Articoli altrove

Featured

Lady Gaga, entertainer tradizionale da Link
Un anno di Tidal: che fai, Jay Z? da Link
Fenomenologia di Anna Tatangelo da Studio
Festivalbar: musica per le masse da Link

Primavera Sound 2014: giorno 3

PrimaveraLogo
È l’ultimo giorno di festival ed è anche quello col programma più impegnativo perché pieno di sovrapposizioni. Si comincia presto, alle 19, con Teho Teardo e Blixa Bargeld all’Auditori Rockdeluxe: un posto al chiuso, con le sedie, asciutto, civilizzato e senza odore di churros. Il compositore italiano (unico connazionale in cartellone escludendo quelli promossi da Sfera Cubica) e il cantante/attore tedesco portano qui la loro strana collaborazione, aiutati dapprima solo da un violoncello e poi, nella seconda metà, da un giovane ottetto d’archi locale. Ma a rubare la scena (e ad animare un concerto bello ma potenzialmente noioso) è la piccolissima figlia di Bargeld, che invade il palco, abbraccia la gamba del padre, si siede ai suoi piedi e non vuole più andarsene – il tutto con un tempismo così perfetto da far sospettare fosse una scena studiata (non lo era: la madre al lato del palco non sapeva più come trascinarla giù). Teardo e Bargeld eseguono gran parte di Still Smiling e gli highlight sono l’incredibile “Mi scusi” (quella in cui “le gambe mi fanno giacomo giacomo giacomo”) e “Come Up and See Me” (quella in cui elencano tutti i canali della tv italiana da Raiuno a TGcom). Sul finale, trovano il tempo per una cover di Caetano Veloso, una maledizione che mi perseguiterà anche fuori dall’Auditori dove vado a raggiungere altri primaveristi. L’artista brasiliano, dopo anni di corteggiamenti da parte dell’organizzazione, si esibisce finalmente al festival in un’apoteosi di fabiofazismo spinto. È troppo: mi sposto al palco Pitchfork per vedere l’effetto che fa Earl Sweatshirt.

Earl Sweatshirt

…e non mi fa un grande effetto. È un personaggio affascinante e con una storia incredibile, ma se non si ha la pazienza di entrare nella sua narrazione, si trova solo un rapper virtuoso con basi pesanti e rime da far allertare le senonoraquandiste (chiede al pubblico di urlare: “I’mma fuck the freckles off your face, bitch”). La folla risponde con entusiasmo, anche troppo, e questo ci porta al primo momento di LOL, white people della giornata: l’uomo bianco che a un “su le mani” risponde sollevando due stampelle.

Kendrick

Kendrick Lamar rappresenta l’apertura maggiore al mainstream americano del festival (e forse non era così mainstream quando gli è stato chiesto di parteciparvi) (di certo non aveva ancora collaborato con gli Imagine Dragons ai Grammy, ecco). Il suo successo è però meritatissimo e ce ne accorgiamo dopo pochi secondi e soprattutto nella parte centrale di “Swimming Pools”, quando cambia registro e si trasforma nella voce della sua coscienza. L’artista mi fa inoltre un grandissimo favore: comprimere all’inizio del set la già citata “Swimming Pools”, “Bitch Don’t Kill My Vibe” e “Backseat Freestyle” così posso poi trasferirmi sereno verso altri palchi. Momento LOL white people numero 2 della giornata: il pubblico bianco che canta un ritornello che inizia con la parola nig*a (e io che invece ci metto un asterisco non sono certo meno derisibile).

Al palco Pitchfork ritrovo tutti gli amici dispersi a causa di un’assenza di rete che mette tutti in difficoltà, e ci ritrovo anche Dev Hynes. L’artista torna sul luogo delitto: è proprio qui che suonò con Solange nel 2013. Nell’ultimo anno gli è successo di tutto: gli è andata a fuoco la casa, gli è morto il cane e ha litigato con la Knowles minore (compromettendo un album insieme che forse non vedrà mai la luce). La mancanza di Solange si sente tutta e viene compensata con una sosia e la fidanzata Samantha Urbani, più cotonata che intonata. Il momento LOL, white people numero 3 della giornata è proprio lei: la sua voce e il suo look non c’entrano nulla con lo spettacolo di Blood Orange, che sopravviverebbe e, anzi, migliorerebbe senza la sua presenza. (Ragazzi, che brutta bestia è l’amore.) Il concerto alterna canzoni indistinguibili l’una dall’altra e cose ballabilissime a patto che non si voglia competere con chi le sta ballando sul palco. Ma non mi diverto come vorrei perché ho troppa ansia di correre verso l’altra parte del Parc per capire se i Nine Inch Nails, nell’anno del Signore 2014, hanno un senso.

Sono passati 14 (quattordici) anni dall’ultima volta che ho visto i NIN. Era mezza vita fa, era il mio primo festival ed era durante il tour di The Fragile, il loro capolavoro indiscusso nonché un picco che ha reso inutili le loro fatiche successive. Ma, negli anni, Reznor ha anche aggiunto al curriculum altri progetti paralleli (How to destroy angels_ e ovviamente le colonne sonore di Fincher), ravvivando non solo il suo status (più percepito che reale) di pioniere, ma anche quello della band. Se sono al Primavera, vuol dire che i NIN sono ancora vivi – e vantano la fanbase più nutrita del festival, a giudicare dalle magliette del pubblico. La scaletta esce qualche ora prima ed è un sollievo perché ci si può regolare e farsi vivi verso la metà, su “Closer”. Ma “Closer” non arriva nel punto previsto perché la scaletta è sbagliata. PIÙ CLOSER E MENO FILLER, per cortesia. Trent fa infatti un concerto per fan accaniti, recuperando album tracks, singoli che non hanno venduto e pezzi che suonano simili ma inferiori a quelli storici. Sapevo non sarebbe stato un concerto di 100% grandi successi perché si chiamano NIN e non RDS, ma questo è troppo. Lo spettacolo è tecnicamente impeccabile e il palco Sony si conferma l’eccellenza, ma un concerto in cui “Hand That Feeds” è un highlight, non è un concerto da ricordare.

Se non avessi lasciato le ultime energie che avevo su “Head Like a Hole”, il concerto dei Chromeo entrerebbe nella mia top 5. I due sono una macchina da guerra: sono catchy, sono kitsch, sono il modo migliore per chiudere (volendo fare finta che i Cut Copy non esistano perché esistono alle 4 di mattina). Ma l’evento finisce davvero solo quando si appoggia il culo sui sedili della metro (sì, ancora aperta e funzionante a quell’ora) e si finisce a fare il totoPrimavera 2015. Questo è l’effetto che ci fa il festival e che ti fa venire voglia di dare ragione a Bradford Cox.

ps14-3

Primavera Sound 2014: giorno 2

PrimaveraLogoPartiamo dal bollettino meteo perché è ciò che ai festival decide il nostro destino. Dopo l’acquazzone di mercoledì, il Primavera Sound non è più L’Unico Grande Festival d’Europa Senza Fango (non a caso, #prayforpoptopoi è l’hashtag che sta facendo commuovere la rete), ma oggi dopo la pioggia è arrivato un DOUBLE RAINBOW ALL THE WAY. Vorrei far notare che ce fu uno anche fuori dall’arena di Copenhagen durante lo Eurovision Song Contest. E quali sono le uniche due cose in comune tra Eurovision e Primavera? 1. io; 2. John Grant (suona a Barcellona e aveva collaborato al testo dei pazzi islandesi Pollapönk). John, uniamo le forze e mettiamo su un business: double rainbow all the way su ordinazione.

John Grant

Spesso il male di vivere ho incontrato: era al palco Heineken sotto la pioggia verso le 18.30 con John Grant. Le prime gocce arrivano mentre l’artista americano canta “It Doesn’t Matter to Him” e continuano a scendere fino al diluvio sulla colossale “Glacier”. È la colonna sonora perfetta per la situazione meteorologica e il cantautore stesso si rivolge a un pubblico ridotto ma irriducibile dicendo: “Es mi culpa” (sì, John Grant parla perfettamente spagnolo oltre a un altro centinaio di lingue). Nei pochi pezzi più movimentati (“Pale Green Ghosts”, “Black Belt”), si balla con gli ombrelli in modo ridicolo e impacciato, e malgrado il déjà-vu di mercoledì, nessuno vuole mollare. Perché è John Grant, the greatest motherfucker.

Haim

Le Haim son tre sorelle che han fatto un patto: spaccare tutto. Erano un altro gruppo che avevo conosciuto solo in live streaming (#2014) e con risultati mediocri. E ora sono un altro gruppo che bisognava vedere per credere. Il loro set è spassosissimo, anche grazie alle smorfie ridicole di Este Haim, la vera attrazione sul palco. Come direbbero i giornalisti ad Amici, “sono cresciute molto” e Days Are Gone si conferma un debutto eccezionale soprattutto grazie ai (pochi) pezzi che non sono stati (ancora) estratti come singoli: “My Song 5”, sto parlando di te. Sono quindi imperdonabili i lunghissimi minuti di jam session: perché perdere tempo prezioso quando si ha un album pieno di canzoni così forti? Forse le improvvisazioni sono un espediente per renderle più credibili; forse si divertono così e non gliene frega niente dei giudizi altrui. Del resto sono così rilassate da avere vissuto il festival anche da spettatrici e da avere fatto la fila con me al baracchino vegano.

*Mi fanno notare su Twitter che la jam session è in realtà una cover dei Fleetwood Mac (“Oh Well”). Scusate, mi ero lasciato ingannare da questo e dall’introduzione di Este.

FKA Twigs

FKA Twigs è un altro ottimo investimento del palco curato da Pitchfork. La cantante anglo-giamaicana fa un trip hop scurissimo e contemporaneo (quindi cosciente del passaggio di The Weeknd). Il palco è altrettanto scuro, sempre avvolto dal fumo, e lei non viene mai illuminata in volto. È forse un metodo per nascondersi: quando parla tra un pezzo e l’altro, si rivela una ragazza timida ed emozionata che dimostra meno dei suoi 26 anni. Ma quando riparte la musica si trasforma in una danzatrice del ventre ipnotica quanto i suoi brani. Il primo album (dopo un consigliatissimo EP chiamato EP2) uscirà entro la fine dell’anno.

Dopo una coppia di headliner che non ho gli strumenti per commentare (Pixies, The National), arriva l’ora della musica che si balla. I Darkside, ovvero Nicolas Jaar e il chitarrista Dave Harrington, sono una bomba elettronica, dark e stilossima. Dopo i primi minuti di introduzione, in cui si fa strada dentro me l’idea di un cuscino e un letto, iniziano a fare sul serio, ed è il momento di ballare come se nessuno stesse guardando (il buio sotto il suggestivo palco Ray-Ban funziona benissimo per lo scopo). Ci si sposta poi verso il palco ATP per SBTRKT, già arredato con un gigantesco animale gonfiabile (un incrocio non ben identificato tra un felino e un mustelide, di cui non ho prove fotografiche a causa del buio). Il concerto tarda a iniziare e il pensiero va a mercoledì sera: ormai, quando si vede un artista in difficoltà con problemi tecnici, si parla de la maledición de Sky Ferreira. Ma, una volta partito il set, i problemi di SBTRKT si rivelano più artistici che tecnici: nemmeno lui si è portato i vocalist, e la resa di pezzi come “Wildfire” o “Right Thing to Do” è al di sotto delle aspettative. È il secondo concerto del Primavera in cui la voce di Jessie Ware esce solo da un CD, e questo non va affatto bene. Poco dopo ci sarebbe stato Laurent Garnier, che saluto, ma per me il Primavera Sound giorno 2 finisce qui, alle 4, cercando un taxi che raccolga i miei resti.

ps14-3

Primavera Sound 2014: giorno 1

PrimaveraLogoCome diceva ieri Stromae, il Primavera Sound è un “discovery festival” e in ogni edizione che si rispetti ci deve essere almeno un artista che si guarda in mancanza di alternative e poi si rivela una bellissima sorpresa. Al PS14, per me, quell’artista è Glasser. È troppo björkiana perché io non possa avere un debole per lei, ma oltre a possedere quel tipo di eccentricità che fa sempre un po’ sospettare un disturbo mentale, ha un’attitudine pop che la sua madrina ha dimenticato più o meno dopo il video di “Big Time Sensuality”. Sarebbe oltretutto ingiusto definirla derivativa (l’altro nome a cui viene inevitabilmente associata è Kate Bush) perché il suo pop elettronico, tribale ma sofisticato, è originalissimo. Cameron Mesirow è inoltre una cantante potente che sa tenere il palco in un modo tutto suo, gioioso e ammiccante, e col solo “aiuto” di un socio muto e immobile al laptop. Una bellissima scoperta.

glasser

Sono decisamente meno fotogenici i Majical Cloudz, che arrivano al Pitchfork stage armati di un minimalismo totale. Non ci sono visual, non ci sono giochi di luce: non si può che fissare l’espressione un po’ inquietante di Devon Welsh (la combinazione maglietta bianca + testa pelata + occhio di bue fa sì che lui stesso nelle foto si trasformi in una majical cloud) o le unghie smaltate di nero di Matthew Otto che si muovono sul synth. Dopo 40 minuti di un set intensissimo, viene voglia di abbracciare chiunque gridando: “Vibez, bro, VIBEZ”.

majical cloudz

Alle 22 è il turno di St. Vincent, che nel pomeriggio era stata una delle poche a concedere una conferenza stampa. (Domanda: perché su un centinaio di artisti in cartellone solo quattro fanno la conferenza stampa? Risposta: perché, su 1.400 giornalisti accreditati, a sentire St. Vincent ce n’erano sì e no 15.) (Domanda: Ma alla fine la conferenza stampa di St. Vincent ha fornito incredibili rivelazioni sull’artista o perlomeno sul suo parrucchiere? Risposta: no.) (Domanda: il sottoscritto ha poi avuto il coraggio di alzare la mano e chiedere: “Allora, St. Vincent, come va il casinò?” Risposta: no, egli è un pavido.)
Annie Clark, dicevamo, arriva sul palco Sony e spara subito molte delle cartucce più potenti: “Rattlesnake”, “Digital Witness”, “Cruel”, “Birth in Reverse”. La sua scenografia geometrica è semplicissima, con un piccolo podio che ricorda la copertina dell’ultimo album, ma di grande effetto – soprattutto se vista sui megaschermi dello sponsor. Lei è glaciale, ma riesce a trovare il modo di rendere la sua freddezza una virtù, muovendosi solo a scatti robotici o a piccoli passi da geisha. Non parla col pubblico se non per salutare i suoi freaks, come una Mother Monster poco accogliente e molto severa (su “Digital Witness”, il suo pezzo anti-social media, ci si sente in colpa a smanettare su Instagram per trovare il filtro giusto). Un concerto di un perfezionismo assoluto danneggiato solo da una scaletta che concentra gran parte dei pezzi più forti all’inizio.

st vincent

Dopo avere visto i CHVRCHES in svariati festival, ma solo in streaming, avevo molti DVBBI sulle loro capacità dal vivo. Restano DVBBI legittimi per chi non ha ancora avuto la FORTVNA di sentirli di persona, ma io me li sono tolti TVTTI. L’album si conferma una miniera di singoli, l’esile voce di Lauren regge senza sbavature e perfino il piccolo momento di gloria di Martin, che prende il microfono col suo marcatissimo accento scozzese in “Under the Tide”, è assai trascinante. Lauren ci dice che siamo tutti pazzi ad avere scelto loro mentre poco più in là stanno suonando i Queens of the Stone Age. Sei molto VMILE, Lauren, la prossima volta va’ pure a guardare Josh Homme, se vuoi: io resto sotto il vostro palco anche se mettete il CD in loop.

chvrches

Gli Arcade Fire sono un’anomalia tra i miei ascolti e sento che dovrebbero piacermi di meno, ma ogni volta che li vedo dal vivo (e questa è la mia terza volta in tre anni), sento che dovrebbero piacermi di più. Sento una voce femminile agghiacciante, ma ne subisco il fascino; sento pezzi di sei minuti, ma vorrei ne durassero tre; vedo visual orrendi, ma riesco ad apprezzare le loro scelte estetiche e concettuali. Restiamo sui fatti: sono la band più in linea col marchio del Primavera e lo dimostra la folla sconfinata che ha scelto di vederli (ma c’era anche una gran folla sul palco: almeno 15 musicisti). Ieri sera hanno eseguito, ancora una volta, un concerto ricchissimo e barocco che giustifica e consolida il loro status. Il resto sono problemi miei.

Se i Disclosure al Primavera 2013 erano stati una scommessa (vinta) del Pitchfork stage, quest’anno la loro presenza su uno dei palchi principali era quasi scontata. Negli ultimi 12 mesi, è cambiato tutto per i Lawrence, ma il loro live è sovrapponibile a quello della scorsa edizione. L’assenza di guest star, che l’anno scorso mi convinse delle loro capacità, è diventata ora un grosso problema: mentre a Glastonbury e altri grandi festival erano riusciti ad avere sul palco i vocalist dell’album, qui sono costretti a usare le registrazioni. Non possono certo permettersi di portare in tour Mary J. Blige o Sam Smith (che domenica probabilmente supererà i Coldplay alla vetta della top 10 britannica), ma non possono nemmeno proporre un compromesso così poco soddisfacente tra live e DJ set ora che hanno raggiunto questo livello di importanza. La scenografia, che potrebbe compensare altre mancanze, è più complessa e costosa rispetto all’anno scorso (in alcuni punti, per esempio, i due fratelli vengono ripresi in diretta e le loro immagini sono remixate con effetti un po’ kitsch e didascalici come le fiamme in “When a Fire Starts to Burn”), ma i loro iconici profili stilizzati al neon erano molto più efficaci. Non si farebbe caso a questi dettagli se si avessero ancora le energie per ballare, ma nel frattempo sono le tre di mattina e la stanchezza prevale su tutto (anche sulla curiosità di sentire i Moderat e sulla voglia di aspettare i Metronomy). Ah, alla fine non ha piovuto.

ps14-3

Primavera Sound 2014: giorno 0

PrimaveraLogoSe Bradford Cox lo chiamò the best festival in the world, avrà certamente avuto i suoi buoni motivi, a me basta non trovare il fango. E quindi eccoci al Primavera Sound di Barcellona per il secondo anno consecutivo. Il festival vero e proprio inizia domani e, per abituarsi ai ritmi, è consigliabile non mancare per l’anteprima: una serata gratuita in diverse location dentro e fuori al Parc del Fòrum. Ma si parte dal pomeriggio con gli incontri per addetti ai lavori del PrimaveraPro, tra cui un’intervista pubblica di un’ora con Stromae.

stromae

L’artista belga partecipa per la prima volta all’evento e spiega di averlo scelto perché si tratta di un “discovery festival” e lui, che sottolinea spesso la scelta di cantare in francese, spera di trovare terreno fertile anche in Spagna. Tranne una domanda specifica sul Primavera, l’intervista funge infatti più da presentazione che da approfondimento: Stromae racconta ancora una volta delle sue radici sradicate dall’hip hop, dei suoi video virali, della sua nuova linea di abbigliamento. Il progetto artistico, dopo una panoramica così ampia, sembra ancora più coerente, e sentirlo spiegato da Stromae nel suo inglese un po’ improvvisato ma sempre molto diretto, è impagabile.

stromae

In un mondo giusto (datemi corda, è una mia battaglia personale), l’headliner del palco ATP sarebbe stato Stromae e non Sky Ferreira. Perché Stromae a pochi chilometri da qui riempie gli stadi, ha venduto milioni di copie e ha superato i Daft Punk in Francia. Sky Ferreira, invece, avrà venduto sì e no due vinili a Williamsburg e ha fatto molti servizi fotografici. Le due esibizioni, infatti, non sono nemmeno paragonabili.

Stromae arriva dopo quella che le testate serie definiscono UNA BOMBA D’ACQUA e si esibisce nell’unica ora in cui non piove. Suona gran parte di Racine carrée e solo due brani del precedente: l’obbligatoria “Alors on danse” (qui mixata a classici dance anni ’90 in successione) e “Peace or Violence” (che sembra in scaletta solo per ricordarci dell’abisso tra i due album). Gli ultimi singoli sono ormai inscindibili dai personaggi dei relativi videoclip (l’ubriaco di “Formidable”, il manichino di “Papaoutai”, lo sdoppiamento maschile/femminile di “Tous les mêmes”) e vederli riproposti dal vivo conferma le doti interpretative dell’artista (a proposito, nell’intervista del pomeriggio ha detto di avere ricevuto diverse offerte dal cinema e le sta valutando). Ma anche quando non c’è un ruolo da recitare, come nei pezzi dance/trap meno impegnativi, Stromae tiene il palco con una naturalezza incredibile. L’unica cosa che mi sento di dirvi a questo punto è: Alcatraz, 1 luglio.

stromae

Malgrado la definizione di “discovery festival” data da Stromae, non sembra ci sia tutta questa voglia di scoprire. Tra un concerto e l’altro, il pubblico cambia completamente: fuori gli hooligan francesi e belgi di tutte le età, dentro gli hipster che non hanno osato andare al Bangerz tour di Miley Cyrus solo per vedere la sua supporter. Insomma, l’unico tratto in comune tra le due fasce di pubblico è il fradiciume dei vestiti.

Sky Ferreira arriva con gli occhiali scuri quando è già buio e poi si scusa: “Ero spaventata”. E faceva bene a esserlo perché il suo set è un disastro tecnico dopo l’altro and everything is embarrassing. Non si capisce se sia un problema dell’organizzazione o della band (che non sembra tra le più competenti), ma alcune canzoni vengono interrotte a metà o partono con gli attacchi sbagliati o si sentono MALE. La cantante mostra però una pazienza inaspettata e non si arrende (e nemmeno io ho voglia di arrendermi dopo avere consumato Night Time, My Time). Nei momenti più pop (“I Blame Myself”, “Boys”), sa essere molto convincente e si capisce come le major volessero trasformarla in una Britney 2.0. Quando invece si ribella al pop (“Omanko”), sembra stia ancora cercando l’approvazione e l’accettazione di un nuovo pubblico quando, in realtà, la sua avventura nel mainstream durò il tempo di un singolo (“One”, tralasciata nei live). Sky, ti giuro che se la prossima volta vieni con le basi pre-registrate non ti giudichiamo. E magari ci divertiamo davvero.

ps14-3

Emma alla finale dello Eurovision Song Contest 2014: cosa funziona

esc2014_copenhagen-big

Emma è un’ottima scelta per rappresentare l’Italia allo Eurovision Song Contest. Se lo scopo principale è fare sì che gli italiani tornino a interessarsi dell’evento, Emma e Mengoni erano tra i nomi migliori possibili. È un caso unico all’interno della manifestazione e lo confermano i dati dei social: Emma ha più del doppio dei fan di tutti gli altri concorrenti messi insieme. E sebbene questi numeri non ci dicano chi è il più popolare in assoluto bensì il più popolare nella nazione di provenienza, l’Italia può vantare artisti all’apice della loro carriera e discograficamente rilevanti. In questo senso, l’operazione è più che riuscita.

emma-social

È un peccato notare come Sanremo, negli ultimi due anni, abbia scansato o solo sopportato l’affiliazione con lo ESC (non dimentichiamoci che il format europeo è stato creato a immagine e somiglianza del nostro festival). Tuttavia, l’indipendenza da Sanremo (o da un talent show) aumenta le probabilità di poterci presentare con grossi nomi.

Emma dal vivo è fortissima (e su questo si trovano d’accordo anche tutti i suoi detrattori), ma “La mia città” è un brano difficile. È apprezzabile che sia interamente in italiano perché le canzoni bilingui sono sempre un compromesso fastidioso oltreché poco artistico, e creano uno strano effetto di cerchio/botte. Tuttavia, facendo un ragionamento strategico, “La mia città” non usa parole che lo straniero medio potrebbe riconoscere e subito memorizzare e canticchiare. La presenza di un “amore” nel titolo e nel ritornello, per esempio, faciliterebbe le cose.

Non è vero che l’inglese suona sempre meglio dell’italiano. Per esempio, “tombini invadenti” è meglio di “intrusive manholes” e “amo parcheggiare distratta” è meglio di “I love parking inattentively”. (Traduzioni dal sito ufficiale)

Canzoni di Emma che, sebbene non eleggibili per il 2014 perché incise troppo tempo fa, sarebbero state più adatte per lo Eurovision:
– “Amami”
– “Cercavo amore”
– “Dimentico tutto”
– “L’amore non mi basta”

Canzoni italiane incise nell’ultimo anno che sarebbero state adatte per lo Eurovision:
– “L’anima vola” di Elisa (con questa si vinceva)
– “Liberi o no” di Raphael Gualazzi e Bloody Beetroots (tutti gli elementi al posto giusto: canzone perfetta per l’evento; un interprete abbastanza riconoscibile agli eurofan dopo il suo secondo posto nel 2011 e un personaggio di forte impatto con credibilità internazionale)
– “La mia stanza” di Giorgia
– “Logico #1” di Cesare Cremonini
– “Odiare” di Syria
– “Bagnati dal sole” di Noemi
– “L’amore possiede il bene” di Giusy Ferreri
– “Dimmi che non passa” di Violetta

Un artista allo ESC si gioca tutto in tre minuti di diretta e deve essere subito memorabile. Per essere memorabile, deve essere facile da incasellare e riassumere in poche parole. L’obiettivo si raggiunge in tre modi:
Gimmick (es.: l’Islanda ha i pazzi con le tute colorate, l’Austria ha la drag queen barbuta, la Polonia ha le burraie tettone in costume tradizionale)
Scelte musicali-stilistiche (es.: l’Ungheria ha il pezzo impegnato, i Paesi Bassi sono country, il Belgio ha un tenore da incubo)
Fattori esterni (es.: la Russia, l’Ucraina)
Emma non può contare su nessuno di questi elementi e potrebbe rappresentare uno svantaggio. Per spiegare Emma ai non italiani, si possono tirare in ballo Jessie J per la personalità e Pink per la musica (tuttavia, il pop/rock di stampo anglosassone di Emma al momento trova pochi punti di riferimento internazionali). Spiegarla ai tedeschi è più facile perché hanno già familiarità con Gianna Nannini.

Il videoclip de “La mia città”, in cui molti europei l’hanno vista per la prima volta, disorienta. Per quanto faccia piacere vedere Emma più divertita dal suo ruolo di popstar, è un video che sfida il marchio da promuovere perché racconta una storia diversa dal solito: l’anti-diva è diventata diva eccentrica. Allo stesso modo, la pomposa esibizione di sabato, in cui Emma si presenterà vestita da imperatrice con mantello bianco e foglie d’alloro, non ha un legame immediato né col brano né col personaggio (e nemmeno con la cartolina/ident in cui Emma compone la bandiera italiana con una caprese).

Il piazzamento in classifica di Emma (per ora 17° secondo le agenzie) susciterà sicuramente teorie del complotto tra i suoi fan sui social, come accadde l’anno scorso con Mengoni. I fan potranno dire ciò che vogliono, ma il timore è che vengano assecondati dall’artista. Lo spirito dello Eurovision è tutt’altro, e speriamo che si sappia. emma-tweet

Certo che però fare peggio di San Marino sarebbe doloroso.

.

Eurovision Song Contest 2014: la guida alle canzoni

esc2014_copenhagen-big

Anche quest’anno vi ho fatto la guida alle canzoni in gara allo Eurovision Song Contest, che si tiene a Copenhagen dal 6 al 10 maggio. Qualche informazione utile per fare felice gli dei della SEO:
• le semifinali di martedì 6 e giovedì 8 andranno in onda su Rai4;
• la finale di sabato 10 andrà in onda su Rai2 commentata da Linus e Nicola Savino;
• l’Italia, facendo parte delle big five, si qualifica direttamente alla finale e voterà nella prima semifinale;
• di Marrone/Marrone, “La mia città”, canta Emma.

Dentro questo agile menù a fisarmonica trovate: i video ufficiali di tutti i brani; una breve recensione; un giudizio da 1 a 5 sulla qualità del pezzo, la quantità di locura prevista e le possibilità di vittoria (calcolate con un complicato algoritmo che unisce le quotazioni dei bookmarkers alla mia preveggenza); un riassunto del tutto inutile con un emoji (perché noi millennials ci esprimiamo così) (#giornalismo).

Albania


Hersi ha vinto il Sanremo albanese e con questa canzone avrebbe anche potuto gareggiare nel Sanremo italiano di una ventina di anni fa. Studia all’Accademia di Santa Cecilia e cita tra le sue influenze musicali Lady Gaga, Céline Dion, Rihanna, Björk e gli Abba. Non ha chiaramente mai ascoltato nessuno di questi artisti, ma ha invece rubato l’ugola a Shakira. Siamo solo al primo concorrente e mi sembra già di farvi perdere tempo. Amici albanesi, sarà per un’altra volta.

Armenia


Lui si chiama Aram MP3. Il nome d’arte è tremendo, ma vi consolerà sapere che gli è stato affibbiato dal pubblico ai tempi in cui faceva il comico (sai che risate). “Not Alone” è una ballatona al piano serissima e intensa che cresce con archi à la Craig Armstrong e un delirio post-dubstep del tutto ingiustificato. Tuttavia, tocca le corde giuste, è più moderna del previsto ed è già data come super-favorita. Il video copia un po’ “Non me lo so spiegare” di Tiziano Ferro.

Austria

Tom Neuwirth è un uomo che ha deciso di essere una donna e chiamarsi Conchita Wurst. Non se ne accorgerebbe nessuno (nemmeno dalla voce) se non fosse che: BARBA. La barba crea un corto circuito che rende questa drag queen a dir poco ipnotica. Non si parlerà d’altro e il personaggio probabilmente oscurerà la bella ballata da colonna sonora di James Bond con cui gareggia. Al di là del piazzamento in classifica, sarà la protagonista dell’edizione.

Azerbaijan

Niente locura per gli azeri: Dilara Kazimova porta una ballata classica di grande stile. Purtroppo, il brano perde l’occasione di rendersi più interessante dal secondo verso in poi e rischia di risultare un po’ monotono (per non dire soporifero). La messa in scena influirà molto e potrebbe aggiungere quella scintilla che per ora manca alla versione in studio.

Belgio

Non lasciatevi ingannare da quel miracolo di Stromae: il Belgio sa ancora fare musica tremenda e Axel Hirsoux ne è la prova! Il cantante ha una voce che farebbe dire ai giudici di The Voice: “Ma sei un uomo?”. E una voce con così tanto potenziale non è mai stata usata per fini così biechi: una canzone sulle mamme. LE MAMME. “Son tutte belle le mamme del mondo (2014 edit)”. Gli scommettitori lo mettono addirittura tra i primi dieci, ma se passa in finale, io cambio continente.

Bielorussia

Lui è Teo, il Robin Thicke bielorusso. Non si capisce se quel modo di fare sia ironico o se creda veramente nel suo potere di squagliare le mutande di ogni donna che passa. Nel dubbio, e credo che ne converrete, possiamo dire che ha una gran faccia da schiaffi (#giornalismo). “Cheesecake” è una canzoncina scema ma innocua a metà tra novelty e quello che, appunto, potrebbe cantare Robin Thicke. No.

Danimarca

Se pensate di twittare: “Questo sembra Bruno Mars!”, sappiate che l’hanno già fatto tutti. La sera in cui Basim ha vinto le selezioni nazionali, infatti, “Bruno Mars” era nei trending topic danesi. Scubidubidà. Il pezzo si basa sui cliché della canzone d’amore e, furbescamente, gli autori lo ammettono a partire dal titolo. La musica è altrettanto furba e, se lo ESC non fosse già in Danimarca, avrebbe serie possibilità di vincere.

Estonia

Una popstar che perde subito un migliaio di punti presentandosi scalza. E che, a seconda delle inquadrature, ricorda una giovane Tori Amos. Non lasciatevi trarre in inganno dal titolo: “Amazing” non è amazing. Forse, con una produzione un po’ più curata, potrebbe funzionare. Così com’è, è una canzone da ESC che rischia di perdersi tra decine di cose simili, ma fatte meglio.

Finlandia

Anche quest’anno non poteva mancare la band munita di chitarre che non c’entra granché con la manifestazione. Tuttavia, questi Softengine sono meglio di tanti dei loro predecessori: l’incontro tra il pop-rock anglosassone e l’arguzia scandinava della produzione genera un brano incisivo, radiofonico e molto paraculo. Il loro primo album uscirà con la Sony: vuoi vedere che eccetera.

Francia

Eh, Francia, cos’è tutta questa ironia? Non ti riconosco più. La pagina di presentazione dei Twin Twin dice che rappresentano la YOLO generation, che evidentemente ora è una cosa che esiste. Cantano di come si può essere infelici pur avendo tutto ciò che si desidera fuorché i baffi e sotto sotto faccio il tifo per loro. Potrebbero essere la versione aggiornata del mitico Philippe Katerine e, come lui, potrebbero fare poca strada fuori dall’Esagono.

Georgia

Un gruppo che unisce folk e jazz in un video che risponde alla domanda: “Come sarebbe Treme se fosse ambientato in Georgia?”. Tre minuti di canzone di cui uno interamente dedicato a fare yodel. Vorrei tanto potere guardare tutto ciò attraverso un monocolo hipster e promuovere – almeno ironicamente – questa roba, ma non ci riesco.

Germania

Attenzione ai tedeschi perché la loro proposta ha tutti gli ingredienti per andare molto bene: una cantante figlia di una polacca e un ucraino che gareggia per la Germania, una voce femminile particolare ma gradevole, influenze folk e spirito indie, un testo in inglese semplice su una melodia un po’ strascicata che ti si pianta in testa e – giuro – non se ne va più. Gli scommettitori per ora posizionano Elaiza a metà classifica e secondo me si sbagliano di grosso.

Grecia

La Grecia quest’anno fa sul serio. Un rapper (l’unico in gara), un vocalist e un dj con un pezzo che si colloca a metà tra “We No Speak Americano” e “Mr. Saxobeat”. Una truzzeria unica che funziona alla grande e risulta ballabile e subito memorabile. Non fatela sentire a will.i.am perché è il pezzo che cerca di fare da anni.

Irlanda

Al di là del video improponibile e girato con la cura di un prediciottesimo, questa canzone ha il suo perché, almeno in quell’introduzione tesa e incalzante. Ahinoi, il ritornello rovina tutto con la sempreverde pratica dello smarmellamento e l’arrivo degli strumenti tradizionali (siete irlandesi, l’abbiamo capito). È un buon tentativo di imitare la ricetta di Emmelie de Forest, ma non avrà la stessa fortuna.

Islanda

Ma sì, Islanda, continua a fare finta di non avere musicisti validi in tutta l’isola. Non volete vincere? Almeno non fatevi sgamare così, mandando a Copenhagen questo gruppetto adolescenziale pop-punk che ci distrae coi vestiti colorati (in difesa dei Pollapönk, il loro obiettivo dichiarato è fare musica semi-educativa che possano ascoltare anche i bambini). L’Islanda si guadagna inoltre il grande “CHECCOSA?” di questa edizione: il testo è stato tradotto in inglese con la consulenza di JOHN GRANT. Appunto, CHECCOSA?

Israele

Un BANGER, finalmente. Mei Finegold canta col vocione un pezzo influenzato dall’EDM contemporanea che parte fortissimo ma si perde un po’ nel ritornello. E, per quanto ci piaccia credere in un mondo senza barriere linguistiche, “Same Heart” è penalizzata da una lunga parte centrale in ebraico. Però, un BANGER, finalmente.

Italia

È un discorso che merita più di cinque righe e lo affronterò in un post a parte.

Lettonia

Ma per piacere, Lettonia, non stupitevi se siete ultimi per i bookmakers. La torta? Dovete fare la torta. E ci cantate la ricetta. È una metafora o avete fatto scrivere questo testo da bambini in età prescolare? Peraltro, quella è l’unica fascia di pubblico che potrebbe volervi ascoltare. E poi in gara c’è già la cheesecake del bielorusso.

Lituania

Cara Vilija, avevi la mia curosità, ma ora hai la mia attenzione. Te la sei guadagnata aprendo la canzone con: “ATTENTION!”. L’arrangiamento è uno dei più interessanti di questa edizione, così come l’interpretazione. Tuttavia, il testo è ai limiti del ridicolo e non si capisce perché l’esibizione comprenda un inutile balletto con tutù. Peccato.

Macedonia

Questa è la Emma macedone! Tuttavia, ha un brano molto più facile di quello di Emma e avrei scommesso di vederla molto più in alto nelle quotazioni. È eurodance da manuale e il video cerca di accontentare tutti con lei che si struscia e una squadra di operai seminudi (doppio specchietto per le allodole), ma per i bookmakers è terzultima. Insomma, spacciata ancora prima di poterci provare.

Malta

 I Mumford & Sons si sono sciolti, ma a Malta non è ancora arrivata la notizia. Come dite? Non si sono sciolti alla fine? E allora cosa ce ne facciamo della loro versione maltese? Tornando “seri”, i Firelight hanno un video dedicato ai caduti della prima guerra mondiale (…) e fanno un folk-pop molto gradevole e pericolosamente contagioso. Metto due stelline subito perché se l’ascolto ancora ho paura di dargliene tre o quattro.

Moldavia

Ora vi spiego cosa faccio quando mi trovo davanti a una canzone scialba ma passabile come “Wild Soul” e non ho alcuna opinione originale in proposito: guardo com’è messa la nazione nella graduatoria delle scommesse. Sta molto in fondo, quindi risparmiamo tempo prezioso e andiamo avanti sperando che non diventi la vincitrice.

Montenegro

Io sono ancora furibondo per l’eliminazione del Montenegro nel 2013, quindi speravo che la canzone di quest’anno fosse all’altezza di “Igranka” e potesse vendicare gli Who See. Ebbene, no. Ci è capitato il Kekko Silvestre montenegrino nonché uno dei brani peggiori dell’edizione.

Norvegia

Il Bon Iver norvegese ha vinto le selezioni nazionali contro un sopravvissuto alla strage di Utoya che era dato come favoritissimo. Questo per dare un’idea della potenza di “Silent Storm”: è una lagna, ma una lagna epica che potrebbe commuovere mezza Europa. Nulla di più lontano dal pop apocalittico della meravigliosa Margaret Berger, ma anche quest’anno la Norvegia è in zona podio – e se lo merita.

Paesi Bassi

I Common Linnets sono due cantanti di successo (a casa loro) che hanno deciso di unire le forze per lo Eurovision. E con lo Eurovision non c’entrano proprio niente, questi due olandesi con la testa a Nashville. Eppure il loro pacatissimo brano country convince (presentarsi in gara con una canzone vera è già un bonus, in questo contesto) e potrebbe dare più soddisfazioni di Anouk.

Polonia

Donatan è un produttore tamarro, Cleo è una cantante tamarra. È colpo di fulmine pieno di locura. Portano un brano che potrebbero cantare le Little Mix o una girlband coreana ma, dove di solito troviamo un breakdown dubstep, loro inseriscono un intermezzo di musica tradizionale. È la risposta polacca a “Girls (Who Run the World)”: un inno di girl power che celebra le bellezze dell’est e si fa aiutare da un video pecoreccio (ciao Jezebel) ma ironico. Non vinceranno mai, ma almeno ci faranno divertire.

Portogallo

Dopo la pausa di un anno dettata da ragioni economiche, il Portogallo torna in grande stile NOT. Suzy, con un costume rubato a Ballando con le stelle e una banda di percussionisti, porta un pezzo dance con fisarmoniche e influenze brasiliane. È la concorrente in quota Alpitour di quest’anno e non potrà fare molto per migliorare la lunga serie di insuccessi del Portogallo allo ESC.

Regno Unito

Dice che quest’anno si sono impegnati, che “Children of the Universe” è la loro migliore proposta dopo tanti anni di mediocrità. Sarà. Il brano parla del potere della Gente, dell’amore e dell’unione su un arrangiamento ricco, vario e con un beat contemporaneo. È stato scritto apposta per l’occasione, si sente che è stato pensato per un’arena e gli scommettitori gli stanno dando fiducia. Tuttavia, considerando che il Regno Unito è l’unica nazione che potrebbe vincere a occhi chiusi, questa Molly sembra l’ennesimo ripiego. Vabbè, dominate l’industria discografica 364 giorni all’anno: per una serata lasciate giocare il resto dell’Europa.

Romania

La Romania fa il suo bel compitino europop con un duettone tra un cantante dalla voce un po’ anonima e un’urlatrice in vena di key-change. In compenso, fanno un’esibizione futuristica come non ne vedremo mai a Sanremo. Le intenzioni sono buone, ma il risultato e la performance hanno scarso impatto. 

Russia

La Russia arruola due gemelle di 17 anni che fanno musica che nessun loro coetaneo si sognerebbe mai di ascoltare. O forse no, visto che in patria sono delle piccole star con alle spalle una vittoria al Junior Eurovision Song Contest. La canzone è così generica e scadente da farci rimpiangere le nonnine panettiere. (PS: come stanno le nonnine? L’hanno poi costruita quella chiesa? Ancora tutte vive?)

San Marino

La Vale! La ragazza sta diventando il Daniele Piombi dello Eurovision. Pensate: ha passato gli ultimi dodici mesi a fare l’autostop da Malmö a Copenhagen sebbene distino solo pochi chilometri l’una dall’altra. E ce la ritroviamo per il terzo anno consecutivo in gara. I fasti di “Facebook Oh Oh Oh” sono lontani.

Slovenia

Dio, che fatica. Quante nazioni mancano? Forza. Allora, lei è Tinkara, canta un po’ in sloveno e un po’ in inglese e il suo selling point, ci fanno sapere, è il flauto traverso. Ah be’, allora siete tutte Emmelie de Forest. Il pezzo non è nemmeno così malvagio, ma se lo scopo di questa guida è dirvi cosa dovete tenere d’occhio, tranquilli, potete saltare la Slovenia senza rimpianti.

Spagna

Ruth Lorenzo è una cantante spagnola trasferitasi in Inghilterra. Lì è diventata “famosa” con X Factor nel 2008. Io quella stagione l’ho pure vista (vinse Alexandra Burke), ma non avevo nessun ricordo di questa Ruth. Eppure arrivò all’ottava puntata! La canzone è rimasta anch’essa al 2008 perché sembra quello che avrebbe potuto scrivere Ryan Tedder per una popstar a quei tempi. Si urla, si fanno le facce intense, si è già in finale, non si vince.

Svezia

Al Melodifestivalen io tifavo per la più divertente “Busy Doing Nothin'” di Ace Wilder, ma bisogna riconoscere che Sanna Nielsen fa il suo dovere alla grande. “Undo” è una ballatona incalzante e intensa prodotta in modo impeccabile. Perché questo sanno fare gli svedesi ed è inutile provare a batterli nel loro sport nazionale.

Svizzera

Sebalter in realtà si chiama Sebastiano e vive nel Ticino. C’ha la faccia simpatica e una canzone simpatica in territorio Rubino-spiritoso incontra Antonio Maggio. C’è un punto in cui canta: “I am so wet, I am dirty”, evidenziando una certa goffaggine con l’inglese. Cliccate con prudenza perché la parte fischiettata non si stacca più dal cervello.

Ucraina

L’Ucraina è tra le super-favorite, peccato solo che Mariya Yaremchuck non porti una canzone bella quanto lei. Il titolo viene da Ke$ha, il testo viene da un generatore automatico di parole d’amore, la musica è un po’ datata (ma nel mondo post-“Get Lucky” potrebbe essere abbastanza datata da sembrare contemporanea). Sarebbe una vittoria che mette d’accordo tutti, e quindi una vittoria un po’ noiosa.

Ungheria

András Kállay-Saunders ha la voce e l’aspetto di una popstar e porta una canzone che avrebbe più chance nelle radio e nelle classifiche britanniche della canzone che portano i britannici. Sembra davvero pensata per la playlist di Radio One, quindi bravi ungheresi. “Running” affronta il tema della violenza domestica e il video è pesantissimo (pure la danza interpretativa no, dai), quindi il cantante si trova nella difficile posizione di portare roba triste a un concorso spensierato. Il suo successo a Copenhagen dipende da come saprà gestire questo equilibrio.

Suor Cristina da The Voice: sister novelty act

suorcristina2

Dev’essere un bel sollievo, per quelli di The Voice, averne azzeccata una. Il programma è stato un successo televisivo negli Stati Uniti e si sta risollevando nel Regno Unito, ma in entrambi i territori non ha ancora prodotto una star internazionale (e se allarghiamo il discorso agli altri 48 paesi che trasmettono il format, peggioriamo solo le statistiche). Ma non è necessariamente colpa di The Voice se americani e inglesi, una volta spento il televisore, “si dimenticano” di comprare gli album: da tempo, American Idol non dà garanzie maggiori (e gli artisti più fortunati sono spesso cantanti country impossibili da esportare), mentre X Factor UK deve fare, prima di tutto, un grande lavoro di manutenzione sugli artisti già lanciati negli ultimi dieci anni su un mercato saturo. Perché non ci sarà posto per i nuovi One Direction finché gli One Direction non mostreranno segni di cedimento, e se mostreranno segni di cedimento, sarà percepito in parte come un fallimento del format e <signora mia> del meccanismo usa-e-getta di questo sporco mondo dello showbiz </signora mia>.

suorcristina1

Quelli di The Voice, dicevamo, ne hanno finalmente azzeccata una – e in Italia, per giunta! Breve riassunto: Cristina Scuccia, una suora di 25 anni, si presenta alle blind auditions cantando “No One” di Alicia Keys, i quattro giudici si voltano, lei sceglie J-Ax, la clip diventa virale. E per virale non s’intende “cinque amici l’hanno messa in bacheca su Facebook” ma: Buzzfeed, HuffPo, Guardian, Mashable, Time, Today Show, un retweet di Whoopi Goldberg e uno di Alicia Keys. Tre giorni dopo, il video è arrivato a 13 milioni di visualizzazioni (quello più visto dell’ultima edizione americana, per intenderci, non ha ancora toccato i tre milioni).

Fattori che possono avere aiutato questo successo: ultimamente non è uscito nessun video musicale controverso o di grande impatto, è finito il SXSW, è finita la stagione dei premi (chissà se anche Suor Cristina conosce i nomi di tutti gli animali e attira i fenicotteri sulle terrazze). Chi si occupa delle pagine di intrattenimento ha accolto la suora canterina sgranando i clic come le perle di un rosario (non vi preoccupate, dopo faccio altre battute a sfondo religioso, forse faranno ridere). E poi, inutile negarlo, il video con le amiche suore che esultano dietro le quinte e J-Ax che piange è irresistibile.

suorcristina3

Il Time chiede: “È la nuova Susan Boyle?”. Non è un paragone azzardato perché era dal 2009 che un talent non sfornava un fenomeno simile, trasformando da un giorno all’altro la gattara scozzese di Britain’s Got Talent in una star internazionale con una commovente storia di riscatto e 20 milioni di copie vendute. J-Ax, The Voice, Rai e soprattutto Universal sono seduti su una miniera d’oro delle stesse proporzioni, ma qui arrivano i problemi. Innanzitutto, per com’è strutturato il programma, non sentiremo cantare Suor Cristina fino alle battles della sesta puntata, presumibilmente in onda il 16 aprile: un’eternità. Se hanno già registrato l’episodio, c’è da sperare che non l’abbiano fatta fuori e che sia passata alla parrocchia di Raffaella Carrà col meccanismo dello steal (un giudice elimina un concorrente, un altro giudice gioca un jolly e lo porta nella sua squadra). Perché, per quanto possa essere folcloristico vedere il rapper tatuato e la suora che cantano “Ohi Maria” (Dio, dacci questo duetto), vuoi mettere un giro promozionale agli UnoMattina di tutto il mondo con accanto la Carrà? Si sa esprimere in inglese e nei paesi ispanofoni è già una divinità di suo: le due sarebbero inarrestabili. Il secondo problema è cosa farle cantare: The Voice prevede un inedito, ma per sostenere l’interesse virale e conquistare il target di riferimento ci vogliono cover azzeccate, duetti di prestigio, e in generale un livello di produzione superiore a quello concesso a Elhaida Dani. E infine, serve il coinvolgimento del Papa. Non una telefonata, ché all’estero mica lo sanno quanto Bergoglio ami alzare la cornetta per salutare gli sconosciuti: ci vuole un endorsement serio via Twitter e una foto insieme.

suorcristina4

Con le mosse giuste, sì, Suor Cristina potrebbe diventare la nuova Susan Boyle, che però aveva alle spalle un uomo molto più potente del Papa: Simon Cowell. Nel 2009, il discografico inglese era in stato di grazia: ancora ringalluzzito dai risultati planetari di Leona Lewis, non esitò a mungere la sua nuova mucca fino a farla impazzire (non è un’esagerazione). Suor Cristina, per fortuna, sembra una donna equilibrata e abituata al contatto con le persone, ma riuscirà a sostenere certi ritmi solo con l’energia di Cristo? È un successo già sproporzionato rispetto al suo contenitore, e anche il novelty act più clamoroso, se gestito non come una proposta discografica seria ma, appunto, come un novelty act, rischia di fare una brutta fine: un’ospitata, ogni anno, a Natale in Vaticano.

Il Signore dà, il Signore toglie. E il Signore, per il momento, basta che risollevi quel 9% di share per farci credere nei miracoli.

suorcristina5

Lady Gaga, nella sua testa e nella realtà

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, rispondendo a una domanda sulle vendite di ARTPOP durante il suo keynote al SXSW, sbotta: “What the fuck-all I have to do with Katy Perry?”. Perché è vero che lei è molto più vicina ai suoi numi tutelari David Bowie e Freddie Mercury o, per fare un nome più recente che come lei scosse e sconvolse il mainstream, Marilyn Manson. Nella sua testa, Gaga non ha nulla in comune con le tante squinzie che si limitano a dedicare mezz’ora del loro tempo per cantare su basi precotte di produttori scandinavi. E, sempre nella sua testa, Gaga sta ancora facendo del suo meglio, sta incidendo musica interessante, sta salvando ragazzini sull’orlo del suicidio, sta diffondendo l’arte ogni volta che esce di casa. Ma nella realtà, Gaga è una donna americana bianca nata a metà degli anni ’80 che fa canzoni pop come Katy Perry. Le due si scontrano nelle stesse classifiche, sono presenti sulle stesse piattaforme che conteggiano visualizzazioni e stream, ambiscono a entrare in rotazione sulle stesse radio e, quando il montatore di StudioAperto cercherà il sottofondo adatto al servizio di costume, dovrà scegliere tra “Roar” e “Applause”. E poi ci sono i fan, che fomentano gli scontri, usano numeri a caso per dimostrare la vittoria di una o dell’altra e sono convinti di avere un peso quando, invece, queste battaglie si giocano soprattutto sugli ascoltatori occasionali. Cos’ha quindi in comune Lady Gaga con Katy Perry? Per il 99% della popolazione, tutto.

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, in un’esibizione di pochi giorni fa sempre ad Austin, urla: “Fuck pop music, this is artpop”. Perché è in sella a un toro meccanico che ha una tastiera all’estremità e la sta letteralmente suonando coi piedi, ed è ancora zuppa del liquido verde fosforescente che un’artista le ha vomitato addosso. Nella sua testa, è un’installazione vivente contro lo stupro. Nella realtà, ha solo servito su un piatto d’argento qualche battuta per Twitter e ha fatto incazzare Demi Lovato e tutte le bulimiche che non avevano ancora avuto l’idea geniale di monetizzare il loro dito in gola. (E poi c’è Madonna che, ovunque si trovi, ha guardato la clip e deve avere pensato, con rassegnazione: “Uffa, nel prossimo tour mi toccherà farmi cagare addosso dai ballerini”.)

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando dice che non ha voglia di suonare “Applause” al SXSW. Nella sua testa, è una canzone che non c’entra niente con uno spettacolo preparato apposta per un contesto diverso dal solito e in scaletta proprio non ci dovrebbe stare. Nella realtà, c’è una marca di patatine che ha speso due milioni e mezzo di dollari per averla e un executive che dichiara a Billboard che, per quella cifra, sperava almeno di sentire “Alejandro”.

Io la capisco, Lady Gaga. La capisco veramente quando, sempre nel keynote/intervista d’ursiana core a core suggerisce ai giovani musicisti di non cercare “una cazzo di casa discografica” perché non ne hanno bisogno. Nella sua testa, si sta ribellando a un sistema che fa fatica a comprenderla e spera che ogni sfigato con una chitarra e una collezione di parrucche possa esprimersi in libertà senza diventare schiavo delle classifiche su iTunes. Nella realtà, qualcuno della Interscope dovrebbe dirle: “Sai che c’è, stronza ingrata? C’è che il prossimo album te lo fai da indipendente come Renato Zero e poi vediamo se riesci a permetterti di fare mostre al Louvre, fabbricare vestiti volanti e suonare nello spazio“. Perché anche se, nella migliore delle ipotesi, Lady Gaga un giorno potesse ambire a un modello à la In Rainbows, sarebbe comunque grazie allo status raggiunto col sostegno di una casa discografica che per anni ha incoraggiato e poi tollerato le sue stranezze. Finché le stranezze hanno sotterrato la musica.

#Sanremo2015: parla col Gianka

In questi giorni di post-sbornia sanremese, Giancarlo Leone si è lanciato in un esperimento su Twitter per sondare gli umori del pubblico. È stato un Festival sfortunato in termini di ascolti, ma al direttore di rete sono venuti dubbi non sulla qualità del programma (che incide molto sugli ascolti) ma sul format e i suoi meccanismi (che non incidono granché sugli ascolti). Ha così chiesto aiuto ai follower, facendoci venire voglia di aprirgli un account su ask.fm, di lucchettarlo in una stanza di Friendfeed o di consigliargli SurveyMonkey e PollDaddy. Ma dato che mi spaventa un Festival basato su mention disordinate dirette al Gianka (e cosa tengo a fare un blog se non per partecipare a questo avvincentissimo crowdsourcing delle opinioni), ho cercato di ragionare e rispondere alle sue domande.

numeroserate

Sono anni che il Festival dura cinque serate e non sono troppe. La serata del giovedì sembra sempre quella un po’ sfigata, quella per gli irriducibili, per i parenti dei cantanti e per quelli che non hanno Sky e non possono guardare Masterchef. Ma è necessaria ai fini della gara. Nel sistema attuale, l’inedito viene eseguito tre volte (quattro per i concorrenti sul podio, cinque per il vincitore), ed è un numero ragionevole. È vero che oggi la canzone può essere riascoltata online il giorno dopo ma, togliendo una serata, si rischia solo di sentire meno musica e concedere meno esposizione ai cantanti (e rendere le altre serate potenzialmente più lunghe: no grazie).

doppiacanzone

La doppia canzone, dopo le perplessità iniziali, si è rivelata una delle novità migliori apportate dalla gestione Fazio. Perché permette al cantante di portare sul palco non un brano ma un progetto (se volete potete chiamarlo “album”). Perché è il Festival della canzone italiana ma non lo è mai stato davvero: si giudica soprattutto l’artista, e se arriva là con due opzioni, può esprimersi meglio, può scegliere di stupire (almeno al 50%) e noi ci guadagniamo in varietà. Perché il giorno dopo c’è un argomento strettamente musicale di cui parlare: è passata quella lenta o quella veloce, quella seria o quella leggera, quella paracula o quella inattesa? E poi, voi vorreste vivere in un mondo dove Mengoni porta “Bellissimo” perché è firmata dalla Nannini e lascia a casa “L’essenziale”?

nuoveproposte

È dura sostenere che la gara delle Nuove proposte andrebbe abolita dopo un podio dei Big composto da tre artisti nati all’Ariston, ma è così. Ci sono stati nomi validi negli ultimi anni (Erica Mou, Marco Guazzone, Andrea Nardinocchi), ma sono casi isolati in una folla di zombi di cui peraltro non si è sentito più parlare. Quest’anno la commissione si è lasciata scappare Levante per inserire un’harajuku girl con un pezzo che la sua madrina di The Voice avrebbe bollato come antico negli anni ’70, AreaSanremo ha prodotto due artisti che ti fanno dire: “Ma allora vale tutto”, e di gioventù se n’è vista poca, dato che avevano quasi tutti trent’anni e fischia. Il vincitore Rocco Hunt aveva già infilato un album nella top 10 italiana (quindi vendendo molto più di tanti Campioni in concorso): sarebbe stato così difficile giustificare la sua presenza nella sezione dei grandi? Un’opzione sarebbe scegliere non otto, ma magari solo quattro Giovani già più o meno avviati (perché hanno vinto un talent, perché hanno il sostegno serio di un’etichetta, perché fanno più visualizzazioni su YouTube di Ron) e promuoverli nel girone unico.

sistemavoto

Partendo dal presupposto che non esisterà mai, in nessun campo, in nessun universo, un sistema di voto che mette tutti d’accordo, la giuria di qualità è sbagliata. Sta lì solo per correggere il tiro del televoto ed evitare disastri, ma se temete tanto la vittoria dei Modà o di Renga (che peraltro deve vincere tutti gli anni da dieci anni e non vince mai) perché invitate i Modà e Renga? Come fa notare Claudio Buja di Universal su Rockol, se tutti sono in grado di giudicare una canzone pop, perché i voti di un regista o di un’attrice dovrebbero pesare quanto quelli di migliaia di telespettatori?

Dovremmo invece parlare di “giuria di persone (più o meno) famose”. In questo caso sapremmo che a giudicarci sono stati giurati il cui valore è quello di chiunque altro, senza alcuna etichetta che – in presenza di una canzone – li renda più qualificati di un ascensorista o di un odontotecnico.

Le altre opzioni per bilanciare il televoto sono altrettanto opinabili: la giuria demoscopica è un gran casino inaffidabile; il voto social che tanti chiocciolano a Leone è al momento troppo facile da falsare; la sala stampa consegna già il premio della critica e, tra un selfie e l’altro, produce centinaia di pagelle che il pubblico può consultare ovunque per farsi influenzare, se proprio ci tiene.

Forse, e dico forse, un metodo democratico, lucrativo e moderno esiste:

 
orchestra

Gianka, ci sono cose più importanti del kamasutra dell’orchestra su un palco minuscolo. Boh, sullo sfondo come negli ultimi due anni va bene.

generi

Anche questa, Gianka, è una domanda un po’ superflua, se permetti. Nei limiti di quello che può essere ascoltabile in prima serata, tutte le sfumature del pop devono essere accolte. Anche se c’è a chi non piace parlare di “quote” (me l’hanno detto i Perturbazione), è giusto che Sanremo contenga le quote indie, le quote dialetto, le quote rap, le quote senior, le quote locura e, sì, anche le quote talent. E dato che gli ex talent, l’ultima volta che ho controllato, emettono suoni aprendo la bocca davanti a un microfono, devono essere ammessi e giudicati in base al prodotto offerto e non alla loro origine.

Le ultime due edizioni sono state un ottimo esercizio di equilibrio (mancava giusto un po’ di locura, ma non si può avere tutto) e qualitativamente il livello era altissimo. Sì, altissimo: guardate il podio, guardate quante buone canzoni c’erano, guardate gli anni di Ventura, Panariello, Bonolis, Clerici e il primo Morandi e fate un confronto. Vogliamo ridere puntando il dito al televisore o vogliamo bella musica?

ospiti

Ricordo con nostalgia il Festival di Fazio del 1999 per la vagonata di ospiti internazionali eccellenti, e ricordo anche di avere aspettato Alanis Morissette a un orario in cui sarei già dovuto essere a letto da un pezzo per poi ritrovarmela a eseguire il playback impigrito di una canzone sul suicidio. Ma quelli erano gli standard. Oggi gli artisti stranieri suonano dal vivo in Italia molto più di un tempo e, se proprio devono perdere tempo in televisione, il contenitore deve essere all’altezza.

Quest’anno ho assistito alle prove in teatro e ho visto almeno mezz’ora di “tira su il LED, tira giù il LED, no, aspetta, ritira su il LED” per preparare la scenografia di un monologo di Caroli di un minuto e mezzo. È chiaro che l’Ariston nei giorni del Festival non ha né il tempo né le attrezzature per dare a una grande popstar tre minuti di cui non si vergognerebbe riguardando la clip su YouTube il giorno dopo. Ben vengano i superospiti a X Factor, che li può accogliere in un’arena adeguata a un’esibizione di livello internazionale, ma a Sanremo ci dobbiamo abituare ad artisti che sul palco hanno bisogno al massimo di un pianoforte o una chitarra. Quando questi artisti si chiamano Antony, Rufus Wainwright, Damien Rice o Stromae (che comunque ha reso molto meglio il giorno dopo a Che tempo che fa), non ci dobbiamo proprio lamentare. E Katy Perry e gli One Direction li aspetteremo chez Tommassini.

Un’ultima cosa: l’anno prossimo, quando ci ritroveremo con Carlo Conti, Gabriele Cirilli vestito da Wanda Osiris, una gnocca straniera a caso e Luisa Corna in gara, rimpiangeremo TUTTO.

Un’ultimissima cosa sugli ascolti, di cui, non essendo un inserzionista pubblicitario della Dash o della Findus, non potrebbe fregarmi di meno, ma tant’è. Mercoledì 19, mentre noi guardavamo le gemelle Kessler, c’erano i BRIT Awards in diretta su ITV e su YouTube da una delle arene più grandi di Europa. Tra gli ospiti, c’erano Arctic Monkeys, Beyoncé, Bruno Mars, Disclosure, Ellie Goulding, Katy Perry, Lorde e Pharrell. Hanno fatto 4.2 milioni di telespettatori.

 

Intervista a Stromae

stromae1

Prima che uscisse Racine carrée, Stromae fu filmato da un fan mentre mangiava un taboulé nella sua macchina. La cosa ebbe un’eco mediatica inspiegabile: i telegiornali belgi titolavano “Stromae aggredito da un fan”. Lui non capì le ragioni di questo interesse morboso, ma decise di interpretarlo come una richiesta del pubblico. Nel video di “Formidable” si presentò quindi ubriaco in strada per testare la reazione dei passanti reali e virtuali, a metà tra candid camera ed esperimento antropologico. E sabato sera riproporrà la performance all’Ariston, fingendosi sbronzo sul palco. Nel frattempo, l’ho incontrato per parlare del suo pop bastardo e dell’album più venduto in Francia nel 2013.

YouTube Preview Image

Non sembri uno a cui interessano le classifiche, ma a me sì. E la tua “Alors on danse” è l’ultima canzone in lingua francese che negli ultimi dieci anni ha raggiunto la vetta della classifica italiana. È indicativo del fatto che c’è poco scambio musicale tra paesi così vicini. Non lo trovi strano?
Prima di tutto, le classifiche mi interessano – faccio musica per essere felice e perché è l’unica cosa che so fare, ma i risultati mi interessano! Non ho mai pensato che avrei avuto il sostegno di paesi non francofoni, ma se sono qui è la dimostrazione che può funzionare. In fondo, noi – inteso come non anglofoni – siamo abituati ad ascoltare musica di cui non capiamo le parole, ma possiamo ballarla e comprenderne le emozioni. Mi chiedo perché non possiamo continuare a cantare nella nostra lingua madre, che è il modo più onesto e istintivo di esprimersi. E non voglio sentire che l’inglese è più internazionale: il fiammingo è internazionale, il lingala è internazionale, l’italiano è internazionale. Dobbiamo provarci, dobbiamo credere nelle nostre culture. Forse, dopo dieci o vent’anni di studio, mi sentirò di esprimermi in inglese, ma io sono di Bruxelles: credo che gli ascoltatori non vogliano l’imitazione di un americano o un inglese, ma un ritratto di Bruxelles.
C’è chi per definire la tua musica ha parlato di “dance impegnata” – a me non piace molto, perché suona un po’ come “carota e bastone”: musica facile per fare passare messaggi difficili. Ti ci ritrovi, in questa definizione? È una scelta voluta?
No, questo è il solo modo di esprimermi che conosco. Mi esprimo digitando su una tastiera, come tutta la mia generazione, e la musica elettronica ne è un riflesso. Anche perché è difficile trovare i soldi per incidere un album, e produrre tutto al computer ha anche senso dal punto di vista economico. E poi non si può rinchiudere tutto in generi e famiglie. Queste definizioni finiscono con l’intellettualizzare troppo ciò che faccio.
Nel tuo caso, in effetti, parlare di generi musicali è diventato quasi superfluo. Il tuo album è davvero vario e gli stili musicali spesso si associano ai contenuti (come la morna per l’ode a Cesaria Evora).
Diciamo che ci sono dei codici – hip hop, trap, coladeira, eccetera – che aiutano a classificare le cose, ma la musica viene prima degli stili. E lo snobismo genera clan. Già quando facevo hip hop, faticavo a sentirmi parte di una famiglia, di una corrente. Questo mi ha aiutato a staccarmi.
Come ti ponevi davanti ai cliché dell’hip hop? Mi sembri lontanissimo dalle macchine di lusso.
È una cosa che criticavo quando facevo rap, poi ho pensato: “Ma se non ti piace, perché non fai dell’altro anziché lamentarti?” È il paradosso di qualcuno che decide di portare avanti una battaglia quando non c’è nulla contro cui combattere veramente. L’hip hop è una cultura molto varia e c’è pieno di cose da scoprire: ho preso ciò che m’interessava e ho iniziato a guardare altrove.
È un po’ quello di cui parli in “Bâtard”?
Più o meno. “Bâtard” è soprattutto la riflessione di una persona diplomatica come me. Mi sono chiesto: “Sei meglio di un estremista, o anzi, di un istintivo?” No, non sei meglio, hai solo più paura di esporti.
È un approccio molto maturo…
Non so, cerco di rimettermi al mio posto da solo.
…e anche umile. Parliamo di marketing, perché ogni tuo singolo è stato associato a un’idea visiva molto forte, che riproponi anche dal vivo. Continuerai così anche coi prossimi singoli, se ce ne saranno?
L’idea è continuare così e associare idee visive precise e personaggi diversi a ogni canzone. Ci sono molti modi di esprimersi e m’interessano tutti – dai vestiti, ai video, alla recitazione. Tutto ciò che gravita attorno alla musica ha una grandissima importanza. Sono uno che fa le 5 di mattina con gli stilisti e i grafici per trovare la fantasia giusta, ed è questo ciò che mi appassiona. Non demonizzo il marketing, ma nel mio caso lo scopo non sono i soldi ma la soddisfazione del prodotto finale.

stromae

La recensione di Racine carrée

stromae-tr

Sanremo 2014: intervista ai Perturbazione

perturbazione

Questa sera, dopo anni di tentativi, i Perturbazione faranno il loro esordio al Festival di Sanremo. Visto il meccanismo della doppia canzone, c’è già un dilemma: “L’Italia vista dal bar” è il miglior testo di questa edizione, mentre “L’unica”, per citarli, “muoio già dalla voglia di ricordar[la] a memoria”. A poche ore dalla prima serata, ho incontrato 2/6 della band (Tommaso e Alex) e il loro direttore d’orchestra Andrea Mirò.

perturbazione1

Vi ho visto ieri in prova, eravate il ritratto della gioia.
Tommaso: Ci hai sgamato in pieno! Non hai idea di come ci sentissimo.
Era la prima volta all’Ariston?
T: No, avevamo già provato, ma era la prima volta con un pubblico.
E finalmente. Sappiamo che avete provato ad accedere al festival sei volte, ma con quali canzoni?
T: Nel 2003, senza una canzone precisa, provammo a entrare nei Giovani. Nel 2005, “Se fosse adesso”, un pezzo bellino ma non forte come altri del nostro repertorio. Nel 2007, con la EMI, “Battiti per minuto”, che secondo noi ci poteva stare, e infatti ci arrivammo vicino. Nel 2011, con un inedito che poi non è finito in Musica X.
E poi, nel 2012, dovevate partecipare con Arisa.
T: Sì, come ospiti nella serata dei duetti, ma non ci vollero. Provammo anche l’anno scorso con “I baci vietati” e “La vita davanti”, ma forse non venivano fuori bene perché il disco era ancora in produzione. Alla fine, Musica X è piaciuto molto alla direzione artistica attuale ed è forse per quello che siamo qui. Corsi e ricorsi.
Sembra che al festival ci voglia sempre almeno un gruppo di provenienza indie. Penso a Bluvertigo, Subsonica, Afterhours… (Per coincidenza cito tutti gruppi che, come voi, hanno fatto parte della storia della Mescal.) Sembra che si debba per forza mettere quella spunta nel listone dei Big.
T: La quota indie! Che parola orribile, “quota”. Abbattiamola. Noi veniamo da quel mondo e ci ha aiutato a crescere, ma non lo percepiamo come una gabbia.
Mi viene in mente una frase che la vostra Elena ha detto a Sorrisi: “Anche le mamme italiane hanno il diritto di cantare le canzoni dei Perturbazione”.
Andrea Mirò: Anche i padri!
[Nel frattempo è arrivata Andrea Mirò.]
Con “L’Italia vista dal bar” siete riusciti a fare una canzone nazional-popolare ma non paracula. Forse succederà una cosa molto meta: domani nei bar d’Italia si parlerà di una canzone sui bar d’Italia.
T: Speriamo! Ma teniamo molto anche a “L’unica”. Non ne abbiamo fatto una loffia per far passare l’altra. Sappiamo che una potrebbe fare più centro, ma le canzoni “abitano” le persone: è tutto imprevedibile. L’anno scorso siamo rimasti sorpresi delle scelte del pubblico.

YouTube Preview Image

Com’è arrivata Andrea Mirò?
T: Ci siamo conosciuti durante Le città viste dal basso, spettacoli in cui raccontavamo le città attraverso i brani dei grandi cantautori. In una serata potevi trovare Nada come Pezzali, Toffolo come Bianconi. Anche in quell’occasione non c’è mai stata l’idea di avere una “quota indie”, ma di fare esperimenti continui e vedere cosa ne usciva fuori. Una sera, abbiamo invitato Andrea ed è nato un rapporto di stima reciproca.
A: Negli ultimi anni ci siamo cercati, ma non riuscivamo mai a vederci. Quando ho saputo della promozione dei Perturbazione, ho chiamato Gigi per dirgli: “Ci vedremo là”. [Andrea lavora con Zibba, della sezione Nuove proposte] Loro non avevano ancora scelto un direttore d’orchestra e Gigi mi ha detto: “Senti, ma già che sei lì…”
Non è la prima volta che dirigi l’orchestra, no? L’anno scorso eri con Nardinocchi.
A. Sì, e ancora prima con Nina Zilli e mio marito.
Per non parlare delle tue partecipazioni in gara. Ormai sei di casa.
A. La prima volta che sono venuta non avevo ancora compiuto 18 anni! Ho visto tutti i cambiamenti, dagli anni in cui la carta stampata era assoluta regina ai nuovi media, dalle carrozze ai razzi sulla luna.
Secondo me è meglio adesso, almeno dal punto di vista artistico.
A: Oggi è più bello perché l’artista è davvero protagonista. La Rai è sempre la Rai, il carrozzone è sempre lo stesso, ma è cambiato l’approccio e sono stati sdognati tantissimi generi musicali.
T: Per noi non esistono i festival cattivi e i festival buoni, in senso morale. Esistono solo canzoni brutte e canzoni belle.

musica-x-1