Chi ama le Pussy Riot metta una riga

Ieri tre componenti del collettivo femminista russo Pussy Riot sono state condannate a due anni di carcere per un’esibizione non autorizzata in una cattedrale di Mosca. La loro “preghiera punk” chiedeva a Maria di mandare via Putin ma, a giudicare dai risultati, il Regno dei Cieli sta dalla parte del presidente. La condanna è insensata, sproporzionata e degna del peggior regime, ma Tolokonnikova, Samutsevich e Alekhina meritano veramente il clamore suscitato e il titolo di eroine della libertà di espressione?

Le Pussy Riot erano già conosciute in patria per esibizioni simili e non sono state arrestate subito, ma una settimana dopo il flashmob in chiesa. Ne hanno fermate sette e tenute in carcere tre, che prima hanno negato l’appartenenza al gruppo (una reazione incoerente, ma comprensibile e umana nel momento in cui ci si accorge di averla fatta fuori dal vasino – e di svariati chilometri) e poi hanno indetto uno sciopero della fame chiedendo di tornare dai loro figli (altra reazione incoerente, ma comprensibile e umana nel momento in cui ci si accorge che i propri bambini sono a casa che chiedono dov’è la mamma e la mamma è in prigione per aver inscenato un’okkupazione da liceale fuori tempo massimo).

In un mondo parallelo in cui le Pussy Riot non vengono arrestate, forse il video sarebbe diventato virale perché ridicolo. Tutti i comici del mondo si stanno mangiando le mani per non aver mai pensato a uno sketch con ragazze dalle calze sgargianti e maschere di lana che cantano “Maria, diventa femminista!” a un pubblico di sciure russe e suorine che cercano di oscurare le telecamere o fermare la musica del demonio. Perché di questo si tratta, sebbene le Pussy Riot abbiano veramente poco a che fare con l’arte: la loro è una protesta colorata e colorita che usa la colonna sonora più facile e immediata. Come ha fatto notare Madeddu su Rolling Stone, “il punk ha di notevole che se fai schifo, non ti chiude le porte in faccia”: se fossero salite sull’altare a recitare il loro messaggio accompagnate da un quartetto d’archi, non staremmo nemmeno qui a parlarne. E quanto ne stiamo parlando!

La causa delle Pussy Riot è stata una calamita per decine di musicisti in vena di fare attivismo in poltrona: Björk, Bono, Yoko Ono, Paul McCartney, Peaches, Pet Shop Boys, Red Hot Chili Peppers, Vasco… Che siano sinceri sostenitori o consumate attention whore poco importa: in questi casi, sappiamo tutti chi ruberà la scena. Madonna, nota esperta di SEO, non vedeva l’ora che la parola “pussy” venisse associata al suo nome nelle chiavi di ricerca. Pensate come dev’essere stata felice di trovarsi a Mosca nel momento giusto, dato che il nuovo tour prevede una mezz’ora di comizio populista per alzare il minutaggio. Lei, che non aspetta altro che essere arrestata, da anni, per le sue “provocazioni” e si deve accontentare di qualche frecciatina dal politico o cardinale di turno.

Il sostegno arriva anche dal basso perché tanto basta un hashtag. E nessuno si chiede come reagirebbe se un amico, parente o collega dicesse che si sta recando in Vaticano con una chitarra elettrica per bestemmiare (la “canzone” delle Pussy Riot dice “il Signore è merda”). Lo fermerebbero o inciterebbero? Esatto.

Tuttavia, è difficile essere un eroe se nessuno ti punisce e, in questo senso, il sacrificio delle Pussy Riot è stato strumentale alla causa. Il loro arresto e la loro esagerata condanna ci hanno ricordato che la libertà di espressione (anche se al di là del buon senso) ha ancora dei limiti, e fatto luce su problemi reali. Quasi stupisce che le dichiarazioni (lucide e ben articolate) delle tre donne alla fine del processo siano opera delle stesse attiviste scalcagnate nella cattedrale: forse il punk improvvisato era davvero l’unica provocazione possibile, l’ultimo tentativo per far sentire un messaggio importante. Se il nobile fine giustifica gli stupidi mezzi, lo scopriremo presto.

 

  • francesco

    dopo questo post posso tranquillamente togliermi dal feed….

  • http://belguglielmo.blogspot.com Belguglielmo

    Questo post è un insulto all’onestà intellettuale. Seriamente, da quando il valore estetico è misura del lecito? Siamo al livello di coloro che si pronunciano contro gli omosessuali o gli zingari perché “che schifo federe due uomini che si baciano in strada”, come se vedere limonare una coppia eterossessuale di burini malvestiti fosse invece un piacere per la vista.
    Il livello di civiltà si misura anche nella possibilità per gli incompetenti di esprimersi; saranno poi il mercato, il pubblico, le esperienze a definirne il percorso. Non la polizia.
    Poptopoi dice anche che andare a bestemmiare in Vaticano ha conseguenze prevedibili. Ciò ovviamente, non implica che queste siano proporzionate/condivise/lodevoli. E poco ci manca al “Oh tu guarda quella come va vestita, si vuol proprio far stuprare.”

  • Claudio

    Mi chiedo se prima di scrivere questo post Poptopoi abbia letto con attenzione le arringhe conclusive del processo. Il post mi è parso a tratti superficiale. La chiesa ortodossa è pilotata dal potere centralista pertanto entrare in una chiesa al grido di “madre di dio, spazza via putin” equivale all’entrare in qualsiasi palazzo del regime oltre al fatto che, facendo parte del circuito governativo, l’istituzione religiosa viene privata di qualsiasi senso di lealtà e onestà, pur sempre religiosa che sia. Ed è forse per questo che le pussy riot si riferiscono al signore come ad una merda, perchè in russia il signore è semplicemente un burattino del regime. Con questo vorrei anche dire che il parallelismo di un amico che possa incitare o meno un altro che decida di andare in vaticano a bestemmiare è davvero senza senso. Non credo che il loro intento sia stato quello di attaccare l’istituzione religiosa, bensì il governo stesso. Inoltre, vorrei riportare questo passaggio del discorso conclusivo di una delle pussy riot: “Abbiamo parlato con sincerità, come facciamo sempre, abbiamo detto quello che pensavamo. Siamo state incredibilmente infantili, ingenue nella nostra verità, ma comunque non ci pentiamo delle nostre parole, comprese le nostre parole che abbiamo pronunciato quel giorno.”.