Eurovision Song Contest 2011: cosa ci siamo persi negli ultimi 13 anni

Dato che nessuno ha avuto la malaugurata idea di spedirmi a Düsseldorf a fare da kermesse police, l’Eurovision Song Contest l’ho seguito dal grande divano dei social network. E sai che c’è? Mi sono divertito. Quindi, pur avendo snobbato la manifestazione per settimane, il resoconto è d’obbligo.

“Pronto Raphael?”

Mentre tutti i paesi civili hanno trasmesso la diretta con un commento in stile radiofonico, l’Italia ha organizzato una serata ad hoc condotta da Raffaella Carrà. Che la Carrà non sapesse tenere in piedi una diretta, già si sapeva (e Sanremo 2001 ne fu una pietosa conferma), ma di certo non ci aspettavamo una completa e totale anarchia televisiva di queste dimensioni. Toglile i balletti, i fagioli e le lacrime – toglile la struttura canonica dei programmi che ha condotto per decenni – e la Carrà diventa una soubrette alle prime armi. Meglio così, per noi che vogliamo i lulz.

La scelta di mettere su uno show per seguire lo show nasce dalla (supposta) incapacità del pubblico italiano di digerire una diretta commentata con voiceover e che ci sia bisogno dello Studio Con Le Poltrone di Japino per non scioccare troppo la casalinga. Tuttavia, se la lingua e le facce sconosciute dei presentatori in Germania erano un tale spauracchio, non si spiega la presenza di un ospite/opinionista francese che parla francese per tutta la serata. E che ospite. E che opinionista. Bob Sinclar.

Mai si era visto dare tanto spazio a una figura così sgradevole e fuori luogo per puri fini commerciali: la ripetuta e spudorata promozione del singolo “A far la morte comincia tu”. Tre ore ininterrotte di marchetta impreziosita da opinioni non richieste su “cosa ascoltano i giovani”, il download illegale e la solita fuffa sulle emozioni nella musica. Stizzito, Sinclar ha accusato i concorrenti di essere “finti” e “troppo commerciali”. Lui, che ricicla campionamenti da quando è nato e che anziché dare da mangiare a Kelly Rowland come tutti i DJ del pianeta, sceglie la Carrà.

“I am THE WORST.”

La selezione musicale è stata sorprendentemente variegata, segno che l’Eurovision non è più solo scarti di magazzino europop. Oltre alle inevitabili categorie Urlatrici, Nonni Folk e Bocellame sparso, ci sono stati tentativi di nu metal, jazz e Motown. Il tutto confezionato in pacchettini molto radiofonici, ma è più di quello che si possa dire di una tipica annata sanremese.
Persiste, tuttavia, un certo snobismo da parte dell’industria. Se all’Eurovision si andasse per vincere, a rigor di logica l’Islanda manderebbe Björk, la Francia Mylène Farmer, l’Italia la Pausini e il Regno Unito avrebbe centinaia di proposte più allettanti dei Blue (che erano comunque gli unici concorrenti in gara con un minimo di risonanza internazionale). Oppure possiamo riciclare la storia del “trampolino di lancio”, che in effetti l’anno scorso ha funzionato per la vincitrice Lena e sta già funzionando per quella macchina da guerra pop che è Eric Saade.

I CANI

Gualazzi è arrivato secondo ed è ancora difficile crederci. Sebbene l’unica cosa interessante del cantautore sia lo spelling col “ph” del suo nome, questa sera ha fatto centro (e non è stato solo merito degli amuleti e i pentacoli della Caselli). Il meccanismo della gara non permette al paese di votare il suo rappresentante, ma le nazioni confinanti tradizionalmente si danno una mano (ne consegue il successo dei blocchi jugoslavi, scandinavi, ecc.). E mentre erano tutti impegnati ad assegnare i voti più alti ai propri cugini, Gualazzi ha racimolato un piccolo bottino di voti bassi e qualche 12 (da Albania, Spagna, San Marino e Lettonia). Insomma, non ha polarizzato le opinioni ma è stato moderatamente gradito da tutti: questo ha decretato il suo successo.

Fidatevi, è meglio che non abbia vinto perché, se la leggenda del sabotaggio che mi hanno raccontato i Jalisse è ancora valida dopo 13 anni, la Rai non avrebbe fatto i salti di gioia all’idea di organizzare l’Eurovision 2012 in Italia (così spetta al vincitore). Toccherà invece all’Azerbaijan [inserire qui battuta sulla povertà di infrastrutture del paese] che ha sbancato con la formula “Vattene amore”: duetto uomo/donna sentimentale costruito a tavolino. E quanto mi piace dire che io, in tempi non sospetti, l’avevo previsto:

My Compact Diss: Aprile

È la primavera, y’alls, la stagione in cui ci sentiamo prigionieri della nostra età, con il cuore in catene di felicità, e usciamo con l’amica Isa B. (Secondo voi sono ancora amiche Isa B e Marina Rei? Perché, quando si fa un namedropping così in una canzone, bisogna prendere delle responsabilità. È tipo un patto di sangue suggellato nella storia della musica italiana, amirite?)

Jus†ice
“Civilization”
Ed-Banger

In un momento storico in cui i Daft Punk vengono messi in † per TRON, parlare male degli Air è come sparare sulla † Rossa, e David Guetta è impegnato nella sua †ata disco-ignorante, all’idea di un nuovo singolo dei Justice, ci facciamo il segno della † e preghiamo all’altare dell’elettronica francese. Poi a me basta sentire “Romain Gavras” e inizio a dilatare le pupille fino all’esplosione. In†amo le dita per l’album, ma qui, a occhio e †, direi SCIMMIA e TANTA ROBA. SINGE et BEAUCOUP DE CHOSES.

Jamie Woon
Mirrorwriting
Polydor/Interscope

L’anno scorso, mi sono lanciato in un endorsement francamente ridicolo per gli Hurts. Ebbene, abbiamo visto come è andata a finire: a schifio (lo so che fa cliché, ma sul serio: i demo erano belli!). Ora ho una gran paura che la situazione possa ripetersi con Jamie Woon, che è il mio endorsement per il 2011, quindi sento il dovere di mettere l’allarme entusiasmo.
Jamie per ora non ha sbagliato nulla. Singoli stupendi, alcuni co-prodotti da Burial, col quale aveva già tirato fuori remix e collaborazioni in tempi non sospetti. Storia vera: nel 2007, si sono conosciuti tramite MySpace e hanno iniziato a lavorare insieme. Grazie dell’add! Jamie pesca a piene mani da R&B, soul e (oddio, non ci posso fare niente, mi tocca dirlo) dubstep (raga, quest’anno va così, non lamentiamoci, è sempre meglio della bachata, su) e ne esce fuori qualcosa di sorprendentemente gradevole. Funziona in radio, funziona in cuffia e funziona a cappella in barca in mezzo alle mangrovie. Questo è il mio disco del mese, fatevene una ragione.

Britney Spears
Femme Fatale
Jive

Ne ho già parlato ampiamente la settimana scorsa. Tl; dr: un album pop moderno, ma privo di anima, intelligenza e continuità.

Immanuel Casto
Adult Music
JLe

Immanuel Casto è il cantante italiano che più si avvicina al concetto di popstar. Sono tremendamente serio. Questo dimostra che non sempre serve il supporto di una major per avere un sito curatissimo, video fatti bene e una campagna promozionale mirata. Anzi, l’indie-pendenza permette al Casto Divo di mandare avanti un progetto coraggioso e furbissimo che ha già fatto proseliti in tutta Italia. Purtroppo la cura degli aspetti estetici e promozionali non corrisponde a quella musicale. Le canzoni sono povere, semplicissime, e la voce di Casto non aiuta. E se talvolta il messaggio potrebbe avere il suo perché (“Escort 25”), l’anima di poser e la tendenza alla rima sporcacciona lo avvicinano pericolosamente al suo equivalente nordico Günther. Il gusto per la provocazione gli farà ottenere decine di interviste e riempirà la sua agenda di date in tutta la penisola, ma dal condividere ironicamente un suo video su Facebook al comprare un suo album e apprezzarlo come progetto musicale, il passo è lunghissimo.

Bob Sinclar & Raffaella Carrà
“Far l’amore
Yellow Productions

Titoli alternativi:
“OMIGIDIO in Balera”
“Dentiere: The Musical”
“E Raffaella Smascella a Casa Mia”
“Scoppia Scoppia Mi Sco- (No, Sul Serio, La Signora Oggi Non Ha Preso Le Gocce)”
“A FAR LA MORTE COMINCIA TU”