I grandi autori: fermiamoli

[Il video dell'iniziativa è stato rimosso da YouTube]

Non so quali circostanze nella vita portino nove artisti, età media 64 (sì, ho fatto i conti), a prendere parte a una campagna contro la pirateria digitale. A farsi filmare in una stanza scarsamente illuminata con le facce tutte serie a puntare il dito. A leggere un copione che parla di Megaupload e P2P sulle note di (presumo) Einaudi, che fanno sempre tanto Telethon. Sta di fatto che FEM, CCI, FPM e tante altre sigle che non avete mai sentito nominare hanno scelto di investire quei pochi soldi che la pirateria non ha ancora rubato contro la pirateria. Loro sono “I grandi autori”, un All Stars United Against Masterizzazione, la Lega del Casco d’Oro, la Kryptonite di Dropbox! C’è pure un sito (ProMusic.it) per sfatare i miti della musica gratuita – “già molto cliccato dai giovanissimi” è l’espressione che userà il TG1 parlando dell’iniziativa una di queste sere, me lo sento.

Qualche mese fa, proprio Ruggeri si lamentava perché le vendite del suo ultimo album non corrispondevano ai suoi numeri sui social. “Non posso pensare che tutti questi miei amici vogliano solo interagire con me senza aver voglia di sentirmi cantare.” Peccato, sul serio, perché quell’album ha anche dei bei momenti, come “Il mare d’inverno” con Boosta. L’ho comprato? No, l’ho ascoltato una volta su YouTube. E se non fosse stato disponibile su YouTube? Non l’avrei ascoltato per niente e ora non potrei nemmeno fargli questo piccolo complimento. Metterei un link per farlo ascoltare anche a voi, peccato che:

Potrei dilungarmi moltissimo, spiegando concetti triti e ritriti (che la Caselli-discografica dovrebbe conoscere meglio di me), chiedendomi com’è che questi non vendono un CD da vent’anni ma hanno tanta paura degli adolescenti smanettoni (tutti in fila ad aspettare il leak di Gino Paoli e la mixtape di Vecchioni), chiedendomi se questi siano i primi effetti dell’aumento dell’età pensionabile, ma non lo farò. Mi affiderò invece alla semplicità del diagramma di Venn.

 Tuttavia:

E ora, per piacere, parliamo dell’arancia di Caterina Caselli.

Eurovision Song Contest 2011: cosa ci siamo persi negli ultimi 13 anni

Dato che nessuno ha avuto la malaugurata idea di spedirmi a Düsseldorf a fare da kermesse police, l’Eurovision Song Contest l’ho seguito dal grande divano dei social network. E sai che c’è? Mi sono divertito. Quindi, pur avendo snobbato la manifestazione per settimane, il resoconto è d’obbligo.

“Pronto Raphael?”

Mentre tutti i paesi civili hanno trasmesso la diretta con un commento in stile radiofonico, l’Italia ha organizzato una serata ad hoc condotta da Raffaella Carrà. Che la Carrà non sapesse tenere in piedi una diretta, già si sapeva (e Sanremo 2001 ne fu una pietosa conferma), ma di certo non ci aspettavamo una completa e totale anarchia televisiva di queste dimensioni. Toglile i balletti, i fagioli e le lacrime – toglile la struttura canonica dei programmi che ha condotto per decenni – e la Carrà diventa una soubrette alle prime armi. Meglio così, per noi che vogliamo i lulz.

La scelta di mettere su uno show per seguire lo show nasce dalla (supposta) incapacità del pubblico italiano di digerire una diretta commentata con voiceover e che ci sia bisogno dello Studio Con Le Poltrone di Japino per non scioccare troppo la casalinga. Tuttavia, se la lingua e le facce sconosciute dei presentatori in Germania erano un tale spauracchio, non si spiega la presenza di un ospite/opinionista francese che parla francese per tutta la serata. E che ospite. E che opinionista. Bob Sinclar.

Mai si era visto dare tanto spazio a una figura così sgradevole e fuori luogo per puri fini commerciali: la ripetuta e spudorata promozione del singolo “A far la morte comincia tu”. Tre ore ininterrotte di marchetta impreziosita da opinioni non richieste su “cosa ascoltano i giovani”, il download illegale e la solita fuffa sulle emozioni nella musica. Stizzito, Sinclar ha accusato i concorrenti di essere “finti” e “troppo commerciali”. Lui, che ricicla campionamenti da quando è nato e che anziché dare da mangiare a Kelly Rowland come tutti i DJ del pianeta, sceglie la Carrà.

“I am THE WORST.”

La selezione musicale è stata sorprendentemente variegata, segno che l’Eurovision non è più solo scarti di magazzino europop. Oltre alle inevitabili categorie Urlatrici, Nonni Folk e Bocellame sparso, ci sono stati tentativi di nu metal, jazz e Motown. Il tutto confezionato in pacchettini molto radiofonici, ma è più di quello che si possa dire di una tipica annata sanremese.
Persiste, tuttavia, un certo snobismo da parte dell’industria. Se all’Eurovision si andasse per vincere, a rigor di logica l’Islanda manderebbe Björk, la Francia Mylène Farmer, l’Italia la Pausini e il Regno Unito avrebbe centinaia di proposte più allettanti dei Blue (che erano comunque gli unici concorrenti in gara con un minimo di risonanza internazionale). Oppure possiamo riciclare la storia del “trampolino di lancio”, che in effetti l’anno scorso ha funzionato per la vincitrice Lena e sta già funzionando per quella macchina da guerra pop che è Eric Saade.

I CANI

Gualazzi è arrivato secondo ed è ancora difficile crederci. Sebbene l’unica cosa interessante del cantautore sia lo spelling col “ph” del suo nome, questa sera ha fatto centro (e non è stato solo merito degli amuleti e i pentacoli della Caselli). Il meccanismo della gara non permette al paese di votare il suo rappresentante, ma le nazioni confinanti tradizionalmente si danno una mano (ne consegue il successo dei blocchi jugoslavi, scandinavi, ecc.). E mentre erano tutti impegnati ad assegnare i voti più alti ai propri cugini, Gualazzi ha racimolato un piccolo bottino di voti bassi e qualche 12 (da Albania, Spagna, San Marino e Lettonia). Insomma, non ha polarizzato le opinioni ma è stato moderatamente gradito da tutti: questo ha decretato il suo successo.

Fidatevi, è meglio che non abbia vinto perché, se la leggenda del sabotaggio che mi hanno raccontato i Jalisse è ancora valida dopo 13 anni, la Rai non avrebbe fatto i salti di gioia all’idea di organizzare l’Eurovision 2012 in Italia (così spetta al vincitore). Toccherà invece all’Azerbaijan [inserire qui battuta sulla povertà di infrastrutture del paese] che ha sbancato con la formula “Vattene amore”: duetto uomo/donna sentimentale costruito a tavolino. E quanto mi piace dire che io, in tempi non sospetti, l’avevo previsto: