Primavera Sound 2013: giorno 3

primaveraAlla fine non ha piovuto, ma c’era un vento a trenta gradi sotto zero che a tratti come raffiche di mitra disintegrava i cumuli di barbe. I veterani del Primavera dicono di non aver mai subito un tempo simile e, al terzo giorno, il freddo iniziava un po’ a influire sui piani e di conseguenza sull’umore. Ma non ha piovuto, quindi il dito medio verso i festival inglesi possiamo ancora tenerlo alzato.
Per questione di gusti musicali, il terzo giorno si presenta per me meno ricco dei precedenti, ma mi tolgo comunque delle belle soddisfazioni. La prima è vedere Apparat in teatro.
Su Twitter, qualche tempo fa, l’artista tedesco si lamentava delle lamentele ricevute perché a volte chi va a vederlo dal vivo si aspetta un DJ set e si ritrova i violini. Il suo svantaggio è essere un nome che molti ancora collegano solo all’elettronica che si balla; il suo vantaggio è la versatilità, il saper passare da Modeselektor a Gianna Nannini senza perdere un briciolo di dignità. Al Primavera Sound propone Krieg und Frieden, musica commissionata da un festival tedesco per una rappresentazione di, appunto, Guerra e pace. Addio lulz, stasera ci tocca un po’ di cultura.
APPARATIl concerto si tiene nell’Auditori Rockdelux e assistervi significa estraniarsi per un’ora dall’atmosfera festivaliera, sedersi al chiuso e fare le personcine a modo. Lo spettacolo si compone di due parti (40 minuti ininterrotti e poi ancora una quindicina) in cui l’artista, accompagnato da un violino e un violoncello, suona, smanetta e addirittura canta. La sua voce (intonata e sempre adeguata, ma non da cantante professionista) è l’unica, piccola critica che si può muovere a questa pièce. È di grande effetto anche l’aspetto visivo: un gruppo di artisti chiamato Transforma siede in un angolo del palco giocando con diversi materiali (terra, carta, corda…) e il tutto viene ingrandito e ri-proiettato in diretta sullo sfondo.
Accanto a me sedeva un tizio con la maglietta degli Iron Maiden e credo che a un certo punto abbia versato qualche lacrima. Va’ tranquillo, tizio con la maglietta degli Iron Maiden, il tuo segreto è al sicuro con me.
apparat1
Toh, i Crystal Castles, un gruppo che non vedevo dal loro esordio e che riesce perfino a farmi venire nostalgia di MySpace. Non che siano cambiati molto dal 2008, eh, ma è incredibile come un gruppo nato dalle ceneri dell’electroclash riesca ancora oggi ad avere un pubblico così trasversale da garantire loro l’accesso a festival in cui, musicalmente, non c’entrano molto. Il trucco è sempre lo stesso: Alice lancia urla disperate o sussurra con filtri robotici, e il concerto è una sequenza uniforme di canzoni molto simili tra loro in cui spiccano solo i due singoli storici (“Alice Practice”, “Crimewave”) e “Not in Love” (che senza Robert Smith quasi non ha senso). CRYSTAL-HOTCHIPEppure, la formula è così collaudata che funziona, soprattutto per chi ha voglia di ballare un’ora sotto il bellissimo palco Ray-Ban – magari pensando a quanto eravamo ingenui ai tempi di MySpace.
L’ultimo concerto (escludendo qualche DJ set per gli insonni più ostinati) spetta ai Hot Chip. Non potrebbe esserci conclusione più azzeccata: il gruppo è forse il nome più pop del cartellone e, in una serata di cupi headliner (Nick Cave, My Bloody Valentine), la loro spensieratezza è molto gradita. Io che li vedo per la prima volta, mi accorgo improvvisamente della quantità di singoloni pazzeschi che hanno tirato fuori negli anni e di come nessuno resti indifferente ai loro ritornelli ossessivi e un po’ cretini (“Do it do it do it do it do it now”, “Over and over and over and over”, “Night and day night and day…”). Non è un concerto indimenticabile e la voce e la presenza scenica di Alexis Taylor non sono sempre all’altezza del numero di persone che devono intrattenere, ma ci si diverte moltissimo e si usano tutte le poche energie rimaste per gli ultimi minuti dell’edizione 2013.
ruota
Per il 2014 è stato annunciato (su un megaschermo nell’attesa del concerto di Nick Cave) il primo gruppo headliner: Neutral Milk Hotel. L’indifferenza generale attorno a me al momento della rivelazione lascia forse intendere che gli organizzatori non dovrebbero puntare troppo su un’altra reunion come attrattiva principale. Ma è anche vero che un cartellone come il Primavera, nell’Europa continentale, non ce l’ha nessuno e si può benissimo vivere un bel festival evitando tanti grossi nomi. Non credo ci sia un’altra persona ad aver visto il mio stesso Primavera e la mia stessa combinazione di artisti, e il fatto che i palchi non siano divisi per genere permette di avere accanto un pubblico sempre diverso e tendenzialmente onnivoro. Ci si vede l’anno prossimo. Non vedo l’ora di intasarvi nuovamente il feed con foto della ruota panoramica.

My Compact Diss: Ottobre (parte seconda)

Seconda manciata di uscite ottobrine. Sono in ritardissimo, ma ormai ci avete fatto l’abitudine, no?

Antony & The Johnsons
Swanlights
Rough Trade

Ho voluto aspettare un po’ per parlare di Swanlights perché, dopo la delusione del’EP estivo, volevo dedicargli un ascolto attento. “Thank You For Your Love”, pur essendo largamente inferiore alla discografia antoniana e al resto dell’album, era un’ottima introduzione ai toni di Swanlights e le novità che porta con sé. “Everything is new”, dice Antony nella prima traccia, e l’impressione è che, per la prima volta, sia sereno, a proprio agio con la sua storia personale e pronto a riconciliarsi col suo passato (non a caso, il video di “Thank You…”  era  un montaggio di filmati di un Antony adolescente, appena giunto a New York in cerca di fortuna). Purtroppo, però, come spesso accade, la serenità può nuocere all’artista: Swanlights è bello, ma non commuove né incanta come i precedenti.

Spiccano la parte centrale (soprattutto la title-track), e la traccia conclusiva, “Christina’s Farm”. La traccia 9 è una invece una collaborazione con Björk, che possiamo chiamare “arte” o “devo restituire un favore  a Antony, ma c’ho fretta e görgheggio a caso, tanto tutti penseranno che è arte”.

Ad ogni modo, si compra senza se e senza ma, e se vi piacciono le figure, c’è pure un’edizione speciale con una collezione di disegni, foto e scarabocchi dell’artista.

I Blåme Coco
The Constant
Island

Io ci stavo per cascare in pieno su questa qui. Sentite un po’ gli indizi e ditemi se non c’erano già le basi per una scuffia totale: la collaborazione con Robyn, tracce scritte e prodotte da Klas Åhlund e una valanga di remix di gente tipo Miike Snow e La Roux. Aveva inoltre quest’aurea di scandinavietà (sai com’è, con quella å nel nome d’arte) che invece non c’entra niente: è inglese, ma è nata a Pisa ed è figlia di Sting. [Inserire qui battuta sul fatto che possa essere stata concepita in una delle leggendarie maratone tantriche del cantante.]

Eppure questo The Constant [inserire qui battuta su Desmond] proprio non mi ha convinto. La creatività scarseggia, le doti vocali sono piuttosto modeste e le melodie si dimenticano in fretta. [Inserire qui frase per instillare il dubbio che sia raccomandata dal padre.] Lo riascolterò meglio, promesso, ma per ora a chi vogliamo dare la colpa? I, for one, blame Coco.

Velvet
Le Cose Cambiano
Cose Comuni

Secondo me, i Velvet sono bravi, e questa è un’opinione che probabilmente non leggerete su nessun altro blog musicale (il che fa pensare che un motivo ci sarà – non pensiamoci). Secondo me, dicevo, sono bravi e sono migliorati tantissimo negli ultimi anni. Forse erano bravi già dal secondo album, ma come fai a essere credibile dopo aver cantato cose come “Boyband”, che sarà stata anche ironica ma cristogesùsantissimo. Le Cose Cambiano è un greatest hits che riassume dieci anni di carriera attraverso vecchi successi riarrangiati durante un provvidenziale soggiorno a Casasonica. È un’ottima occasione per accorgersi che “Funzioni Primarie” era e resta un pezzone, che i brani sanremesi non erano poi malaccio e che “Confusion Is Best” con Beatrice Antolini è ancora vergognosamente ballabile. Tuttavia, non sborserò € 16,90 per questa raccolta e non chiederò certo a voi di fare altrimenti. Troviamo un compromesso: fatevi almeno un salto sul loro sito ufficiale perché, pur non essendo aggiornatissimo, merita dal punto di vista grafico, e se ne riparla al prossimo disco di inediti. La strada è quella giusta.

Apparat
DJ-Kicks
!K7

Parliamo del nuovo capitolo della storica serie DJ-Kicks (mamma mia, che sofisticati! Non temete, tra poco torniamo alla musica sciocca). Questa volta a curare la compilation c’è Apparat, DJ e produttore tedesco now with 50% more facial hair. Il buon Sascha è uno che passa con disinvolutra da Modeselektor ai Giardini di Mirò, da Ellen Allien a Gianna Nannini (no, sul serio, è nei credits di Grazie e ha remixato “Contaminata”: guardate qui come sono carini). In questa raccolta, mette insieme i suoi amici e artisti di riferimento: Thom Yorke, Four Tet, Burial, Joy Orbison e tante altre cose belle, se vi piace il genere. Abbiamo pure tre inediti, due di Apparat stesso e uno dei Telefon Tel Aviv, eccezionale duo di Chicago, ahinoi giunto al capolinea. Non vi dico di comprarlo a tutti costi, ma con questo fareste veramente un figurone.

Joe McElderry
Ambitions
Simco

Di Joe McElderry avevamo già parlato l’anno scorso, quando vinse la penultima edizione dell’X Factor britannico e mancò la vetta delle classifiche nella settimana natalizia a causa dei Rage Against The Machine. “Ambitions” è il suo secondo singolo e ha già fatto urlare a tutti “epperò sembra Mika!” perché se canti un po’ in falsetto e fai un video colorato, questa è la reazione che devi aspettarti. Il ragazzo è giovanissimo e ha la personalità e il carisma di una ciabatta. Più specificatamente,  mi ricorda quelle ciabattine che ti danno in omaggio quando fai un viaggio in aereo. La canzone è in realtà una cover degli sconosciuti norvegesi Donkeyboy e sarebbe anche decente, ma non ve la linko. Vi faccio vedere il video dell’originale perché è fenomenale: