Premio Salame dai Capelli Verderame 2012: il vincitore

Si è appena conclusa la serata di premiazione del terzo Premio Salame dai Capelli Verderame da un’incantevole cornice segreta. Che emozioni, ragazzi. Vi volevo invitare, eh, ma poi vi conosco: avreste fatto casino, vi sareste sbronzati pure col chinotto e vi sareste buttati sul buffet di insaccati senza alcun rispetto per la sacralità dell’evento. La cerimonia è stata invece sobria e contenuta perché, ricordiamolo, il Premio Mogol non esiste più per colpa di assessori valdostani poco inclini a celebrare le canzonette. Ma noi sappiamo che il Premio Mogol ci guarda da lassù e veglia su di noi mentre gli angeli suonano “Luca era gay” e “Le tasche piene di sassi” pizzicando le arpe del Signore.

Alla cerimonia del Salame 2012 non sono mancati gli ospiti prestigiosi: Celentano non è potuto venire, ma era presente Claudia Mori. Pensate, aveva già preparato tre comunicati stampa: uno per la vittoria del marito, uno per il secondo posto e uno per il terzo (alla fine li ha consegnati tutti e tre, poi li ha rivoluti indietro a 10 euro per foglio, poi ha detto che i soldi sarebbero andati in beneficenza). C’erano i Litfiba, accompagnati da un fedele  gruppo di cassintegrati, e poi c’era lei, ovviamente, la vincitrice. And the winner is Emma.

La cantante ha ritirato l’ambito premio ma, forse tradita dall’emozione, sul palco ha scordato di ringraziare l’autore del testo. Durante l’afterparty, qualcuno si è avvicinato a Emma suggerendole di inviare un messaggino a Kekko, che aspettava impaziente notizie da casa. Prima è stato necessario spiegarle che era solo una cortesia simbolica (sembrava proprio non capire il perché del gesto!), poi si è accorta di non avere più credito nel cellulare e infine si è scoperto che non aveva in rubrica il numero di Kekko. Non lo nascondo, sono stati momenti di imbarazzo. Nel frattempo, il paroliere dei Modà aveva ricevuto via mail i tre comunicati stampa discordanti di Claudia Mori. Non capendo chi avesse vinto, ha chiamato lui Emma per chiedere delucidazioni. Durante la telefonata, a Emma è scappato un “grazie”, ma solo perché in quel momento qualcuno le stava passando un bicchiere di chinotto. Kekko ha pensato che il ringraziamento fosse rivolto lui ed è andato a dormire felice. Phew!

E finisce qui il Premio Salame dai Capelli Verderame 2012, l’edizione dei record! (Non è vero, l’anno scorso sono arrivati più voti.) (Ma solo perché anonimi fan di Becucci sabotarono il sondaggio.) (Comunque i voti sono stati moltissimi, grazie.) Va invece completamente in vacca il mio intento di segnalare anche il testo migliore dell’anno, dato che per ora è arrivato solo un commento a proposito. Allora è proprio vero che il Premio Mogol è insostituibile.

Ci vediamo nel 2013! #salame2013! Riguardatevi il trailer, va’.

 

 

Premio Salame dai Capelli Verderame 2012: la finale

Oh, ma quanto dura ‘sto premio? E poi ti lamenti degli interventi di Celentano a Sanremo? Sbrigati o ti sfumano.

Eccoci alla finalissima. Avete espresso le vostre preferenze, avete riposto centinaia di voti nelle unte urne della salumeria Verderame e avete decretato i tre testi meno meritevoli. Tre finalisti impegnati, a loro modo: il terzomondismo astruso del Clan Celentano, il populismo di Kekko filtrato da Emma, l’anti-consumismo in salsa Dada di Pelù. Ora prendete esempio dai vostri paladini insaccati: combattete per la vostra causa, votate e fate votare.

[SONDAGGIO CHIUSO]

(Questi bottoncini per gli exit poll sono stati un successo.) Cliccate per dire al mondo chi avete votato.

                  

E infine, dato che quest’anno non c’è il Premio Mogol (e non è che possiamo sempre stare qui a criticare senza offrire alternative), nei commenti vi invito anche a indicare qual è il testo italiano migliore degli ultimi dodici mesi.

 

The Road to Salame: Litfiba vs. Gigi D’Alessio

E siamo finalmente giunti all’ultimo scontro di questa edizione. Firenze contro Napoli, capelloni contro pelati, rocker contro neomelodici. Come sempre, leggete le motivazioni dell’Academy qui sotto, votate quante volte volete e non dimenticate di partecipare agli exit poll cliccando sui bottoni di Twitter.

[SONDAGGIO CHIUSO]

Sono passati quasi dieci anni da quando Elio implorava “Litfiba tornate insieme”. Chi avrebbe mai detto che quel morboso desiderio potesse avverarsi. Quanto eravamo ingenui. Dopo l’ufficializzazione della reunion nel 2009, un grande vuoto nella musica italiana è stato colmato a inizio 2012 col  nuovo album di inediti di Piero e Ghigo. È come se non se ne fossero mai andati, è tutto lì: occhiali da sole e petti villosi, schitarrate e gruppi vocalici che ingannano qualsiasi trascrizione fonetica. E come se non bastasse, abbiamo una copertina ispirata all’arte messicana perché, ci ricorda Pelù, “il 2012 è l’anno dei Maya”, e iniziative extra-musicali sponsorizzate dalla CGIL (15 cassintegrati entrano gratis a ogni concerto del gruppo, no, dico 15!) Icone di loro stessi, ologrammi degli anni ’90 a piede libero, più Litfiba che mai.

Il primo singolo, “Lo squalo”, raccoglie tutto ciò che ci siamo persi in un decennio di tori lochi. Pelù lo definisce un singolo “pesante” e “spiazzante”. E, in effetti, strofe come “lo squalo sono me”, almeno dal punto di vista sintattico, spiazzano. Dovrebbe essere una critica al consumismo, a chi “consuma chi consuma”, ma l’approccio dadaista di Pelù distrae dallo scopo e i contenuti: impossibile non innamorarsi di rime come “mangio tutto l’ ingranaggio / perché sono l’opportunista a medio e lungo raggio”. Lo squalo sono MEH!

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Come si fa a non amare Giggi. Ha la fanbase più LOLWUT del mondo e quest’anno ha portato la discodance a Sanremo (la sua esibizione in playback con Bertè, Fargetta e decine di zarri danzanti è stata, di fatto, il nostro Super Bowl). Oggi, però, non lo nominiamo per “Respirare”. Il brano che INSPIEGABILMENTE non è ancora stato estratto come singolo per diventare il tormentone dell’estate è “Me duele la cabeza”. Per supportare questo capolavoro e averlo nella shortlist, pensate, abbiamo addirittura modificato il rigidissimo regolamento del Premio Salame: “Me duele la cabeza” non è in italiano, ma a volte l’Arte trascende le barriere linguistiche.

Il brano colpisce immediatamente l’ascoltatore per la sua completezza: tastierone anni ’90, fiati, atmosfere latine, rap e la voce di Giggi che (per la prima volta?) flirta con l’autotune. Ci sono tutti gli ingredienti per trasformare il cratere del Vesuvio in una dancefloor rovente e compiervi sacrifici umani in uno stato di trance. Ma non dimentichiamoci del testo, che è poi il motivo per cui “Me duele la cabeza” si è conquistata una nomination. Giggi non è estraneo al pastiche linguistico: come nell’indimenticabile “cuando esta noche tramonta el sol, mon amour, mon amour”, anche qui abbiamo un incontro-scontro tra francese e spagnolo. Il francese è rappresentato da un rapper (azzarderei nordafricano, ma l’internet non mi offre maggiori informazioni), mentre Giggi tira fuori la sua anima latina in versi di apprezzamento per una ragazza dalla “piel morena”: “si te acercas / me vienen mil ideas / me desbaratas”. Oh, Gigiño, ¡NOS VUELVE LOCOS!

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The Road to Salame: Emma vs. Modà

La seconda semifinale è interamente dedicata a Kekko Silvestre. Lo vediamo qui scontrarsi contro se stesso grazie alle sue opere “Non è l’inferno” per Emma e “Come un pittore” per Modà e Jarabedepalo. (Da quand’è che “Jarabe De Palo” si scrive tutto attaccato? Dal 2008, perché l’etichetta precedente ha i diritti sul nome.)

Come al solito, potete votare subito oppure farvi un tè e meditare su quale sia la scelta più appropriata leggendo le motivazioni dell’Academy.

[SONDAGGIO CHIUSO]

Era chiaro fin da subito che Emma avrebbe vinto il Festival. L’avrebbe vinto con una canzone bella, una canzone brutta o una canzone d’amore a caso. L’ha vinto con una canzone “impegnata” perché, dopo tante parole e senonoraquando, Compagna Marrone si è fatta scrivere qualcosa di più sostenuto dei soliti “calore/calore”, “pelle/stelle”, “amore/sapore”. Sarebbe anche un intento apprezzabile: di canzoni sulla crisi attuale, non se ne cantano; e lei e Bersani quest’anno sono stati gli unici a parlare dell’Italia di oggi al Festival (solo che Bersani ha usato una metafora assurda e non ci ha messo abbastanza drammaticità).

Il testo di “Non è l’inferno” ci racconta di un signore che ha fatto due guerre e ora non arriva a fine mese, mentre suo figlio ha trent’anni e non ha i soldi per sposarsi. Un attimo. Se il signore ha fatto “due guerre senza garanzia di ritornare”, vuol dire che, come minimo, è un ragazzo del ’99, e quindi ora ha 113 anni. E se ha un figlio di 30, vuol dire che è diventato padre a 83. Complimenti, signore!

Al di là della plausibilità storica del testo, che i televotanti defilippini magari non hanno avuto tempo di verificare, resta un dilemma anche nel ritornello. Se la situazione è così tragica, perché “non è l’inferno”? Ricordo che se l’è chiesto anche Luzzatto Fegiz a un’Arena di Giletti e Emma gli ha risposto che l’inferno, cioè, è la guerra, cioè.

(Era la stessa puntata dell’Arena in cui Giletti elogiava Emma perché, durante il Festival, si è andata a comprare le bottigliette d’acqua al supermercato anziché bere quelle carissime del frigobar dell’albergo.)

Quindi il messaggio è positivo? Fa tutto schifo, ma c’è di peggio? Il protagonista è ancora speranzoso e non vuole ammazzarsi? Boh. “Non comprendo com’è possibile pensare che sia più facile morire” e nel dubbio ci aggiungerei un’altra subordinata.

E se la morale, per quanto confusa, poteva avere i suoi pregi, Kekko Paroliere ha riabbassato immediatamente il livello: la domenica mattina dopo il Festival, ha scritto una nota su Facebook lamentandosi di non aver ricevuto uno squillo di ringraziamento dalla cantante. Wow, Kekko. Questo che è l’inferno.

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Ehi, ma questa canzone non era già stata nominata l’anno scorso? Sì, e si è pure classificata seconda. Nel 2011, però, non era ancora stata estratta come singolo, era un piacere per pochi intimi. La recente ripubblicazione del pezzo, impreziosito da una grande collaborazione internazionale, ci ha permesso di apprezzarne nuovamente la profondità.

Come Sangiorgi in “Sing-hiozzo”, Kekko dei Modà ci racconta con dovizia di particolari i suoi problemi di comunicazione, ma lui ha trovato un rimedio! Come un pittore, disegnerà ciò che prova per la sua amata, abbinando colori a emozioni, in un tripudio di similitudini e sinestesie ispiratissime. Che bella idea! Sentiamo.

“Azzurro come te, come il cielo il mare.” OK, carino, magari un po’ banale… Vogliamo continuare?
“Giallo come luce del sole.” Sì, ecco, questa sarebbe scontata anche alle elementari. Proviamo col verde?
“L’erba verde come la speranza.” Mi fai parlare con la tua maestra?
“Adesso un po’ di blu come la notte.”

Kekko, mi è venuta un’idea per il marrone e non sto parlando di Emma.

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The Road to Salame: Celentano vs. Carone

Benvenuti alla prima semifinale della terza edizione del Premio Salame dai Capelli Verderame. Oggi si scontrano la lettera d’amore a una prostituta e i deliri apocalittici di un megalomane. Potete votare subito, d’impulso, spinti dal ribrezzo immediato che vi ha provocato un brano oppure sedervi e leggere con calma le motivazioni dell’Academy qui sotto.

Vi ricordo che questo Premio, come tutti i premi che si rispettino, premia la costanza, la caparbietà e i brogli: potete votare quante volte volete e accanirvi contro la canzone che giudicate più meritevole – cioè, la meno meritevole. Vabbè, avete capito.

[SONDAGGIO CHIUSO]

“Non so più cosa fare” è da considerarsi come il preludio del pippotto sanremese che ha ipnotizzato la nazione per una dolorosa eternità. Ma se a Sanremo c’erano Gianni Morandi, Pupo e Elisabetta Canalis (nell’indimenticabile ruolo di Italia), qui Celentano è affiancato da altri tre caballeros dell’assurdo: Jovanotti, che indossa nuovamente le vesti del no global filosofeggiante che speravamo avesse appeso al chiodo; Battiato in qualità di profeta multimediale; Giuliano Sangiorgi come nuovo iniziato a questa setta di ciarlatani che non conoscono il confine tra impegno sociale e ridicolo. La ciliegina sulla torta biologica è Manu Chao, the king of Bongo Bong, l’autorità massima quando si tratta di mettere in musica i Problemi del Mondo visti dal tetto di una Torre Galfa qualsiasi.

Il testo, azzardando un’interpretazione, affianca il dolore di una perdita sentimentale a quello causato da guerre lontane. (Quali guerre non si sa, potete cercare indizi nelle immagini di repertorio usate da Morbioli per il video, oppure andate sul sito di Amnesty e scegliete il conflitto che fa più al caso vostro.) (Del resto, “è la misma cosa, succede dappertutto, in America, in Oriente, in Russia, in Europa”, suggerisce Sangiorgi.)

Sei, lunghi minuti raggaeggianti interrotti dal parlato dei quattro, in tre lingue. Perché mai limitare all’italiano la magnitudo della saggezza di Battiato (“el tiempo es más soportable si con nosotros está una chica, me entiendes”) o le grandi verità di un pensoso Lorenzo ( “because it never stops”)? E infine, Celentano: ”il problema è la radio, questa radio che non smette, e che continua a dirci le stesse cose, da tanti anni”. Eh, Adriano, mica tutti sono in grado di attingere da un inesauribile repertorio di cazzate come te.

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Se Dalla avesse ragione o torto a credere nel talento di Carone, lo scopriremo col tempo. Arrivare a Sanremo con un nome del genere è un infallibile scudo: non è facile mettere nero su bianco che uno dei più grandi cantautori della storia italiana potrebbe aver preso un abbaglio – o peggio, potrebbe essere parte di un’operazione commerciale per aiutare la famosa “collocazione discografica” di un ex talent. Sta di fatto che il premio della critica andò a un altro alunno della scuola di Dalla (Bersani) e, al momento di esercitare il potere della golden share, la sala stampa preferì assicurare il podio a Noemi. Viene il dubbio che tutta questa critica che adora Carone sia limitata a una decina di giornalisti embedded di Amici.

E il pubblico cosa dice? A giudicare dalle classifiche: praticamente non pervenuto. Forse Carone è troppo impegnato o forse è troppo popolare. Forse non è abbastanza borderline per finire nella categoria “artisti incompresi” o “di grande sensibilità”. (Ma come, è il nuovo Rino Gaetano!) (…è un complimento?)

Pensate, da queste parti, il cantautore si era già guadagnato due nomination al Premio Salame 2010 col discreto insaccato “Di notte” nonché i luoghi e i laghi che ha ceduto a Scanu: è bello vedere certi talenti crescere insieme alla manifestazione! Ma veniamo al brano, questa raffinata zozzeria (raffinata perché è Cantautorato, ignoranti; zozzeria perché usa una delle metafore più degradanti mai sentite).

Nanì, Nanì, Nanì, professione peripatetica, si concede a Carone e lui si innamora. Nanì, Nanì, Nanì, walking down the street. Nanì stranamente rifiuta l’invito di fuggire con Carone e resta con “un camionista da accontentare”. Non ci è dato sapere come va a finire questa storia ed è meglio non saperlo: siamo ancora sotto choc per il verso “potrei stare giorni ad annusare il tuo mestiere”.

PS: Di cosa odora il vostro mestiere? Ditelo nei commenti!

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