizione con Nada, non è mai stata a Sanremo (nel 2008, Pippo la invitò e poi la bocciò). Inoltre, è anche l’unica persona ad avermi fatto digerire un duetto con Giuliano Sangiorgi e non è cosa da poco. Quindi a questo punto vorrei tanto dire: “è bravissima, comprate il suo nuovo album”. E invece no, perché il primo singolo, “Miracoli“, rompe la quasi-perfezione della sua discografia: è banale (non pensavo avrei mai usato questo aggettivo parlando della Donà). L’aiuto alla produzione e agli arrangiamenti di Lanza (già collaboratore di Pelù, Antonacci, Vasco: HO TANTO FREDDO) non mi lascia ben sperare. Questa volta non si va a colpo sicuro, aspettiamo di ascoltare il resto.

Gianna Nannini
Io E Te
Sony

Bla bla bla Gianna Nannini bla bla bla figlia bla bla bla sì ma però. Bla bla bla maternità bla bla bla grande emozione bla bla bla disco nuovo.

Adele
21
XL Recordings

Non so perché ho ignorato Adele per tutto questo tempo. Gli indizi erano a suo favore: un contratto con la XL Recordings, valanghe di premi e, nonostante l’aspetto non proprio freschissimo, la signorina ha solo 22 anni. Il nuovo singolo “Rolling In The Deep” è bellino, ma c’è voluta questa esibizione dal vivo di “Someone Like You” per farmi accorgere di lei.

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Appunto, la perfezione. Come dice Jools Holland col suo accento pretenzioso alla fine del video, è una canzone che potrebbe avere cent’anni o essere stata scritta ieri. Non so come suonerà sul disco e non me ne frega niente. È questa esibizione che terrò nell’iPod, perché sono quelle piccole imperfezioni della voce che mi uccidono e non credo che resteranno nella versione in studio. Per una volta lo dico seriamente: “mi sei arrivata”.

Po-po-po-POP: gli orrori sonori dei Mondiali

Nel caso viviate in una caverna lontanissima da qualsiasi centro abitato del pianeta, vi comunico che sono iniziati i Mondiali di calcio. E io, in questo mese, vorrei vivere in una caverna lontanissima da qualsiasi centro abitato del pianeta. Purtroppo non mi è concesso darmi all’eremitismo – quantomeno mediatico – e succede ch’io mi trovi la timeline di Twitter intasata dalle hashtag con le bandierine e un sacco di panzoni sovraeccitati in televisione che esaminano con maniacale attenzione ogni secondo di gioco. Non solo. Da dieci anni a questa parte, la FIFA si è accorta che il calcio può andare a braccetto con la musica popolare e regalarci una pletora di sgradevoli inni per incitare i tifosi. La tradizione sembra trovare le sue origini proprio con Italia ’90 e la (sfortunamente) indimenticabile “Un’Estate Italiana” dell’inconsueto trio Bennato/Nannini/Moroder. Fu la canzone più venduta in Italia durante l’anno dei Mondiali e qualcuno probabilmente fiutò l’affarone dell’inno ufficiale (ovviamente le canzoni calcistiche già abbondavano, ma non c’avevano il bollino FIFA).

E fu subito pop topos. Ma se con Italia ’90 e USA ’94  le canzoni ufficiali potevano vantare una connessione col paese ospitante e la sua tradizione musicale (gli americani c’avevano un gospelone che levati), da Francia ’98 in poi, è stato imposto un regime di insensatezza e locura che ha di fatto plasmato il pop topos coi seguenti requisiti:

  • La canzone dev’essere brutta;
  • La canzone dev’essere cantata da un artista internazionale non originario né residente nel paese ospitante (ad esempio, un portoricano che canta in spanglish per il mondiale francese);
  • La canzone deve parlare di calcio, facendolo però leva su sentimenti universali (la vittoria, l’euforia, la passione, il fuorigioco).

Se volete puntare il dito contro qualcuno, anche questa volta dovrete andare a bussare alla Sony, partner musicale (e non solo) dei Mondiali proprio dal ’98. Ed ecco spuntare, in ordine cronologico, Ricky Martin, Anastacia, Il Divo e ora Shakira.

Non oso immaginare le tavole rotonde nel transilvanico castello della Sony, che deve mettere insieme di fretta e furia una canzone ufficiale cercando di bilanciare interessi economici e tradizione. Quindi quest’anno, Shakira viene affiancata da un gruppo autoctono (i Freshlyground) e un po’ di ballerine colorate per creare l’immortale effetto Benetton, e le si fa cantare un pezzo con sillabe facilmente riproducibili dall’hooligan neanderthaliano (che comunque preferirà  ridurre ai minimi termini “Seven Nation Army” o soffiare in una stracazzo di vuvuzela).

Persino Venegoni della Stampa si è accorta delle contraddizioni di “Waka Waka” e ha scritto qualcosa di sensato sull’argomento in uno dei suoi “post” in corsivo grassetto rosso. Curiosamente, ha anche suscitato una modesta flame war: una novantina di commenti incazzati, probabilmente scritti dai cugini di Shakira e Rudy Zerbi.

E se “Waka Waka” non fosse abbastanza, sappiate che quest’anno hanno istituito pure l’official FIFA anthem (di pedobeaR. Kelly), l’official FIFA mascot song (Pitbull e un paio di altri tamarri) e la canzone ufficiale per passare il testimone a Brasile 2014 (dalla vuvuzela alla favela). Devo continuare la panoramica su questi disastri su scala planetaria? In Inghilterra, l’infallibile Simon Cowell ha reclutato Dizzee Rascal per fargli coverizzare “Shout” con James Corden (un attore comico che conduce una trasmissione calcistica), e noi c’abbiamo  “Invocazioni al cielo” (cioè? Le bestemmie?) delle Vibrazioni come sigla ufficiale per Sky Sport.

E quelli dell’altra sponda (la Universal) non stanno certo a guardare e acciuffano un rapper somalo-canadese per plasmare l’inno Coca-Cola, disponibile in TREDICI lingue e versioni diverse a seconda del mercato. Tutti in coro: “SELLOUT!”

Insomma, basta. Sapete che c’è? L’arbitro ce l’ha con noi e questo è l’unico inno che ascolteremo:

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