Kate Bush, Before the Dawn

Kate-Bush

Nel 1985, Kate Bush ricevette in dono da suo fratello Paddy un giubbotto di salvataggio. La cantante aveva appena pubblicato Hounds of Love, che conteneva, nella seconda parte, una suite su una donna caduta in mare che aspetta i soccorsi (“The Ninth Wave”). Quasi trent’anni dopo, Kate Bush è a mollo in una vasca in uno studio londinese per registrare i visual del secondo spettacolo dal vivo della sua carriera. Sebbene le serva solo un filmato di pochi minuti, le riprese durano sei ore e, verso la fine, inizia a mostrare segni di ipotermia. Inquadrata dall’alto, pallidissima, canta di naufragi. E indossa quel giubbotto.

Kate Bush dice che quel giorno ha iniziato a dubitare della sua salute mentale – e non solo perché, a 56 anni, si è fatta immergere in una vasca gelida in nome dell’arte: quel giorno deve anche avere messo in discussione il ritorno alle scene, per giunta dal vivo. Non ha un bel ricordo del suo primo e, fino a un mese fa, unico tour. Durante The Tour of Life, aveva vent’anni, era la cantante più controversa d’Inghilterra e, purtroppo per lei, la sua filosofia non era haters gonna hate. Inoltre, la sua creatività andava a scontrarsi continuamente con le tendenze del tempo, con le limitazioni delle tecnologia e coi costi di produzione. L’esperienza divenne da spiacevole a insopportabile dopo la morte di un tecnico, e decise di non ripeterla.

Eppure, 35 anni dopo, Kate Bush torna nello stesso teatro dove chiuse il capitolo della musica dal vivo, e lo riapre in modo grandioso. Lo fa per dare vita a due suite (“The Ninth Wave”, appunto, da Hounds of Love, e “A Sky of Honey” da Aerial del 2004), ma è abbastanza generosa da accettare un compromesso. Pur non suonando nulla dai primi quattro album, concede una manciata di successi all’inizio dello spettacolo: “Hounds of Love”, “Running Up That Hill” e una “King of the Mountain” che è pronta per essere rivalutata come classico. A costo di trasformarsi in tribute band di se stessa, Kate Bush non stravolge le versioni originali: dopotutto, escludendo qualche rara performance televisiva, quei brani non erano mai stati eseguiti dal vivo. La voce, sì, è cambiata, ma libera dalle esagerazioni di un tempo (o dalle forzature imposte dal personaggio), riesce a mettere in maggiore risalto i monoliti della sua discografia. Anche visivamente ci sono poche distrazioni, e la prima mezz’ora di show, con la cantante vestita sobriamente di nero e scalza, è la cosa più rock ‘n roll della sua carriera. Ma, una volta accomodate le esigenze del pubblico, può concentrarsi sulla vera ragione del suo ritorno. La coda di “King of the Mountain” viene interrotta bruscamente da rumori di tempesta, la band indietreggia e sul megaschermo appare il video di un uomo che, attraverso un cannocchiale, vede una nave affondare e chiama la guardia costiera. Quest’introduzione a “The Ninth Wave” serve a chiarificare la storia narrata nella suite e che, fino a oggi, non aveva potuto usufruire di aiuti visivi. Col senno di poi, il musical teatrale era il mezzo più ovvio per proporla.

Kate Bush è una naufraga nella notte e l’unica cosa che vede è la lucina di emergenza del suo giubbotto. Le allucinazioni la portano a pensare di essere intrappolata sotto il ghiaccio (“Under the Ice”) e risvegliano paure ancestrali (“Waking the Witch”). La scena si trasferisce poi in un salotto simpsoniano, dove figlio e marito guardano la tv ignari (“Watching You Without Me”). Lei cerca di comunicare con loro, ma è un fantasma senza voce, un poltergeist che può solo interferire con l’elettricità. Fa poi un salto avanti nel tempo, dove l’anziana versione di se stessa implora che la giovane del presente continui a vivere perché il futuro si realizzi. Quando arrivano i soccorsi all’alba (“The Morning Fog”), sembra di avere assistito all’intera gamma di spettacoli del West End, ma con canzoni migliori, meno jazz hands e più comparse vestite da lische di pesce.

La seconda parte dello spettacolo, “A Sky of Honey”, è la descrizione di una perfetta giornata estiva e non ha quindi la stessa ricchezza narrativa. Il concept rende la produzione più libera di perdersi in visioni astratte e perlopiù ornamentali: c’è la storia di un burattino che diventa umano e un pittore che si lamenta perché la pioggia sta facendo colare la pittura del suo quadro. L’idillico “A Sky of Honey” non è travolgente quanto “The Ninth Wave”, ma sorprende con un inaspettato cambio di registro sul finale: in un crescendo epico e tetro, vengono calati due tronchi dal soffitto, l’intera band si trasforma in uno stormo di uccelli indossando maschere inquietanti e Kate Bush spalanca un enorme portone volando con ali di corvo.

Per quanto il concerto risulti senza dubbio spettacolare grazie a queste trovate, non sembra di assistere a una creazione contemporanea. Se, dal punto di vista della tecnologia, The Tour of Life del ’79 era lo stato dell’arte (pare che il primo microfono headset sia stato proprio inventato per Bush, che aveva bisogno di tenere le mani libere per ballare), Before the Dawn è relativamente low-tech. I burattini di legno, i lenzuoli fluttuanti per rappresentare il mare, un braccio meccanico calato dal soffitto con una macchina del fumo e un faro per imitare un elicottero… In alcuni punti, sembra una produzione scolastica che ha perso il controllo dopo la scoperta dell’LSD o una produzione professionale che avrebbe bisogno di un budget e un palco tre volte più grandi. Ma anche quest’aspetto artigianale ha il suo fascino: lo rende uno spettacolo buffo, camp, inglese. Ci si sorprende per Bush che scompare e riappare da una botola al lato opposto del palco o per cannoni che sparano bigliettini con una poesia: piccole cose, se paragonate agli effetti speciali e le acrobazie delle grandi popstar nelle arene, ma non si può avere uno spettacolo pirotecnico e intimo allo stesso tempo. E all’Apollo di Hammersmith, tutti possono vedere le espressioni facciali di chi canta senza l’uso di megaschermi (e senza la distrazione, cordialmente vietata, dei cellulari).

È un’artista che sembra improvvisamente felice di accoglierci nel suo mondo, e il suo mondo, oggi, ruota attorno al figlio adolescente Albert “Bertie” McIntosh. È il responsabile sia dell’assenza prolungata che del ritorno inaspettato della madre (pare proprio sia stato lui a convincerla), e poiché nemmeno i genitori più illuminati sanno dire no ai figli con velleità artistiche, Bertie ha molto spazio nello spettacolo. Interpreta “se stesso” nella prima suite e il pittore nella seconda, con una lunga parte cantata (l’unico inedito della setlist) in cui l’inesperienza si sente tutta. Per essere il figlio che nessuno sapeva esistesse finché Peter Gabriel non si fece scappare la notizia in un’intervista (Bertie aveva già due anni), qui la sua presenza ci viene imposta con una certa insistenza. D’altra parte, Kate Bush è sempre stata un’impresa a gestione famigliare, tanto nelle questioni economiche che nelle scelte artistiche: è ciò che le ha permesso di godere, dopo più di un braccio di ferro con la EMI, di incredibili libertà, e che oggi le permette di realizzare la sua idea pura di concerto, senza intromissioni esterne. I (pochi) difetti dello spettacolo sono cancellati dall’opportunità più unica che rara di assistere alla visione intatta di un’artista incontentabile e maniacale.

In un’intervista del ’79, Kate Bush spiegò che non amava parlare durante i concerti. Che salutare, ringraziare e presentare le canzoni rompeva l’illusione di uno spettacolo concepito come una pièce teatrale. Nel 2014, quindi, è ancora più sorprendente vederla interagire con gli spettatori e con la band (per non parlare di quando, a fine serata, incita la platea a cantare “Tanti auguri a te” al fonico Greg). Kate Bush mostra una serenità che ai tempi non le era concessa, e i media e il pubblico che oggi la riaccolgono così calorosamente rappresentano l’Inghilterra che chiede scusa per avere spinto all’esilio una delle sue voci più brillanti. Ci sono voluti tre decenni, ma la generosità di Before the Dawn ripaga l’attesa.

 

Elisa, L’anima vola

Elisa-Lanimavola

Dal 1996 al 2012, Elisa ha inciso 77 brani originali. Di questi, solo 7 sono nati in italiano o sono stati tradotti dall’inglese. Tutti e 7 sono stati singoli. Fino all’anno scorso, quindi, si direbbe che Elisa è stata una cantante che si è espressa nella sua lingua madre più per necessità che per vocazione. L’italiano le ha dato una vittoria a Sanremo nel 2001, ha risollevato la campagna di un album che non andava benissimo nel 2004 e, passando per Ligabue, le ha permesso di raggiungere il successo (quello definitivo, quello che ti mette tra i pochissimi intoccabili su un piedistallo da cui non si scende più) nel 2006.

La notizia di un album interamente in italiano nel 2013 ci arriva con un senso di rassegnazione: Elisa non è più, da anni, la promessa internazionale in cui si era creduto. Dopo tanti tentativi di esportazione falliti (due raccolte per il mercato europeo e due per quello americano, tutte sconclusionate e poco mirate), sembra naturale che la cantante inizi a parlare una volta per tutte nella lingua del suo unico pubblico.

Agli esordi, Elisa non reagiva troppo bene alle domande dei giornalisti sulla lingua, ma deve averci fatto l’abitudine. Nelle interviste di questi giorni, alle mille declinazioni della domanda obbligatoria “Perché ci hai messo così tanti anni a scrivere un album in italiano?”, troverete altrettante declinazioni più o meno diplomatiche della stessa risposta – e non è quella che piacerebbe sentire a me, ovvero: “Perché in inglese sono più brava”.

Ne L’anima vola, Elisa usa un vocabolario molto ristretto, e i versi sono sconnessi, inconclusi o addirittura incomprensibili. Non è un album di contenuti, è un album leggero come il titolo che porta. In questo senso è molto efficace perché scorre in maniera gradevole e perfino ipnotica: ci si dimentica il significato di ciò che attraversa le orecchie; le parole si fondono con le musiche creando quella materia liquida e incolore di cui si nutrono certe radio. L’ipnosi di Elisa funziona così bene che, quando compare la parola “biscotto” nella traccia 10, ci si risveglia di soprassalto, ritrovando il contatto con la realtà. “Biscotto” è la scelta lessicale più ardita de L’anima vola.

Anche gli ospiti che scrivono per lei si adattano allo stile dell’album. Tiziano Ferro, che ha sempre brillato nel mescolare i registri e nel parlare di cose comuni trovando soluzioni inattese e suggestive, si trova qui a confrontarsi con una semplicità che non gli appartiene per una figlia che non gli appartiene. Il risultato (“E scopro cos’è la felicità”, dedicata alla primogenita di Elisa) è tra i meno ispirati del suo repertorio, al punto da renderlo irriconoscibile: non c’è nessuno indizio nel brano che ci riconduca davvero al suo autore e alla sua penna. Anche Ligabue scrive di maternità e, a sorpresa, la sua ninna nanna contiene il testo più riuscito dell’album. A contrario delle altre tracce, “A modo tuo” racconta una storia in modo limpido e toccante, e – doppia sorpresa – l’angolazione di Ligabue non è nemmeno tra le più ovvie: non celebra la nascita di un figlio, ma il momento in cui si separerà con difficoltà dal genitore. Nel campo di questo topos immortale, è quasi una rivoluzione.

Le musiche, come già accennato, mirano a non stupire. Malgrado qualche timido barlume di follia (l’introduzione à la Sigur Rós di “A modo tuo”, gli accenni anni ’80 di “Maledetto labirinto”, la kitschissima citazione di Beethoven via Morricone in “Ancora qui”), Elisa non sembra avere voglia di sfruttare la libertà del ruolo di produttrice. Il suo conformismo sa anche essere elegante (gli archi del mai troppo elogiato Davide Rossi sono spesso la sua salvezza), ma nell’insieme il disco si rinchiude in quel pop-rock da cardiogramma piatto che oggi popola le classifiche italiane accanto al rap. Il vuoto delle liriche, in quei territori, è un bonus.

Elisa poteva essere l’alternativa, e non solo per ragioni linguistiche: l’abbiamo sentita cimentarsi con un rock più aggressivo agli esordi, con l’elettronica misurata di Asile’s World e con la perfezione acustica di Lotus. Oggi, invece, la cantante va a posizionarsi sicura nel campo d’azione di Gianna Nannini, Giorgia e Laura Pausini, ed è preoccupante notare come i quattro nomi femminili più importanti della musica italiana, pur partendo da quattro punti del tutto diversi, si siano ritrovati a fare lo stesso genere per gli stessi ascoltatori: musica placida come il mercato che l’accoglie.

Mutya Keisha Siobhan: la reunion e il primo concerto

MKS
Poco prima che Mutya, Keisha e Siobhan salgano sul palco, qualcuno mormora: “it’s going to be the gig of the year”. Viene da sorridere e ricordargli che siamo pur sempre in una mezza bettola per lo showcase di un gruppo che non si presenta in questa formazione da 12 anni. C’è il rischio che possano essere un po’ fuori forma o che, peggio, propongano nuovi brani mediocri sgonfiando l’hype per un ritorno che non si è ancora del tutto concretizzato. Questo concerto è una mossa cauta, una prova della prova, e avviene quasi a porte chiuse, considerando che il locale può contenere al massimo mille persone. Eppure quei pochi biglietti sono andati esauriti in 14 minuti e là fuori c’è chi li rivende al quintuplo del prezzo originale.

Tutto riparte dal principio, con tre sgabelli sul palco – sinonimo inequivocabile, per chi ha seguito l’epopea della band, di “Overload”. Il singolo di esordio delle Sugababes suona ardito ancora oggi: era l’incontro, sfacciatamente minimale, tra R&B americano e uno stile britannico ancora influenzato dalla garage. Non è un caso se, a farlo incidere a quelle tre adolescenti che bazzicavano in uno studio di registrazione, fu lo stesso manager delle All Saints. Proprio come le All Saints furono la risposta credibile e adulta a quel carro di Carnevale chiamato Spice Girls, le Sugababes mostravano un aspetto più serio e contenuto delle rivali (le Atomic Kitten prima, le Girls Aloud dopo). Ballavano poco, sorridevano ancora meno.                        MKS1Non inizieranno certo a ballare stasera, ma sorridono molto, perché trovarsi davanti un pubblico così affezionato e partecipe – a Londra, per giunta, dove a malapena si applaude – va oltre ogni più rosea aspettativa. Il boato più forte arriva quando Siobhan, che lasciò il gruppo dopo il primo album e si avviò verso un’eccellente ma sfortunata carriera solista, intona il bridge di “Stronger”. Quella parte era di Heidi Range, la sua sostituta (tanto talentuosa quanto priva di carisma), e adesso spetta a lei. Nei video su YouTube che catturano quel momento, la voce di Siobhan si perde tra le urla del pubblico: c’è, oltre all’apprezzamento per la cantante, l’eccitazione di vedere per la prima volta cosa sarebbe successo se le decisioni di qualche manager e le lotte intestine non avessero compromesso la sua presenza nella band. Per ragioni simili, se ne andò anche Mutya nel 2005, all’apice del successo del gruppo, per un progetto soul mai decollato. Finì poi nella versione VIP del Grande fratello e in qualsiasi programma che volesse un parere sulla sua amica Amy Winehouse.

Se un tempo le differenze le portarono a tensioni e litigi, ora fanno di loro un gruppo versatile e consapevole della sua unicità. I sette inediti presentati stasera mettono in luce una varietà che forse in passato, per mancanza di esperienza ed età, non avrebbero saputo ottenere. “No Regrets”, prodotta da Naughty Boy, è un’intensa power ballad che sancisce l’armistizio tra le tre ragazze; “Love Me Hard”, che porta il leggendario marchio Biffco, è un’altra ballata molto classica su un beat sintetico e valorizza al massimo l’unione delle loro voci; “Boys”, alla quale ha lavorato anche MNEK, è la più veloce e leggera (diciamo pure che il testo è un po’ cretino), ma avendo un arrangiamento marcatamente elettronico, ci guadagnerà in versione studio. “Boys” doveva anche essere il primo singolo, finché Dev Hynes non arrivò con una canzone nettamente superiore che, come tutte le recenti produzioni del musicista inglese, trova un’incredibile armonia tra retro e modernità: suona familiare, ma non c’è nulla di simile in giro. Nel bis, il crescendo finale di “Flatline” viene arricchito dai versi di “Push the Button” e per qualche strana ragione funziona alla grande. È l’ultima sorpresa di un concerto che qualcuno, ancora prima che iniziasse, aveva già definito the gig of the year. La cosa incredibile è che ci aveva visto giusto.

Frank Ocean: la rivoluzione arancione

“No Church in the Wild” è un video per il quale vale la pena incazzarsi. Romain Gavras, del resto, è specializzato in trucchetti del genere, è il suo mestiere. Ma se “Born Free” di M.I.A. o “Stress” dei Justice si potevano quasi giustificare con un messaggio e catturavano un’ultra-violenza viscerale e per questo spaventosa, “No Church in the Wild” si può solo descrivere come gratuito. Un video fatto per provocare senza pensare alle conseguenze, o meglio, senza pensare alle cause. Le cause che l’estate scorsa hanno portato centinaia di ragazzini a sfasciare una città per rubare schermi al plasma. Jay-Z e Kanye West non sono politici, non hanno responsabilità dirette, ma sono voci importanti: non sono tutti così maturi da guardare le loro produzioni con la dovuta leggerezza, come fossero belle e bizzarre installazioni artistiche. Per coprire poliziotti e molotov della stessa patina glamour con cui un attimo prima si sono mostrate tette e limousine, si dovrebbe offrire una ragione valida – soprattutto da parte di due che le riot più sanguinose a cui potrebbero assistere sono quelle tra Drake e Chris Brown in discoteca.

Come se non bastasse, il video di “No Church in the Wild” non c’entra nulla con la canzone: dovrebbe essere una riflessione sulla religione, ma si materializza in un’accozzaglia di citazioni e cliché che culminano su Kanye che sniffa cocaina dal corpo di una ragazza nera e nota che ciò la fa sembrare una zebra. Che curioso effetto! A che animali assomiglieranno, invece, i ragazzi del video con lo spray urticante in faccia?

Le carriere di Kanye e Jay-Z si basano su questo: ottimi, memorabili one-liner sempre slegati dal contesto perché, nell’ansia di far rimare Rolls-Royce Corniche con police, si sono dimenticati di crearlo, un contesto. Se critica e pubblico hanno eletto “No Church in the Wild” come uno dei pezzi più significativi dell’hip hop/R&B contemporaneo (anche prima che uscisse come singolo), è merito del ritornello scritto e cantato da Frank Ocean. Se le immagini di Romain Gavras riescono a caricarsi per pochi attimi di un significato è grazie a quella manciata di versi: una riflessione sulla gerarchia del potere, dal basso verso l’alto, nell’ottica della fede (l’uomo comune, la folla, il re, Dio, e infine l’uomo che non crede, più potente di Dio stesso, ma senza una Chiesa che possa salvarlo). Basta un ritornello per capire che Frank Ocean è di un’altra specie. Lui, a contrario dei suoi mecenati, non ha bisogno di one-liner a effetto.

“Novacane” del 2011, il suo primo singolo (sebbene estratto da un album mai pubblicato ufficialmente), è una canzone su sesso e droga. Ma il sesso è con un’aspirante dentista incontrata a Coachella che si paga gli studi col porno e la droga è un anestetico locale. I cliché del genere vengono frantumati col racconto di un’esperienza tutt’altro che piacevole, in un ambiente squallido dove Frank fa rimare pretty con pity. Non c’è lusso né lussuria: c’è una storia filmata da Frank con gli occhi appannati e la faccia anestetizzata. Una storia non necessariamente vera (né troppo vicina al suo stile di vita: “la mia cucina di solito è abbastanza pulita” e “non prendo cocaina a colazione!”, dice in un’intervista facendo riferimento a due versi del testo), ma più convincente e coinvolgente di qualsiasi attività ricreativa svolta da due nig*as a Parigi.

L’ulteriore conferma del talento narrativo e interpretativo di Frank Ocean è arrivata con “Bad Religion”. Un tassista diventa confessore e psicologo improvvisato col compito di “sorpassare i demoni” e riportarlo alla preghiera, perché al momento riesce solo a credere al culto di un amore non corrisposto. Che quel him si riferisca a una persona o a Dio non ha molta importanza, ma la canzone arriva qualche giorno dopo un post in cui l’artista confessava di essersi innamorato di un uomo – un amore a quanto pare non corrisposto, segreto e risalente a molti anni fa. È inevitabile tracciare un legame tra quella nota e il brano che, tra tutti, ha scelto di cantare alla sua prima grande apparizione televisiva da Jimmy Fallon. I due elementi sono parte di una storia che Frank vuole condividere; due momenti di fragilità, debolezza e confusione in un ambiente che di norma incoraggia l’opposto.

“Non chiamatelo coming out”, dice giustamente Pitchfork, e non chiamatela nemmeno una mossa di marketing per promuovere Channel Orange. Attirare attenzione sul tema era un rischio non indifferente che avrebbe potuto alienare una bella fetta del suo pubblico (e di sicuro gli ha fatto perdere la distribuzione delle copie fisiche in alcuni supermercati), ma le posizioni in classifica e la critica dicono altrimenti.

Sempre in “Bad Religion”, Frank dice di avere “tre vite in bilico sulla testa come coltelli”: il membro della crew Odd Future (notoriamente omofoba e misogina, ma che al momento sta supportando le sue scelte), il cantante R&B sentimentale e il ventiquattrenne che su Tumblr alterna riflessioni religiose e foto del suo cane. È impossibile prevedere quale di queste personalità avrà la meglio nel corso della sua carriera, ma per ora la loro unione ha generato un album fuori dai canoni, intimo e onesto che non ha bisogno di video scioccanti, autotune e autocompiacimenti. Questa è la rivoluzione di Channel Orange.

Questa immagine ce la manda Beyoncé.

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