Pop Topoi

Justin Bieber: La Minaccia

Justin Bieber è la giovane promessa della musica brutta e tu hai svariate ragioni per odiarlo:

- Ha sedici anni ed è sotto contratto da quando ne ha tredici. Fu notato per aver messo su YouTube alcuni video e pare ci sia anche stata una guerra tra Usher e Justin Timberlake per chi dovesse accaparrarselo. Usher vinse e infatti la sua musica fa schifo. Sua madre voleva per lui “una label cristiana” e invece  è stato scoperto da un talent scout ebreo (Scooter Braun) e il suo pigmalione Usher pare si sia convertito a Scientology. DOV’È IL TUO DIO ORA?

- Mettiamo subito le cose in chiaro: Justin Bieber non è un bambino prodigio. È una scimmietta ammaestrata a colpi di fon e autotune alla quale la Universal ha bloccato la crescita. Ciò nonostante, negli ultimi due anni ha accumulato più soldi, fama e fica di quanto tu possa anche solo immaginare nel corso della tua inutile vita.

- Ogni tanto incontro gente che che ancora non sa chi sia, e a me questa cosa stupisce perché il mio internet è pieno di Justin Bieber. È costantemente un trending topic su Twitter e negli ultimi tempi ho visto più Biebers che LOLcats. Tant’è vero che c’è persino chi ha inventato Shaved Bieber, un’estensione per Firefox che elimina automaticamente il suo nome e la sua immagine dal tuo browser con pratiche pecette.

- Viene regolarmente scambiato per una femmina adulta (questa non è una buona ragione per odiarlo, diciamo che è più un consiglio per il suo parrucchiere). La settimana scorsa, una squadra di polizia del Maryland ha notato Bieber in un bar a bere alcolici e si è scatenato il panico. Peccato che si trattasse di una certa Katie, che ha 27 anni e una vagina. Cosa abbiamo imparato da questa storia? Che i poliziotti del Maryland dovrebbero leggere Lesbians Who Look Like Justin Bieber.

- Non è mai troppo presto per iniziare a degradare le donne nei propri testi e Justin lo sa bene. Nell’apocalittica collaborazione con Sean Kingston (la giovane promessa oversize della musica più brutta) il duo rivisita la filastrocca “Eeny meeny miney moe” – ovvero l’ambarabà-ciccì-coccò anglofono:

Eenie meenie miney mo
Catch a bad chick by her toe
If she holla let her go

Ma non temete POLLASTRE, nonostante le rivisitazioni gangsta delle conte per bambini, The Biebs ha affermato di volere una ragazza acqua e sapone e col cervello. E dice le preghierine prima di andare a nanna:

Aridatece Jordy.

Filed under: Minacce, , , , ,

RedOne: La Minaccia

RedOne è il pop topos dell’anno. È il produttore più ubiquo del momento e tu hai 6 buone ragioni per odiarlo:

- A 19 anni, si è trasferito dal Marocco alla Svezia per cercare fortuna nell’industria musicale. Ha scelto quel paese perché è da lì che venivano i suoi gruppi preferiti: Europe, Roxette e Abba. Il suo sound unisce quindi il peggio dell’europop al peggio della tamarraggine nordafricana.

- È ciò che è stato Timbaland a inizio anni zero e che David Guetta sarà nel futuro prossimo, finché il loro sound non diventerà così scontato e logoro da venire imitato perfino dai concorrenti dei talent italiani (a X-Factor siamo ancora in fase Winehouse, ad Amici in fase Tatangelo, ma il momento arriverà).

- La sua lista di collaborazioni su Wikipedia è il cassonetto dell’umido del pop/R&B globale. Va ovviamente fatta un’eccezione per Lady Gaga che, a contrario di molti altri “artisti” della lista, scrive da sola le melodie e si reca da RedOne per aggiungere quel controgusto di Fargetta ai suoi brani. Non vi preoccupate, potete continuare ad apprezzare Lady Gaga senza sentirvi in colpa.

- In tutte le produzioni da lui curate, sente l’impulso irrefrenabile di menzionare il suo nome e quello dell’artista in questione, come è reso evidente in questo video (courtesy of apn).


Il massimo è quando si autocita nel remix di “Handle Me” di Robyn perché, non avendo collaborato alla scrittura della traccia, si è dovuto citofonare da solo in fase remix.

- Ha collaborato con Michael Jackson poco prima che morisse. Non tirate un sospiro di sollievo perché ho la certezza che prima o poi quelle registrazioni salteranno fuori. E se Michael Jackson non fece in tempo a registrare nulla, faranno un po’ di copia e incolla o troveranno uno con la voce simile e ci aggiungeranno dieci strati di autotune facendoci credere che sia lui.

- Nonostante abbia fatto i milioni e vinto qualche Grammy, non ha ancora fatto un servizio fotografico decente né pagato un grafico per rifargli logo e MySpace. La cura della sua immagine va quindi di pari passo con la cura dei suoni che produce.

E ora, visual pun!

Fonti: HitQuarters

Filed under: Minacce, , , , ,

Rage against the rage against, etc.

In questo preciso istante, i Rage Against The Machine sono primi nella classifica dei singoli del Regno Unito con la celebre “Killing In The Name”, mentre il neo-vincitore dell’X Factor britannico Joe McElderry è, contro ogni aspettativa, secondo.

Piccola introduzione per i più distratti. Nella gloriosa terra di Sua Maestà Elisabetta II, c’è questa curiosa mania del “Christmas number one“, ovvero la canzone più venduta nella settimana delle feste. È una ricorrenza che trova le sue radici nelle putride paludi del marketing discografico, ed è nata solo ed esclusivamente per aumentare le vendite in periodo natalizio. Tuttavia, l’impatto che ha sulla cultura popolare inglese è a dir poco stupefacente, e colpisce anche chi di musica non si interessa nelle restanti 51 settimane dell’anno. Sta di fatto che dal 2005 in poi, il titolo di “Christmas number one” è spettato al vincitore di X Factor, sapientemente incoronato una settimana prima di Natale. Quest’anno, invece, sul podio ci sono i Rage Against The Machine. Prima che iniziate tutti a urlare “Cazzo, figata! Combatti il sistema!”, fatemi dire due cosette.

X Factor, come dalle nostre parti, è amato e odiato in egual misura. Gli inglesi hanno più ragione di noi a odiarlo perché i concorrenti (e i vincitori) del concorso sono sempre delle insipide ciofeche assemblate a immagine e somiglianza di Beyoncé, se donne, o Will Young, se uomini. Roba da volersi inchinare al cospetto di Facchinetti e ringraziare il Signore per ogni secondo di Giops, per ogni alitata dei Farias, per ogni orecchia posticcia malamente fissata sul capo delle Yavanna, per ogni pezzo di Tenco / Gaetano / Bindi / [inserire qui nome di cantautore italiano morto prematuramente] che ci ha fatto ascoltare Morgan. Gli inglesi non hanno nemmeno Tommassini (e non so se mi spiego: niente tapis roulant, niente suore sui pattini, niente banane gonfiabili… Un programma inguardabile, insomma). Gli inglesi non hanno nemmeno la Maionchi, hanno Simon Cowell. Questo curioso discografico non dice le parolacce buffe, ma ha creato il format, incassato i miliardi e insultato altrettanti dilettanti allo sbaraglio. È probabilmente l’uomo più detestato della galassia ed è per protestare contro il suo strapotere sulle classifiche che alcuni facinorosi si sono organizzati su Facebook per comprare in massa i rigurgiti di De La Rocha.

Non hanno tutti i torti, il singolo di Joe Mc Elderry è il Male – una cover di “The Climb” di Miley Cyrus, che a suo tempo definimmo “L’Ascesa al Monte Ventoso” per la generazione TRL. È anche simbolo di un accordo a dir poco massonico tra il talent show e la Disney (in una puntata, al poveretto hanno anche fatto cantare la canzone de Il Re Leone!). È un PopPanettone malamente confezionato e già ammuffito che non merita un centesimo.

Epperò, “Killing In The Name” al numero uno porta con sé una scia di contraddizioni non indifferenti che ora vi espongo.

L’iniziativa, come tutte le brutte idee di questi tempi, nasce da Facebook. Fatevi una ricerchina e scoprirete che di campagne simili, per portare questa o quell’altra canzone al “Christmas number one”, se ne contano almeno 500 (solo perché il numero massimo di risultati che si possono ottenere da una ricerca su Facebook è 500, ma sospetto siano migliaia). C’è chi al numero uno vuole Michael Jackson o Bing Crosby o i Muppets o il gruppetto in cui suona il cugino della vicina di casa. C’è anche chi si porta avanti e vuole gli Slipknot o Keyboard Cat o tua sorella primi in classifica per Natale 2010. Tanto creare un gruppo non costa nulla, iscriversi ancora di meno. Perché la campagna per i RATM ha riscosso così tanto successo? Innanzitutto, perché sono un gruppo che ci fa sentire tanto giovani e militanti e impegnati e la canzone dice 17 volte “fuck you” e “minchia come pogavo su ‘sto pezzo quando facevamo okkupazione”. E poi perché c’è stato il supporto di una major. Ah sì, piccolo particolare: i Rage Against The Machine sono sotto la Epic Records che – tu guarda! – fa parte della grande famiglia Sony. Proprio come X Factor.

Non chiamiamolo, quindi, un esperimento di successo “venuto dal basso”, o una conquista che dimostra il potere di aggregazione dei social network, come dicono alcuni giornali. Chiamiamolo una geniale trovata della Sony, che sta occupando i primi due posti in classifica nel periodo più proficuo dell’anno, arrivando a far sborsare soldi a chi è pop e a chi crede di ribellarsi al pop.

E come non notare tutta una serie di fastidiosi nonsense, tipici del quindicenne con la maglietta di Che Guevara che non ha ancora ben capito come funziona la “Machine”.

  • Se non ti interessa il pop, non ti interessano le classifiche. Perché tutt’a un tratto tanto accanimento?
  • Se vuoi supportare musica diversa e indipendente, non comprare il pezzo di un gruppo che ha già venduto sette milioni di dischi. Con una major. Vent’anni fa.
  • Ah sì, scusate, i soldi andavano in beneficenza. Quanto hanno raccolto? 70,000 sterline. La Pausini vi manda a dire che siete dei n00b.
  • Caro pecorone inglese che hai comprato il singolo e pecorone italiano che hai esultato per questa inutile iniziativa, sei solo un target. E ti hanno centrato in pieno.
  • Lavati che fai schifo.

Noi questa settimana al numero probabilmente avremo la Nannini e Giorgia, ma l’anno prossimo ci organizziamo, eh! Bandabardò for Christmas number one!!!

Filed under: Minacce, , , , , , , , , ,

Muse: La Minaccia

Interrompiamo la regolare programmazione per un comunicato ufficiale a reti unificate: il mondo sta per finire. L’han detto i Muse. I Muse Inquietanti.
Oh, è andata così, capita. Vi restano pochi secondi di vita, passateli un po’ come vi pare. Io li passerò a spalare merda sui Muse perché ce l’hanno veramente iettata.

Dieci anni fa, i Muse hanno raccolto il puzzolente fardello smoccolato del Britpop, l’hanno strofinato sulla tomba di Freddie Mercury e spedito su Alfa Centauri per poi riproporcelo sotto forma di scoregge acutissime. E tutti a urlare al miracolo.
Ma a quel tempo non potevamo sapere di quali oscuri presagi si faceva ambasciatore Matthew Bellamy. Infatti, nel primo album, i riferimenti apocalittico-spaziali erano piuttosto sporadici, se non quasi del tutto limitati alla copertina. Ma da Origin of Symmetry in poi, la discografia del gruppo si è trasformata in un tripudio di terrificanti cospirazioni, corpi celesti deflagrati e scenari di fantapolitica a metà tra Orwell e Urania. E nel nuovo album non si sono certo dati al minimalismo negli arrangiamenti e nei contenuti… Anzi, hanno ambito, se possibile, ad essere ancora più sboroni. “Supermassive sboroni”, per la precisione.

Partiamo dal singolo “Uprising”, tipico esempio di Bellamy nelle vesti di fattucchiera paranoico-rivoluzionaria:

Lascia che la rivoluzione faccia il suo corso
Se tu potessi premere un interruttore e aprire il tuo terzo occhio
Vedresti che
Non c’è da aver paura della morte
Insorgete e riprendetevi il potere!

Poi si parla di selezione (in)naturale post-Gattaca (“Unnatural Selection”):

Cerca di superare la tempesta
Mentre cercano di convincerti
Che loro sono quelli speciali
Noi non siamo stati scelti
L’ingiustizia è all’ordine del giorno
Non sarai il primo e non sarai l’ultimo

Esagerati! Per ora hanno solo slittato Ballarò e Matrix… Ma procediamo con abili esperimenti di Risiko (“United States of Eurasia”):

Queste guerre non possono essere vinte
C’è nessuno che sappia o a cui importi come sono iniziate?
Ci continuano solo a garantire che andranno avanti all’infinito
Ma presto capiremo
Che possono essere soltanto una cosa unica
Stati Uniti
Stati Uniti d’Eurasia

Il Vecchio Contintente è chiaramente troppo piccolo per contenere i Muse. Altro che Turchia nell’Unione, questi vogliono espandersi fino al Sol Levante.

E concludiamo con alcune delle strofe più significative mai partorite da Bellamy dopo aver pasteggiato col cervello in pappa di Philip K. Dick per poi vomitarlo sulla sinfonia in tre parti  (‘sticazzi) che chiude l’album:

Chi siamo?
Dove siamo?
Quando siamo?
Perché siamo?
Chi siamo?
Dove siamo?
Perché, perché, perché?

Ce lo chiediamo anche noi, intergalattico uccellaccio del malaugrio, insulso Cavaliere dello Zodiaco armato di pianola.
I Muse sono ormai diventati i Testimoni di Geova del rock. Ti svegliano di domenica mattina con le loro schitarrate distorte per dirti al citofono che il mondo sta per finire. Ma i Testimoni di Geova perlomeno cercano di proporti una soluzione per salvarti dal Giudizio Universale… I Muse, invece, si limitano a rintronarti, blaterando di apocalissi post-atomiche e buchi neri supergiganti. E continueranno a farlo, sempre e comunque, un’ottava sopra.

Filed under: Minacce, ,

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 37 other followers