C’è dell’hype 2015 – estate

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Rubrica stagionale a supporto della playlist in continuo aggiornamento su Spotify e Deezer.

Alessia Cara, “Here”

“Questa canzone parla di una festa che ho odiato.” Alessia Cara presenta così a un evento di TED il singolo che porta in giro da qualche mese, esibendosi in un momento è-nata-una-stella dietro l’altro (l’ultimo, da Fallon, insieme ai Roots). È il modo più facile di spiegare “Here”, che stupisce tanto per il virtuosismo delle liriche quanto per la naturalezza con cui vengono interpretate: è una piccola situazione sgradevole con cui tutti abbiamo familiarità, il sentirsi incastrati a una festa dove non si ha voglia di essere. Alessia osserva la fauna degli invitati: quello che vomita per avere bevuto troppi intrugli, quello che ci prova, quelli che si radunano accanto a un frigo per sparlare, capitanati da quella che si vanta del numero di hater che ha (nella sua testa). “Here” è il capovolgimento di “We Can’t Stop”: Miley non può né vuole fermarsi; Alessia si nasconde in una nuvola di fumo e poi, senza tante scenate (“pardon my manners”), esce e vi aspetta in macchina quando avete finito. Ad accompagnare la ragazza in questo momento di disagio mondano c’è un campione da “Ike’s Rap II” di Isaac Hayes. Sulla carta, si direbbe una pessima idea riutilizzare quel frammento dopo “Glory Box” dei Portishead, ma se per Beth Gibbons era la colonna sonora di una richiesta di attenzione, per Alessia è la base su cui costruire un classico da stoner misantropi. E se sembrasse una scelta non troppo originale, bisogna ricordare che, ai tempi di Dummy, lei non era ancora nata. La cantante, cresciuta in Canada ma per metà italiana (su Pitchfork parla delle sue radici musicali e cita perfino Gigi D’Alessio), ha infatti 18 anni e ha iniziato caricando su YouTube cover alla chitarra di grandi successi pop. A “scoprirla” è stata la figlia adolescente del fondatore di una società di produzione che opera con Universal e che l’ha portata a un contratto e la pubblicazione di un EP a fine agosto. Finalmente sentiremo altri inediti per capire se sono all’altezza dell’esordio più promettente del 2015.

Jones, “Indulge”

Mi chiedevo che senso avesse Jones in un mondo in cui già esistono Lianne La Havas e Laura Mvula. Poi l’ho vista dal vivo, e ho trovato invece una specie di Leona Lewis col filtro Inkwell. La ragazza ha una gran voce, ma soprattutto il senso della misura, e usa entrambe le cose per fare un soul delicato, avvolgente e, parola di Sam Smith, fucking beautiful. Ha scelto un nome impossibile da googolare, ma presto potrebbe non essere più un problema.

Halsey, “New Americana”

Ora che Lana Del Rey è tornata a farsi tentare dall’hip hop, inizia a imporsi colei che è forse la sua prima erede certificata. Halsey pesca infatti dallo stesso immaginario (non manca niente, da James Dean a Kurt Cobain) e tira fuori la continuazione ideale di “National Anthem”, tant’è vero che qualcuno ha già fatto un inquietante mashup dei due pezzi. Tuttavia, la nostra ventenne dai capelli blu (al secolo Ashley Nicolette Frangipane) sembra avere un po’ troppa voglia di vivere per reggere il confronto. Il suo primo album (Badlands) arriva a fine agosto.

Parade of Lights, “Feeling Electric”

I Parade of Lights, avendo già pubblicato un LP in primavera, sono un po’ fuori posto nel dipartimento dell’hype. Tuttavia, l’assenza della loro musica dalla versione britannica di Spotify suggerisce che potrebbero presto iniziare ad attaccare l’Europa. E voi volete arrivarci preparati. L’ultimo singolo del quartetto losangelino suona come i Chvrches in un momento di grande ottimismo o come gli M83 in un momento di grande paraculaggine.

Misty Miller, “Happy”

Sarà che “Happy” è il tipo di cosa che avremmo potuto vedere e sentire a Coloradio nel ’98 tra un video dei No Doubt e uno dei Garbage (la regia è di Sophie Muller, manco a dirlo), ma Misty Miller sembra proprio uscita da quel periodo d’oro. Solo che lei in quel periodo andava all’asilo. A cosa dobbiamo il revival: al successo di Charli XCX o a noi insopportabili nostalgici? Speriamo che la cantante londinese continui a sfruttare le nostre debolezze anche nel suo secondo album (il primo è del 2011, ma è folk, quindi facciamo finta che non sia mai esistito).