Intervista a Emilíana Torrini – Tookah

 
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Sono già passati quindici anni dall’esordio internazionale di Emilíana Torrini, cinque dal suo ultimo album Me & Armini, e quattro dal giorno in cui un supervisore musicale di Germany’s Next Top Model scelse “Jungle Drum” come colonna sonora di una sfilata. La canzone diventò un successo in mezza Europa e trascorse l’intera estate del 2009 alla numero uno in Germania.

La cantante italo-islandese torna la settimana prossima con un nuovo album di inediti: Tookah. Ho digitato il prefisso +354 e me lo sono fatto raccontare da lei.

 

Ti saresti mai aspettata il successo mainstream dopo tutti questi anni?
“Jungle Drum” è diventata una cosa a parte, ha fatto tutto da sé. La promozione dell’album era finita e diventò un successo gigantesco. Sono andata all’Oktoberfest e c’era una banda che suonava “Jungle Drum” con la tuba e tutti la cantavano e ballavano coi loro bicchieri di birra enormi. È stato incredibile perché nessuno sapeva chi fossi, è stato come trovarsi in un film molto surreale.
È la dimostrazione che è un pezzo fortissimo.
Sì, ma per me non è cambiato molto, continuo a fare quello che facevo prima, ho la carriera che ho sempre voluto. Non ho mai avuto l’obiettivo di arrivare prima in classifica.
La canzone è stata anche usata in un video promozionale per rilanciare il turismo islandese. Ti sei sentita parte di questa rinascita?
No, come tutti, ho aiutato come potevo. Dopo l’eruzione del vulcano si è fermato tutto e i telegiornali – non puoi davvero fidarti perché fanno sembrare tutto più drammatico: alla CNN e BBC sembrava che fossimo intrappolati tra le fiamme! Ma gli islandesi hanno reagito: “Stronzate, rimbocchiamoci le maniche e facciamo qualcosa”. È un atteggiamento degli islandesi che amo molto, abbiamo combattuto in modo positivo.
E hanno scelto la tua canzone, che è allegra e positiva – non che ci siano molte canzoni allegre e positive di origine islandese…
[Ride] Non saprei…
Il nuovo album non suona affatto come il prodotto di qualcuno che sta cercando di cavalcare il successo di “Jungle Drum”, è molto diverso. Non c’è nessuna canzone pop tradizionale, è più oscuro.
Me & Armini era un disco per divertirsi e lasciarsi andare. Non volevo prendermi troppo sul serio. Questo disco è più elaborato e ne sono molto soddisfatta.

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Partiamo dal titolo: Tookah.
La canzone che dà il titolo all’album è nata improvvisando. Ed è uscita fuori questa parola, con cui ho subito sentito un forte legame. Mi ha fatto pensare a quel “nucleo” [in inglese dice “core”] che ci portiamo dentro dalla nascita e che è sempre con noi, nonostante le difficoltà della vita. A volte ci allontaniamo da esso, ma è sempre lì, ed è bello ritrovarlo perché rende la vita più magica. Ho pensato che il mio “nucleo” mi stesse suggerendo che il suo nome è Tookah.
Forse sai che c’è una canzone italiana chiamata “Tuca tuca”…
No!
Cercala su Youtube!
E cosa significa?
[Le spiego cos’è il “Tuca tuca”]
Fico!
Chiedi alla metà italiana della tua famiglia, la conoscono di sicuro.
Mmm. Comunque è curioso: qualcuno è andato su Urban Dictionary e mi ha detto che che tookah significa fumare un sacco d’erba e stare male, ma quello è hookah! E poi che è un dispregiativo per persone obese… Un altro è venuto a dirmi che significa “vagina” e ho risposto: ‘Be’, se significa “vagina” è un posto niente male, quindi va bene’.
Allora è quello il “nucleo”!

[Ridiamo molto, mi scuso, ci ricomponiamo.]

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Qual è la canzone più rappresentativa di Tookah?
“Blood Red”. È costituita da due parti, una più alta e una più bassa, che parlano e interagiscono tra di loro.
Questo mi fa pensare alla copertina dell’album.
Sì, la copertina rappresenta proprio questa dualità. Tanti anni fa ho subito uno sdoppiamento a causa di un trauma. Ero come divisa in due, ma poi quel “nucleo”, il tookah, ha unito nuovamente il tutto. E “Blood Red” è il momento in questo album in cui le due metà parlano tra di loro nel modo più evidente.
Per concludere – scusa, ma devo chiedertelo – su internet si trova “Io e te”, un tuo vecchio brano, credo una b-side, in italiano…
Sì, ma non l’ho scritta io. C’era un ragazzo che ogni sabato sera si esibiva al ristorante di mio padre [il padre di Emilíana ha un famoso ristorante italiano a Reykjavík]. Mi diede questo testo e io lo cantai! Poi lui è diventato famoso in Islanda cantando in italiano con le più grandi star nazionali! Si chiama Leone Tinganelli.
E canteresti ancora in italiano?
Certo! Non è mai arrivata un’altra opportunità, ma lo farei.

Tookah esce il 10 settembre

 

Intervista ad Alison Goldfrapp – Tales of Us

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Il mio contatto alla Mute mi informa che l’intervista con Alison Goldfrapp è slittata di dieci minuti perché l’artista è ancora occupata con la telefonata precedente. “Si vede che oggi è chatty,” dice, “meglio così!” “Chiacchierona” è un aggettivo che non avrei mai pensato di associare alla voce dei Goldfrapp, ma è vero: ha voglia di spiegare nei dettagli un nuovo album a cui è già molto legata. Ci tiene al punto che, quando le chiedo di parlarmi della sua traccia preferita o di quella che ritiene più interessante, si rifiuta di scegliere. “Sono tutte le mie preferite e sono tutte interessanti!” Allora scelgo io: “Annabel”. Il secondo brano di Tales of Us è ispirato a un libro di Kathleen Winter sulla famiglia di un bambino intersessuale in un villaggio canadese. “È una storia affascinante che mi ha commosso ed è raccontata in modo sincero e profondo.”

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Ma è leggendo un altro libro, Carol di Patricia Highsmith, che Alison ha trovato il concept per l’album: la centralità della protagonista nel romanzo l’ha spinta a seguire lo stesso metodo per la scrittura delle canzoni. “Ho iniziato a costruire storie attorno a dei personaggi di fantasia: mi piaceva l’idea di una collezione di testi guidati da un elemento narrativo.” Come “Annabel”, otto delle dieci tracce dell’album narrano di personaggi presi in prestito da altri autori, ma a fare la differenza è la prospettiva di Alison perché “quando racconti la storia di qualcun altro, racconti anche qualcosa di te”.

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Le chiedo quindi se si sia ispirata anche al cinema, dato che il video del primo singolo, “Drew”, ricorda vagamente The Dreamers di Bertolucci. Non conosce il film (“Sei la seconda persona che me lo fa notare oggi!”), ma il cinema d’autore europeo è un’ispirazione costante: ogni canzone è come un corto e l’aspetto visivo del progetto, in bianco e nero, “esalta la narrativa con una forza e una semplicità che non si può ottenere col colore”. È di certo un’estetica molto lontana da quella di altri capitoli della discografia del duo, ma ci siamo abituati: dagli esordi morriconiani di Felt Mountain (2000) all’electropop avanguardistico di Black Cherry (2003) e Supernature (2005), dall’intimità acustica di Seventh Tree (2008) alle incursioni anni ’80 di Head First (2010), i Goldfrapp hanno addestrato i fan a cambiamenti radicali di immagine e suono. Un giorno, Alison canta di una serata in discoteca; quello dopo, di un ricovero al pronto soccorso per attacchi di panico (“E sono esperienze molto legate tra loro!” scherza).

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Avanzo l’ipotesi che ogni sua metamorfosi sia paragonabile all’adozione di alter ego o stage persona diversi, ma la cantante risponde con molta naturalezza di volere solo provare qualcosa di nuovo. “Ci sono due mondi: quello aggressivo ed elettronico di Supernature e Head First, e quello pastorale, bucolico e orchestrale di Seventh Tree e Tales of Us. Sento che quest’ultimo mi appartenga sempre di più, che sia quello più vicino a me.”

Le faccio notare che, in effetti, nella campagna promozionale di Head First non sembrasse particolarmente a suo agio. E, con un po’ di timore, le confesso come questa nuova veste corrisponda molto di più alla mia idea di Goldfrapp. Non vuole parlare di Head First, ma aggiunge di non avere mai fatto nulla per seguire una moda o assecondare pressioni esterne sin dal primo disco. “Tutti erano molto confusi quando abbiamo pubblicato Felt Mountain, e li abbiamo confusi ancora di più con Black Cherry perché quel genere di elettronica non era affatto in voga, allora. Ma i nostri fan, quelli veri, sono sempre aperti alle novità. In fondo, se guardi la collezione di dischi o le playlist delle persone che conosci, non troverai nessuno che ascolta solo un tipo di musica. E noi non possiamo accontentare tutti.” Suggerisco che, però, considerando la loro carriera nel complesso, il voler fare sempre di testa loro ha dato ottimi frutti. “E questa è la cosa più importante.”

Tales of Us esce il 9 settembre

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