Amici di Maria De Filippi, la finale

Ovvero tutto ciò che è sbagliato in televisione, giornalismo e industria musicale in Italia.

A forza di starcene nelle nostre torri di vinile dove tutti i gruppi fanno rima con buzz, relevant e hype, è facile dimenticare la portata di un fenomeno come Amici, la cui finale è, di fatto, il secondo evento musicale più importante d’Italia nonché il luogo dove si decidono le sorti dell’industria discografica locale e dove si testa chi farà veramente girare l’economia del settore negli anni a venire. Guardare dall’inizio alla fine il programma della De Filippi significa sintonizzarsi – e non lo dico con snobismo, credetemi – su un mondo che dalle nostre iper-nicchie percepiamo in minima parte solo nel corso di una settimana a febbraio, quando l’alunno di turno finisce all’Ariston e si piazza sul podio. Non è un caso se, in svariate ore di programma, le uniche canzoni che conosco sono quelle passate da Sanremo, mentre scopro con stupore che le brevi carriere di Emma & co. sono già costellate di classici contemporanei che un’Arena di Verona strapiena canta a memoria. Ripeto, non è snobismo: è una combinazione di filtri (le mie frequentazioni online e offline, l’orticaria che mi provocano alcune radio, le mie letture musicali) che mi permettono di ignorare le dimensioni di Amici pur avendo la parola “pop” nel titolo del blog. Il primo che fa un paragone con X Factor, muore.

Quest’anno Amici ha sdoppiato la gara: giovani e big. Maria, dopo dieci edizioni, ha capito che la credibilità della sua scuola si misura con la durata dei suoi talenti sugli scaffali. Riproporre le vecchie glorie in una nuova gara è stato essenziale per frenare la naturale caduta verso il dimenticatoio. Eppure, l’ultimo disco di Scanu è uscito a marzo, è stato una settimana in top 10 e dopo neanche un mese è uscito dai primi 50 (ora siede alla 85°); l’album di Carone, nonostante il traino di Sanremo, nonostante costituisca l’ultima opera su cui ha lavorato Dalla, non è mai salito oltre la posizione 28. Si vede che il pubblico non li ha capiti, speriamo almeno nella critica.

La critica si compra. Sono stati ospiti fissi di questa edizione i giornalisti di alcune delle più importanti testate nazionali. E quando qualcuno fa una targhetta col tuo nome sopra e ti piazza dietro una scrivania in prima serata, vuoi mica dire cattiverie. Ecco servita una dozzina di giornalisti scodinzolanti pronti a esaltare le qualità canore (e umane!) degli alunni: mai un’opinione fuori posto, dei vincenzomollichismi da far impallidire Mollica. I più coraggiosi magari esprimono una preferenza, pur sottolineando che anche gli altri sono bravissimi, bravissimi tutti, che emozione, pelle d’oca.

Si tratta pur sempre di giornalisti che non scrivono una recensione vera da chissà quanto: il loro tempo è impiegato a pubblicare comunicati stampa cambiando l’ordine dei paragrafi e intervistare i soliti artisti italiani – sempre gli stessi, con cadenza regolare, da anni, tanto che hanno acquisito una confidenza tale da poterci andare a bere lo spritz. (Durante l’ultima campagna promozionale di Tiziano Ferro, per fare un esempio, le domande di milioni di giornalisti erano del tutto sovrapponibili, e l’unica intervista degna di essere chiamata tale si è letta su Rockit.) (E non se la cavano meglio con gli artisti stranieri, visti certi incidenti diplomatici.) Il risultato è: se di questi tempi si desidera sentire un’opinione fuori dal coro, bisogna rivolgersi a Venegoni e Luzzatto Fegiz. Storia vera. Nel frattempo, gli inservienti defilippini, be’, speriamo siano pagati bene, che quei “Marco Carta, grande artista” si traducano almeno in una cucina nuova o una vacanza tropicale. #rosicone

I tentacoli di Maria mica si fermano qui. Se i talent show sono in genere affiliati con una casa discografica sola, Amici riesce a collocare le sue incubatrici in tutte le major, da anni. Sul finire della serata, tre discografici (uno a testa per EMI, Warner e Universal) sono saliti sul palco a far firmare in diretta i contratti ai primi tre classificati. A meno che Gerardo, Ottavio e Carlo siano le vittime di un pessimo scherzo e abbiano appena messo la firma per l’acquisto di una batteria di pentole, quello a cui abbiamo assistito è un episodio senza precedenti: un pluralismo mai visto, una par condicio forse già in atto negli anni passati, ma mai così esplicita. Roba da mettere la De Filippi alla presidenza dell’ONU, cazzo.

E infine, dopo i monologhi populisti e paraculi di Brignano e l’esibizione di un illusionista che si deve liberare dalle catene in una vasca a testa in giù (citazione non voluta a Il siero della vanità!) arriva l’ultimo duello tra Emma Marrone e Alessandra Amoroso. Identiche, a un occhio poco allenato, le due si contendono l’ambito premio formando l’anello mancante tra Pausini e Nannini: urlano e raschiano, urlano e raschiano e poi piangono. Sono aggressiva! Ma sono fragile! Facciamo che SE SONO AGGRESSIVA FUORI È PERCHÉ SONO FRAGILE DENTRO. Un repertorio di canzoni tutte uguali scritte attingendo solo da frasari d’italiano per principianti, con ritornelli sparati fino ai limiti delle loro corde vocali e arrangiamenti datati, facili, economici.

Vince a sorpresa la Amoroso (come vincerà anche Sanremo 2013), ma chiudono la serata cantando il pezzo festivaliero di Emma in un duetto a bocche spalancate. No, questo no, non è l’inferno, ma come anticamera non è niente male.

San Marino allo Eurovision Song Contest: chi sta trollando chi?

A contrario dell’Italia, che fa parte delle “Big Five” e si qualifica direttamente alle finali dello Eurovision Song Contest con la nostra stronzologa di riferimento, la Repubblica di San Marino deve ancora superare lo scoglio delle eliminatorie del 24 maggio per accedere all’evento principale. Il pezzo scelto si chiama “Facebook Uh Oh Oh”, è composto da Ralph Siegel (un produttore che nel suo curriculum ha praticamente solo canzoni dello Eurovision) ed è interpretato da Valentina Monetta. La cantante è sammarinese, ha 37 anni e chiamate il signor Getty perché, se le va male con la musica, ha un futuro roseo nel mondo delle immagini di stock. È stata selezionata per rappresentare lo stato autonomo da Carmen Lasorella, che dal 2008 è Direttore Generale ed Editoriale di San Marino RTV. Ora che sappiamo tutto quello che c’è da sapere, guardiamo il video.

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Ho molte domande dopo la visione di questa clip, ma l’unico modo per avere delle risposte è partire dalle basi e valutare tutte le opzioni. Propongo quattro scenari possibili:

1. Valentina Monetta è un troll, è una Rebecca Black studiata a tavolino. Il video è stato girato per sembrare un’opera con intenzioni professionali e risultato amatoriale. Il trash è voluto, l’obiettivo è creare un fenomeno virale.

2. Il compositore Ralph Siegel e gli autori Timothy Touchton e José Santana Rodriguez (buona fortuna a scovare questi due su Google) sono dei troll. Hanno scritto e composto questa canzone per ridere, ma l’hanno proposta ai sammarinesi con la faccia seria, e questi ci sono cascati. Insomma, è uno scherzo andato troppo lontano di cui la Repubblica non si è ancora accorta di essere vittima.

3. Carmen Lasorella è un troll e si è infiltrata nella TV sammarinese col compito di distruggerla dall’interno. Ha inoltre preso dei soldi da Nina Zilli per non offrire rivali valide.

4. Non c’è nessun troll. Qualcuno crede veramente che Valentina Monetta e il suo video siano un’offerta moderna, colorata, fresca, orecchiabile, internazionale. Ai giovani piace Facebook! Facciamo un pezzo su Facebook: sarà un successo! È, insomma, una scelta incompetente fatta da incompetenti.

Il quarto scenario è di gran lunga il più inquietante e, per quanto fantascientifico, scommetterei che è quello più vicino alla realtà. La prova è questo video della presentazione ufficiale.

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Tralasciando il suo motto “se non canto invecchio” (coi lobi a penzoloni anche lei?), se qualcuno sta prendendo in giro qualcuno, è tutto molto, troppo elaborato. Sono tutti serissimi, ma nel modo sbagliato. Perché lo Eurovision è una cosa seria, o almeno dovrebbe esserlo per chi lavora con la musica in Europa. Mi rivolgo a voi, discografici d’Italia, e ve la metto giù facile facile: con lo Eurovision si possono fare i soldi. Dovreste fare a gara per guadagnarvi un posto a una manifestazione vista da centinaia di milioni di persone. Dovreste andare a occupare San Marino supplicandoli di darvi quell’opportunità. Dovreste prendervi a botte anche solo per apparire con un embed nel sito dello Eurovision (il video di Valentina Monetta in un giorno ha guadagnato 20,000 visite e ogni volta che faccio refresh salgono vertiginosamente). Senza scomodare i cantanti che vendono già, avete i cassetti pieni di canzoni e interpreti, ex talent o vecchie glorie che non aspettano altro di salire su un palco che fa più telespettatori di un SuperBowl. Mal che vada, vi portate a casa qualche download dalla compilation ufficiale e qualcosa da scrivere sui comunicati stampa.

E invece no. “Facebook Uh Oh Oh.” Abbiamo qui un progetto da due lire ideato e confezionato male, un progetto talmente tragico da far sperare si tratti di uno scherzo.

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X Factor 5: la finale

Sono stato alla finale di X Factor, proprio lì, in studio, a mangiare il buffet di Sky e schivare le telecamere 3D. Poi, la notte stessa, ho fatto una chiacchierata con Emiliano Colasanti (che era a casa sua in modalità rosicamento) e ne è uscito un articolo per GQ.

Due gentiluomini su Gentlemen’s Quarterly che discutono dell’assenza di Tommostrini, della necessità di una svolta dubstep per i Moderni e dell’evoluzione di Morganasia. E quando vi ricapita? Si legge qui.

Ora non ne parlo più, promesso.

Casi umani a X Factor: per me è no

Siamo alla seconda puntata delle selezioni di X Factor 5 e quest’anno i provini si tengono davanti al pubblico in palazzetti dello sport e non in uno studio chiuso. Questa sembra essere la prima di tante piccole correzioni che renderebbero il programma italiano più simile all’originale britannico. E non è necessariamente un bene.

X Factor UK, col passare degli anni, ha perfezionato la formula in maniera infallibile. Il format funziona e non si cambia, ma si può sempre ritoccare il contenuto. Accantonata l’idea di trovare le popstar del futuro (dopo il successo iniziale, quasi tutti i concorrenti vengono in genere licenziati dalle etichette coi flop del secondo album), a X Factor interessano gli ascolti televisivi e le attenzioni della stampa. La musica non si vende più, l’intrattenimento leggero e la storia strappalacrime sì. Ed ecco quindi che i fenomeni da baraccone e i casi umani non solo vengono ammessi alle selezioni, ma hanno anche accesso alla gara. Del resto, di ragazzine che sanno imitare Aretha Franklin ce ne sono a centinaia, mentre di asiatiche di mezza età in minigonna che mettono le cosce in faccia a Gary Barlow in prime time un po’ meno; le prime non fanno audience, le seconde sì.

Non c’è da stupirsi se qualcuno paragona la visione del programma alle gite al manicomio nel XVIII secolo. A voler cercare concorrenti sempre più fuori di testa, infatti, X Factor UK (e Britain’s Got Talent e American Idol) hanno più volte pestato il merdone. L’anno scorso, Shirlena Johnson ha lasciato lo show perché mentalmente instabile; quest’anno, Ceri Rees si è presentata per la quarta volta alle selezioni e le sono stati dedicati sette lunghissimi minuti di screentime fino all’inascoltabile esibizione che l’ha rimandata a casa. Il caso della Rees è stato oggetto di un acceso dibattito perché non solo era la sua quarta partecipazione davanti alle telecamere, ma questa volta era stata perfino invitata dalla redazione al grido di “è la tua grande occasione”. Fortunatamente, davanti all’interminabile umiliazione della gattara 54enne, il pubblico ha detto basta.

È comprensibile che il programma voglia strappare qualche risata, ma nessuno è più così ingenuo da non individuare immediatamente i concorrenti destinati al LOL. Non stiamo parlando di gente come le Yavanna o Nevruz, che possono far sorridere per la loro eccentricità, ma sanno cantare. Se sei strambo e stonatuccio e arrivi davanti ai giudici dopo numerose fasi di selezione, hai abboccato (e abbiamo abboccato anche noi che ti facciamo diventare trending topic, Fiocco di Neve). Se sei stonato a quei livelli e pensi veramente di avere un futuro nella musica, la circonvenzione di incapace è dietro l’angolo.
(E allora la Corrida? Ci vuoi dire che Corrado sfruttava le persone fragili? Un attimo, il sottotitolo della Corrida era “dilettanti allo sbaraglio”: di talento se ne vedeva poco. Era una sagra paesana coi vecchietti che cantavano le canzoni in dialetto e le signore che battevano le pentole e i campanacci nel pubblico. Tra un “Vitti ‘na crozza” suonato con le ascelle dal pensionato catanese e Un Contratto Con La Casa Discografica Più Importante Al Mondo c’è un po’ di differenza.)

Ma se X Factor 5 non sembra ancora aver giocato la carta CAMICIE DI FORZA, ha già imparato la lezione di Simon Cowell sui casi umani di cui discutevo esattamente un anno fa. (Facciamo partire Adele come sottofondo.) Le Lallai  “sono sorelle e non si parlano da anni, ma si sono incontrate sul palco di X Factor. Be’, innanzitutto, CHE BELLA COINCIDENZA. E poi, che brutto, non si fa, la famiglia prima di tutto! Ventura e Morgan individuano subito il caso umano e forzano la riconciliazione via duetto: come soliste no, ma in coppia in sì. E nessuno che dica loro: “ma fatevi un po’ i cazzi vostri”. Manca solo il bus di Stranamore guidato da Rossella Brescia vestita da postina per completare il crossover. Venerdì sera, le Lallai si sono quindi presentate come duo e, be’, “l’esibizione è segno di un legame molto forte che dovreste rivedere” (Arisa), “quello che non vi dite da anni, ve lo siete detto con la musica, vi state sfidando con la vocalità!” (Morgan), “anch’io ho una sorella: tutto è risolvibile” (Ventura), “siete troppo brave, fate la pace! ” (delle signore fuori dal palazzetto), “No” (Elio).

Ecco, grazie Elio: NO. Se questa è la piega “inglese” che gli autori hanno deciso di prendere per questa edizione, si spera siano in tempo per ripensarci. (Le Lallai sono il caso più estremo, ma non avete idea di quante nonne morte da vendicare artisticamente ci siano in Italia.) X Factor è uno degli ultimi baluardi di musica in televisione ed è una bella gara da seguire. Il pubblico che attira è diverso da quello di Amici e, se la timeline di Twitter può insegnarci qualcosa, la deriva defilippica non è piaciuta a nessuno. Alla quinta stagione e con una grossa opportunità per cambiare, il programma può scegliere se diventare l’ottimo talent show che a tratti abbiamo già conosciuto o l’ennesima discarica di RVM lacrimogeni. Sapete cosa dovete fare.

Star Academy: per me è no

Ci sono diverse ragioni dietro al successo di X Factor e una di queste è la struttura. È un programma con un format solido, chiaro, che sa mettere in risalto concorrenti e giudici e sa creare la tensione nei momenti giusti.

Ci sono diverse ragioni dietro al fallimento di Operazione Trionfo e una di queste è la struttura. Il suo nuovo reboot Star Academy, per differenziarsi da X Factor, ha accentuato i problemi di un format datato e ormai superato in molti paesi.

Innanzitutto, 16 concorrenti sono troppi. Ce li hanno presentati con brevi profili degni di The Club in cui, giustamente, non sapevano cosa dire. Non è neanche colpa loro: chiunque sembrerebbe ridicolo in una stanza dai colori acidi a spiegare cosa significa per te la musica. Ne escono delle perle incredibili come: “Le canzoni per me sono come le ciliegie, la musica è una ciliegia” (quello che vogliono far passare per eccentrico otaku con l’eye-liner); “Mi piace masterizzare” (quello che vogliono far passare per geek); “Mi piace il mondo gotico” (quella che vogliono far passare per emo). Poi una ha confessato che Biagio Antonacci è il suo cantante preferito ed è scattata la tolleranza zero.
Ad aumentare la confusione, il fatto che – a parte due minorenni sull’orlo del Jessicabrandogate – si tratta solo di ventenni di bell’aspetto. Niente Giops, Yavanna o Farias, che non erano certo le proposte discografiche più allettanti, ma aggiungevano una nota di colore e varietà.

Il secondo problema – grossissimo e probabilmente irreparabile – è la formula dei medley. Ci sono 16 sconosciuti che cantano pochi secondi a testa di troppe canzoni senza averle preparate. Finisce la serata e non si è capito chi è chi, chi ha potenziale, chi ci potrebbe piacere. In compenso, abbiamo sentito una decina di attacchi sbagliati e tanto tanto controcanto (mettetevelo in testa: il controcanto non rende un duetto più interessante, così come gli svisi infiniti dell’epoca Giorgia). Inoltre, alle esibizioni mancano il kitsch, l’ironia e la locura che – diciamocelo – hanno fatto la fortuna di X Factor. Insomma, MANCA TOMMASSINI.

E infine, chi giudica non ha motivi per salvare questo o quel cantante – una formula perfetta se fossimo in tribunale, ma quando si tratta di spettacolo, funziona meglio aggiungere alla ricetta gli interessi personali dei giudici. Non c’è tensione, non c’è attesa, non c’è dibattito. Un piccolo screzio tra Mietta e Vanoni non sazierà certo la sete di polemiche dello spettatore.

Oltre a questi problemi strutturali, l’esecuzione è stata ancora più disastrosa. Facchinetti dopo cinque anni ha imparato a condurre un talent, ma qui non ha nulla da condurre: una voce fuoricampo potrebbe tranquillamente prendere il suo posto. Il resto del cast non aiuta: Savino non ha spazio per aggiungere qualche commento vagamente divertente, Roy Paci è Roy Paci, la Cuccarini ride in maniera isterica senza motivo cercando una co-conduzione che non può avere. L’unica speranza è Ornella Vanoni, che ha un indiscusso potenziale Maionchi ancora tutto da sfruttare.

Sai che il tuo programma ha un problema quando l’unica ragione per guardarlo è vedere un’anziana un po’ svampita che non sa usare il telecomando del voto e urla: “ho un calo glicemico” e “mi scappa la pipì”.

Tatangelo, torna qui, è tutto perdonato.

Eurovision Song Contest 2011: cosa ci siamo persi negli ultimi 13 anni

Dato che nessuno ha avuto la malaugurata idea di spedirmi a Düsseldorf a fare da kermesse police, l’Eurovision Song Contest l’ho seguito dal grande divano dei social network. E sai che c’è? Mi sono divertito. Quindi, pur avendo snobbato la manifestazione per settimane, il resoconto è d’obbligo.

“Pronto Raphael?”

Mentre tutti i paesi civili hanno trasmesso la diretta con un commento in stile radiofonico, l’Italia ha organizzato una serata ad hoc condotta da Raffaella Carrà. Che la Carrà non sapesse tenere in piedi una diretta, già si sapeva (e Sanremo 2001 ne fu una pietosa conferma), ma di certo non ci aspettavamo una completa e totale anarchia televisiva di queste dimensioni. Toglile i balletti, i fagioli e le lacrime – toglile la struttura canonica dei programmi che ha condotto per decenni – e la Carrà diventa una soubrette alle prime armi. Meglio così, per noi che vogliamo i lulz.

La scelta di mettere su uno show per seguire lo show nasce dalla (supposta) incapacità del pubblico italiano di digerire una diretta commentata con voiceover e che ci sia bisogno dello Studio Con Le Poltrone di Japino per non scioccare troppo la casalinga. Tuttavia, se la lingua e le facce sconosciute dei presentatori in Germania erano un tale spauracchio, non si spiega la presenza di un ospite/opinionista francese che parla francese per tutta la serata. E che ospite. E che opinionista. Bob Sinclar.

Mai si era visto dare tanto spazio a una figura così sgradevole e fuori luogo per puri fini commerciali: la ripetuta e spudorata promozione del singolo “A far la morte comincia tu”. Tre ore ininterrotte di marchetta impreziosita da opinioni non richieste su “cosa ascoltano i giovani”, il download illegale e la solita fuffa sulle emozioni nella musica. Stizzito, Sinclar ha accusato i concorrenti di essere “finti” e “troppo commerciali”. Lui, che ricicla campionamenti da quando è nato e che anziché dare da mangiare a Kelly Rowland come tutti i DJ del pianeta, sceglie la Carrà.

“I am THE WORST.”

La selezione musicale è stata sorprendentemente variegata, segno che l’Eurovision non è più solo scarti di magazzino europop. Oltre alle inevitabili categorie Urlatrici, Nonni Folk e Bocellame sparso, ci sono stati tentativi di nu metal, jazz e Motown. Il tutto confezionato in pacchettini molto radiofonici, ma è più di quello che si possa dire di una tipica annata sanremese.
Persiste, tuttavia, un certo snobismo da parte dell’industria. Se all’Eurovision si andasse per vincere, a rigor di logica l’Islanda manderebbe Björk, la Francia Mylène Farmer, l’Italia la Pausini e il Regno Unito avrebbe centinaia di proposte più allettanti dei Blue (che erano comunque gli unici concorrenti in gara con un minimo di risonanza internazionale). Oppure possiamo riciclare la storia del “trampolino di lancio”, che in effetti l’anno scorso ha funzionato per la vincitrice Lena e sta già funzionando per quella macchina da guerra pop che è Eric Saade.

I CANI

Gualazzi è arrivato secondo ed è ancora difficile crederci. Sebbene l’unica cosa interessante del cantautore sia lo spelling col “ph” del suo nome, questa sera ha fatto centro (e non è stato solo merito degli amuleti e i pentacoli della Caselli). Il meccanismo della gara non permette al paese di votare il suo rappresentante, ma le nazioni confinanti tradizionalmente si danno una mano (ne consegue il successo dei blocchi jugoslavi, scandinavi, ecc.). E mentre erano tutti impegnati ad assegnare i voti più alti ai propri cugini, Gualazzi ha racimolato un piccolo bottino di voti bassi e qualche 12 (da Albania, Spagna, San Marino e Lettonia). Insomma, non ha polarizzato le opinioni ma è stato moderatamente gradito da tutti: questo ha decretato il suo successo.

Fidatevi, è meglio che non abbia vinto perché, se la leggenda del sabotaggio che mi hanno raccontato i Jalisse è ancora valida dopo 13 anni, la Rai non avrebbe fatto i salti di gioia all’idea di organizzare l’Eurovision 2012 in Italia (così spetta al vincitore). Toccherà invece all’Azerbaijan [inserire qui battuta sulla povertà di infrastrutture del paese] che ha sbancato con la formula “Vattene amore”: duetto uomo/donna sentimentale costruito a tavolino. E quanto mi piace dire che io, in tempi non sospetti, l’avevo previsto:

MTV EMA: ridatemi la “E”

Domenica sera a Madrid si sono tenuti gli MTV Europe Music Awards e ci siamo nuovamente cascati. Come ogni anno, la rete ha fatto il possibile per creare spasmodica eccitazione intorno all’evento, promettendo faville e parate di stelle. È il loro mestiere e ci investono un sacco di soldi, ma la realtà è che MTV è più brava nei preliminari che nell’amplesso. Infatti, dando un’occhiata alle notizie di oggi, i giornalisti devono essersi trovati veramente in difficoltà a fare il loro compitino. A cerimonia conclusa, sono uscite solo due tracce per il tema: Descrivi i cambi d’abito della conduttrice Eva Longoria e Elenca i premi assegnati sottolineando il trionfo annunciato di Lady Gaga. E di cos’altro si potrebbe parlare? È mancato il momento “virale” (la star che sbotta, lo scivolone esilarante, la scapezzolata involontaria wardrobe malfunction) ed è stato tutto così mediocre che è anche difficile criticarli duramente e definirli un fallimento totale. Di una cosa non ha ancora parlato nessuno, vuoi per noia vuoi per abitudine, quindi me ne occupo io.

Non infierirò sulla mancanza di verve della conduttrice, le esibizioni scadenti e l’ingiustizia dei premi assegnati. Per una volta, sono pronto a fare finta che sia una questione di gusti. Farò invece un’analisi quantitativa per vedere dov’è andata a finire la “E” di questi EMA.

Su 35 artisti nominati nelle varie categorie (escludendo il Best European Act), 27 non erano europei. I rimanenti otto (concentrati quasi tutti nella categoria Best Push Act) erano britannici, con l’eccezione di Enrique Iglesias. Tra gli artisti premiati, solo uno è europeo: i Tokio Hotel.

E vabbè, gli europei hanno votato (si suppone) in maniera democratica e hanno preferito assegnare i premi agli americani. Se il popolo vuole credere che Bieber sia il miglior maschio della musica mondiale, be’, sono un po’ cazzi del popolo.

Andiamo invece a vedere come MTV ha scelto di onorare l’Europa nelle esibizioni della serata.

Ecco, su quindici artisti che si sono esibiti, due erano europei, anzi inglesi: Plan B e Dizzee Rascal. Anzi, uno e mezzo perché Dizzee Rascal faceva solo una comparsata nel pezzo di Shakira – la colombiana che dopo tanti anni fa un disco nella sua lingua natìa e, trovandosi a Madrid, decide che no, è meglio cantare in inglese e nel frattempo il pubblico intona la stessa canzone, ma in spagnolo: genio.

Quante storie, l’Europa era rappresentata dalla categoria Best European Act.

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Non credo serva un grafico per capire che 30 secondi di videomessaggio in uno spettacolo di tre ore sono meno di niente. Mengoni non è il miglior artista europeo dell’anno, ma non è questo il punto. L’unica opportunità per un artista emergente non americano è stata messa da parte come qualcosa di cui vergognarsi. Non sia mai che gli spagnoli in ascolto s’incuriosiscano. Non sia mai che lo yankee che guarderà questa cerimonia in differita abbia il tempo di chiedersi se le note sono sette anche nel vecchio continente.

Le edizioni degli ultimi anni non certo sono state più generose nelle quote europee, ma l’altra sera, se avessimo giocato al drinking game “Bevi Quando Inquadrano un Europeo”, saremmo rimasti tutti sobri come atleti di Dio (non è un’espressione bellissima? L’ho trovata qui!).

Non voglio vedere il fratello squattrinato e brufoloso dei VMA, rivoglio “L’Ombelico del Mondo” a Rotterdam, rivoglio Jean-Paul Gaultier in minigonna e Björk ubriaca con lo zainetto di peluche a Parigi, rivoglio la vittoria del cartone del latte in una cinquina che farà storia, E mi sa che potevo evitare grafici e giri di parole dicendo semplicemente che mi mancano gli anni ’90.