Il pop nel 2012: 12 mesi, 12 date, 12 artisti

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20 gennaio: Lana Del Rey pubblica Born To Die

Nel corso dell’ultimo anno e mezzo, quante volte Lizzie Grant deve essersi chiesta: “cosa ho fatto di male per meritarmi questo”? Probabilmente molte. Tuttavia, quando Les Inrocks la intervista a novembre per fare il punto, dice: “cosa volete che siano i problemi del mondo della musica? […] Se tutti mi odiano, se continuo o smetto di fare musica, non è affatto grave”.

lanaIl fenomeno Lana Del Rey è scappato di mano velocemente, suscitando un’assurda teoria del complotto: è costruita ed è un piano malefico della malefica industria discografica. Be’, se fosse così facile lanciare una cantante sul mercato e fare un botto del genere, saremmo tutti produttori o artisti milionari. Ciò che invece non è affatto facile è scrivere una canzone straordinaria come “Video Games”, impacchettarla in un video a costo zero e inventarsi una linea estetica derivativa ma che risulta il prodotto più innovativo e interessante degli ultimi anni.

Nei primi sei mesi dell’anno nel Regno Unito, Born To Die è stato l’album del 2012 a vendere di più dietro a quello di Emeli Sandé. C’è una bella differenza tra le due artiste, però: Emeli Sandé, per quanto brava, ci è stata fatta mandare giù a forza. Ce la siamo trovata a cantare a X Factor coi Moderni, alle Olimpiadi e nel portone di casa nostra non perché la desiderassimo strappandoci i capelli, ma perché c’era dietro un investimento colossale. Lana Del Rey, invece, ha generato un interesse organico che le si è rivoltato contro: all’inizio dell’anno ha dovuto cercare di farsi vedere il meno possibile e tenere un basso profilo perché ogni sua apparizione veniva accolta a sassate virtuali. Quando le è arrivata un’opportunità gigantesca e irrinunciabile, ovvero il Saturday Night Live, la cantante è stata colta impreparata ed emozionata. Gli hater non aspettavano altro che puntare il dito, misurare il volume delle labbra e contare le stonature (ecco l’effetto più malsano della talent-izzazione della musica: come ti permetti di non avere la voce di Beyoncé?).

Se fosse nata in un’altra epoca, Lana Del Rey goderebbe dei privilegi di Fiona Apple: potrebbe evitare le apparizioni pubbliche, le cerimonie di premiazione, Twitter e soprattutto le offerte pubblicitarie. Nella seconda metà del 2012, Lana sembra avere aspettato che si calmassero le acque per prestare l’immagine a due marchi, uno altissimo (Jaguar) e uno bassissimo (H&M). L’ultima campagna ha fatto sì che tutti gli abitanti delle grandi città vedessero il suo faccione stampato mille volte al giorno e, in un certo senso, è una liberazione: ora Lana può fregarsene della credibilità, non deve più rendere conto al pubblico indie dei suoi soldi, delle sue origini e delle sue labbra. Lana ora è di tutti perché è – finalmente – una popstar.

18 febbraio: Emma vince il 62esimo Festival di Sanremo

È la quinta puntata di Amici 2012. Emma ha già vinto Sanremo e non avrebbe alcun bisogno di partecipare alla gara di Maria, ma dimostra fedeltà alla scuderia. Allo stesso tempo, si trova nel mezzo del più grosso caso di gossip dell’anno e nel triangolo più chiacchierato d’Italia, ma Concita è lontana: Emma non ha ancora rilasciato nessuna intervista o dichiarazione ufficiale a riguardo. Sceglie di cantare “Bella senz’anima”.

emmaQuando arriva al verso “vivere insieme a te è stato inutile” e punta il dito alla telecamera, è chiaro che non sta cantando una canzone: sta tenendo una conferenza stampa. Il pubblico capisce – non che ci volesse una squadra di semiologi, eh – ed esplode su “nella tua trappola ci son caduta anch’io”. Con “e adesso spogliati come sai fare tu”, la conferenza stampa diventa slut-shaming. Emma è una donna che canta una canzone scritta da un uomo e indirizzata a una donna, ma riesce comunque a raddoppiare il bersaglio: traduce al femminile solo gli aggettivi che la riguardano, ma si guarda bene dal cambiare “bella senz’anima” in “bello”. Belén è una che si spoglia su quella seggiola, Emma è una che ci si siede a cantare; Belén è la zoccola, Emma è l’amica ingannata e tradita. In questo esercizio di iper-semplificazione dei ruoli, la cantante vincerà sempre.

E di ruoli, lei, ne sa assumere molti. La amano le donne che la credono femminista e i gay che la credono icona; la amano i pubblicitari che la nominano special ambassador (c’è proprio scritto così nello spot) e che riescono pure a farle vendere un videogioco di danza con un video in cui non balla; la ama il pubblico che la tiene decine di settimane in top 10 e, fuorché Venegoni, la ama anche la stampa. Ma il suo ruolo più riuscito – e qui dobbiamo dire grazie a Giletti per averci raccontato che a Sanremo Emma comprava le bottigliette d’acqua al supermercato perché quelle del minibar dell’hotel erano carissime – è il ruolo della ragazza semplice.

23 marzo: Madonna pubblica MDNA

Nell’ultimo tour di Madonna, c’è un punto in cui la cantante mostra un finto tatuaggio sulla schiena nuda. La scritta si è evoluta nel corso dei concerti insieme ad argomenti di attualità: un giorno era “Pussy Riot”, un altro “Obama”, ma inizialmente diceva “NO FEAR“.

Eppure Madonna, di paure, ne ha avute molte nel corso del 2012, e sembrano avere guidato le sue scelte artistiche e commerciali. Se un tempo aveva l’intuito per influenzare il pop attingendo da generi underground e collaborando con produttori promettenti ma sconosciuti, in MDNA, Madonna non ha fatto altro che replicare ciò che già spopolava in classifica senza gusto né personalità. “Girl Gone Wild” potrebbe cantarla una Britney a caso; “Give Me All Your Luvin'” è Solveig senza i Dragonette; le tracce di William Orbit trovano un produttore impigrito che guarda Ray of Light attraverso un binocolo molto appannato. E ancora: le influenze dubstep da supermercato, i remix degli LMFAO, i rap su ordinazione di Nicki Minaj (originale!) e un’ospitata della non-più-tanto-alternativa M.I.A. (che riesce comunque a rubarle la scena al SuperBowl con mezzo secondo di dito medio alzato). Se MDNA non è un fallimento totale come Hard Candy è solo perché almeno questa volta sta facendo musica da e per persone bianche.

mdnaLa paura di non essere più influente o rilevante si rivela anche quando cerca un punto di contatto con una nuova generazione di fan – dalla patetica integrazione del linguaggio da sms nei testi alla clamorosa gaffe dell’Ultra Music Festival. In occasione dell’evento di EDM a Miami, Madonna sale sul palco per annunciare Avicii e chiede al pubblico how many people have seen Molly?, dove Molly è slang per ecstasy. Il giorno dopo entra in scena deadmau5 per darle della cogliona e Madonna si arrampica sugli specchi dicendo che stava solo citando una canzone di Cedric Gervais – e ne esce ancora più cogliona, trattandosi appunto di una canzone sull’ecstasy. La questione è preoccupante comunque la si guardi: se Madonna davvero non sapeva che Molly fosse sinonimo di pasticche, è un’adulta che parla a caso cercando di imitare gli adolescenti; se lo sapeva, ha incoraggiato un pubblico di migliaia di adolescenti a fare uso di droghe. La seconda ipotesi è più probabile, visto il titolo MDNA e l’ossessione di Madonna per l’accettazione da parte di chiunque.

Tuttavia, la paura più grande ha preso forma in un’altra cantante italoamericana che proprio come Madonna… Ehm, no, a dire il vero il paragone finisce qui. Dicevamo. Madonna ha passato un anno a lanciare frecciatine a Gaga e accusandola di un plagio che non sussiste, ma ha anche capito che pronunciare quelle due sillabe era il modo più facile per essere notiziabile. Più facile delle scenette sadomaso sul palco, più facile di un capezzolo mostrato al pubblico, più facile della blasfemia fine a se stessa, più facile di tutte le trovate promozionali che ha esaurito vent’anni fa. Potrebbe essere una battaglia studiata dall’etichetta di entrambe (la Interscope), ma deve avere un fondo di verità perché Madonna non sta perdendo solo il trono: sta perdendo tutto, perfino l’abilità di far parlare di sé.

10 aprile: Pink Friday: Roman Reloaded di Nicky Minaj arriva al primo posto negli Stati Uniti

Se un giorno si scoprisse che Nicki Minaj ha una o due controfigure, nessuno si stupirebbe veramente. Solo nel 2012 ha pubblicato 7 singoli da un album con un totale di 30 tracce a seconda delle edizioni; è apparsa in 10 canzoni altrui e 18 video; ha prestato la faccia a una valanga di prodotti e ha iniziato a filmare le registrazioni di American Idol. Nessuno lavora come lei (nemmeno Rihanna!) e nessuno è altrettanto richiesto. Tutti la vogliono perché aggiunge la credibilità rap alle collaborazioni pop e inietta una dose di pop alle collaborazioni rap. La sua produzione personale è invece divisa in maniera netta tra pezzi di freestyle serratissimi, talvolta senza nemmeno ritornelli, e inni così zarri da far sembrare will.i.am un istruttore di aquagym per la terza età.

Al suo esordio, il paragone con Lil’ Kim era inevitabile, ma a due anni di distanza, fa solo sorridere. Checché ne dica Nicki, non si mette in discussione l’influenza di Kim su tutto ciò che è venuto dopo di lei nel campo delle quote rosa rap (né tutto ciò che è venuto dopo di lei nel campo del cattivo gusto). Tuttavia, Lil’ Kim non si è mai avvicinata nemmeno lontanamente alla fama e alle vendite di Nicki: non è mai arrivata alla numero uno – anzi, sì, una volta, con “Lady Marmalade”, ma Minaj ha sufficienti alter ego diversi per ricoprire anche i ruoli delle altre tre.

minajPossiamo chiamarla versatilità o disturbo della personalità: Cookie, dice Minaj, è il primo alter ego da lei creato e le serviva per isolarsi dalla situazione famigliare non proprio idilliaca. Sono poi arrivati Nicki Lewinsky (uno dei primi nomi d’arte), Female Weezy (la versione femminile di Lil Wayne), Roman Zolanski (un violento inglese Cockney), Martha (la madre di Roman che vuole esorcizzare il figlio perché omosessuale) e molti altri personaggi, a volte appena abbozzati. Tutte Barbie che hanno saccheggiato Harajuku, tutte da collezionare.

Intanto il marchio Minaj resta solidissimo e sembra rafforzarsi a ogni cambio di parrucca – anche nel 2012, l’anno in cui avrebbe potuto stare a casa a contare i soldi fatti nel 2011 con l’album del 2010. Il livello di sovraesposizione è paragonabile solo a quello di Gaga e le due hanno un importante punto in comune a differenziarle dalle colleghe: la vita privata non c’è/non si discute. Se escludiamo la presunta relazione con Drake, che ha più l’aspetto di una fanfiction, nel 2012 Nicki ha dato accesso solo a un particolare personale: il suo voto alle elezioni americane. In un duetto con Lil Wayne, dice: “I’m a Republican / Voting for Mitt Romney / You lazy bitches are fucking up the economy”, per poi rinnegare tutto dicendo si trattasse di sarcasmo. Perfino Obama si trova a dover commentare la questione: “ama interpretare personaggi diversi, non capisco bene”. Non c’è più traccia di tutto ciò sulla sua pagina di Wikipedia. Lezione imparata: le Barbie non parlano.

8 maggio 2012: Fiona Apple pubblica “Every Single Night”

All’inizio della sua lunghissima intervista con Fiona Apple, il comico Marc Maron ipotizza cosa possa avere fatto la cantante durante tutti questi anni d’assenza e crea l’immagine perfetta: “secondo me, tu ti alzi e, se non c’è nessuno in casa, parli lo stesso, poi inizi a mangiare qualcosa e non la finisci”. Lei, anziché mandarlo a fanculo, ride, ammettendo che è proprio così.

Fiona Apple è una privilegiata. È una donna che potrebbe fare solo il mestiere fa, ovvero la cantautrice degli anni ’90. E ha la fortuna di aver fatto abbastanza soldi negli anni ’90 per potersi permettere di fare la cantautrice degli anni ’90 nel 2012. Alcuni dei suoi privilegi includono: prendersi sette anni di pausa tra un album e l’altro, evitare la stampa, evitare i social network, fare pochissimi concerti, non avere bisogno di sponsor.

appleQuando finalmente arriva il nuovo singolo “Every Single Night” in primavera, Fiona si ripresenta come una delle voci più oneste del cantaurato americano. È un’onesta così profonda da fare paura ed è una caratteristica rara – paragonabile forse solo a quella di un’altra cantautrice anni ’90, che nel 2012 può permettersi di scrivere un verso come “ci lamentiamo mentre c’è gente che non ha un cazzo da mangiare” senza attirare commenti cinici. Non si può non credere a Fiona se canta che tutte le notti combatte col suo cervello, e quando questa guerra sale in superficie, rivela la sua natura distruttiva e auto-distruttiva (“non sento nulla finché non spacco tutto, ma non lasciare che mi rovini”, implora in “Daredevil”). A volte, fa la figura della viziata o, senza mezzi termini, della pazza, come nel suo storico discorso di ringraziamento ai VMAs del ’97 o, più recentemente, quando se la prende coi poliziotti che l’arrestano per possesso di marijuana nel suo tour bus. A volte, invece, sembra l’unica persona lucida nello showbiz, come quando si rivolge a TMZ e Perez Hilton dicendo che fa male leggere cattiverie gratuite sul suo conto, o quando scrive una bellissima lettera di quattro pagine ai fan per spiegare che vuole annullare una parte del tour per stare vicino al suo cane morente.

Fiona Apple è un’isola anarchica nell’oceano discografico contemporaneo, ma è anche un’eccezione necessaria: lei e la sua musica meritano trattamenti speciali, il mondo glieli concede, i fan più pazienti del mondo aspettano e The Idler Wheel debutta al terzo posto in classifica negli Stati Uniti. È una privilegiata, ma anche un tesoro prezioso al quale ogni tanto, circa una volta per decennio, possiamo attingere.

23 giugno: “Call Me Maybe” di Carly Rae Jepsen arriva prima in classifica negli Stati Uniti

La leggenda narra che Justin Bieber e Selena Gomez si trovassero in vacanza in Canada. Dopo avere scoperto “Call Me Maybe” alla radio locale, i due girarono una video-parodia con degli amici e Biebs twittò a qualche milione di follower di avere sentito la canzone più catchy del mondo lol – peraltro sbagliando il cognome dell’autrice lol. In quel momento (gennaio 2012, quattro mesi dopo la pubblicazione del pezzo), il virus trovò le condizioni ottimali per infettare altri organismi ospite. Con l’interessamento di Scooter Braun e l’avvicinamento dell’estate (stagione in cui l’homo sapiens necessita maggiormente di frivolezze), “Call Me Maybe” si trasformò in epidemia.

jepsenE non poteva che essere così. “Call Me Maybe” è talmente perfetta nella sua semplicità che l’unica cosa a stupire è come l’homo sapiens ci abbia messo così tanti anni prima di tirarla fuori. L’homo sapiens che la canta (e che ha scritto parte del testo) è una ex concorrente di Canadian Idol, Carly Rae Jepsen. È innocua, inoffensiva e ha l’aspetto di un’adolescente che sta bigiando la scuola (un tratto che condivide con la compaesana Avril Lavigne – direste mai che sono entrambe più vecchie di Rihanna, Gaga e Adele?) Da quando il suo album è entrato nella top 10 statunitense per poi scomparire una settimana dopo, si trova sull’orlo del precipizio delle one-hit wonder aggrappata a Scooter Braun. Tuttavia, forse nemmeno il produttore più potente del mondo può garantirle una carriera perché, come fa notare Popjustice, “Call Me Maybe” non è solo più grossa di chi la canta, è più grossa del pop stesso. È un carrarmato gommoso che distrugge le frontiere dei supporti musicali: è un meme, è una battuta per rimorchiare, è il tipo di canzone che perfino Obama è costretto a menzionare, è qualcosa che tutti ricorderanno perché trova anche le orecchie di chi non ascolta.

Ma tu, Carly Rae, attenta ché scivoli.

4 luglio: Frank Ocean pubblica una lettera aperta sul suo Tumblr e pubblica Channel Orange

(Post pubblicato a luglio)

“No Church in the Wild” è un video per il quale vale la pena incazzarsi. Romain Gavras, del resto, è specializzato in trucchetti del genere, è il suo mestiere. Ma se “Born Free” di M.I.A. o “Stress” dei Justice si potevano quasi giustificare con un messaggio e catturavano un’ultra-violenza viscerale e per questo spaventosa, “No Church in the Wild” si può solo descrivere come gratuito. Un video fatto per provocare senza pensare alle conseguenze, o meglio, senza pensare alle cause. Le cause che l’estate scorsa hanno portato centinaia di ragazzini a sfasciare una città per rubare schermi al plasma. Jay-Z e Kanye West non sono politici, non hanno responsabilità dirette, ma sono voci importanti: non sono tutti così maturi da guardare le loro produzioni con la dovuta leggerezza, come fossero belle e bizzarre installazioni artistiche. Per coprire poliziotti e molotov della stessa patina glamour con cui un attimo prima si sono mostrate tette e limousine, si dovrebbe offrire una ragione valida – soprattutto da parte di due che le riot più sanguinose a cui potrebbero assistere sono quelle tra Drake e Chris Brown in discoteca.

Come se non bastasse, il video di “No Church in the Wild” non c’entra nulla con la canzone: dovrebbe essere una riflessione sulla religione, ma si materializza in un’accozzaglia di citazioni e cliché che culminano su Kanye che sniffa cocaina dal corpo di una ragazza nera e nota che ciò la fa sembrare una zebra. Che curioso effetto! A che animali assomiglieranno, invece, i ragazzi del video con lo spray urticante in faccia?

Le carriere di Kanye e Jay-Z si basano su questo: ottimi, memorabili one-liner sempre slegati dal contesto perché, nell’ansia di far rimare Rolls-Royce Corniche con police, si sono dimenticati di crearlo, un contesto. Se critica e pubblico hanno eletto “No Church in the Wild” come uno dei pezzi più significativi dell’hip hop/R&B contemporaneo (anche prima che uscisse come singolo), è merito del ritornello scritto e cantato da Frank Ocean. Se le immagini di Romain Gavras riescono a caricarsi per pochi attimi di un significato è grazie a quella manciata di versi: una riflessione sulla gerarchia del potere, dal basso verso l’alto, nell’ottica della fede (l’uomo comune, la folla, il re, Dio, e infine l’uomo che non crede, più potente di Dio stesso, ma senza una Chiesa che possa salvarlo). Basta un ritornello per capire che Frank Ocean è di un’altra specie. Lui, a contrario dei suoi mecenati, non ha bisogno di one-liner a effetto.

ocean“Novacane” del 2011, il suo primo singolo (sebbene estratto da un album mai pubblicato ufficialmente), è una canzone su sesso e droga. Ma il sesso è con un’aspirante dentista incontrata a Coachella che si paga gli studi col porno e la droga è un anestetico locale. I cliché del genere vengono frantumati col racconto di un’esperienza tutt’altro che piacevole, in un ambiente squallido dove Frank fa rimare pretty con pity. Non c’è lusso né lussuria: c’è una storia filmata da Frank con gli occhi appannati e la faccia anestetizzata. Una storia non necessariamente vera (né troppo vicina al suo stile di vita: “la mia cucina di solito è abbastanza pulita” e “non prendo cocaina a colazione!”, dice in un’intervista facendo riferimento a due versi del testo), ma più convincente e coinvolgente di qualsiasi attività ricreativa svolta da due ni**as a Parigi.

L’ulteriore conferma del talento narrativo e interpretativo di Frank Ocean è arrivata con “Bad Religion”. Un tassista diventa confessore e psicologo improvvisato col compito di “sorpassare i demoni” e riportarlo alla preghiera, perché al momento riesce solo a credere al culto di un amore non corrisposto. Che quel him si riferisca a una persona o a Dio non ha molta importanza, ma la canzone arriva qualche giorno dopo un post in cui l’artista confessava di essersi innamorato di un uomo – un amore a quanto pare non corrisposto, segreto e risalente a molti anni fa. È inevitabile tracciare un legame tra quella nota e il brano che, tra tutti, ha scelto di cantare alla sua prima grande apparizione televisiva da Jimmy Fallon. I due elementi sono parte di una storia che Frank vuole condividere; due momenti di fragilità, debolezza e confusione in un ambiente che di norma incoraggia l’opposto.

“Non chiamatelo coming out”, dice giustamente Pitchfork, e non chiamatela nemmeno una mossa di marketing per promuovere Channel Orange. Attirare attenzione sul tema era un rischio non indifferente che avrebbe potuto alienare una bella fetta del suo pubblico (e di sicuro gli ha fatto perdere la distribuzione delle copie fisiche in alcuni supermercati), ma le posizioni in classifica e la critica dicono altrimenti.

Sempre in “Bad Religion”, Frank dice di avere “tre vite in bilico sulla testa come coltelli”: il membro della crew Odd Future (notoriamente omofoba e misogina, ma che al momento sta supportando le sue scelte), il cantante R&B sentimentale e il ventiquattrenne che su Tumblr alterna riflessioni religiose e foto del suo cane. È impossibile prevedere quale di queste personalità avrà la meglio nel corso della sua carriera, ma per ora la loro unione ha generato un album fuori dai canoni, intimo e onesto che non ha bisogno di video scioccanti, autotune e autocompiacimenti. Questa è la rivoluzione di Channel Orange.

13 agosto: Taylor Swift pubblica “We Are Never Ever Getting Back Together”

Una delle poche novità televisive degne di nota dell’autunno del 2012 è Nashville. In questo telefilm drammatico (ma chiamiamolo pure telenovela), Hayden Panettiere è una giovane e smaliziata cantante country pop che fa musica altrettanto giovane e smaliziata, ma sogna di conquistare il rispetto di un pubblico più ampio. Spettatori e critici hanno subito individuato in lei alcune somiglianze con Taylor Swift, ma è piuttosto il contrario: è Taylor Swift che sta diventando sempre più simile al personaggio di Panettiere.

Prima di quest’estate, Taylor Swift era davvero famosa solo negli Stati Uniti. Nel resto del mondo era al massimo la ragazza che subì un’invasione di palco da parte di Kanye West ai VMAs perché non meritava di vincere contro “Single Ladies”. (Dagli torto.) Poi è arrivata “We Are Never Ever Getting Back Together”, capolavoro crossover con poco country, tanto pop e uno spassoso video gondryniano di un unico piano sequenza. L’immagine è ancora verginale e tendente al twee, ma la cantante non è più goffa, svenevole o affranta come nei clip precedenti. Senza un briciolo di compassione (e anzi, con preoccupante euforia) Taylor assicura all’ex che non torneranno mai e poi mai insieme. Like, ever. Non è più la vittima: l’uomo cattivo può andare a piangere e ascoltarsi i suoi dischi indie altrove. Lei ride.

swiftTaylor vive una vita sentimentale molto pubblica e pubblicizzata e non esita a cantarne. Ha avuto abbastanza fidanzati famosi da riempire il parterre dei Golden Globes, ma la sua immagine di pura è intatta, inattaccabile. I fidanzamenti fulmine di Taylor sembrano quelli delle medie e, anche se la sua Smemoranda continua a trasformarsi in dischi di platino, non si può fare pop con questa reputazione. E qui arriva il secondo momento chiave del 2012 per Swift, il momento di fare le entrare le metafore facilone. La sua esibizione di “I Knew You Were Trouble” all’American Music Award di novembre inizia in un contesto molto simile al video di “Love Story”: la principessa Disney al ballo. Sul secondo ritornello, le viene strappato l’abito bianco rivelandone un altro rosso e nero decisamente meno casto. Parte il breakdown dubstep, i ballerini che prima la sollevavano ora la toccano e si dimenano, imeni che volano. Per concludere l’opera e chiudere definitivamente il capitolo country, arriva il video della stessa canzone a dicembre. In due minuti di introduzione parlata, Taylor racconta di amori dannati (cfr. “Ride” di Lana Del Rey e “We Found Love” di Rihanna) e continua poi a recitare la parte della hipster nichilista reduce da troppe stanze di hotel sfasciate e troppi rave. Nemmeno Hayden Panettiere avrebbe osato tanto.

Nel frattempo, Taylor inizia a uscire con un One Direction guadagnandosi milioni di minacce di morte. Molte directioner credono che la loro relazione sia una copertura per Larry Stylinson, ovvero il presunto amore clandestino e altamente shippato tra due membri del gruppo. Anche l’ultimo tassello è al suo posto: Taylor è finalmente una svergognata. Benvenuta nel pop.

21 settembre: i Mumford & Sons pubblicano Babel

In questo momento, nel Regno Unito, dire che ascolti i Mumford and Sons è peggio che confessare di avere comprato l’album di Natale di Rod Stewart. La prima ragione di quest’odio generale è il loro successo: il pubblico inglese diventa cinico, acido e invidioso nei confronti dei suoi fenomeni con grande rapidità. Mentre gli americani sono molto più orgogliosi (e forse meno ossessionati dal giudizio altrui sul proprio iPod), gli inglesi non sembrano sopportare che il loro dirimpettataio sia diventato una star internazionale. È Il grave reato di non essere più un piccolo segreto, lo stesso che in patria ha distrutto i Coldplay e sta distruggendo Adele e Ellie Goulding. Certo, è un calo relativo: Babel è stato l’album del 2012 che ha venduto più copie nella prima settimana (159,000) perché, anche senza l’approvazione degli hipster o della stampa, un certo tipo di middle class inglese continuerà a comprarli. Il tipo di gente che porta una camicia davanti a fogli Excel tutta la settimana e nel weekend mette la felpa Abercrombie. La loro grandezza, che poi è la stessa grandezza di tanti altri supergruppi, sta nel fare musica per chi d’abitudine non ascolta molta musica: ci si appassiona immediatamente perché le canzoni hanno una struttura irresistibile (molto forte! Molto piano! Di nuovo molto forte coi piedi!) e hanno testi generici che rubano un po’ da Shakespeare, un po’ dalla Bibbia e non offendono nessuno – tant’è vero che molti credono siano una Christian band.

mumfordLa seconda ragione è la presunta inautenticità. Sono quattro ragazzi ricchi, o quantomeno benestanti, che hanno fatto scuole private e sposano attrici bellissime, ma suonano folk e si vestono da campagnoli (“They look like fucking Amish people” – Liam Gallagher). Un po’ come quando Lily Allen andava in giro con l’atteggiamento di chi viene dalla strada e non dalla bambagia. Un po’ come Kate Winslet quando va a ballare nella terza classe del Titanic.
In termini di immagine e appeal, a pensarci bene, non sono molto diversi da Bon Iver e probabilmente mirano allo stesso pubblico – con la differenza che Vernon viene veramente dall’America boscaiola, ma non si preoccupa affatto di finire in un video di fitness o sul palco di Kanye perché a lui di quel tipo di credibilità non importa nulla. I Mumford, invece, coi loro banjo e quella ostentata genuinità, risultano più costruiti di qualsiasi popstar. Non fanno male a nessuno, le ragioni dell’odio nei loro confronti sono difficilmente giustificabili, ma sapete come fa quella canzone: Tu sei ricco e ti tirano le pietre / Non sei ricco e ti tirano le pietre / Sei ricco e fai finta di essere povero, preparati al linciaggio.

2 ottobre: Solange torna con “Losing You”

L’ultimo ricordo di Solange Knowles solista risale a un singolo del 2010. Dopo due tentativi falliti, il primo del 2003 a 14 anni e il secondo nel 2008, Solange viene licenziata dalla Geffen e pubblica il brano “Fuck the Industry”. Il titolo la dice lunga, ma anche il primo verso non scherza: “non sarò mai perfetta come Beyoncé”. Il paragone veniva spontaneo: oltre alla somiglianza fisica e vocale, la musica sembrava una versione annacquata di quella di Beyoncé o meglio, delle Destiny’s Child, ma senza budget milionari. Solange capisce che per essere presa sul serio deve lavorare sulle differenze.

Nulla è sobrio e contenuto nel mondo di Beyoncé: le coreografie provocanti, le paillettes, gli acuti irraggiungibili, gli inni pomposi di self-empowerment, le gravidanze mediatiche. Solange riparte dal basso: bazzica nel mondo indie (accompagnando perfino Bey e Jay a un concerto dei Grizzly Bear) e inizia a collaborare con gruppi pitchforkiani. Poco dopo entra nella squadra di Terrible Records proprio grazie al Grizzly Chris Taylor e inizia a incidere canzoni R&B intime, mai iperprodotte, coi virtuosismi vocali ridotti al minimo e copertine monocromatiche senza nemmeno il suo volto sopra. E lei un figlio ce l’ha già da un pezzo: è in età scolare.

solangeA dicembre, Solange si presenta da Jimmy Fallon rovesciando sul palco un camion di hipster di Williamsburg: è molto vestita (la scelta di indossare il Pantone del 2013 non può essere casuale) e ha i capelli naturali (una questione presa molto seriamente dalle afroamericane, che non mancano di darle della barbona perché non porta una parrucca come tutte – o come sua sorella). “Losing You”, con quel suo loop euforico che cambia colore al primo accordo, è perfetta.

Solange ha scelto il momento migliore per ripresentarsi: l’unico momento negli ultimi anni in cui la sorella è in pausa. Ma non durerà molto perché, con il SuperBowl e un documentario HBO in arrivo, presto sarà di nuovo Beyoncé overload. Per sfiorare la fama non basteranno certo un nuovo EP e l’attenzione dei blogger – e lei lo sa bene, dato che twitta “[essere] cool è un tunnel vuoto che non porta da nessuna parte”. Forse ci vorranno anni, forse non riempirà mai le arene, ma il suo vero (e meritato) successo si potrà misurare solo quando non sarà più considerata come la sorella di Mazinga.

14 novembre: Rihanna inaugura il 777 Tour

rihannaE il 2012 finisce un po’ come era iniziato: con Rihanna dappertutto. A settembre 2011 arriva “We Found Love”, un pezzo così grosso da oscurare i record di “Umbrella”, un pezzo che sembrava sprecato per un’edizione deluxe e che quasi giustificava l’uscita di un album approssimativo e improvvisato come Talk That Talk. Dopo un anno di presenzialismo e tanti boxini sul Corriere, Rihanna torna con un disco ricco ed eclettico, curiosamente incentrato sulle ballate. Ma la qualità del prodotto passa in secondo piano a causa dell’iniziativa promozionale più ambiziosa e costosa degli ultimi anni. La cantante inaugura un tour (de force) che tocca 7 città in 7 giorni con 150 giornalisti internazionali al seguito. La premessa (e la promessa) è fornire alla stampa un incontro ravvicinato con Rihanna in un’atmosfera intima. Tuttavia, già a partire dal secondo giorno, il tour delude tutte le aspettative: la cantante è irraggiungibile, chiusa nella sua cabina e costantemente in ritardo. L’esperienza dei giornalisti ridefinisce il concetto di first world problem. Ora sappiamo cosa ottieni se inviti i rappresentanti di una categoria che è solita lamentarsi perfino dei buffet scadenti e fornisci loro alcol e jet lag per sette giorni: Serpi on a Plane. O forse era proprio questo l’obiettivo: chiamare 150 giornalisti dalle più prestigiose testate internazionali (e Gioia), usarli come cavie, fare vivere loro i veri ritmi dello spettacolo per una settimana e aspettare che il resto del mondo legga divertito i loro tweet di disperazione. Credevate davvero che tra Città del Messico e Los Angeles Rihanna si sarebbe seduta sulle vostre ginocchia per parlarvi dei suoi problemi di cuore? E soprattutto, ci sono ancora domande da porle? È rimasto qualcosa da scoprire? Ancora quella storia di Chris Brown? Per quello c’è il duetto “Nobody’s Business”, in cui ci spiegano che sono solo cazzi loro – soprattutto quando lei twitta una foto di lui steso sul suo letto a qualche milione di follower. Un’idea di privacy piuttosto singolare.

Tuttavia, nonostante il suo continuo oversharing sui social, le intervistone, i tour con la stampa e le gallery dei suoi tatuaggi, forse l’unico momento in cui ci è davvero concesso di dare un’occhiata dietro il sipario è “Love Without Tragedy/Mother Mary”. La canzone, tra le migliori della sua produzione, è il riassunto ideale della storia fin qui: la relazione finita in tragedia, la perdita dell’innocenza, il pentimento. Al centro di tutto, la sua scusa (o perlomeno l’attenuante) per avere commesso tanti errori: “I am from the left side of an island / Never thought so many people would even know my name”. Forse il brano è solo un’altra scena studiata ad arte all’interno del dramma, forse Rihanna ha solo imparato a interpretare meglio i testi che le vengono affidati, ma siamo arrivati al punto in cui è anche bello crederci.

31 dicembre: Psy ha rotto i coglioni

La più grande disgrazia di chi passa la vita online sono i meme che escono dai confini di internet. Quando ne nasce uno potentissimo, e magari è anche divertente per una settimana o due, poi bisogna aspettare che il mondo là fuori lo scopra, si metta in pari e lo riproponga all’infinito, al rallentatore, anche se ha smesso di far ridere da mesi. Il meme del 2012 che ha smesso di far ridere e ci ha rotto, marinato e sminuzzato i coglioni fino a farli sembrare kimchi, è “Gangnam Style” di Psy.

Mettiamo subito una cosa in chiaro: Psy c’entra ben poco col k-pop, ma è l’unica postar del lontano Oriente che poteva sfondare a ovest di Seoul. Secondo il quadro che fornisce il New Yorker, l’industria dell’intrattenimento sudcoreana unisce il rigore degli allenamenti riservati agli sportivi alla façade plasticosa del pop occidentale anni ’90. Le future star vengono scelte per il loro aspetto e addestrate fin da piccolissime per conformarsi a un ideale di perfezione robotica. Ma le sincronizzatissime Girls’ Generation, ad esempio, non hanno molte probabilità di conquistare l’Occidente con questo metodo. Nonostante le hit studiate in laboratorio e i bei visini ammiccanti, il nostro pubblico non troverà facile trovare un punto di contatto con nove cartonati intercambiabili. Da noi, oltre alla musica, oggi si vende l’essere umano, che dimagrisce e ingrassa, s’innamora e divorzia, si droga e si ripulisce: tutte cose che, da contratto, nel k-pop sono vietate.

psyIn questo contesto, Psy è un’anomalia: non è bello, non è giovane, è stato multato per “contenuti inappropriati” nei suoi album, ha saltato il servizio militare obbligatorio, è stato arrestato per possesso di marijuana. È talmente anomalo che molti hanno visto in “Gangnam Style” una critica alla società sudcoreana: il quartiere di Gangnam è il cuore dell’economia, l’istruzione e l’intrattenimento nazionale, e la canzone poteva essere letta come una parodia del consumismo e lo stile di vita delle classi più abbienti. Quando gli viene posta questa domanda durante un IAmA, Psy risponde: “GS is not a critique, just FUN!” rattristando centinaia di complottisti di Reddit. Alcuni riflettono che, se fosse una critica, non lo direbbe certo ora che è diventato ambasciatore culturale con l’approvazione di Ban Ki-Moon, ma è molto più probabile che il pezzo sia semplicemente il “Supercafone” del Piotta in salsa coreana: ironia e celebrazione allo stesso tempo. Divertiamoci facendo i cretini sapendo di esserlo.

E dato che fare i cretini piace un po’ a tutti, “Gangnam Style” è diventato il video più visto della storia su YouTube, ha vinto Miglior video agli MTV EMA, ha generato centinaia di flash mob e ha contagiato perfino i serissimi artisti Anish Kapoor e Ai Weiwei.

Per fortuna che internet era lento ai tempi di “Chihuahua”.

  • Egodome

    Un articolo ben fatto, complimenti!

  • The Maded

    Grazie per la citazione :-)
    Una domanda: come mai niente One Direction? Non mi stai tradendo la mission, vero? Oppure: non è che il pop è tale solo se fatto da femminucce sculettine, vero? Tanto da piazzare i fottuti amish, piuttosto. A mo’ di sfregio.

  • http://poptopoi.com Pop Topoi

    Hai ragione. È che tutto quello che avevo da dire sugli 1D, l’ho detto qui e mi sarei ripetuto. I fottuti Amish bilanciavano un po’ “le femminucce sculettine” (che poi, se dici sculettina a Emma, mi sa che ti tira un ceffone che non ti rialzi più).

  • http://twitter.com/RioValeggi Rio (@RioValeggi)

    Bell’articolo…complimenti! Una rinfrescata su un 2012 e un 2013 in arrivo *maya permettendo.
    Salvo Lana, Frank e Rihanna.
    Riserve | Nicki e Solange
    A casa | Madonna e Emma Marrona.

  • http://gravatar.com/pollygianda pollygianda

    Complimenti per la tua analisi esaustiva. Quella punta di gossip (soprattutto quando parli dell’affaire Marone) dà quel tocco in più…

  • Anonymous

    é davvero molto interessante leggere ciò che scrivi…mi piace il tuo punto di vista! Comunque parlando del pop del 2012 io avrei anche inserito MIKA…anche se The Origin of Love non ha riscosso il successo che meritava, penso che meriti una menzione speciale…nessuno scrive canzoni pop come le sue, qualitativamente c’è un abisso enorme tra la sua arte e la robaccia che si ascolta in radio..La title track Origin of Love è davvero un capolavoro, una di quelle canzoni che vorrò ascoltare anche tra 20 anni.