Elisa, L’anima vola

Elisa-Lanimavola

Dal 1996 al 2012, Elisa ha inciso 77 brani originali. Di questi, solo 7 sono nati in italiano o sono stati tradotti dall’inglese. Tutti e 7 sono stati singoli. Fino all’anno scorso, quindi, si direbbe che Elisa è stata una cantante che si è espressa nella sua lingua madre più per necessità che per vocazione. L’italiano le ha dato una vittoria a Sanremo nel 2001, ha risollevato la campagna di un album che non andava benissimo nel 2004 e, passando per Ligabue, le ha permesso di raggiungere il successo (quello definitivo, quello che ti mette tra i pochissimi intoccabili su un piedistallo da cui non si scende più) nel 2006.

La notizia di un album interamente in italiano nel 2013 ci arriva con un senso di rassegnazione: Elisa non è più, da anni, la promessa internazionale in cui si era creduto. Dopo tanti tentativi di esportazione falliti (due raccolte per il mercato europeo e due per quello americano, tutte sconclusionate e poco mirate), sembra naturale che la cantante inizi a parlare una volta per tutte nella lingua del suo unico pubblico.

Agli esordi, Elisa non reagiva troppo bene alle domande dei giornalisti sulla lingua, ma deve averci fatto l’abitudine. Nelle interviste di questi giorni, alle mille declinazioni della domanda obbligatoria “Perché ci hai messo così tanti anni a scrivere un album in italiano?”, troverete altrettante declinazioni più o meno diplomatiche della stessa risposta – e non è quella che piacerebbe sentire a me, ovvero: “Perché in inglese sono più brava”.

Ne L’anima vola, Elisa usa un vocabolario molto ristretto, e i versi sono sconnessi, inconclusi o addirittura incomprensibili. Non è un album di contenuti, è un album leggero come il titolo che porta. In questo senso è molto efficace perché scorre in maniera gradevole e perfino ipnotica: ci si dimentica il significato di ciò che attraversa le orecchie; le parole si fondono con le musiche creando quella materia liquida e incolore di cui si nutrono certe radio. L’ipnosi di Elisa funziona così bene che, quando compare la parola “biscotto” nella traccia 10, ci si risveglia di soprassalto, ritrovando il contatto con la realtà. “Biscotto” è la scelta lessicale più ardita de L’anima vola.

Anche gli ospiti che scrivono per lei si adattano allo stile dell’album. Tiziano Ferro, che ha sempre brillato nel mescolare i registri e nel parlare di cose comuni trovando soluzioni inattese e suggestive, si trova qui a confrontarsi con una semplicità che non gli appartiene per una figlia che non gli appartiene. Il risultato (“E scopro cos’è la felicità”, dedicata alla primogenita di Elisa) è tra i meno ispirati del suo repertorio, al punto da renderlo irriconoscibile: non c’è nessuno indizio nel brano che ci riconduca davvero al suo autore e alla sua penna. Anche Ligabue scrive di maternità e, a sorpresa, la sua ninna nanna contiene il testo più riuscito dell’album. A contrario delle altre tracce, “A modo tuo” racconta una storia in modo limpido e toccante, e – doppia sorpresa – l’angolazione di Ligabue non è nemmeno tra le più ovvie: non celebra la nascita di un figlio, ma il momento in cui si separerà con difficoltà dal genitore. Nel campo di questo topos immortale, è quasi una rivoluzione.

Le musiche, come già accennato, mirano a non stupire. Malgrado qualche timido barlume di follia (l’introduzione à la Sigur Rós di “A modo tuo”, gli accenni anni ’80 di “Maledetto labirinto”, la kitschissima citazione di Beethoven via Morricone in “Ancora qui”), Elisa non sembra avere voglia di sfruttare la libertà del ruolo di produttrice. Il suo conformismo sa anche essere elegante (gli archi del mai troppo elogiato Davide Rossi sono spesso la sua salvezza), ma nell’insieme il disco si rinchiude in quel pop-rock da cardiogramma piatto che oggi popola le classifiche italiane accanto al rap. Il vuoto delle liriche, in quei territori, è un bonus.

Elisa poteva essere l’alternativa, e non solo per ragioni linguistiche: l’abbiamo sentita cimentarsi con un rock più aggressivo agli esordi, con l’elettronica misurata di Asile’s World e con la perfezione acustica di Lotus. Oggi, invece, la cantante va a posizionarsi sicura nel campo d’azione di Gianna Nannini, Giorgia e Laura Pausini, ed è preoccupante notare come i quattro nomi femminili più importanti della musica italiana, pur partendo da quattro punti del tutto diversi, si siano ritrovati a fare lo stesso genere per gli stessi ascoltatori: musica placida come il mercato che l’accoglie.

Premio Salame dai Capelli Verderame 2011: il vincitore

EEEEEEH siamo finalmente giunti al termine del Premio più lungo della storia (o almeno, a me è sembrato così). Un’affluenza senza precedenti ha messo a dura prova le urne, strabordanti di affettati marci e ciocche buffamente colorate. Ma, come suggeriscono le percentuali, non c’è stata gara: MiticoVasco, IL RE DEL ROCK, l’umarell di Zocca ha guadagnato quasi il 60% dei consensi degli aventi diritto al voto. Colleghiamoci col vincitore per scoprire come sta festeggiando.

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Bene. Ora che les jeux sont faits, devo confessare che tifavo per i Modà. Avrei potuto applicare il Metodo Baudo ’96, ma non l’ho fatto e potete quindi avere la garanzia di un risultato democratico e pulito.

Ieri sera, come saprete, si è anche tenuta la quarta edizione del Premio Mogol. La giuria, composta da Mario Luzzatto-Fegiz, Marinella Venegoni e Paolo Giordano (il Premio MoLOL, insomma), ha premiato “Le tasche piene di sassi”. Io Jovanotti lo preferisco meno filosofo Baci Perugina e più electropop, ma poteva andare peggio, considerando che tra i nominati figuravano anche Le Strisce, Van De Sfroos, Mannarino (le quote etniche), Cremonini, Pezzali (le quote redenzione) e Gazzè (le quote SOB, fatelo vincere, che vi costa).

La spumeggiante serata, che verrà trasmessa su Rai Uno il 23 giugno, è stata condotta da Fabrizio Frizzi ed impreziosita dalle esibizioni di Davide Mogavero (le quote “ancora tu, ma non dovevamo vederci più?”) e B-Twins (le quote twincest del CET). Ma il vero protagonista, almeno per quanto mi riguarda, è stato l’ambasciatore Saturnino, che se la instagrammava in platea.

E anche per quest’anno è tutto. Un sentito grazie alla golden share per le MIGLIAIA di voti  ricevuti (storia vera). Riguardiamoci il trailer che mi è costato tre attacchi epilettici e una querela da parte di Gaspar Noé.