#Sanremo2015: parla col Gianka

In questi giorni di post-sbornia sanremese, Giancarlo Leone si è lanciato in un esperimento su Twitter per sondare gli umori del pubblico. È stato un Festival sfortunato in termini di ascolti, ma al direttore di rete sono venuti dubbi non sulla qualità del programma (che incide molto sugli ascolti) ma sul format e i suoi meccanismi (che non incidono granché sugli ascolti). Ha così chiesto aiuto ai follower, facendoci venire voglia di aprirgli un account su ask.fm, di lucchettarlo in una stanza di Friendfeed o di consigliargli SurveyMonkey e PollDaddy. Ma dato che mi spaventa un Festival basato su mention disordinate dirette al Gianka (e cosa tengo a fare un blog se non per partecipare a questo avvincentissimo crowdsourcing delle opinioni), ho cercato di ragionare e rispondere alle sue domande.

numeroserate

Sono anni che il Festival dura cinque serate e non sono troppe. La serata del giovedì sembra sempre quella un po’ sfigata, quella per gli irriducibili, per i parenti dei cantanti e per quelli che non hanno Sky e non possono guardare Masterchef. Ma è necessaria ai fini della gara. Nel sistema attuale, l’inedito viene eseguito tre volte (quattro per i concorrenti sul podio, cinque per il vincitore), ed è un numero ragionevole. È vero che oggi la canzone può essere riascoltata online il giorno dopo ma, togliendo una serata, si rischia solo di sentire meno musica e concedere meno esposizione ai cantanti (e rendere le altre serate potenzialmente più lunghe: no grazie).

doppiacanzone

La doppia canzone, dopo le perplessità iniziali, si è rivelata una delle novità migliori apportate dalla gestione Fazio. Perché permette al cantante di portare sul palco non un brano ma un progetto (se volete potete chiamarlo “album”). Perché è il Festival della canzone italiana ma non lo è mai stato davvero: si giudica soprattutto l’artista, e se arriva là con due opzioni, può esprimersi meglio, può scegliere di stupire (almeno al 50%) e noi ci guadagniamo in varietà. Perché il giorno dopo c’è un argomento strettamente musicale di cui parlare: è passata quella lenta o quella veloce, quella seria o quella leggera, quella paracula o quella inattesa? E poi, voi vorreste vivere in un mondo dove Mengoni porta “Bellissimo” perché è firmata dalla Nannini e lascia a casa “L’essenziale”?

nuoveproposte

È dura sostenere che la gara delle Nuove proposte andrebbe abolita dopo un podio dei Big composto da tre artisti nati all’Ariston, ma è così. Ci sono stati nomi validi negli ultimi anni (Erica Mou, Marco Guazzone, Andrea Nardinocchi), ma sono casi isolati in una folla di zombi di cui peraltro non si è sentito più parlare. Quest’anno la commissione si è lasciata scappare Levante per inserire un’harajuku girl con un pezzo che la sua madrina di The Voice avrebbe bollato come antico negli anni ’70, AreaSanremo ha prodotto due artisti che ti fanno dire: “Ma allora vale tutto”, e di gioventù se n’è vista poca, dato che avevano quasi tutti trent’anni e fischia. Il vincitore Rocco Hunt aveva già infilato un album nella top 10 italiana (quindi vendendo molto più di tanti Campioni in concorso): sarebbe stato così difficile giustificare la sua presenza nella sezione dei grandi? Un’opzione sarebbe scegliere non otto, ma magari solo quattro Giovani già più o meno avviati (perché hanno vinto un talent, perché hanno il sostegno serio di un’etichetta, perché fanno più visualizzazioni su YouTube di Ron) e promuoverli nel girone unico.

sistemavoto

Partendo dal presupposto che non esisterà mai, in nessun campo, in nessun universo, un sistema di voto che mette tutti d’accordo, la giuria di qualità è sbagliata. Sta lì solo per correggere il tiro del televoto ed evitare disastri, ma se temete tanto la vittoria dei Modà o di Renga (che peraltro deve vincere tutti gli anni da dieci anni e non vince mai) perché invitate i Modà e Renga? Come fa notare Claudio Buja di Universal su Rockol, se tutti sono in grado di giudicare una canzone pop, perché i voti di un regista o di un’attrice dovrebbero pesare quanto quelli di migliaia di telespettatori?

Dovremmo invece parlare di “giuria di persone (più o meno) famose”. In questo caso sapremmo che a giudicarci sono stati giurati il cui valore è quello di chiunque altro, senza alcuna etichetta che – in presenza di una canzone – li renda più qualificati di un ascensorista o di un odontotecnico.

Le altre opzioni per bilanciare il televoto sono altrettanto opinabili: la giuria demoscopica è un gran casino inaffidabile; il voto social che tanti chiocciolano a Leone è al momento troppo facile da falsare; la sala stampa consegna già il premio della critica e, tra un selfie e l’altro, produce centinaia di pagelle che il pubblico può consultare ovunque per farsi influenzare, se proprio ci tiene.

Forse, e dico forse, un metodo democratico, lucrativo e moderno esiste:

orchestra

Gianka, ci sono cose più importanti del kamasutra dell’orchestra su un palco minuscolo. Boh, sullo sfondo come negli ultimi due anni va bene.

generi

Anche questa, Gianka, è una domanda un po’ superflua, se permetti. Nei limiti di quello che può essere ascoltabile in prima serata, tutte le sfumature del pop devono essere accolte. Anche se c’è a chi non piace parlare di “quote” (me l’hanno detto i Perturbazione), è giusto che Sanremo contenga le quote indie, le quote dialetto, le quote rap, le quote senior, le quote locura e, sì, anche le quote talent. E dato che gli ex talent, l’ultima volta che ho controllato, emettono suoni aprendo la bocca davanti a un microfono, devono essere ammessi e giudicati in base al prodotto offerto e non alla loro origine.

Le ultime due edizioni sono state un ottimo esercizio di equilibrio (mancava giusto un po’ di locura, ma non si può avere tutto) e qualitativamente il livello era altissimo. Sì, altissimo: guardate il podio, guardate quante buone canzoni c’erano, guardate gli anni di Ventura, Panariello, Bonolis, Clerici e il primo Morandi e fate un confronto. Vogliamo ridere puntando il dito al televisore o vogliamo bella musica?

ospiti

Ricordo con nostalgia il Festival di Fazio del 1999 per la vagonata di ospiti internazionali eccellenti, e ricordo anche di avere aspettato Alanis Morissette a un orario in cui sarei già dovuto essere a letto da un pezzo per poi ritrovarmela a eseguire il playback impigrito di una canzone sul suicidio. Ma quelli erano gli standard. Oggi gli artisti stranieri suonano dal vivo in Italia molto più di un tempo e, se proprio devono perdere tempo in televisione, il contenitore deve essere all’altezza.

Quest’anno ho assistito alle prove in teatro e ho visto almeno mezz’ora di “tira su il LED, tira giù il LED, no, aspetta, ritira su il LED” per preparare la scenografia di un monologo di Caroli di un minuto e mezzo. È chiaro che l’Ariston nei giorni del Festival non ha né il tempo né le attrezzature per dare a una grande popstar tre minuti di cui non si vergognerebbe riguardando la clip su YouTube il giorno dopo. Ben vengano i superospiti a X Factor, che li può accogliere in un’arena adeguata a un’esibizione di livello internazionale, ma a Sanremo ci dobbiamo abituare ad artisti che sul palco hanno bisogno al massimo di un pianoforte o una chitarra. Quando questi artisti si chiamano Antony, Rufus Wainwright, Damien Rice o Stromae (che comunque ha reso molto meglio il giorno dopo a Che tempo che fa), non ci dobbiamo proprio lamentare. E Katy Perry e gli One Direction li aspetteremo chez Tommassini.

Un’ultima cosa: l’anno prossimo, quando ci ritroveremo con Carlo Conti, Gabriele Cirilli vestito da Wanda Osiris, una gnocca straniera a caso e Luisa Corna in gara, rimpiangeremo TUTTO.

Un’ultimissima cosa sugli ascolti, di cui, non essendo un inserzionista pubblicitario della Dash o della Findus, non potrebbe fregarmi di meno, ma tant’è. Mercoledì 19, mentre noi guardavamo le gemelle Kessler, c’erano i BRIT Awards in diretta su ITV e su YouTube da una delle arene più grandi di Europa. Tra gli ospiti, c’erano Arctic Monkeys, Beyoncé, Bruno Mars, Disclosure, Ellie Goulding, Katy Perry, Lorde e Pharrell. Hanno fatto 4.2 milioni di telespettatori.

 

Ho ascoltato le 60 canzoni di Sanremo Giovani 2014 senza Google e ho scoperto quanto segue

paletti-levante

Anche quest’anno sono apparse sul sito della Rai le canzoni dei 60 finalisti di Sanremo Giovani 2014. La commissione sceglierà sei artisti e si andranno ad aggiungere ai due vincitori di Area Sanremo per formare la categoria. E anche quest’anno mi sono cimentato nell’ascolto di queste clip da un minuto e mezzo, ma senza usare i motori di ricerca. Questo per sentirmi un giudice di The Voice per non farmi influenzare da curricula/foto/recensioni altrui e cercare di non mettere in croce gente che ha come unica colpa il desiderio di partecipare a un concorso canoro.

È anche un buon esercizio per individuare alcune tendenze: rispetto all’anno scorso, c’è più folk-rock e ovviamente più rap, mentre dance ed elettronica sono del tutto assenti. Non è uno scenario confortante: sei artisti che meritino in pieno un semaforo verde non si trovano, e si finisce per privilegiare nomi più affermati. Se volete anche voi tastare il polso della nuova musica italiana, preparatevi a non restare sorpresi.

AGGIORNAMENTO 13/12: I sei nomi selezionati sono Diodato, Filippo Graziani, Rocco Hunt, The Niro, Veronica De Simone, Zibba. Bravi.

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Copiare e incollare l’articolo giusto appena esce la nuova FIMI

Alla fine ce l’ha fatta. Ligabue è l’artista che ha venduto più copie in Italia nel corso dell’ultima settimana secondo la classifica FIMI/Gfk.Alla fine ce l’hanno fatta. Gli One Direction sono il gruppo che ha venduto più copie in Italia nel corso dell’ultima settimana secondo la classifica FIMI/Gfk.
Mondovisione è il decimo album in studio del rocker di Correggio e segna il suo ritorno alle scene dopo il fortunato Arrivederci, mostro! del 2010. Midnight Memories è il terzo album in studio del quintetto inglese e segna il loro ritorno alle scene dopo il fortunato Take Me Home del 2012.
Presentato a una ristrettissima selezione di giornalisti e con una breve apparizione a Che tempo che fa, il nuovo lavoro di Ligabue è il ventiduesimo album italiano a raggiungere la prima posizione nel 2013, dopo quelli di Jovanotti, Gianna Nannini, Mario Biondi, Fabri Fibra, Modà, Fedez, Renato Zero, Marco Mengoni, Salmo, Emma, Elio e le storie tese, Moreno, Max Pezzali, Samuele Bersani, Negrita, Alessandra Amoroso, Elisa, Emis Killa, Giorgia e Laura Pausini.Presentato con una diretta streaming di sette ore su YouTube, il nuovo lavoro degli One Direction è il terzo album straniero a raggiungere la prima posizione nel 2013, dopo quelli di Depeche Mode e Daft Punk.
Ma il successo del “Liga” va oltre i confini nazionali: Mondovisione è ora 35esimo sulla piattaforma iTunes in Svizzera.Ma il successo degli “1D” non è solo italiano: Midnight Memories è già primo in Australia, Irlanda, Svezia, Regno Unito e Stati Uniti.
Non sono mancati i commenti dei fan sui social network per complimentarsi col loro mito. Piera, 38 anni di Vigevano, commenta su Facebook: “finalmente la VERA musica viene premiata anche in italia!!!! capolavoro&poeta”, mentre @bambolinabarracuda73 esprime così il suo affetto su Twitter: “ciao ti ho visto da fazio eri Bellissimo.miticoliga”.Non sono mancati i commenti dei fan sui social network per complimentarsi coi loro beniamini. Piera, 15 anni di Vigevano, commenta su Facebook: “chi e’ ligabue lol”, mentre @directionella93 esprime così il suo affetto su Twitter: “FOLLOW ME LIAM”.
Gli One Direction, invece, una volta avvisati della loro “sconfitta” sul territorio italiano, hanno commentato: “Dove?”Ligabue, invece, una volta avvisato della sua “sconfitta” in patria, si è celato dietro un rispettoso e sicuramente sportivo “no comment”.
Sebbene i più maligni avessero notato qualche somiglianza tra il primo singolo “Il sale della terra” e un brano dei Linkin Park, il successo di Ligabue sembra inarrestabile.Sebbene i più maligni avessero notato qualche somiglianza tra il primo singolo “Best Song Ever” e un brano degli Who, il successo degli One Direction sembra inarrestabile.
È attesissimo anche il suo tour negli stadi, che toccherà l’Olimpico di Roma e San Siro.È attesissimo anche il loro tour negli stadi, che toccherà l’Olimpico di Torino e San Siro.

YouTube Music Awards: morte e rinascita della cerimonia di premiazione moderna

YTMA

Non si capiva bene cosa sarebbero stati gli YouTube Music Awards. Nonostante i Google ads che campeggiavano ovunque negli ultimi giorni e gli ostinati pre-roll della piattaforma, il formato di questa cerimonia di premiazione, le sue regole di voto e perfino i suoi orari erano tutt’altro che chiari.

La diretta è iniziata domenica pomeriggio da Seoul, poi Mosca, Rio, Londra e infine New York. Nelle prime tre città, si esibivano gruppi locali, mentre il countdown show è stato trasmesso dagli studi di Abbey Road, dove un bravissimo Adam Buxton ha proposto qualcosa di molto simile agli spettacoli della sua serie BUG. Il programma – chiamiamolo così – univa sketch dal gusto molto britannico ed esibizioni di grossi nomi (Dizzee Rascal, Tinie Tempah) a comparsate di YouTube star mai sentite prima. La qualità era televisiva, volendo usare l’aggettivo come un complimento e considerando (erroneamente) la TV come modello e punto di arrivo.

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La cerimonia vera e propria da New York ha invece demolito in fretta l’award show come lo conosciamo. Spike Jonze, malgrado non avesse eventi dal vivo nel suo curriculum, non era solo l’unico regista che potesse dirigerla: era l’indispensabile filo conduttore per unire mondi diversi senza snaturarli. Professionale e amatoriale, patinato e DIY, pop e indie: proprio come accade su YouTube, l’unica cosa che avevano in comune ospiti, esibizioni e premiati era la piattaforma.

I due conduttori, Jason Schwartzman e Reggie Watts, avevano una scaletta approssimativa della serata, ma dovevano superare piccole prove continue per fare il loro mestiere. Insomma, l’idea che Jonze aveva avuto per il video di “Drunk Girls” di LCD Soundsystem applicata a una cerimonia di premiazione. Quindi, se di solito questi eventi mirano alla perfezione impossibile e alla prima gaffe sembra andare tutto a rotoli, gli YTMA partivano da una situazione in cui volutamente va tutto a rotoli. Ed è incredibile quanto ci si abitui in fretta a guardare persone che non sanno bene cosa stiano combinando, ma non dovendo preoccuparsi di battute già scritte e tempi morti, pensano solo a divertirsi – e il pubblico con loro.

Le esibizioni degli artisti sono state soprannominate live music videos e in alcuni casi hanno davvero meritato questa nuova definizione: per gli Arcade Fire, Greta Gerwig ha ballato “Afterlife” tra incredibili cambi scena (c’è molto di twee, sì); per M.I.A., Fafi ha creato un circo fluo con tunnel di luci al neon e hula hoop; per Avicii, Lena Dunham ha messo in scena con Vanessa Hudgens una vendetta passionale in pista da ballo (insomma, un mini-episodio di Girls o la storia che Robyn racconta in “Dancing on My Own” con finale sanguinolento). Ma anche gli artisti che non hanno sfruttato appieno questa libertà creativa, si sono espressi al meglio: Lady Gaga si è seduta al piano mentre una telecamera a mano documentava le sue lacrime per la prima esibizione di “DOPE”; Eminem non aveva bisogno di nulla, nemmeno del colore, perché l’ipnotico debutto dal vivo di “Rap God” entrasse nella storia.

Le nomination e i premi, ovviamente, non erano che una scusa per proporre un nuovo contenitore e mostrare le possibilità di un evento spontaneo e orgogliosamente anarchico che dia un buon motivo agli artisti per partecipare e ai fan per stare a guardare. E anche se oggi il contatore delle visualizzazioni non ha mai superato 200.000, la televisione ha già un problema in più.

 

La misteriosa candidatura al Nobel di Vecchioni

Vecchioni-Facebook

Oggi Vecchioni ha annunciato su Facebook di essere stato nominato al Nobel. Gliel’ha detto il Corriere della Sera.

Vecchioni-Corsera

Prima di entrare nella polemica del se lo merita/non se lo merita, ci sarebbe da verificare una cosetta: Vecchioni è stato davvero nominato al Nobel? E il Corriere come lo sa?

La notizia è finita subito su decine di siti di informazione e di musica. Tutti riportano la nomination annunciata dal cantautore stesso e tutti citano il Corriere come unica fonte. La cosa è singolare perché nessun sito straniero ne parla. Sarebbe strano parlassero di Vecchioni, ma il Corriere rivela che anche Bob Dylan e Leonard Cohen “sono fra gli autori in corsa”. Indicativo, non condizionale, no pettegolezzi. Anche un secondo articolo, nella stessa pagina, dice che “sono stati fatti esplicitamente” i loro nomi e “il professore italiano è […] tra i candidati ufficiali al premio del 2013”.

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Eppure su Google News non sembra affatto l’argomento del giorno e si trova solo qualche articolo in cui Murakami viene dato come favorito. Lo fa, per esempio, il Guardian prendendo spunto dall’agenzia di scommesse Ladbrokes (per la cronaca, Dylan, che è da anni la scelta più ovvia nel caso decidessero di premiare qualcuno che oltre a scrivere canta e suona, è dato 50/1; di Cohen e Vecchioni non c’è traccia).

Allora che si fa? Si va sul sito ufficiale del Premio Nobel a cercare uno straccio di prova. La pagina dedicata al premio letterario spiega accuratamente il processo di selezione. Per riassumere, come fa anche il Corriere: le prime nomination vengono fatte a settembre, ma la shortlist dei cinque finalisti è stilata a maggio e si discute ufficialmente nel settembre dell’anno successivo. Il vincitore viene comunicato a ottobre e premiato a dicembre. Quindi, a meno che Cohen, Dylan e Vecchioni non siano addirittura tre dei cinque finalisti già scelti a maggio (eppure il Corriere suggerisce che potrebbe essere uno di loro a ritirare il premio a dicembre), è ragionevole pensare che si stia parlando della longlist del Nobel 2014.

Tuttavia, se a questo punto vi state chiedendo perché negli anni scorsi non avete mai sentito parlare di nomination ai Nobel, è perché la lista non viene resa pubblica. Per cinquant’anni.

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Riassumendo: il Corriere è l’unica testata al mondo che conosce almeno tre nomination ai Nobel e sa anche quali opere di Vecchioni sono state prese in considerazione (“soprattutto due romanzi”). Complimenti per l’esclusiva e forza “professore”!

PS: Vecchioni ha un album in uscita l’8 ottobre.


AGGIORNAMENTO 24/9

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Primo maggio 2013: bella, ciao (nel senso che resti a casa)

logoDue settimane fa, Fabri Fibra è stato espulso dal cast del Primo maggio su richiesta del D.i.re (Donne In Rete). Secondo l’associazione, l’artista “divulga nei testi delle sue canzoni messaggi sessisti, misogini, omofobi, e canta l’apologia della violenza contro le donne”. Prima di archiviare il caso nel fascicolo Gente che reagisce ai testi di Fabri Fibra esattamente come vorrebbe Fabri Fibra facendo il gioco di Fabri Fibra, segue qualche considerazione fuori tempo massimo.

Le rime ad avere suscitato l’ira di (alcune) Donne In Rete usano i delitti di Pacciani e Novi Ligure in maniera disgustosa – e per questo efficace – per parlare di tutt’altro. Vengono da “Venerdì diciassette” e “Su le mani” e sono, rispettivamente, del 2004 e del 2006. Negli anni a seguire, Fabri Fibra è diventato uno dei nomi più grossi della musica italiana e forse oggi il peso delle sue responsabilità è troppo grande per permettergli di usare immagini di tale violenza. Nell’ultimo album, per dire, c’è una canzone con Elisa che dice: “Dagli sbagli s’impara / La notte porta consiglio”. Nel 2013, Fabri Fibra non spaventa davvero più nessuno, e pochi artisti si sentirebbero a proprio agio nell’essere giudicati per cose scritte da sette a nove anni fa quando c’è stata una metamorfosi così evidente.

(Magari avrebbero potuto giudicarlo per versi che ha scritto nel 2010: il pezzo “Nel mio disco” da Quorum dice ripetutamente: “Piscio sull’Arcuri / Cago sulla Barale”. Fibra non può nemmeno parlare della faccenda perché, come ha rivelato a Pif durante la puntata de Il testimone a lui dedicata, c’è una causa legale in corso. Ma le Donne In Rete queste rime non le hanno notate.)

Tuttavia, non chiamiamola censura: è una scelta editoriale per una manifestazione che, come ci ricordano gli Elii nell’ultimo singolo, ha regole e tradizioni precise che tutti amiamo odiare. Inoltre, Fabri Fibra ci ha guadagnato un sacco di pubblicità gratuita e si trova nella situazione ideale: resta mainstream e al contempo controverso per reati che non cadono in prescrizione, e chi compra il suo disco può ancora sentirsi ribelle sulla base di pregiudizi altrui. Faremo a meno di lui al concertone, che ancora una volta perde un’occasione per rinnovarsi. Vediamo quindi chi altro c’è nel cast quest’anno, nell’ordine riportato sul sito ufficiale:

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The Big Reunion: stiamo meglio adesso

Dato che il business della nostalgia non conosce crisi, il canale britannico ITV ha prodotto una serie chiamata The Big Reunion in cui sei dimenticabili indimenticati gruppi di fine anni ’90 hanno una nuova chance per ravvivare le loro carriere. In Italia, alcune delle band in questione non sono state pervenute (911, Honeyz, Liberty X), altre hanno avuto un piccolo successo (B*Witched, Atomic Kitten) e una ha fatto urlare le tue compagne di classe e qualche migliaio di ragazzine (5ive). Questi ultimi furono assemblati nel settembre ’97 da un giovane Simon Cowell grazie a un annuncio su un giornale. Nel novembre dello stesso anno avevano un singolo nella top ten britannica e un contratto milionario per sei album. Storia simile per le Atomic Kitten che furono spedite in Giappone ancora prima del debutto ufficiale in madrepatria per creare quello che oggi chiamiamo buzz.

Le persone che avevano in mano decisioni del genere in un’industria più che florida non erano necessariamente pazze: è che si potevano puntare milioni su una faccia fresca senza corde vocali costruendo anche il successo a tavolino. Il pubblico aveva meno scelta, meno canali e più attenzione: con le mosse giuste, prima o poi cedeva. Ma nella smania di trovare i nuovi Take That o le nuove Spice Girls, molti sembravano dimenticare i due elementi che avevano fatto la fortuna di questi due gruppi: la novità e le canzoni grossissime.

Quello su cui fa luce questo ottimo docu-reality non è tanto la dubbia efficacia di un modello di business obsoleto, ma gli effetti che può avere assemblare con lo scotch piccoli gruppi di ventenni impreparati e spedirli in cima alle classifiche da un giorno all’altro. È pur sempre una produzione ITV e il montaggio certo aiuta la drammaticità delle storie, ma non c’è un membro dei sei gruppi seguiti dal programma che non abbia avuto un tracollo nervoso o una dipendenza. Addirittura alcune immagini di repertorio rivelano che i cantanti, ospiti degli equivalenti inglesi di Bim bum bam o Unomattina, spesso non stavano facendo gli scemi per divertire i bambini: erano sbronzi. E poi le solite camere di albergo bruciate, risse intestine e storie da rockstar rese più patetiche perché applicate a popstar dalle facce angeliche (che non avevano manco il sacrosanto diritto di usare come scusa lo spleen dell’artista tormentato!) Il pop, in quegli anni, veniva ridotto ai minimi termini perché tanto, il giorno dopo, dai microfoni sarebbe uscita la voce registrata.

Viene naturale fare un confronto coi giorni nostri. Simon Cowell nel 2000 si complimentava con due 5ive per essere finiti una notte in carcere dopo una rissa e aver guadagnato tutte le copertine del paese gratis, potenziando quell’immagine di cattivi ragazzi a cui tanto ambiva. Oggi, quel talent scout è una delle persone più influenti dell’industria discografica, ma non sembra avere altrettanta solidarietà o interesse per i ribelli, gli strafottenti e i maleducati nei suoi programmi. Figuriamoci gli stonati. Non si fa scrupoli a sfruttare casi umani e accetta volentieri di ricoprire il ruolo del cattivo, ma mette subito al suo posto chi osa prendersi troppe libertà con la voce o gli atteggiamenti. I risultati di questa nuova tendenza hanno nomi come Leona Lewis, Olly Murs, One Direction, Kelly Clarkson, Carrie Underwood. Il tratto più comune tra gli artisti di successo usciti da X Factor o American Idol è la scarsa predisposizione allo scandalo. Ci sono eccezioni (in America si giudica Adam Lambert solo perché porta un po’ di eyeliner), ma nel complesso troviamo solo bravi ragazzi/e dall’apparenza seria o quantomeno rispettabile.

Anche in Italia la situazione è simile: Chiara Galiazzo, Marco Mengoni, Nathalie, Francesca Michielin… E qualunque genitore darebbe la mano della figlia a un Bastard Son of Dyoniso. I cantanti di Amici risultano solo più maleducati perché vengono insultati da maleducati per decine di puntate, ma neanche loro sono carne da tabloid – basti guardare la destrezza con cui Emma ha gestito la sua situazione sentimentale o l’abilità con cui tutti gli altri la tengono privata. Le popstar di questa generazione a volte non brillano per personalità, ma sono competenti, professionali e addestrate per la notorietà. Sono spesso vittime di scelte artistiche discutibili, ma perlomeno non dobbiamo leggere di rehab, crisi isteriche e hotel messi a ferro e fuoco.

The Voice, appena arrivato in Italia, porta questo meccanismo all’estremo – sbagliando, perché la voce da sola non serve a niente, e lo sanno anche i produttori, i giudici, i concorrenti e gli spettatori – ma è comunque meglio dei provini a porte chiuse che creavano mostri nei ’90. E se è improbabile che il nuovo Robbie Williams o la nuova Amy Winehouse nasceranno dai talent, sappiamo con certezza che non ci ritroveremo davanti i nuovi 5ive o le nuove Atomic Kitten.

Almeno fino al ritorno delle Lollipop.

Tanto non li compra più nessuno #3: HMV chiude

hmv1HMV, la catena di dischi e home entertainment inglese, forse chiuderà. Schiacciata dalla concorrenza online legale e illegale, l’azienda potrebbe scomparire dalle strade dopo 92 anni di attività, di cui almeno cinque vissuti in bilico. Alcuni grandi supermercati e catene di abbigliamento hanno già adocchiato quei 230 negozi che rimarrebbero vuoti, ma potrebbe anche esserci un timido tentativo di salvataggio da parte delle case discografiche.

Il sentimento generale è di nostalgia – non solo per gli inglesi, ma anche per ogni turista che almeno una volta si è perso a rovistare tra gli scaffali della catena. Tuttavia, chiunque sia entrato in un HMV di recente, saprà che l’atmosfera che vi si respira non è più quella di un tempo. I videogiochi, le console, gli accessori per iPhone e gli impianti stereo hanno preso il sopravvento sui dischi (e i DVD). La selezione è povera e confusa e i prezzi sono sproporzionati. Non è un caso se il problema più grosso della possibile chiusura è lo smaltimento dei buoni regalo. Inizialmente la compagnia aveva deciso di non accettare più i voucher (per un totale di 7 milioni di sterline) e ha dovuto fare marcia indietro a causa di una rivolta popolare che sarebbe finita col sangue (o quasi). Del resto, la gift card è il regalo paraculo per eccellenza e lo scorso Natale ne sono state vendute molte anche tramite Tesco e altri rivenditori. Insomma, non bisognava nemmeno più entrare dentro un HMV per fare un regalo da HMV e gli inglesi hanno comprato quello che resta: un logo ricco di memoria impresso su una cartolina. A rovistare tra i banchi in cerca di un disco ci penserà il destinatario, che non deve averne avuto una gran voglia se a un mese da Natale non ha ancora ritirato il regalo.

L’analisi migliore sulla débacle di HMV l’ha scritta un imprenditore che ci lavorò ai tempi d’oro, imputando il fallimento a un misto di “hýbris, arroganza e sensazione di invincibilità”. Un gruppo che non ha saputo rinnovarsi, che ha ignorato la concorrenza del digitale e della pirateria – tutti i sintomi che ci ricordano l’atteggiamento della discografia agli albori di Napster, e che hanno portato alla situazione che ben conosciamo. Ora quelle stesse case discografiche sono aggrappate a HMV perché ne dipende parte del loro fatturato e perché staccarsi da un modello che ti faceva bere champagne è difficile. D’altro canto, se paragonato alla sezione CD di Tesco o altri supermercati e autogrill, HMV resta ancora uno showroom leggermente più attraente. E dipendere dalla distribuzione dei supermercati come negli Stati Uniti (dove con una copertina sbagliata ti giochi milioni di copie) sarebbe disastroso.

C’è però un dato interessante sulle vendite di dischi che Guillaume Vieira, un vero e proprio studioso di classifiche, ha esaminato: il mercato dei best-seller è quasi a sé stante, e non segue l’andamento del mercato generale. Due esempi: la colonna sonora di Grease, un album secondo solo a Thriller in termini di vendite, ha avuto il suo straordinario successo nel 1982, l’anno peggiore per la discografia tra il ’75 e il 2005; Laundry Service di Shakira, l’album più venduto del 2001, è il meno venduto tra i best-seller annuali dal ’75 al 2005, nonostante il 2001 sia stato il migliore anno per il mercato in quel trentennio. Insomma, ci sono dischi destinati ad andare bene in ogni situazione. Adele, One Direction e Emeli Sandé, che senza dubbio hanno pagato un bel po’ di stipendi a HMV nel 2012, hanno un mercato tutto loro costituito soprattutto da compratori non abituali, e sbancheranno in salute e in malattia, con o senza le catene di dischi. E i piccoli, gli indipendenti? Oggi loro sono a malapena presenti negli scaffali di HMV, e il loro target è già abituato a comprare altrove – magari a Rough Trade, che in periodo di crisi riesce persino ad aprire una nuova sede a Brooklyn. Ma Rough Trade, al contrario di HMV e gli altri giganti che hanno abbandonato il campo, è un’esperienza: organizza piccoli concerti esclusivi, è una destinazione per collezionisti di vinili, e ci puoi anche prendere il caffè con gli amici. È un caso isolato che sazia una nicchia esigente (c’è sempre chi preferirà il mobiletto artigianale al Billy IKEA), ma è riuscito a dimostrare che si può sopravvivere e addirittura crescere in un settore che va a rotoli.

Le mie perplessità nei confronti della battaglia per tenere in vita i negozi di dischi, le avevo già espresse in occasione del Record Store Day 2011. E ora che le case discografiche cercano di salvare quel che resta di un modello obsoleto senza cambiare una virgola e senza avere imparato dai propri errori, io non provo nostalgia, ma imbarazzo. Quando hanno chiuso le agenzie di viaggi perché è più comodo e conveniente comprare un biglietto aereo su internet, mica avete fatto tutto ‘sto casino.

Tanto non li compra più nessuno #2: il disco a spagamento
Tanto non li compra più nessuno #1: gli artwork dei CD

Ho ascoltato le 61 canzoni di Sanremo Giovani 2013 senza Google e ho scoperto quanto segue

Quello che dice il titolo. Un ascolto al buio, insomma, quindi di alcuni artisti sapevo qualcosa, mentre di altri (la maggior parte) non sapevo nulla e non mi sono lasciato tentare dai motori di ricerca. Sul sito Rai, ci sono un minuto e mezzo di ogni canzone, che è un tempo adeguato per farsi un’idea perché quasi sempre si arriva alla fine del primo ritornello.

Nel caso non abbiate dimestichezza coi semafori: il pallino verde è sì, il giallo forse e il rosso NO. I sei artisti con la foto sono quelli che, secondo il mio modesto parere, meritano un posto all’Ariston a febbraio. E il solo fatto che ce ne siano sei è già un gigantesco passo avanti rispetto agli ultimi anni.

0-C,  D-G,  I-L,  M-N,  O-Z

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