Po-po-po-POP: gli orrori sonori dei Mondiali

Nel caso viviate in una caverna lontanissima da qualsiasi centro abitato del pianeta, vi comunico che sono iniziati i Mondiali di calcio. E io, in questo mese, vorrei vivere in una caverna lontanissima da qualsiasi centro abitato del pianeta. Purtroppo non mi è concesso darmi all’eremitismo – quantomeno mediatico – e succede ch’io mi trovi la timeline di Twitter intasata dalle hashtag con le bandierine e un sacco di panzoni sovraeccitati in televisione che esaminano con maniacale attenzione ogni secondo di gioco. Non solo. Da dieci anni a questa parte, la FIFA si è accorta che il calcio può andare a braccetto con la musica popolare e regalarci una pletora di sgradevoli inni per incitare i tifosi. La tradizione sembra trovare le sue origini proprio con Italia ’90 e la (sfortunamente) indimenticabile “Un’Estate Italiana” dell’inconsueto trio Bennato/Nannini/Moroder. Fu la canzone più venduta in Italia durante l’anno dei Mondiali e qualcuno probabilmente fiutò l’affarone dell’inno ufficiale (ovviamente le canzoni calcistiche già abbondavano, ma non c’avevano il bollino FIFA).

E fu subito pop topos. Ma se con Italia ’90 e USA ’94  le canzoni ufficiali potevano vantare una connessione col paese ospitante e la sua tradizione musicale (gli americani c’avevano un gospelone che levati), da Francia ’98 in poi, è stato imposto un regime di insensatezza e locura che ha di fatto plasmato il pop topos coi seguenti requisiti:

  • La canzone dev’essere brutta;
  • La canzone dev’essere cantata da un artista internazionale non originario né residente nel paese ospitante (ad esempio, un portoricano che canta in spanglish per il mondiale francese);
  • La canzone deve parlare di calcio, facendolo però leva su sentimenti universali (la vittoria, l’euforia, la passione, il fuorigioco).

Se volete puntare il dito contro qualcuno, anche questa volta dovrete andare a bussare alla Sony, partner musicale (e non solo) dei Mondiali proprio dal ’98. Ed ecco spuntare, in ordine cronologico, Ricky Martin, Anastacia, Il Divo e ora Shakira.

Non oso immaginare le tavole rotonde nel transilvanico castello della Sony, che deve mettere insieme di fretta e furia una canzone ufficiale cercando di bilanciare interessi economici e tradizione. Quindi quest’anno, Shakira viene affiancata da un gruppo autoctono (i Freshlyground) e un po’ di ballerine colorate per creare l’immortale effetto Benetton, e le si fa cantare un pezzo con sillabe facilmente riproducibili dall’hooligan neanderthaliano (che comunque preferirà  ridurre ai minimi termini “Seven Nation Army” o soffiare in una stracazzo di vuvuzela).

Persino Venegoni della Stampa si è accorta delle contraddizioni di “Waka Waka” e ha scritto qualcosa di sensato sull’argomento in uno dei suoi “post” in corsivo grassetto rosso. Curiosamente, ha anche suscitato una modesta flame war: una novantina di commenti incazzati, probabilmente scritti dai cugini di Shakira e Rudy Zerbi.

E se “Waka Waka” non fosse abbastanza, sappiate che quest’anno hanno istituito pure l’official FIFA anthem (di pedobeaR. Kelly), l’official FIFA mascot song (Pitbull e un paio di altri tamarri) e la canzone ufficiale per passare il testimone a Brasile 2014 (dalla vuvuzela alla favela). Devo continuare la panoramica su questi disastri su scala planetaria? In Inghilterra, l’infallibile Simon Cowell ha reclutato Dizzee Rascal per fargli coverizzare “Shout” con James Corden (un attore comico che conduce una trasmissione calcistica), e noi c’abbiamo  “Invocazioni al cielo” (cioè? Le bestemmie?) delle Vibrazioni come sigla ufficiale per Sky Sport.

E quelli dell’altra sponda (la Universal) non stanno certo a guardare e acciuffano un rapper somalo-canadese per plasmare l’inno Coca-Cola, disponibile in TREDICI lingue e versioni diverse a seconda del mercato. Tutti in coro: “SELLOUT!”

Insomma, basta. Sapete che c’è? L’arbitro ce l’ha con noi e questo è l’unico inno che ascolteremo:

[bandcamp track=3479740861 size=venti bgcol=FFFFFF linkcol=4285BB]

Share:
Share

  • http://panapp.splinder.com panapp

    «La canzone dev’essere brutta»: vero, “La copa de la vida” è uno dei brani più imbarazzanti del XX secolo ed io al tempo c’ho pure speso i soldi per comprare il singolo (la vergogna mi assale).