Pop Topoi

Madonna: l’immacolata traduzione

Quello che dice Madonna mi interessa poco; quello che dice Madonna durante una campagna promozionale ancora di meno. Tuttavia, in questi giorni il chiacchiericcio sulla cantante è diventato assordante e, tra le mille dichiarazioni, interviste e finte jihad contro Lady Gaga, esce una notizia che sembra quantomeno strana: Madonna ha insultato (o forse solo lanciato una frecciatina a) Britney Spears. Buffo. Magari è il caso di andare a cercare cos’ha detto la diretta interessata, magari in inglese.

Madonna, intervistata da The Advocate, sostiene che il pubblico gay trovi un modello in Lady Gaga perché non rientra nei canoni convenzionali e ha un passato difficile. Ci sono molte cose contestabili in questa affermazione, ma non entriamo nel merito e limitiamoci ad analizzare le parole da lei pronunciate.

I can see that they connect to her kind of not fitting into the conventional norm. I mean, she’s not Britney Spears. She’s not built like a brick shithouse. She seems to have had a challenging upbringing, and so I can see where she would also have that kind of connection.

Ora, built like a brick shithouse non è inglese da liceo e non è un’espressione particolarmente felice né comune, ma con un po’ di impegno ci si può arrivare. Dicesi built like a brick shithouse una persona grande e grossa, forte e robusta. (Tuttavia, secondo alcuni, vorrebbe anche essere un complimento a una bella ragazza perché un tempo le latrine erano in legno… Per chi volesse approfondire, basterà la definizione su Wiktionary; per i maledetti rompicoglioni come me, tenete, vi ho fatto uno screenshot dal Dictionary of Catch Phrases della Routledge). Insomma, per estensione, Madonna vuole dire che Britney ha basi solide (urca!), mentre Gaga è più fragile e vulnerabile. E soprattutto, nessuno ha insultato nessuno.

Andiamo a vedere com’è stata riportata la notizia su vari siti italiani.

Vanity Fair sceglie (saggiamente) di non tradurre per intero la citazione e saltare la shithouse.

Cioè, non è Britney Spears. Ha avuto un’adolescenza difficile [...]

Quelli di MTV.it sono già più fantasiosi, ma si tengono sul vago e non ci ricamano troppo sopra.

Cioè, non è Britney Spears. Lei non è ‘costruita’.

Spetteguless inizia a porsi qualche domanda sull’espressione idiomatica e preferisce non tradurla, ma offre due opzioni: “bella tettona” e “cesso a mattoni”.

Voglio dire, non è Britney Spears. She’s not built like a brick shithouse (slang uk che può passare sia come complimento – bella tettona – che come clamorosa offesa – cesso a mattoni).

E ora che ci avviciniamo pericolosamente ai gironi dei nanopress, vi avverto, tutto può succedere. Cosmomusic, ripreso poi da Paperblog, riassume liberamente con il titolo “Madonna: ‘Britney Spears è meglio di Lady Gaga’” e adotta una curiosa variante sul tema edilizio.

Sì, voglio dire, non è Britney Spears. Lei non è costruita come il mattone di una casa.

E infine, quelli di I Love Popmusic si sbizzarriscono e ci regalano la perla definitiva.

Voglio dire, lei non è Britney Spears. Lei non è una schifezza (cesso) costruita di mattoni.

La stessa traduzione finisce poi su Musickr che titola direttamente: “Madonna: ‘Britney Spears è un cesso’”.

And I’m not sorry / It’s human translation. Tutto questo è solo la punta dell’iceberg, che è in gran parte costituito da commenti e link su Twitter e Facebook. Una frase un po’ ambigua che confonde anche gli anglofoni e viene poi tradotta in maniera fantasiosa o superficiale è esattamente quello che ci vuole in questa guerra immaginaria tra popstar che porta tanti clic. Senza contare che, da quando Madonna ha concesso un’intervista esclusiva a Oggi per infamare Berlusconi, non c’è più da stupirsi di nulla.

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Lana Del Rey, Born To Die

Sono passati meno di sei mesi dall’arrivo di “Video Games” su YouTube, e ancora meno da quando la inserii nella compilation estiva e ripercorsi la cronologia del fenomeno Lana Del Rey e le sue critiche. Oggi, in un certo senso, si chiude un ciclo: esce Born To Die e la mia inevitabile recensione si legge su Grazia.

(Ogni tanto date un’occhiata alla mia rubrica su Grazia. Potreste trovarci, chessò, un’intervista a Porcelain Raft? Un profilo di Azealia Banks?)

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Topolino e i Joy Division: la Sindrome di “Hallelujah” colpisce ancora

È apparsa oggi sul sito del Disney Store una maglietta che unisce la storica copertina di Unknown Pleasures dei Joy Division e la figura di Topolino. Com’era prevedibile, nel giro di poche ore è scattata la Sindrome di “Hallelujah”. Dicesi Sindrome di “Hallelujah” (dall’omonima canzone di Leonard Cohen) quel coro di “ma-come-ti-permetti” che si alza ogni volta che esce la cover di una canzone o il remake di un film: c’è sempre una fetta di pubblico che pensa di possedere i diritti artistici e affettivi sul prodotto originale e si ribella. Oggi è successo con una t-shirt.

Pitchfork è stato tra i primi ad abbaiare, trovando la creazione inappropriata perché: 1) il cantante dei Joy Division si è impiccato; 2) “Joy Division” deriva dal nome dato alle prigioniere dei lager costrette a prostituirsi per i Nazisti. Questi due elementi non sono compatibili con l’immagine della Disney e il suo pubblico. Per carità, ci sono i bambini (anche se la maglietta è disponibile solo nelle taglie da adulto).

A questo punto possiamo trovare tutto crudele e inappropriato o stare calmi e pensarci su.

Ian Curtis è morto nel 1980, Unknown Pleasures è del 1979. Sono passati più di trent’anni, un tempo sufficiente per dare al cantante e l’opera lo status di icone pop. E succede questa cosa con le icone pop: più sono lontane nel tempo, più la loro immagine diventa di dominio pubblico. Di conseguenza, artisti, designer, marchi e chiunque altro la utilizzano per fare colpo sull’osservatore o l’acquirente. Alcuni lo fanno in maniera sofisticata, altri meno, ma è impossibile controllarne l’uso e preservarne, in un certo senso, integrità ed eredità artistiche. I volti e i nomi di alcune celebrità e opere diventano loghi: si caricano di mille significati e nessuno. Lo stesso vale più o meno per Topolino, la cui famosa silhouette contiene di tutto: da Mary Poppins a Hannah Montana, dal capitalismo alle cospirazioni sugli Illuminati.

Non so cosa ci vediate voi, ma è comunque lecito pensare che, nel corso della vostra vita, la Disney abbia avuto almeno la stessa importanza dei Joy Division. Non vi voglio far scegliere, così, su due piedi, tra “Love Will Tear Us Apart” e “Tutti quanti voglion fare jazz” o tra Peter Hook e Anacleto. Però, capirete che non si può nemmeno gridare allo scandalo e allo stupro emotivo dei vostri ricordi di teenager depressi perché la copertina di un disco famosissimo ha incontrato la silhouette di un topo. E perlomeno quel topo qualche gioia ve l’ha data.

Poi magari domattina mi sveglierò e leggerò che l’ideatore della copertina Peter Seville si è detto indignato o plagiato (sebbene l’immagine non sia originale, ma venga da un’enciclopedia) e che la Disney ha ritirato dal commercio la maglietta. La Sindrome di “Hallelujah” avrà colpito ancora.

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“Ai se eu te pego”: disgrazie non anglofone in classifica

In questo preciso istante, la canzone “Ai se eu te pego” di Michel Teló è nella top 10 di iTunes in undici paesi europei. In nove di questi è alla posizione numero uno. Non è, come pensavo prima di guardare le classifiche, una malattia tutta italiana: “Ai se eu te pego” è un’epidemia internazionale, di quelle che ti fanno soffrire per mesi e – doppia fregatura – poi non muori nemmeno. Invece, resti in vita e quel “nossaaaa!” va ad aggiungersi alla lunga lista di fastidiose madeleine sonore che potrebbero ripresentarsi in futuro. Quando meno te lo aspetti, magari tra qualche anno, magari in un momento felice, quel ”nossaaaa!” s’infilerà nella colonna sonora di qualcosa, in un servizio di Studio Aperto, in un canale musicale minore mentre fai zapping distratto, e tu cadrai a terra raggomitolandoti in posizione fetale. “Nossaaaa!”

Se questo è l’effetto che fa “Ai se eu te pego” su di me e te, figuriamoci cosa dev’essere quel pezzo per il discografico medio. Uno passa la vita a cercare l’artista giusto per fargli fare il disco, la copertina, il festival, le interviste, il video e il tour giusti. E l’acconciatura giusta, i vestiti giusti, le gravidanze giuste, i pettegolezzi giusti e tutti i dettagli che l’ascoltatore  non noterà mai, ma dietro ai quali ci sono mesi di preparazione. Poi dal nulla arriva un brasiliano con un budget poco sopra lo zero (e quelle camicie) e grazie ai balletti di un paio di calciatori schizza alla numero uno in mezzo mondo. “Ai se eu te pego” è il suono di mille discografici che si buttano dal cornicione.

Io sono uno che si rallegra quando un prodotto non anglofono ha successo internazionale ed è una cosa che ripeto ogni volta che c’è una cerimonia di premiazione (soprattutto gli MTV EMAs), ma dando un’occhiata alle classifiche, c’è poco da stare felici. La tabella mostra le canzoni non in inglese o in italiano che hanno raggiunto la prima posizione in Italia dal 2000 a oggi.

Qualche considerazione:

  • Negli ultimi dodici anni, solo quattordici canzoni non in inglese o in italiano hanno raggiunto la vetta. È un po’ poco, ma…
  • ..eccetto “Le vent nous portera”, sono tutte canzoni che vanno da appena decente a orrore inspiegabile. Quindi, l’unica canzone veramente bella è stata scritta da una persona che dovrebbe trovarsi in galera per omicidio.
  • (A me piace molto “Alors on danse”, ma so di dire qualcosa di molto impopolare e difenderò questa canzone in un’altra occasione.)
  • Eccetto Jennifer Lopez (che era già famosa da molto prima per canzoni in inglese) e Manu Chao (tenetemi fermo), si tratta solo di one hit wonder. Il caso più eclatante sono le Cinema2, di cui si fa fatica a trovare traccia persino su YouTube.
  • Nel 2011, il Brasile si è vendicato nei nostri confronti per tutti quegli anni di Pausini. Mandiamo una task force diplomatica subito o tagliamo immediatamente l’import-export canoro tra i due paesi: è per il bene di tutti.

Adele, torna qui, è tutto perdonato.

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